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Sede vacante
Morte impossibile in Vaticano
di Carlo Musso
Mancavano pochi minuti alle quattro di mattina del 25 giugno, e in piazza San
Pietro non c’era nessuno.
È difficile immaginarsi l’ampio spazio delimitato dal colonnato del Bernini
completamente deserto, dato che non solo durante il giorno, ma già dal mattino
presto e fino a tarda sera è continuamente oggetto di visite da parte di gruppi
di pellegrini o di semplici turisti. Forse solo ai romani, e nemmeno a tutti, è
capitato di passare davanti alla basilica nel cuore della notte, allorquando i
rari passanti si perdono nella vastità del luogo e chi guarda è sopraffatto da
un senso di grande pace. E tuttavia bisogna essere piuttosto fortunati per
trovarsi lì in un momento in cui non ci sia davvero nessuno.
Normalmente due pattuglie della Polizia di Stato sorvegliano la piazza durante
la notte. La prima, di solito, sosta in piazza Pio XII, dove via della
Conciliazione si allarga davanti al confine del Vaticano; l’altra percorre il
perimetro del colonnato con un movimento a pendolo tra la piazza del Sant’Uffizio
e la Porta Angelica, con regolari sconfinamenti all’interno, spingendosi
talvolta fino alla soglia della basilica dopo aver risalito lentamente gli ampi
e bassi gradoni.
Nel momento in cui questa seconda pattuglia superava le Mura Leonine e svoltava
sulla destra per un rapido giro di ronda nel Borgo, l’agente Giuseppe Masiero
scendeva dall’auto ferma in piazza Pio XII per sgranchirsi un po’ le gambe. Con
una rapida occhiata circolare abbracciò tutta l’estensione del colonnato e si
rese conto che non c’era anima viva. Era già stato diverse volte in servizio
notturno a San Pietro, ma questa era la prima volta che gli capitava di trovarsi
da solo (se si escludeva il collega che era rimasto nell’auto, alle sue spalle)
in quel luogo così particolare. Erano le tre e cinquantadue minuti.
Quell’effimera soddisfazione, però, durò solo pochi secondi, perché qualcuno
sbucò da Borgo Santo Spirito, sulla sua sinistra, e si diresse di buon passo
verso l’obelisco.
Felipe Dos Santos era atterrato all’aeroporto di Fiumicino all’una e un quarto
di notte, con un volo della Far East Airlines proveniente da Manila, nelle
Filippine. Durante lo scalo a Bangkok avevano accumulato più di tre ore di
ritardo per motivi tecnici e Felipe temeva che l’albergo non gli avrebbe tenuto
la camera. Appena sceso dall’aereo, perciò, aveva telefonato, ma un assonnato
portiere gli aveva detto in un inglese non molto sicuro che non ci sarebbero
stati problemi. Riconfortato dalla buona notizia, si era disposto alla lunga
attesa al nastro dei bagagli. Quando ricuperò le sue valigie erano le due e
dodici. A quell’ora ovviamente non c’era più il servizio di treni che collega
l’aeroporto con le stazioni di Termini, Trastevere e Roma Ostiense, e quindi
aveva dovuto fare un’altra fila per prendere un taxi. Alle due e quarantasette
pagò cinquanta euro al tassista e pochi minuti dopo era steso sul letto della
sua camera all’albergo del Senato, in piazza della Rotonda.
Forse perché era scombussolato dal cambio di fuso orario, oppure per via della
temperatura eccessiva (da giorni il termometro non scendeva al di sotto dei
trenta gradi, nemmeno di notte, e l’aria condizionata non funzionava bene…) o,
più probabilmente, per entrambi i motivi insieme, Felipe non riuscì a prendere
sonno. Dopo essersi rigirato inutilmente nel letto per una ventina di minuti, si
alzò, fece una doccia fredda e uscì, pensando che la cosa migliore fosse
cominciare subito la visita della città. E sapeva anche da dove avrebbe
iniziato.
Felipe è un bel ragazzo, piuttosto alto e magro, con i capelli e gli occhi
nerissimi e i tratti a metà strada tra l’orientale e il latinoamericano, tipici
dei filippini. All’epoca aveva ventiquattro anni e si era appena laureato in
medicina con il massimo dei voti. Suo padre era un importante cardiochirurgo, il
primo a fare un trapianto di cuore nelle Filippine, ed era molto soddisfatto di
vedere il figlio incamminato sulle sue orme. Mantenendo fede ad una promessa
fattagli all’inizio degli studi, gli pagò di buon grado quel viaggio a Roma che
Felipe sognava di fare da quando aveva visto il papa a Manila durante la
celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù, quindici anni prima.
C’erano molte cose che il giovane voleva vedere a Roma, ma più di tutto lui
voleva andare a San Pietro.
Appena fuori dall’albergo, però, si rese conto che non sapeva orientarsi, e per
strada a quell’ora non c’era nessuno che lo potesse aiutare. Per un momento
pensò di rientrare e chiedere informazioni al portiere, ma si ricordò del poco
garbo che aveva dimostrato nel dargli le chiavi della camera e decise di lasciar
perdere. “Poco male”, pensò, e si accinse ad arrangiarsi da solo. La cartina
però era troppo grande e quindi fu costretto a dispiegarla sul marciapiedi,
inginocchiandosi sotto la luce incerta di un lampione. Gli ci volle un po’ di
tempo per riuscire a decidere quale fosse la giusta direzione, e quando pensò di
aver capito erano quasi le tre e venti. Nonostante avesse un obiettivo chiaro e
fosse impaziente di raggiungerlo, non poté fare a meno di soffermarsi ad
ammirare alcuni luoghi in cui si imbatté lungo il percorso: innanzitutto il
Pantheon, che si trovò di fronte non appena rialzò il naso dalla cartina; poi
l’area sacra di Largo di Torre Argentina, dove i gatti cercavano, nel cuore
della notte, un po’ di refrigerio, stesi sui tetti dei templi repubblicani o
accoccolati ai piedi delle colonne; e infine Campo de’ Fiori, che attraversò in
una calma quasi irreale, interrotta soltanto dalla voce impastata di un ubriaco
che stava discutendo animatamente con la statua di Giordano Bruno.
Attraversò il Tevere a Ponte Sisto e proseguì senza più fermarsi fino
all’ospedale Santo Spirito dove prese per via dei Penitenzieri. Appena intravide
il colonnato del Bernini accelerò il passo. Quando si trovò finalmente nella
piazza era molto emozionato, al punto che, sul momento, non si accorse nemmeno
del poliziotto che lo stava osservando.
Procedette verso il centro della piazza in uno stato semi-ipnotico, con lo
sguardo fisso al cupolone che sovrastava la maestosa facciata. Dopo alcuni
minuti di contemplazione cominciò a guardare quello che gli stava intorno: il
grande obelisco al centro e ai lati le due fontane, che a quell’ora di notte
erano completamente asciutte. Poi notò sul selciato i cerchi che segnano i punti
cardinali e la rosa dei venti e cominciò a procedere in tondo.
Piazza San Pietro è un’ellisse il cui perimetro è delimitato da quattro file di
colonne concentriche. Il Bernini disegnò il colonnato in modo che, stando in
piedi in uno dei due fuochi dell’ellisse, si vedesse solo la fila anteriore.
Felipe si ricordò di aver letto questo particolare in una guida e decise di
provare l’effetto. Il fuoco più vicino a lui era quello a nord, verso la Porta
Angelica. Dopo aver goduto per alcuni secondi del senso di leggerezza che deriva
dalla sparizione delle colonne retrostanti, alzò lo sguardo in direzione del
palazzo apostolico.
Le stanze del papa sono all’ultimo piano, sull’angolo che si affaccia sulla
piazza verso le Mura Leonine. La seconda finestra da destra, in particolare, è
quella dello studio da cui il pontefice si affaccia ogni domenica a mezzogiorno
per la recita dell’Angelus. Felipe questo lo sapeva bene, perché molte volte
aveva assistito in televisione a quel rito. Qualcosa però lo lasciò perplesso:
la luce, una luce fioca, leggermente rossastra, filtrava attraverso le persiane
chiuse.
“Possibile?”, si chiese mentre guardava l’ora. Erano le quattro e undici minuti.
Rimase per qualche istante a fissare quella finestra debolmente illuminata.
Mentre guardava affascinato, pensando al santo padre al lavoro, seduto alla
propria scrivania a poche decine di metri da lui, Felipe ebbe una strana
sensazione: gli parve di notare come un lampo di luce azzurrastro sovrapporsi
per qualche istante al tenue chiarore dietro le imposte. Fu questione di
secondi, forse tre o quattro, ma sufficienti a lasciare nel giovane uno strano
turbamento. Poi sentì un passo alle sue spalle.
Dopo aver avvisato il collega, l’agente Masiero si diresse verso il centro della
piazza con l’idea di dare un’occhiata. Magari avrebbe anche scambiato quattro
chiacchiere con quell’unico turista, se ne aveva voglia. Quando era arrivato a
qualche decina di metri lo vide voltarsi verso di lui e venirgli incontro come
se volesse chiedergli qualcosa. Sembrava anche un po’ agitato.
“Forse non sa più la strada per tornare in albergo… oppure sta cercando
qualcuno”, pensò.
Felipe era un ragazzo serio e quel viaggio per lui era molto importante, per cui
aveva cominciato a prepararsi con molto anticipo. Tra le altre cose aveva
pensato bene di studiare anche un po’ di italiano, per sentirsi maggiormente a
proprio agio.
– Me scusi – chiese al poliziotto, dopo avergli indirizzato un cenno di saluto –
è la finestra del santo padre, quella là?
– Certo. È la finestra dello studio privato del papa.
– Y è regulare che la luce sta ancora accesa, a questa hora?
– Il santo padre è un gran lavoratore – rispose con condiscendenza l’agente,
ricordando quante volte aveva notato la luce accesa, anche fino a tardi.
Felipe stava per aggiungere qualcosa, forse voleva raccontare del flash
azzurrognolo che aveva visto (o aveva creduto di vedere?), ma poi decise di non
esagerare e lasciò perdere, anche perché adesso cominciava a sentirsi stanco.
Con un nuovo gesto di saluto si diresse verso via della Conciliazione con
l’intenzione di rientrare in albergo e concedersi qualche ora di sonno. Erano le
quattro e diciannove. Probabilmente fu il primo ad osservare che qualcosa non
andava per il verso giusto, ma non immaginava nemmeno lontanamente fino a che
punto non andasse per davvero. O, perlomeno, non lo immaginò fino alla mattina
dopo.
Alle sei venne la pattuglia per il cambio. Giuseppe Masiero era in piedi,
appoggiato alla macchina. Mentre salutava i colleghi gettò uno sguardo fugace
verso la finestra al terzo piano del palazzo apostolico. Il cielo si era ormai
schiarito e stava facendo giorno rapidamente, eppure una debole luce filtrava
ancora dietro le persiane. Non pensò che fosse il caso di fare rapporto.
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