Secondo rapporto
sull'immigrazione a Genova
 
a cura di Maurizio Ambrosini | Andrea T. Torre
Centro studi Medì - Migrazioni nel Mediterraneo

 

Le conseguenze inattese
di un’integrazione subalterna


di Maurizio Ambrosini

L’ultimo anno dell’immigrazione a Genova è stato contraddistinto dal graduale assorbimento degli effetti della sanatoria del 2002-2003 e dai processi che ne sono derivati: segnatamente, la crescita dei ricongiungimenti familiari e l’arrivo di coniugi e figli, molti dei quali in età adolescenziale e pre-adolescenziale.

1. Donne immigrate e assistenza agli anziani
Un tratto caratteristico dell’immigrazione genovese è l’importanza delle componenti latinoamericane, e soprattutto di quella ecuadoriana. Sebbene i valori assoluti raggiungano livelli elevati anche in altre metropoli, come Milano e Roma, nessun’altra città italiana è diventata una capitale “latina” come Genova.
Di questa peculiare esperienza genovese, vale la pena di richiamare alcuni aspetti salienti.
Si tratta anzitutto di un’immigrazione a guida femminile: le donne sono state quasi sempre le prime ad arrivare, a trovare lavoro, a costruire reticoli sociali, a ottenere un permesso di soggiorno, a promuovere il ricongiungimento di mariti e figli. È un esempio di quei processi di femminilizzazione dei flussi migratori che stanno emergendo a livello internazionale. Il segmento del mercato del lavoro genovese in cui le donne immigrate si inseriscono è principalmente quello dei servizi domestici e assistenziali. Questi ultimi sono lo sbocco occupazionale più frequente delle donne latinoamericane, specialmente nella prima fase della loro esperienza di migranti. Vale la pena di approfondire questa realtà, sulla base di riflessioni e ricerche recenti.
Anzitutto, va osservato che le politiche sociali – specialmente nel comparto dell’assistenza alle persone, e degli anziani in modo particolare – si basano sul presupposto implicito di una capacità della famiglia di far fronte con risorse interne (femminili) ai propri carichi assistenziali: continuano cioè ad avere come referente una famiglia stabile, in cui le donne non lavorano per il mercato ma si occupano di bambini, malati, anziani, che dovrebbero continuare a vivere all’interno della famiglia o nelle sue immediate vicinanze, accuditi dai loro cari (o per meglio dire, dalle donne della famiglia: madri, mogli, figlie o eventualmente nuore nell’età avanzata). Le istituzioni pubbliche incentivano implicitamente questo modello attraverso politiche assistenziali basate sul trasferimento di redditi monetari verso individui (gli anziani) e famiglie (Esping-Andersen, 1990): pensioni di vecchiaia, ma anche pensioni di accompagnamento per i non autosufficienti e bonus, negli ultimi anni, affidati alle famiglie senza controlli sul loro utilizzo. Giacché, però, molte donne adulte ormai lavorano fuori casa, e comunque gli attuali stili di vita hanno intaccato il modello tradizionale, le famiglie incontrano difficoltà crescenti nel far fronte ai compiti assistenziali che continuano a gravare su di esse, in termini di attese sociali e di modelli culturali. L’assunzione di donne immigrate come aiutanti domiciliari, spesso “in nero”, rappresenta una sorta di ristrutturazione silenziosa, dal basso, di questo modello di welfare: una soluzione “fai da te”, sviluppata al di fuori di ogni quadro regolatore ma incentivata di fatto dalla disponibilità di risorse pubbliche non controllate. Se si vuole, rappresenta anche l’estremo tentativo di tenere in piedi l’immagine della famiglia tradizionale, centrando due obiettivi contemporaneamente: quello di un risparmio economico, rispetto ai costi del ricovero del congiunto anziano in una struttura protetta, e quello dell’osservanza di una “cultura della domiciliarità” (Castegnaro, 2002) largamente diffusa, tale per cui le famiglie che optano per l’istituzionalizzazione si sentono gravate da un senso di colpa. Prevale l’idea di un’assistenza meno professionale ma più “amichevole”, che mantiene l’anziano a casa propria, gestita e controllata direttamente dai familiari.
L’occupazione nell’assistenza a domicilio è diventata in questo modo una tipica porta di ingresso dell’immigrazione femminile irregolare, ossia un ventre molle delle politiche migratorie, permettendo di trovare con relativa facilità un luogo dove è possibile avere nello stesso tempo un lavoro, un domicilio, una significativa possibilità di risparmio, una protezione contro i controlli di polizia. Va anche osservato che a volte si tratta di anziani soli, con pensioni modeste, che non riuscirebbero a far fronte ai costi di una persona in regola: una zona di “abusivismo di necessità”, o quasi, rende più sfumati i giudizi circa la diffusa inosservanza di leggi e contratti. Sta di fatto che, per scelta o per necessità, si palesa un paradosso: in contrasto con tutti i discorsi sull’integrazione, e sulla stessa legalità, le famiglie vanno alla ricerca di donne sole, senza legami familiari, appena arrivate dall’estero, spesso prive di permesso di soggiorno. Come hanno dimostrato le diverse “ondate” di donne inserite nel settore, le più “adatte” (e persino le meglio integrabili), dal punto di vista delle famiglie italiane, sono normalmente le ultime arrivate, quelle che non hanno carichi familiari, presentano poche pretese e si prestano a una flessibilità di impiego pressoché assoluta. Stereotipi circa le attitudini delle donne provenienti da paesi meno sviluppati, e quindi immaginate come portatrici di attitudini più “tradizionali” di devozione e cura verso anziani e ammalati, hanno rappresentato l’inquadramento cognitivo, esplicito o implicito, di questo tumultuoso processo di ridefinizione del sistema delle cure familiari.
Il reperimento del personale, la sostituzione di chi parte per le ferie, il rimpiazzo di chi lascia, sono assicurati in larga misura dalle reti di relazione tra connazionali, oltre che dai servizi di mediazione di cui diremo in seguito. Anche su questo versante, si è formato un mercato parallelo in cui la solidarietà ha lasciato il posto allo scambio economico, a meno che non si tratti di parenti stretti e talvolta di amici di lunga data: il posto di lavoro viene pagato in denaro, solitamente con il primo mese di salario. Anche per altri aspetti, come l’affitto di posti letto o i prestiti per il viaggio, il funzionamento dei network sta perdendo l’afflato del mutuo aiuto per assomigliare sempre più ad un business informale, ma a suo modo efficiente. In ogni caso, i legami tra connazionali spiegano la formazione delle “specializzazioni etniche” (Ambrosini, 2005), così visibili nel settore, e così influenti anche nella produzione di stereotipi che associano la provenienza con “l’attitudine” a lavorare nel settore, a cui le stesse donne immigrate non mancano di contribuire, nella competizione per il controllo di questa peculiare nicchia del mercato del lavoro.
Questo mercato parallelo e informale dell’assistenza rappresenta un buon affare, nel breve termine, per vari attori direttamente o indirettamente coinvolti: le famiglie, che ritrovano a disporre, come abbiamo visto, di un servizio meno caro e più familiare, gestito e controllato direttamente; ma anche le istituzioni pubbliche, che risparmiano sulle spese di assistenza e istituzionalizzazione, a partire dalla realizzazione di un numero di posti letto in residenze protette paragonabile a quello degli altri paesi sviluppati; nonché i datori di lavoro delle donne italiane inserite nel mercato occupazionale, che incontrano meno problemi di assenteismo e meno vincoli sugli orari di lavoro. Non sorprende pertanto che il sistema pubblico abbia preferito ignorare il problema dell’assistenza informale e orientare altrove la ricerca degli immigrati irregolari, che avrebbe potuto trovare numerosi, nella bella stagione, nei parchi e giardini di Genova come di tante altre città, a fianco degli anziani di cui si occupano.
Nello stesso tempo, l’uso invalso del termine “badante” traduce una svalutazione e una degradazione simbolica del lavoro affidato a queste donne, in realtà così delicato e carico di responsabilità. Se lo si analizza, non è difficile accorgersi che accudire, assistere, prendersi cura, è ben più che semplicemente “badare”, termine che allude ad una semplice sorveglianza passiva. Ma il fatto che questa etichetta riduttiva si sia affermata sembra tradurre una tendenza, consapevole o meno, a ridurre il significato e il valore delle mansioni attribuite. Quanto all’organizzazione del lavoro, l’aspetto che risalta maggiormente è l’assenza di confini chiari, per ciò che attiene a orari, compiti, responsabilità, disponibilità richiesta, spazi di autonomia e vita privata. È persino difficile riconoscerlo come un vero lavoro, farlo uscire da un’idea di reciprocità, di scambio di aiuti, per ricondurlo allo statuto di una normale occupazione dipendente: come se si trattasse di una forma di “accordo alla pari”, destinato però alla cura degli anziani e non dei bambini. Oltre alla tendenza a debordare dagli orari contrattuali, anche in termini di mancato rispetto di ferie e giorni di riposo, le famiglie domandano ben più che i compiti contrattuali strettamente definiti: assunte per occuparsi delle casa e per “dare un’occhiata” alla persona anziana che vi abita, le donne immigrate sono investite a volte di compiti quasi infermieristici (alzare, lavare, medicare delle piaghe, somministrare medicine, eccetera), ma più generalmente della funzione di colmare il vuoto relazionale ed emotivo che le trasformazioni delle famiglie italiane hanno lasciato. Spetta a loro fare compagnia, sollevare il morale, riempire il tempo ai loro datori di lavoro/assistiti. Questi (e i loro congiunti) acquistano ben più che delle prestazioni professionali: comprano in realtà affetto, disposizioni emotive, interesse più o meno sincero e profondo per le proprie vicende, malesseri, stati d’animo. A volte, con il tempo, le famiglie italiane arrivano a lasciar perdere i difetti nella pulizia e nell’ordine della casa, perché i contenuti impliciti del rapporto, quelli emotivi e relazionali, sono diventati più importanti degli aspetti esplicitamente convenuti. Quando si sottolinea che si preferisce tenere l’attuale aiutante domiciliare, malgrado le sue manchevolezze, perché l’anziano ormai “si è affezionato” e sarebbe un trauma cambiare, si allude a questa dimensione implicita del rapporto di lavoro.
Si produce così una dinamica definibile come «familiarizzazione»: si tende a rappresentare l’aiutante domiciliare immigrata come “una persona di famiglia”, e ci si attende che abbia degli atteggiamenti d’affetto e dei comportamenti di disponibilità simili a quelli delle persone legate da veri legami familiari, sostituendo così la mancanza di tempo e di pazienza dei veri parenti. D’altronde per certi aspetti le persone assistite trattano sovente le loro aiutanti come persone di famiglia: mangiano alla stessa tavola, escono insieme a fare la spesa, guardano insieme la televisione, eccetera Ma il gioco della familiarizzazione mostra la corda quando la lavoratrice immigrata si prende delle libertà o pretende di esprimere la propria opinione, come una vera persona di famiglia. La familiarizzazione si rivela asimmetrica. Lo si vede soprattutto quando la donna decide di cambiare lavoro, fatto sovente accaduto dopo la regolarizzazione. È vero che molte famiglie si sono sentite obbligate a impegnarsi nella procedura richiesta per far ottenere il permesso di soggiorno alle loro aiutanti domiciliari, anche se i contributi richiesti sono stati pagati in molti casi dalle immigrate stesse (Caritas ambrosiana, 2004). Acquisita con la sanatoria una libertà di movimento nel mercato occupazionale prima sconosciuta, molte straniere hanno cominciato a cercare sbocchi diversi, meno costrittivi in termini di vincoli per la vita privata, pur rimanendo all’interno di percorsi di mobilità di corto raggio, limitati tipicamente al lavoro domestico a ore. Queste scelte sono state vissute dalle famiglie italiane come tradimenti, manifestazioni di ingratitudine e di mancanza di cultura professionale. Nel settore, quanto meno nelle aspettative dei datori di lavoro, le regole del libero mercato sembrano sospese, a vantaggio di una visione del lavoro di aiutante domiciliare come un misto di reciprocità e obbligazioni morali.
Anche a Genova, specialmente per le donne latinoamericane, si coglie il problema delle “famiglie transnazionali”, sottolineato dalla letteratura internazionale recente (Parreñas, 2001; Ehrenreich e Hochschild, 2004). Si produce una tensione che le lavoratrici immigrate cercano di gestire compensando l’assenza fisica attraverso l’invio di denaro e di doni, nonché mediante i servizi telefonici internazionali, visibilmente cresciuti a Genova nel giro di pochi anni, e anche grazie alla posta elettronica, agli sms, allo scambio di audio e videocassette. Ma lo sbocco finale della sofferenza emotiva causata dalla separazione dai propri cari, e specialmente dai figli, sono gli sforzi dispiegati per conseguire il ricongiungimento familiare. Questo esito, però, anziché rappresentare il lieto fine di una storia di coraggio e dolore, apre la porta a nuovi problemi, quelli dell’educazione dei figli preadolescenti e adolescenti nel contesto dell’emigrazione. Vi ritorneremo in seguito.
Il ruolo del familiare che si prende cura del congiunto anziano (caregiver), solitamente una figlia, si trasforma da un impegno diretto nei compiti di cura, a un ruolo di gestione e di coordinamento dell’assistenza, con una separazione tra i compiti più penosi ed esigenti in termini di tempo, affidati all’aiutante domiciliare straniera, e i compiti più nobili, simbolicamente più densi di significato, connotati da dimensioni relazionali, che vengono maggiormente tenuti per sé. In compenso, le caregiver italiane devono ora farsi carico di diversi problemi delle donne a cui danno lavoro, con un coinvolgimento che deborda largamente il rapporto di lavoro e può riguardare il rapporto con i servizi pubblici e le autorità di pubblica sicurezza, l’aiuto a parenti che arrivano in Italia in cerca di lavoro, magari all’improvviso, e hanno bisogno di un tetto, l’anticipazione di somme di denaro richieste dai congiunti rimasti nei paesi d’origine, la mediazione dei problemi familiari (per es., con i figli adolescenti), e vari altri. Devono inoltre assumere un ruolo di mediatrici tra la donna immigrata, l’anziano assistito, gli altri parenti che pretendono di intervenire nella gestione domestica e nella gestione delle cure di cui l’anziano ha bisogno.
Un altro pezzo del mosaico dell’assistenza privata è formato dai servizi di mediazione tra domanda e offerta di lavoro: associazioni professionali o di volontariato, sportelli aperti da alcuni sindacati, parrocchie, congregazioni religiose, eccetera Nel settore, infatti, la fiducia è l’elemento centrale del rapporto di impiego: datori di lavoro non professionali devono far entrare in casa una donna sconosciuta e affidarle dei congiunti in condizione di dipendenza. Tendono quindi, soprattutto quando sono alla prima esperienza, a rivolgersi a intermediari da cui sperano di ottenere delle garanzie circa l’affidabilità della lavoratrice interessata. Sovente, si affacciamo sul mercato carichi di pregiudizi, tipicamente contro le donne africane o comunque di colore. Questo fatto comporta per i servizi di mediazione l’apertura di una negoziazione più o meno aperta: senza contrastare apertamente il pregiudizio, tentano di aggirarlo, sottolineando gli aspetti che possono fornire un’immagine positiva della donna immigrata in cerca di lavoro: per es., facendo notare che pur non essendo italiana, è in Italia da diversi anni; oppure che è garbata, sorridente, esperta... Gli stessi attori sono poi spesso coinvolti in azioni formative miranti a innalzare la qualificazione professionale delle lavoratrici, e insieme a migliorarne lo status e la rispettabilità.
Prendendo spunto da una ricerca svolta in Lombardia (Ambrosini e Cominelli, 2005), possiamo distinguere infine diversi profili di aiutanti domiciliari immigrate, sulla base delle differenze di età, condizione familiare, istruzione, motivazioni all’emigrazione, progetti per l’avvenire:
le esploratrici, donne giovani, che arrivano senza avere dei progetti molto chiari, sono le più esposte a rischi di sfruttamento ma anche a ricevere protezione e aiuto da parte delle famiglie italiane; si ritrovano occupate come aiutanti domiciliari quasi per caso, sulla base di una sorta di scambio con l’accoglienza benevola che certe famiglie italiane offrono loro.
le familiste, donne meno giovani, che lasciano dietro di sé una famiglia, e soprattutto dei figli nel paese di origine, affidati a figlie maggiori, sorelle, madri, talvolta a persone retribuite per occuparsene, costruendo così una sorta di catena dell’accudimento. Questa situazione, particolarmente rilevante a Genova con riferimento al caso ecuadoriano, ha come preoccupazione immediata per le donne immigrate quella di lavorare per inviare denaro a casa, assicurando ai familiari la possibilità di una vita migliore, e come progetto a medio termine, in molti casi, il ricongiungimento familiare.
le utilitariste, donne solitamente in età matura, provenienti specialmente dall’Est europeo, che hanno motivazioni essenzialmente economiche. Più presenti negli ultimi anni anche a Genova, dopo una fase di migrazione pendolare basata sul visto turistico trimestrale e sull’impiego irregolare, sono emerse e si sono maggiormente stabilizzate in seguito all’ultima sanatoria. Non hanno normalmente il desiderio di migliorare, puntano a rimanere qualche anno in Italia per guadagnare del denaro che serve a mantenere figli già grandi all’università, oppure ad aiutarli a formare una famiglia e a farla vivere meglio.
le promozionali, donne più dotate dal punto di vista dell’istruzione e più in generale del capitale umano, che palesano più alti livelli di motivazione al miglioramento professionale, sopportano con maggiore disagio la loro condizione attuale, frequentano, se il lavoro lo consente, scuole di italiano, corsi di formazione e attività associative, partecipando talvolta a forme di volontariato. Hanno accettato un lavoro nell’assistenza a domicilio come porta di ingresso nel mercato occupazionale italiano, ma vorrebbero uscirne per cercare altri sbocchi. Ma la ricerca di alternative qualificate rimane ardua; soltanto per una parte di esse l’inserimento in attività di mediazione interculturale ha rappresentato la strada per accedere ad attività professionali più prestigiose.

2. Ricongiungimenti e seconde generazioni
Sappiamo poco dell’esito dei ricongiungimenti familiari, che restano un aspetto poco studiato dei processi migratori. Il fenomeno è di particolare rilievo per gli immigrati latinoamericani residenti in Italia, tra i quali il 44,1% è titolare di un permesso di soggiorno per motivi familiari, contro un valore medio del 31,2% per l’insieme degli immigrati (Caritas/Migrantes, 2004). C’è ragione di credere che questi valori siano cresciuti ancora nell’ultimo anno. Si tratta però per la maggioranza, e sicuramente nel caso di Genova, di ricongiungimenti a ruoli invertiti: i primo-migranti insediati sono donne, i coniugi ricongiunti i mariti. Sono dunque le donne ad acquisire le risorse necessarie per effettuare il ricongiungimento e a detenere il know how necessario per insediarsi e muoversi nella società ricevente, mentre i mariti si vengono a trovare in una posizione subordinata e dipendente. Le tradizionali gerarchie di potere e status, sono scompaginate. A questo dato va aggiunta, per Genova, la maggiore difficoltà ad accedere al mercato occupazionale per gli uomini, e il loro precario inserimento in un sottobosco di attività precarie e irregolari gravitanti prevalentemente intorno al settore edile. Come conseguenza di questi fattori, le informazioni frammentarie di cui disponiamo per il caso genovese rivelano fragilità e tensioni dei processi di ricongiungimento, con frequenti rotture e passaggi a nuove unioni. La figura dell’uomo latinoamericano resta esposta a persistenti fenomeni di stigmatizzazione, che finiscono per influenzare i processi selettivi all’atto dell’assunzione.
Anche per le donne, i ricongiungimenti si traducono in un più difficile bilanciamento dei rapporti tra sfera privata e sfera occupazionale. L’impiego fisso nell’assistenza, il più richiesto e redditizio ma anche il meno conciliabile con le responsabilità familiari, tende ad essere sostituito dal lavoro a ore, dove la concorrenza è più folta.
Molto dibattuto è poi il nodo dei processi di inclusione delle seconde generazioni, e in modo particolare dei maschi adolescenti. A questo tema, Medì ha dedicato una ricerca specifica (Queirolo Palmas e Torre, 2005). Ne riprendiamo alcuni spunti.
Notiamo anzitutto l’importanza cruciale di questa evoluzione. Nel bene e nel male, la crescita e la socializzazione dei figli dei migranti, anche indipendentemente dalla volontà dei soggetti coinvolti, producono uno sviluppo delle interazioni, degli scambi, a volte dei conflitti tra popolazioni immigrate e società ospitante: rappresentano un punto di svolta dei rapporti interetnici, obbligando a prendere coscienza di una trasformazione irreversibile nella geografia umana e sociale dei paesi in cui avvengono. Anche per noi, si sta affacciando un futuro in cui essere “italiani” non significherà essere necessariamente di razza bianca, figli e discendenti di italiani, senza altri riferimenti “nazionali” oltre a quello del nostro paese.
Ne deriva una preoccupazione fondamentale, quella del grado, delle forme, degli esiti dei percorsi di incorporazione delle popolazioni immigrate nella società ricevente. Una questione del genere rimanda evidentemente all’identità e all’integrazione della società nel suo complesso, di cui la “lealtà” dei giovani di origine straniera, da un lato, e la loro inclusione paritaria dall’altro, divengono un banco di prova di grande risonanza simbolica. Fenomeni allarmanti come i fallimenti scolastici, la marginalità occupazionale, i comportamenti devianti, sono la spia di un malessere che allarma e fa discutere in tutti i paesi riceventi. Se tra i criminologi è diffusa l’idea che gli immigrati di seconda generazione rappresentino “una bomba sociale a scoppio ritardato”, l’interrogativo va allargato all’insieme delle condizioni e delle opportunità di integrazione che ai figli di immigrati vengono offerte nelle società sviluppate.
Così, tra problemi reali e paure crescenti, la questione delle seconde generazioni diventa la cartina di tornasole degli esiti dell’inclusione di popolazioni alloctone. Essere giovani, di condizione popolare, di origine straniera: sono tre caratteristiche tendenzialmente inquietanti, che alimentano dubbi e interrogativi circa l’adesione all’ordine costituito e la disponibilità a riprodurlo. L’inserimento di elementi avvertiti come “estranei” in quella che continua a pensarsi, almeno implicitamente, come una “comunità nazionale” omogenea, è un nodo dolente.
Nello scenario qui sommariamente richiamato, un primo aspetto della questione “seconde generazioni latinoamericane a Genova” si riferisce al passaggio dei minori di origine immigrata dalla condizione di bambini da accogliere a quella di adolescenti da temere. Quei ragazzi che da piccoli, nella scuola ma anche nella società, erano accettati tutto sommato abbastanza bene, considerati da molti un effetto “buono” dell’immigrazione, sono ora considerati una minaccia per l’ordine sociale. Genova ha anticipato in questo senso tensioni e conflitti che cominciano a emergere anche in altri contesti, soprattutto metropolitani, in cui i figli degli immigrati, giunti all’età dell’adolescenza, si affacciano con fatica nelle scuole superiori, negli spazi urbani, nella ricerca di lavori diversi da quelli, umili e stigmatizzati, che i loro padri e le loro madri hanno generalmente accettato. In altri termini, il modello dell’integrazione subalterna, tale per cui gli immigrati sono tollerati nella misura in cui si inseriscono ai gradini inferiori della scala sociale, raccogliendo i lavori ancora necessari ma sempre più rifiutati dalla popolazione autoctona, non è facilmente trasferibile alle seconde generazioni.
Nella sfera della socialità, le aggregazioni spontanee dei ragazzi di origine straniera segnalano ad un tempo un deficit di integrazione sociale e una produzione di nuove identità. Se nell’infanzia è più facile la condivisione di momenti, spazi e occasioni di socialità interetnica, grazie alla scuola, alle attività extrascolastiche, agli ambiti sportivi e religiosi, nel vicinato, negli spazi pubblici (parchi, giardini, spiagge, campi di gioco…), e a volte per iniziativa delle stesse famiglie, con l’adolescenza, al crescere dell’autonomia dei ragazzi, le reti di socialità tendono a differenziarsi e a privilegiare circuiti socialmente omogenei. Da questo punto di vista, il rimando retorico e spesso rituale alla scuola, affinché si faccia carico del superamento degli steccati e della realizzazione dell’integrazione dei giovani di origine straniera in spazi e momenti comuni con i coetanei italiani, è destinato a suonare vuoto, scontrandosi con i processi spontanei di socializzazione in età adolescenziale. In altri termini, gli adolescenti italiani tendono a legare con altri adolescenti italiani, più o meno del medesimo livello sociale e culturale, mentre gli adolescenti di origine immigrata si ritrovano fra loro, sulla base della comune origine nazionale o anche linguistica, quando l’immigrazione non è stata precocissima e la lingua madre si è conservata, come nel caso dei latinoamericani a Genova.
Questa condizione, spesso sofferta, di esclusione e di separatezza, può diventare l’anticamera della marginalità oppure ( e talvolta nello stesso tempo) dar luogo alla costruzione di nuove identità sociali e a volte anche di nuove esperienze culturali, sotto il segno della contaminazione e del metissage. Ha così luogo un lavoro incessante di rielaborazione dell’immagine di sé e di ridefinizione della propria identità, attingendo ad un repertorio di riferimenti tradizionali più o meno fedelmente recuperati, nonché ad apporti e modelli del nuovo contesto, e ad altri ancora, provenienti dai circuiti della comunicazione globale e segnatamente dal Nord America. Questa operazione è indubbiamente più faticosa quando alla condizione di adolescente si somma quella di immigrato e di immigrato proveniente da una famiglia in condizioni economiche precarie, male alloggiata e spesso disgregata; quando l’immagine del padre, quando c’è, è compromessa dalle difficoltà di inserimento nel nuovo contesto; quando la madre è assorbita da un lavoro extradomestico che complica il già arduo esercizio delle responsabilità genitoriali; quando le illusioni sul benessere che si sperava di trovare in Italia sono in gran parte cadute; quando pregiudizi e discriminazioni più o meno esplicite rimarcano la condizione di straniero. In queste condizioni, la famiglia perde rapidamente la propria capacità normativa, anche perché i deficit comunicativi la svantaggiano nell’interazione con la società ricevente, e l’impegno educativo non è sostenuto da un contesto esterno (rete parentale, vicinato…) che confermi e rafforzi il ruolo di guida dei genitori, salvaguardandone l’immagine agli occhi dei figli. Rotture e ricomposizioni con nuovi partner aggravano il problema. L’aggregazione tra pari, coetanei e “connazionali”, riempie il vuoto che si viene a creare, e si carica di significati che vanno anche al di là dell’importanza che la rete amicale riveste generalmente per i giovani: il gruppo di amici non è solo il luogo in cui stare insieme, ma anche una risorsa da cui attingere modelli di comportamento, sostegno emotivo, conferma della propria identità, talvolta anche benefici materiali.
Sotto il profilo giuridico, la condizione di non-cittadini degli adolescenti di origine immigrata, e tuttavia cresciuti qui e destinati con ogni probabilità a rimanervi, con la giovinezza giunge anch’essa al pettine. L’estraneità rispetto alle istituzioni pubbliche, viste principalmente come organi di controllo e di repressione, rischia di cristallizzarsi in una controcultura oppositiva. L’impossibilità di diventare cittadini (la nostra legge lo consente solo ai figli di immigrati nati e cresciuti in Italia fino ai 18 anni di età) e persino il rischio di espulsione una volta raggiunta la maggiore età, non contribuiscono a favorire l’integrazione dei giovani stranieri.
Un secondo aspetto della questione si riferisce al rapporto tra l’importazione di donne dal Sud America per assistere gli anziani genovesi e il successivo insediamento dei loro figli per ricongiungimento. Si rivela in tal modo l’altra faccia del drenaggio di risorse di accudimento e cura da parte delle nostre società, che si esplica attraverso l’importazione di manodopera femminile in età attiva: dietro alle lavoratrici ci sono molto spesso delle famiglie e in special modo dei figli in età minorile. L’organizzazione di un’assistenza “domestica” per gli anziani non più autosufficienti priva altre famiglie del perno su cui si organizza una normale vita familiare. E non si tratta di problemi lontani, che riguardano le lavoratrici immigrate e le loro reti parentali più o meno allargate, come una lettura un po’ cinica della crescente bibliografia sulle “famiglie transnazionali” potrebbe indurre a credere. Le smagliature delle precarie risorse di sostituzione del ruolo delle madri (nonni ancora validi, sorelle, figlie più grandi, lavoratrici a loro volta salariate, più raramente i mariti…) non di rado rendono insostenibile l’accudimento a distanza; né le donne latinoamericane, così distanti dai luoghi di provenienza, possono immaginare forme pendolari di migrazione o ritorni frequenti in famiglia.
Deterioramento delle condizioni economiche e sociali della madrepatria, speranze e attese di benessere in Italia, ma anche soltanto il semplice e umanissimo desiderio di riunire la famiglia, di veder crescere i figli vicino a sé, hanno innescato nel volgere di pochi anni un processo diffuso quanto arduo di ricostituzione della vita familiare in Italia. Condizioni di carattere istituzionale come il paventato rafforzamento dei controlli e la sanatoria lungamente annunciata hanno probabilmente contribuito a produrre questi esiti, che si sono intensificati in seguito alla regolarizzazione conseguita dagli immigrati giunti prima della scadenza del 2002. La difficoltà di educare i figli a distanza si è trasformata nella difficoltà di seguirli e farli crescere in terra di immigrazione. Padri assenti o senza lavoro, case inospitali e sovraffollate, madri fuori casa per provvedere alle necessità familiari, sono lo sfondo in cui i ragazzi latinoamericani sono sollecitati a costruire i propri percorsi di inserimento nel nuovo contesto.
La transizione a cui abbiamo fatto cenno (dall’immigrazione femminile a quella dei figli adolescenti) si traduce perciò, dal punto di vista delle società riceventi, nella caduta dell’illusione di poter attingere a man bassa alle risorse di cura delle donne immigrate, senza dover pagare dei prezzi in termini di presa in carico delle loro realtà familiari, destabilizzate dai processi migratori.
La ricerca del nostro centro studi ha avuto il merito di collegare – forse per la prima volta in Italia – l’immigrazione richiesta e ben accetta delle madri con quella paventata e mal accolta dei figli; con l’aggiunta di un corollario: la cattiva reputazione dei figli (e degli uomini) si sta traducendo in pregiudizio nei confronti delle stesse lavoratrici-madri, non più ben viste come in passato e d’altronde meno disponibili al lavoro di assistenza fissa loro richiesto, data la necessità di trovare una mediazione tra la necessità di lavorare e quella di seguire i figli.

Resta aperto un interrogativo rispetto al futuro. La ricerca promossa dal nostro Centro Studi ha illustrato i rischi insiti nel processo di stigmatizzazione dei giovani ecuadoriani, che potrebbe innescare un circolo vizioso in cui diffidenza ed esclusione da parte della società ricevente arriverebbero a saldarsi con l’assunzione di un’identità reattiva e conflittuale da parte delle seconde generazioni “latine”. Questi ragionamenti sarebbero però a loro volta portatori di conseguenze indesiderabili se incoraggiassero una deriva giustificazionista, quasi che, una volta assodate le responsabilità della società riceventi, gli attori coinvolti non potessero fare nulla per modificare la situazione. Il punto vale anche per i più diretti interessati, i giovani latinoamericani, le loro famiglie, le associazioni o altre aggregazioni a base etnica. La storia al riguardo può fornire qualche esempio ragguardevole. Nel passato, tra ’800 e ’900, le classi operaie europee si sono gradualmente conquistate un rango di rispettabilità nel panorama sociale dell’epoca attraverso il processo che è stato definito di “purificazione sociologica” (Donzelot). Contro i pregiudizi dei gruppi dominanti, che non distinguevano tra operai, vagabondi, delinquenti, hanno lottato a lungo per distinguere se stesse, le “classi operose”, dalle “classi pericolose”. Grazie alle loro organizzazioni, ai loro leader, a capillari sforzi di sensibilizzazione e formazione, hanno realizzato un imponente processo di disciplinamento dei comportamenti individuali e di elaborazione di un’etica del lavoro e della solidarietà. Alla durezza delle lotte collettive, quando necessarie, ha fatto da contrappeso una solida moralità privata, in termini di rispetto delle leggi e dei codici di comportamento istituzionalizzati. Con il tempo, la classe operaia è stata vista e si è potuta considerare come un esempio di rettitudine, fino a contrapporre la propria dirittura morale alla corruzione pubblica e privata delle classi dirigenti.
Qualcosa di simile è accaduto con gli immigrati delle passate generazioni, specialmente nell’esperienza americana: la componente maggioritaria della popolazione, (bianca, anglosassone, protestante…) ha gradatamente modificato il proprio atteggiamento verso gli immigrati, denso di pesanti pregiudizi, quando ha dovuto rendersi conto che si trattava di soggetti volitivi, laboriosi, determinati a inserirsi nella società ricevente, capaci di sviluppare conoscenze e competenze idonee a trovare spazio nel nuovo ambiente di vita, pur mantenendo un’orgogliosa fedeltà ad alcuni elementi simbolici dei propri legami con la terra d’origine: lingua, religione, usi alimentari, consumi culturali…
Aggregazioni associative e istituzioni comunitarie hanno avuto un ruolo determinante in questo processo: anziché coltivare estraneità e avversione verso la società ricevente, hanno plasmato un nuovo tipo di cittadini, leali verso l’America, desiderosi di inserirsi a pieno titolo, e insieme gelosi delle proprie “diversità”, desiderosi di vederle accettate nel nuovo contesto di vita, inclini verso comportamenti solidali al proprio interno e capaci di aiuto reciproco nel lungo e accidentato cammino dell’integrazione.
Vorremmo sperare che anche le seconde generazioni immigrate a Genova possano compiere lo stesso cammino.


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