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La segreta causa
di Maria Masella
Capitolo 1
Martedì
Riemergo.
Il calore e l’umidità sono un muro denso. Rumore. Acido in bocca. Rumore. Luce
che picchia dentro.
Rumore. Il telefono. Tendo una mano per farlo smettere. Comunque.
– Nino… Stai bene? Ti ho svegliato?
Mia madre, solo lei mi chiama Nino. Da quante notti non dormo e lei mi sveglia!
– Ciao, ma’. Cosa c’è?
– Sai, l’hanno detto alla radio e c’è anche sul giornale. Mi sono stupita che tu
non mi avessi chiamato.
Mi metto seduto. Dio, dio… L’estate più calda a memoria d’uomo, da secoli non
dormo e mia madre mi telefona e gioca alla Sibilla! – Ma’, lo sai che non sento
la radio e non ho tempo per i giornali.
– Pensavo che come commissario di polizia tu fossi informato sui delitti.
Non di tutti, grazie a dio!
– Quelli della mia zona, ma’. Perché?
E la notizia esplode finalmente:
– L’hanno trovata morta. Proprio qui, a Lavagna.
– Chi hanno trovato morta, ma’?
– Lercari. Luisa Lercari.
Per me è una sconosciuta, non capisco perché mia madre sia così eccitata. Non è
una che si ecciti per poco. O si spaventi.
– La scrittrice di gialli.
Capisco che dovrei capire, ma inutilmente annaspo in cerca della chiave
dell’enigma; come quando a scuola i suggerimenti lasciano il tempo che trovano.
Mia madre incalza:
– Quella che ha fatto la presentazione del suo libro nel gazebo sul lungomare.
Ora ricordo. Sabato sera e ora è martedì. Ero andato a trovare mia madre e lei
aveva deciso di andare a sentire la presentazione di un libro giallo. Avevo
accompagnato lei e la sua amica Enrica, ma avevo dormito tutto il tempo.
– Te la ricordi?
– Sì, abbastanza.
– Era stato così interessante, soprattutto quando ha raccontato come trova gli
spunti per le sue storie.
Sarà che io in mezzo ai delitti ci vivo, ma non stravedo per quelli inventati.
La realtà è spesso più incredibile delle sfrenate fantasie degli scrittori.
– Ci sei? – È ancora mia madre. Me la vedo: capelli corti, fra il grigio ferro e
il bianco, protesa in avanti come per vedermi meglio. Forse fuma o forse no, non
ricordo se è in periodo astinenza oppure no.
– Ci sono, ma’ – ma vorrei non esserci, essere ancora nel mio limbo, oscurità
silenzio frescura – ha avuto un incidente? – Tento, ma so già cosa mi dirà.
– L’hanno uccisa... – pausa, forse aspetta un mio commento che mi guardo bene
dall’arrischiare – Pensi che dovremmo andare dai carabinieri a dire quello che
sappiamo?
Mia madre ha molto sviluppato il senso civico, ma non mi sembra il caso… – Sai
qualcosa di particolare?
– Quello che sanno tutti. Anche tu c’eri e lo sai benissimo. Anzi, una tua
collaborazione sarebbe doverosa.
– Ma’… Non ricordo una parola.
– Se tu non avessi dormito per tutto il tempo.
– Ma’!
– Troppe volte ti ho visto dormire di nascosto per nutrire illusioni.
Vero: sono uno dei pochi commissari che, da ragazzo, ha dormito a quasi tutti i
dibattiti delle settembrate, poi dette feste dell’Unità, infine… non me lo
ricordo.
– Non c’eravamo solo noi, ma’.
– No. Gente ce n’era, anche parecchio viavai. Ma se tu fossi stato sveglio, con
la tua esperienza, forse avresti potuto scoprire qualcosa. Aspetta... – capisco
che ha allontanato il cellulare e sta parlottando con qualcuno. Poi: – Parlavo
con Enrica. Secondo lei dobbiamo andare dai carabinieri a dire che c’eravamo e
se possiamo essere utili.
Venissero da me, mi farei una risata. Può essere che i carabinieri di una
cittadina di villeggiatura siano più tolleranti o dotati di un sense of humor
meno spiccato. O addestrati a trattare con signore attempate innamorate di
Derrick e simili.
– Potete provare.
– Enrica dice che dovremmo dire che io sono la madre di un commissario di
polizia di Genova.
– Non so che differenza possa fare. Siete due cittadine che vogliono fare il
proprio dovere – replico deciso. Qualsiasi cosa ma che non mi mettano in mezzo:
ho abbastanza rogne di mio.
– Ha paura che non ci prendano sul serio. Sai di matte e mitomani ce ne sono
tante. Noi saremo anche vecchie ma siamo lucide.
Vero. Basta vederle giocare a canasta, attente come se si giocassero la vita, a
fine mano si ricordano gli scarti per filo e per segno. A volte parlano di una
partita della settimana prima come se fosse ancora in corso. Se ci fosse
qualcosa da ricordare sarebbero testimoni da manuale. Se ci fosse qualcosa da
ricordare: ma non c’è.
Non è un caso che mi riguardi.
– Senti, ma’, fate quello che vi sembra giusto, ma’… Però non so come possiate
aiutare le indagini.
Sbuffa e poi chiarisce:
– Indagini. È la giustizia che mi interessa.
Vecchio discorso. La novità è che mia madre mi chieda consiglio, non l’ha mai
fatto.
– Hai notato qualcosa di strano? Qualcosa che può essere utile? – Spero che mi
risponda di no.
– Sai quando ha raccontato come le vengono le storie, che prende spunto da
storie vere.
– E allora?
– Dai, Nino, svegliati! Non scrive mica romanzi rosa! Scrive gialli e di cosa
vuoi che parli se non di delitti.
Continuo a non capire dove vuole arrivare, forse perché ho caldo e sonno e
voglia di un caffè. E di pace.
– Ha detto che stava lavorando ad un giallo nuovo, una storia diversa dalle
solite. Un giro di droga.
Storia diversa dalle solite: giro di droga. Ormai non c’è giallo senza un giro
di droga. Da ridere!
– Cosa ti fa pensare che sia importante?
– Sai… E se l’ha sentita qualcuno che non doveva?
Dio, mi vedo la scena: un boss della droga in pensione a Lavagna, per passare
un’oretta, va a sentire, sul lungomare, la presentazione di un nuovo giallo di
un’autrice pressoché sconosciuta.
– Cosa ne pensi?
– Senti, ma’, mi sembra improbabile. Aspettate qualche giorno e poi, se mai, ci
si sente.
– Non vorrei mancare ai miei doveri di cittadina – replica mia madre – Enrica la
pensa come me.
Hanno tutte e due una voglia matta di qualcosa di eccitante.
– Senti, ma’, faccio qualche telefonata per sondare il terreno e poi ti
richiamo.
La sento parlare con l’amica e poi mi risponde che va bene:
– Ma smettila di cominciare sempre con “Senti, ma’” – mi saluta e riattacca.
Guardo l’ora: le nove. Avevo la mattina libera e potevo dormire fino a
mezzogiorno, con le finestre chiuse e il condizionatore al massimo. Ma la
telefonata mi ha riportato fra i vivi.
Vado in cucina e preparo la moka, la metto sul fuoco e mentre aspetto che filtri
chiamo in questura e chiedo a Iachino che mi procuri tutte le informazioni
possibili sulla morte di Lercari Luisa.
– Li ha letti? – È la replica di Iachino.
– Cosa? – Datemi una frase compiuta, ma ormai parliamo e pensiamo per frammenti.
– I suoi gialli, commissario.
– No, no, certo. Ma volevo saperne qualcosa di più.
Silenzio e poi il commento:
– L’hanno uccisa, l’ho letto sul giornale.
– Ecco, appunto, vorrei le copie dei giornali che ne parlano.
– L’hanno uccisa a Lavagna – non aggiunge che mia madre è a Lavagna. E che c’ero
anch’io. Lui sa che io so che lui sa.
– Non è una ricerca ufficiale.
È come se gli vedessi alzare le spalle in un gesto noncurante:
– Me ne occupo subito. Comunque.
O l’ho contagiato o mi sta ridendo addosso. Riattacco.
Le bandiere di piazzale delle Americhe pendono come stracci bagnati abbandonati
da chissà chi in quello slargo inutile; ci sarebbe uscito un posteggio! Viale
Brigate Partigiane è percorso da rari passanti attoniti, alle mie spalle una
voce di donna bionica annuncia treni, binari e ritardi e penetra anche
attraverso i finestrini chiusi; di fronte il mare è sfocato per la calura.
Anche in questura non c’è un filo d’aria e hanno tutti l’aria sconvolta; tutti
ma non Iachino. È giovane.
Mi indica una pila di carta ammosciata sulla scrivania:
– I giornali che ne parlano.
Scorro velocemente gli articoli dei vari quotidiani: dicono tutti le stesse
cose.
Lercari Luisa: anni 45, nata a Genova, nubile. Insegnante.
Risulta arrivata in albergo a Lavagna verso le 17 di sabato, alle 21 era sul
lungomare sotto gli occhi di tutti, anche di mia madre e della sua amica, mentre
io dormivo; rimasta sul lungomare fino alle 23 e 30 circa. Lascia
l’organizzatore dicendo che ritorna in albergo.
Da allora non si è fatto più avanti nessuno dicendo di averla vista viva.
Trovata morta lunedì mattina in un posteggio coperto poco lontano dall’albergo e
dal porticciolo turistico.
Uno come me, del mestiere, capisce che hanno infiorettato un comunicato
ufficiale e che là, a Lavagna, sono tutti ben abbottonati.
Un delitto in piena stagione turistica non è una bella cosa. In più era
un’ospite e di un certo riguardo: Lercari Luisa non sarà stata una celebrità, ma
insomma… Da vent’anni mia madre trascorre il mese di luglio a Lavagna e conosco
il posto abbastanza bene. I lavori per il porticciolo turistico li ho visti
iniziare… L’albergo? Non dicono quale.
Il gazebo dove è stata fatta la presentazione non è lontano dal porticciolo
turistico, probabilmente la Lercari ha cercato un albergo in zona.
Sento tossicchiare, alzo gli occhi. È Iachino con dei fogli in mano.
– Cosa c’è?
– Ecco, le notizie sui giornali mi sembravano un po’ scarse e così mi sono messo
in moto. Conosco uno a Lavagna, mi sono fatto mandare un po’ di informazioni...
– pausa – comunque se scopriamo qualcosa dobbiamo avvertirli.
Messaggio chiaro: il merito deve essere loro. Annuisco e prendo i fogli che mi
sta porgendo, ma non li leggo.
– Io ne ho letto uno.
Iachino è rimasto in piedi vicino alla mia scrivania. Gli faccio segno di
sedersi.
– Mi piacciono i gialli, mi rilassano – lo dice a bassa voce, come per scusarsi
– quello l’ho comprato alla stazione. Non è una meraviglia ma non è male. Se
vuole glielo presto.
Alzo una mano in segno di resa:
– Non penso che sia necessario. Da chi hai avuto il materiale?
– Gioco a pallone e due volte l’anno facciamo questurini contro caramba, per
beneficenza – annuisco – si fa amicizia. Uno era di qui, ma l’anno scorso
l’hanno destinato a Lavagna.
– Si occupa del caso?
– No, è bravo con i computer, gli danno tutti i lavori d’ufficio. Anche per
questo abbiamo fatto amicizia e ci teniamo in contatto, per tenerci aggiornati
sulle ultime novità.
– Tu che lo conosci, pensi che ti abbia detto tutto quello che sa?
Iachino alza le spalle:
– E chi lo sa? E come si fa a sapere quello che sarà utile? Nei giornali non c’è
il nome dell’albergo dove alloggiava, nessuno vuole rischiare una denuncia per
pubblicità negativa. Nel fax del mio amico c’è.
– Arma del delitto?
– Arma da taglio non identificata. Pugnalata al ventre. L’arma non è stata
trovata vicino al corpo.
– Segni di colluttazione, di violenza?
– Il mio amico non ne parla.
Non vuol dire nulla, possono esserci e lui aver deciso di non farlo sapere.
– A quando risale il decesso?
– Il medico legale propende per la notte fra domenica e lunedì. Il corpo è stato
trovato lunedì mattina.
L’assassino può essere chiunque, anch’io. Ero a Lavagna, non ricordo che cosa ho
fatto: in un raptus posso aver ucciso.
– La sua vita privata?
– Il mio amico non mi ha detto niente.
Forse non c’è niente da sapere, forse c’è da sapere e nessuno l’ha scoperto.
Forse l’hanno scoperto e non lo dicono. Cosa me ne importa? Niente.
Ringrazio Iachino e mi occupo dei miei casi soliti.
Smonto alle otto. Il sole è ancora alto. Il percorso fino a casa è tutto
assolato, anche se ho evitato corso Italia e la strada a mare.
La mia casa deserta somiglia ad una fornace, uscendo ho dimenticato di abbassare
le avvolgibili e il sole ha preso possesso dei vani vuoti.
Metterò una pizza nel microonde, ma prima mi farò una doccia. Sto cominciando a
sciacquarmi quando suona il telefono: ho dimenticato di portarmi il cordless in
bagno e devo andare fino in cucina.
– Mariani.
– Antonio…
Mia moglie e mi salta il cuore in gola. Non è una maniaca del telefono, chiama
solo se ha qualcosa da dire e da qualche tempo sono della razza “nessuna nuova,
buona nuova” Manu, che non sia successo qualcosa a nostra figlia! Fin quando mi
porterò appresso questo incubo?
– Manu…
– Sta giocando. Ma cosa c’entra?
– Non chiami mai.
– È stata uccisa una scrittrice di gialli a Lavagna, ho sentito tua madre
domenica sera e mi ha detto che sabato siete andati alla presentazione di un suo
libro.
– Ho dormito quasi sempre. Ci credi se ti dico che non ricordo neppure la sua
faccia? E poi non so a cosa possa servire.
La sento parlare con Manu e poi mi dice che Manu mi saluta.
– Perché non me la passi?
– Sta giocando e non si può interrompere... – una pausa e ritorna al discorso
iniziale – Sei sempre stato tu a dire che in qualsiasi indagine si deve sempre
partire dalla vittima. Pensavo che averla conosciuta potesse aiutarti.
– Non è una mia indagine.
– Però, fossi in te, i suoi libri li leggerei.
– Meritano? – Domanda scema: mia moglie non è di gusti facili. Meritassero li
avrei visti in casa.
– Possono aiutarti a capire che tipo è. Che tipo era – si corregge.
– Non è una mia indagine, mi bastano quelle che ho. Manu come sta? – Cerco di
deviare.
– Bene, come vuoi che stia? Sta giocando con Claretta.
La mia vita famigliare è affetta da strabismo: mia madre, e sono figlio unico,
passa un mese a Lavagna, Riviera di Levante, con Enrica, amica da una vita,
mentre mia moglie e mia figlia Manu sono a Finale, Riviera di Ponente. Io sono a
Genova e oscillo fra i due poli.
– Tu come stai? –Tento, anche se è il tipo di domanda che non sopporta.
– Bene. Sono solo incinta, non è una malattia.
Vorrei dirle che è un’estate torrida e pensare a lei con il pancione… Non
apprezzerebbe: una gravidanza non è una malattia.
– Ora devo andare, Manu mi chiama – e riattacca.
La gravidanza non l’ha cambiata, ha cambiato me, rendendomi apprensivo ed
incerto.
E poi è grossa per i mesi che è, per Manu non la ricordo così…
Ritorno sotto la doccia, il getto gelato colpendo la mia pelle sfrigola di
vapore. Resto lì ad occhi chiusi sperando nell’impossibile: che l’acqua
scorrendo porti via non solo il caldo ma anche il dubbio che mi porto dietro da
mesi; facendo conti sulle dita come uno scemo.
Sono davanti alla pizza e mi sto versando un bicchiere di bianco secco gelato
quando squilla il telefono.
– Mariani.
– Sono io – è ancora mia moglie – volevo dirti una cosa, ma prima mi sono
dimenticata. Sabato sera ha fatto la presentazione, l’hanno trovata morta lunedì
mattina…
– E allora?
– Era morta da tanto?
Curiosità legittima: ma non posso dirle quello che so. Infatti lei non aspetta
risposta e continua:
– Non dicono dove l’hanno trovata. Se era morta da tanto doveva essere un posto
appartato, se l’avevano uccisa da poco, cosa aveva fatto nel frattempo?
– Non è un mio caso, Francesca.
– Uffa, Antonio. È solo curiosità. E poi c’eri.
– Fai conto che non ci fossi. Dormivo.
La sento sbuffare e poi:
– Tua madre e la sua amica non dormivano di certo e hanno una memoria di ferro.
– Non è un mio caso, Francesca.
– L’hai già detto, Anto! Non sono sorda. Era solo curiosità – riattacca.
La pizza è diventata ancora meno attraente, il vino non è più gelato. La
curiosità di mia moglie! Alla normale curiosità femminile si aggiunge quella
professionale: è un ingegnere informatico, elemento prezioso di una società che
si occupa di monitoraggio e valutazione dati, qualsiasi problema è una sfida.
È in ferie da due settimane con nostra figlia e deve essere in crisi
d’astinenza. O forse cerca di fare il pieno di problemi in previsione di quei
due o tre mesi di pausa per la fine della gravidanza…
Anche se ha attrezzato lo studio di casa per lavorare ugualmente.
Butto la pizza ormai sfatta e rimetto il vino in frigo. Forse fuori farà meno
caldo, ormai è buio. Potrei arrivare fino al mare e prendermi un gelato. È una
prospettiva più allettante che restare lì ad inseguire un sonno che non arriva.
Nonostante la siccità, quel po’ di verde rimasto vivo dà un senso di frescura o
forse è solo un’illusione. Il mare è una tavola appena increspata. Trovare un
posto nella gelateria è un’impresa: coppie e famigliole. Mi manca Francesca, mi
manca Manu, mi mancano tutte e due, ma mi impongo di restare in paziente attesa
che si liberi un posto all’aperto.
Mentre sto distruggendo una costruzione gigante sento una voce di donna giovane:
– Posso?
Alzo gli occhi. Avrà non più di venticinque anni. Maglietta che lascia la pancia
nuda e per il resto è come quella della Peroni. Mi sta sorridendo e sta
indicando la sedia accanto alla mia. Se vuole farmi compagnia è ben accetta.
– Certo!
Invece voleva solo chiedermi se poteva prenderla e spostarla al tavolo vicino: è
parte di un gruppo numeroso e caciarone. Tutti intorno ai trenta, abbronzati e
belli come nelle pubblicità.
Eppure quando si siede al suo tavolo resta di fronte a me e mi guarda. Non solo
guarda, osserva, studia. Io guardo le donne e mi accorgo quando mi guardano.
Sono più vecchio dei suoi amici, ma so di non essere male: in braghe corte,
maglietta cincischiata e ciabatton sono ancora atletico e non un povero vecchio
sfatto…
Parla con gli amici, ma il suo sguardo lega il mio, come un bacio a lingua a
lingua. Mi facessi avanti non si tirerebbe indietro. Una donna nuova, come sarà?
Ogni volta è come partire per un viaggio con destinazione sconosciuta…
Uno accanto a lei con gesto veloce si sfila la maglietta restando a torso nudo:
non ha cicatrici. Io sì: dove mi hanno sparato pochi mesi fa, lasciandomi per un
po’ sospeso in un limbo. Quando sono riemerso Fran mi ha detto di essere incinta
e il dubbio è cominciato. Di quanti mesi è?
Tutto ha perso fascino, il gelato e la donna nuova. Mi alzo e vado a pagare.
Torno a casa per la strada più breve eppure riesco ad incontrare almeno quattro
persone che mi conoscono…
Fran ha ragione.
Che cosa ha fatto Luisa Lercari fra la presentazione e il momento in cui da
persona è diventata vittima?
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