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I segreti dei
Giardini Hambury
L'incredibile storia di un
attentato alla vita della Regina Vittoria
raccontata da un cronista dell'epoca
di Andrea Becca
Capitolo 1
Daniel e Thomas: che cos’è il
paradiso
Pace. Il vento tra gli ulivi si è calmato. Il sole si è sciolto nel mare
fondendo tutti i colori del rosso tra l’azzurro del cielo e il blu del mare. La
luna si delinea timidamente su un primo fondale di stelle opache.
Pace e silenzio. Silenzio scandito dalle onde lente del mare. Silenzio
contrappuntato dal canto di un grillo lontano. Silenzio composto dallo stridìo
degli ultimi uccelli che tornano al nido. Silenzio tra le foglie degli oleandri,
tra i rami dei cipressi.
Ovunque si diffonde il profumo della terra riscaldata, del fieno appena
tagliato, delle rose appassite. Il giardino sta trovando la sua quiete.
«In questo momento Dio sta ammirando la sua opera».
«Hai ragione Daniel, in questo momento ci si sente vicini a Lui».
«Già. Mi sono sempre domandato perché».
«Forse per il fatto che tutto ciò che compone un giardino – la luce, l’acqua, le
piante – risveglia accordi profondi nell’animo umano. Un albero vive, cresce e
muore come un uomo».
«O forse perché noi uomini siamo proprio questo. Il giardino “è” lo specchio del
nostro essere, della nostra essenza. Ritroviamo in questo modo l’armonia che la
nostra coscienza perde nella sua quotidianità».
Thomas Hanbury sorseggiò un po’ di vino rosso e, lentamente, riaccese la sua
pipa. Nel silenzio di quella sera di marzo si poteva sentire il rumore del
tabacco che ardeva.
Thomas lo respirò a fondo, con piacere, mentre una leggera brezza scomponeva le
nuvole di fumo.
«Daniel spiegami. Cos’è il paradiso?».
«Il significato di questa parola è antico. In persiano – pairi-daiza –
voleva dire “giardino cinto da muri”. Per i greci e i latini il termine
paràdeisos indicava semplicemente “il giardino”. In altre parole Thomas, tu
sei in paradiso!»
«Ah, allora devo solo fare attenzione a Eva e ai suoi serpenti!» rise Thomas.
«Il mito del paradiso è presente ovunque ci sia un uomo…».
«Cavolo, Daniel, sei sempre così maledettamente serio».
«Ascolta è interessante. I libri sacri dell’India e il Mahabbarata
celebrano il monte Meru da cui sgorgano quattro fiumi. Gli Egizi si tramandavano
il ricordo di un’età felicissima vissuta dagli uomini sotto la dominazione di Ra,
antico dio solare.
L’Airyana vaegiah, che sorgeva sull’Hara-berezaiti degl’Irani, fu un vero
paradiso terrestre. I Cinesi parlano del Keun-lun, un paradiso dove
vivono alberi meravigliosi rinfrescati da acque miracolose. Romani e Latini
favoleggiavano dei tempi di Crono e delle terre beate. Assiri e Caldei avevano
storie simili a quelle raccontate nella Bibbia».
«Già, la Bibbia» disse Thomas «questo è un passo della Genesi che ricordo
anch’io:
“Poi il Signore piantò un giardino in Eden, a Oriente, e vi collocò l’uomo
che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di
alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in
mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume
usciva da Eden per irrigare il giardino, poi da lì si divideva e formava quattro
corsi”».
«E ancora i boschi sacri dei Celti. Senza contare che poeti come Tertulliano,
Proba Faltonia, Draconzio, Claudio Mario Vittore e Alcimo Avito hanno descritto
le meraviglie del paradiso, mentre l’impero romano si stava sfaldando. Quanto
più difficile diventava la vita nei secoli bui del medioevo e tanto più i poeti,
i cantastorie, gli scrittori di opere ascetiche esaltavano le meraviglie di quel
primo giardino. Per arrivare fino all’organizzatissima struttura di Dante che lo
poneva alla fine del monte Purgatorio, diametralmente opposto alla città di
Gerusalemme».
«Dunque tutte le civiltà avevano un’idea chiara della felicità».
«Direi piuttosto che in tutte le culture dell’uomo si è sentito il bisogno di
“progettare” ed elaborare un paradiso. In ogni caso, si trattava di un mito che
si basava sul culto della natura. L’albero della vita è l’orgine del nutrimento,
l’albero della scienza è quello che permette di avere tutte le risposte. Così,
indipendentemente dalla loro storia, gli uomini sono sempre stati portati a
immaginare un tipo di vita più felice di quello che stavano vivendo. In secondo
luogo, hanno sempre collocato questa condizione in uno spazio remoto, in un
tempo dimenticato».
«A tuo avviso, noi uomini moderni siamo ancora capaci di progettare il nostro
paradiso? Sappiamo immaginare uno stato di primitiva innocenza e riconoscerci?».
«Thomas, a nostro modo, noi ci abbiamo provato. Il tuo giardino è oggi una
presenza viva e – al suo interno – ora sappiamo che si conservano segreti
antichi dell’anima e della storia dell’uomo. Misteri che non possiamo capire, ma
che abbiamo imparato a rispettare. L’importante, e tu lo sai bene, è che questi
saperi occulti vengano preservati a tutti i costi».
Capitolo 2
James Vincent: il paradiso è la Riviera?
Niente di peggio
che farsi due ore su questa carrozza sporca, rumorosa e senza molleggio.
L’aria è rischiarata con puntuale ritmicità dagli sputi densi di tabacco del suo
conducente. Così debbo chiudere il finestrino nonostante il caldo di questa
giornata di marzo.
In questo modo sento un po’ meno i gorgheggi del suo compare, il quale non
smette di cantare una canzone riferita a una donna di facili costumi. Una magra
consolazione.
I due si passano e si ripassano una bottiglia di vino, mentre frustano i cavalli
per questi tornanti montani sospesi sul mare. Se mi avessero detto in redazione
a Londra che questa sarebbe stata la mia missione nel seguire la Regina in Costa
Azzurra, non avrei accettato con tanto entusiasmo.
Mi slaccio il colletto rigido. Così questa sarebbe la meravigliosa Riviera!
Improvvisamente sbucano da una nuvola di polvere due gendarmi. Siamo sulla nuova
frontiera italiana. Da qui in poi entriamo nel Regno Sabaudo. L’ultima volta che
ho visto Umberto II si stava tenendo i pantaloni proprio davanti alla camera
della bella Edvige a Monaco. Non riesco a non pensare a come fossero
scompigliati i suoi bei baffoni.
I due sgherri dalle facce bruciate dal sole hanno anche l’ardore di chiedere i
documenti: pagateli e facciamola finita.
Pochi spiccioli per vedere tutta la loro arroganza trasformarsi in servilismo.
Nuove nazioni, il solito schifo.
“Ai cancelli del paradiso, nello sgargiante scenario della Riviera italiana,
ecco stagliarsi all’orizzonte il ridente ingresso dei celebri giardini di sir
Thomas Hanbury. Avvolto nella soffusa luce di un fresco mattino di primavera, il
paese di La Mortola risplende della sua genuina semplicità. L’Italia – paese di
navigatori, poeti e artisti – apre le sue porte al mio cocchio. La corsa dei
miei cavalli bianchi spicca verso la patria della cultura, verso la culla della
nostra civiltà. Roma – nello splendore della sua millenaria storia – incombe su
questa terra: non a caso stiamo viaggiando sull’antica via Aurelia. Una mirabile
impresa costruttiva che permetteva ai cittadini dell’Urbe di raggiungere i
lontani territori della Gallia e dell’Iberia”.
Questo è quello che si “berranno” i miei lettori sul “The Times” di domani.
Guardo la mia penna con ammirazione. Se dovesse descrivere proprio tutto,
dovrebbe anche raccontare che il villaggio chiamato La Mortola – dove si trovano
i giardini – forse deve il suo lugubre nome al fatto che fosse una zona sulla
quale sorgeva un antico cimitero.
I suoi cenciosi abitanti stanno da tempo combattendo contro le febbri tifoidi
vista la qualità dell’acqua che si riducono a bere. Per non parlare dei
territori che sono costretti a coltivare: stretti balconi di terra su cui si
aggrappano gli ulivi e le viti, ma dove un campo di grano non potrebbe proprio
trovare posto.
E la strada romana… meglio non descrivere questo interminabile sentiero adatto
solo per un carro bestiame!
Dio che orrore. Se solo potessi rilasciare un’intervista ora. Se solo potessi
scrivere quello che penso. Un’intervista a me stesso, non potrebbe che
cominciare con la più classica delle domande.
«Signor James, qual è stata la sua prima impressione della costa italiana?».
«Pensare? Ma come si può pensare dopo un viaggio di tre giorni su un treno
scomodissimo, senza riscaldamento e senza ristorante. Un treno che alla velocità
di 30 chilometri all’ora percorre una Francia infinitamente noiosa. Senza
contare il tragitto che da Mentone mi ha condotto qui! Una strada infame. Si
tratta dell’ennesima stramberia della nobiltà inglese, ecco cos’è! I primi
bislacchi aristocratici hanno cominciato ad andare a Brighton o a Portmouth dove
si è cominciato a fare il bagno in mare. Oggi si preferisce qualcosa di più
esotico, di più selvaggio. Allora perché non scegliere il sud della Francia? O,
peggio, la Riviera Ligure?».
«Forse dimentica quanto sia umido il clima britannico».
«Andiamo. Nulla giustifica un viaggio simile. Una spesa simile! Credo che la
Regina si sia fatta mal consigliare. Una sovrana così attenta alle buone
maniere, così integerrima nello spirito e nel portamento. Sono certo che rimarrà
disgustata da tutta questa selvaggia realtà».
«Tuttavia lei è stato inviato qui anche per un motivo preciso: capire quanto
fondamento abbia una storia che circola sulla costa. Di cosa si tratta? Ce ne
può parlare?»
«No, si tratta di qualcosa di riservato. Come ogni buon giornalista devo
mantenere un certo riserbo. Tuttavia la storia è sulla bocca di tutti. Insomma,
ti posso dare giusto qualche ragguaglio. Un paio di settimane fa un giardiniere
ha accoltellato un suo compagno proprio nei giardini botanici di proprietà di un
nobile inglese chiamato sir Thomas Hanbury.
Giardino, così lo chiamano, ma deve trattarsi di un orribile ammasso di piante
costruito sulla frontiera italo/francese dall’ennesimo eccentrico britannico
all’estero.
Quanto alla lite… beh, sono cose che succedono tra personaggi di questo tipo. Un
po’ contrabbandieri, un po’ banditi, questi italiani non sono affidabili. Tanto
più poveri sono, quanto meno affidabili diventano».
«Dunque non è questo il fatto strano».
«La curiosità è che il ferito sembrava morto, ma lo stesso Hanbury – il
proprietario - è intervenuto portandolo via. Lo ha nascosto con la complicità
del suo capo giardiniere – tale Winter – in un padiglione che è stato chiuso a
chiave. Qui l’uomo è stato ricoverato per un giorno e una notte intera. Poi il
moribondo è ritornato al lavoro come se nulla fosse stato. Sembra addirittura
che non abbia sul corpo alcuna traccia di ferita da arma da taglio!».
«Per quale ragione ti interessi di un fatto di cronaca tanto irrilevante?».
«Sì è disgustoso. Devo ammettere che il direttore del “The Times” sta tirando
molto la corda. Il mio compito è quello di seguire i viaggi dei reali e di
descrivere i fatti che li riguardano. In questo caso, però, un uomo molto vicino
alla Corona, John Brown, mi ha interpellato. È stato lui a fare pressione perché
si controlli quale tipo di fondamento abbia questa voce prima della visita della
Regina Vittoria. Brown – lo sanno tutti – ultimamente è un po’ paranoico. Vede
banditi dappertutto. Ma lo si può comprendere».
«Insomma, Signor Vincent, cosa pensa di trovare?».
«Ascoltami bene: sai cosa vuol dire scoop? È una nuova parola tutta americana e
significa “scoprire un fatto prima di tutti gli altri”. Significa soprattutto
“soldi”, amico mio».
«Andiamo, quale scoop crede di poter fare in un posto come questo?».
«Non ti credere. Sembrerebbe che questi giardini del Mediterraneo abbiano delle
caratteristiche speciali. Non è un caso che attirino tutte le teste coronate
d’Europa. Un certo dottor Bennet ne ha decantato le virtù in una pubblicazione
che ha fatto furore nei salotti dei vecchi gottosi aristocratici inglesi. Questa
curiosità ha contagiato anche la corte. Adesso la regina Vittoria vuole venire a
vedere».
«Cosa ha scritto Bennet?».
«La sua storia è buffa. Il vecchio dottore stava tirando le cuoia. O – per lo
meno – così pensava lui. Soffocato da due sorelle bigotte, tormentato dagli
acciacchi delle ossa, Bennet supponeva che fosse giunta la sua ultima ora. Così
decide di morire in un posto più simpatico di Liverpool Street alle cinque di
pomeriggio. Saluta la sua insopportabile famiglia, le umide stanze del suo
palazzo e la brumosa campagna inglese. Raggiunge il sud della Francia e lì
decide di lasciarsi morire. A questo punto la carezza della morte dovrebbe
accompagnare il dottore verso il paradiso degli inglesi benestanti che – come
tutti sanno – è un posto noiosissimo fatto di grandi tazze di thé, un po’ di
cricket e moderate conversazioni sull’evoluzione del tempo. Fine della storia.
Eppure le cose non vanno così.
Per qualche ragione, la signora in nero con la falce non arriva.
Bennet l’attende sotto un grande Tiglio, il simbolo stesso della fine dell’uomo,
facendosi portare dalla cameriera un bicchiere di vino rosso locale di tanto, in
tanto. E qui sta l’errore.
A mio avviso, così facendo, il Bennet si distrae.
Invece di impegnarsi a morire – per la felicità dei suoi eredi – si accorge
delle belle forme di questa ragazza italiana. La zotica contadina non ha quei
fini tratti distintivi delle signore di alto lignaggio britannico, ma – dio mio
– non è neanche così noiosa! Il nostro dottorino la sente ridere di cuore quando
una bacca cade nella sua tazza di thé delle cinque. La vede correre inseguendo
una farfalla. Oppure la sente cantare mentre stende la biancheria che esplode di
bianco alla luce smagliante di questa zona.
Non c’è dubbio. Il dottore si distrae e si dimentica di morire. Di più:
guarisce!
La cosa disdicevole è che sente il bisogno di comunicarlo agli altri gottosi
della sua specie. Così scrive un libro. Un testo che non è un manuale sulle
capacità amatorie delle belle ragazze italiane e neppure il diario di un
seduttore attempato innamorato della sua cameriera. Non è nemmeno un elogio al
vino che tanto deve aver contribuito alla felicità del dottore. Queste sì,
sarebbero letture istruttive e divertenti.
Il vecchio trombone scrive un libro medico sui benefici del clima mediterraneo,
sulla bellezza di questi luoghi. Una sciocchezza colossale. Non c’è nulla di più
bello della civilizzata campagna inglese: lo sanno tutti! Però a Londra ci si
annoia e si sognano paradisi preferibilmente marittimi. Ed ecco che – convinta
di guarire tutti i suoi mali – l’aristocrazia inglese sciama sulla costa
mediterranea. Lì impara persino a nuotare, per lo meno gli uomini. Ci
mancherebbe solo che il sesso debole si cimentasse in questo tipo di imprese».
Ma eccoci arrivati – grazie a Dio – al paese di La Mortola. È ora di cominciare
a lavorare. Del resto devo solo raccogliere qualche chiacchiera e qualche
intervista relativa all’arricchito Hanbury. Un po’ di colorite sciocchezze sui
presunti miracoli che stanno accadendo nel suo giardino piaceranno molto al
grigio pubblico britannico. Poi smentirò categoricamente la possibilità di una
resurrezione – parola blasfema in un luogo come questo – e me ne ritornerò
tranquillo e felice alla mia vita di ricco, scapolo giornalista al seguito dei
nobili d’Europa.
Capitolo 3
Intervista a Ludwig Winter: un prussiano in paradiso
Vestito in modo
spartano, senza giacca e con un paio di stivali da lavoro – il dott. Winter ci
ha concesso una breve intervista. Prussiano d’origine, è lui l’uomo cui Thomas
Hanbury si è affidato per far nascere il giardino di La Mortola dal 1865. Oggi,
nel pieno dei suoi quarantacinque anni ha realizzato sia il suo sogno
professionale – infatti gestisce un vivaio di piante esotiche a Bordighera – sia
il suo sogno familiare, visto che ha dieci figli e un undicesimo è in arrivo. È
lui il mio primo intervistato.
«Dott. Winter chi è Thomas Hanbury e come è nato il suo giardino visto che lei
ha lavorato con lui per un decennio?».
«Non sono la persona giusta per rispondere a questa domanda. Sono un curatore di
giardini e conosco meglio le piante delle persone. Posso solo raccontare quello
che sanno tutti. Sir Hanbury è un commerciante londinese che ha fatto la sua
fortuna in Cina, a Shangai. La sua storia non è diversa da quella di molti altri
faccendieri di questo periodo, anche se il nostro inglese si è caratterizzato
per la correttezza del suo comportamento. Sir Hanbury è un quacchero che ha
tenuto fede ai suoi principi etici anche in situazioni di grande difficoltà.
I suoi commerci si sono svolti in una città sconvolta da una grave crisi
politica. L’impero cinese conteneva a fatica le diverse rivolte che divampavano
al suo interno. Nel 1850 Shangai era stata occupata da una banda di ribelli che
gli inglesi avevano battezzato “La società dei pugnali”, o Small Knives Company.
L’imperatore aveva inviato le sue truppe per riconquistare la città. All’interno
della Concessione dove vivevano gli occidentali, la guerra non si propagò; però
gli stranieri vi si barricarono e organizzarono una loro milizia.
Hanbury non si fece troppi amici tra gli europei presenti in questa Concessione
per due motivi: il primo è che si rifiutò sempre di portare le armi e di venire
meno ai suoi principi di non violenza; il secondo è che deplorava lo stile di
vita degli altri commercianti presenti in Cina. Odiava la loro cupidigia, i loro
bassi traffici di armi e di droga, la loro sfrenata lussuria. Soprattutto
detestava il disprezzo ingiustificato che gli stranieri nutrivano nei confronti
dei cinesi. Un disprezzo che non condivideva.
Hanbury, al contrario, cominciò ad avere una serie di buone relazioni con i
commercianti locali e, durante gli scontri e i saccheggi si procurò di
difenderli. Un comportamento che gli permise di riscuotere molta simpatia presso
la popolazione di quella città».
«Lei lo sta dipingendo come un eroe».
«Un eroe è una persona che compie un’azione eccezionale. Hanbury non agiva con
quello spirito. Le leggo una lettera che inviò a suo fratello nel 1855.
“Due o tre giorni dopo la presa della città, un mercante di thé venne da me e
disse che aveva un tesoro sepolto dentro le mura della sua casa. Mi persuase ad
andare con lui a dissotterrarlo. Avrei preferito non farlo perché in quel
momento tutte le strade erano piene di farabutti e di soldati imperiali che, con
le spade sguainate, saccheggiavano case e negozi. Però decisi di andare con lui
insieme a un servitore.
Arrivati alla casa vi trovammo già degli uomini armati. Li mandammo fuori e,
dopo aver barricato le porte, ordinammo al servitore di scavare in un angolo del
cortile con la punta di una lancia. Dopo aver spalato un po’, il nostro uomo
trovò due giare di terracotta color marrone.
In quell’istante udimmo un picchiare fragoroso alla porta. Il povero mercante
cinese pensò che tutto era perduto. Invece, con faccia tosta, aprii la porta e
trovai una ventina di quei delinquenti che avevano indovinato quello che stavamo
facendo. Gli ordinai severamente di andarsene per i fatti loro ed essi
obbedirono subito. Tornammo poi a tirare fuori le giare, una delle quali era
piena di lingotti e di ornamenti d’oro massiccio incastonati di pietre preziose;
l’altra conteneva pezzi di pregiata argenteria”.
La lettera racconta poi di come sia stato lo stesso Hanbury a portare il piccolo
tesoro fino alla Concessione perché il commerciante locale aveva troppa paura di
essere seguito dalle guardie imperiali. Un timore fondato visto che la
soldataglia fermò la piccola compagnia più volte durante il percorso, ma il solo
fatto che un inglese la comandasse fece in modo che oro e argento fossero messi
in salvo.
Questo era il comportamento di Hanbury. Un modo di agire che adottò con tutti i
cinesi i quali – temendo per i beni e la loro incolumità – gli chiesero di
salvaguardare le loro famiglie.
“I cinesi ricchi mi chiedono continuamente di aiutare a gestire le loro
proprietà, di agire per loro, di costituirmi loro fiduciario e di fare molte
altre cose… l’altro giorno furono messi nelle mie mani i documenti legali per
ben ventisei tenute, case e magazzini. Il loro valore complessivo è un po’ più
di cinquantamila sterline. Non dubito che, se ci fosse un attacco, avrei almeno
200 uomini, donne e bambini stretti attorno a me”».
«Dopo l’attacco cosa successe?».
«No, l’attacco non avvenne. L’intervento delle truppe inglesi e francesi arrestò
i ribelli prima che potessero raggiungere Shangai. Sir Hanbury, a questo punto,
restituì tutto quello che aveva ricevuto ai legittimi proprietari. Un
comportamento che fu tenuto da pochi stranieri presenti nella città. Questa sua
onestà gli procurò sempre più credito tra gli esponenti della comunità cinese
che lo aiutarono ad espandere i suoi commerci. Ad esempio, fu facilitato nei
suoi investimenti in terreni e in proprietà a Shangai dove, nel 1864, si trovò
ad essere uno dei più grandi proprietari terrieri».
«Con quali commerci è diventato ricco Hanbury?».
«Prima di tutto grazie al commercio del thé, ma non disdegnava di importare
anche piccoli oggetti come braccialetti francesi fatti in una specie di vetro
veneziano molto apprezzati dalle dame orientali. Dalla Cina esportava paglia per
cappelli e rabarbaro medicinale. La sua intuizione commerciale più proficua fu
quella di vendere il cotone cinese in occidente nel momento in cui la produzione
di cotone americano era rallentata a causa delle guerre intestine di quel paese.
Un prodotto che i cinesi non avevano mai portato al di fuori dai loro confini.
Hanbury fu anche attento all’apertura commerciale del Giappone nel 1859 e fu uno
dei primi ad aprire un’agenzia di corrispondenza a Tokyo».
«Quali sono i suoi rapporti con sir Hanbury?».
«Sono sempre stati buoni, ma anche franchi e duri. Certo a Thomas Hanbury devo
molto, ma è con suo fratello Daniel che avevo un vero dialogo. Daniel Hanbury
quando apriva bocca sapeva quello che diceva. Si trattava del fratello minore,
ma le sue capacità in botanica erano eccezionali. Dicono che oggi stiano per
pubblicare un libro dedicato alle sue ricerche. Di sicuro i suoi interventi nel
giardino erano sempre dettati da buon senso e da una grande conoscenza della
materia».
«Secondo alcune informazioni lei non sarebbe ben visto in Francia».
«Sciocchezze. Secondo i pettegolezzi di paese sarei stato espulso dai giardini
reali francesi per una ragazzata. Si racconta che un agente dell’imperatrice mi
abbia sentito cantare la marsigliese. Questa storia non è vera, eppure non mi
spiace che venga raccontata. Sì, ho creduto nella Repubblica e ancora penso che
le teste coronate siano solo capaci di sfruttare i nostri stati. Però di
politica non mi interesso. Per me esistono solo le piante e le loro sincere
relazioni.
Sir Hanbury non si curò delle voci sul mio passato e mi diede una possibilità.
Certo il compito non era semplice. Provi ad immaginare: un prussiano che parlava
un francese stentato, agli ordini di un capo inglese tanto esigente quanto
lontano, con trenta dipendenti italiani che – a mala pena – comunicano tra loro
nel dialetto locale. Un gruppo di uomini, molti dei quali poco affidabili e
amici di un capo giardiniere chiamato Sebastiano Lorenzi, un personaggio dalle
tante facce e dedito a qualche vizio.
Le mie responsabilità erano pesanti. I miei sottoposti erano contadini incolti e
dai costumi rozzi. Spesso le loro reazioni erano immotivate, eccessive e
scomposte. Allora non li conoscevo e mi sorprendevano in negativo. Ci si
aspettava che io lavorassi con loro in armonia, in modo da gestire tutte le
operazioni di mantenimento e di sviluppo del giardino. Operazioni che non erano
per nulla semplici: in un territorio dove l’acqua scarseggia dovevo gestire, far
acclimatare e fiorire un vivaio di piante preziose giunte da località distanti.
In estate, la sola innaffiatura portava via gran parte del tempo e delle
energie. Le giovani piante erano fragili e vulnerabili a tutto: l’attacco degli
animali, la sovraesposizione solare, la sete e le malattie europee. Non solo.
Tra i miei compiti c’era anche quello di vendere i prodotti del giardino – fosse
legna, frutta, fiori o piante – sui mercati di Ventimiglia o di Londra. Senza
contare che la necessità di intensificare la manutenzione aumentava a mano a
mano che nuove aree venivano pulite e rese fertili. Per farla breve, un lavoro
decisamente ingrato».
«Cosa ne pensa delle voci sul “suo” giardino?».
«A cosa si riferisce? Forse alla storia della resurrezione? Sono solo
chiacchiere di paese. Un paese chiuso e provinciale. Chiacchiere messe in
circolazione dall’ignoranza e dalla credulità dei contadini. Il giardino – come
l’ho ideato io – è nato secondo il principio di “non andare mai contro-natura”.
Con questa filosofia abbiamo creato – con l’impareggiabile supporto di Daniel
Hanbury – un giardino in cui palme asiatiche e ulivi italiani si affiancano,
agrumi mediterranei e piante succulente sudamericane si avvicinano. Le culture
locali sono state rispettate e armonizzate con quelle più esotiche e preziose.
Un risultato innovativo e, a tutt’oggi, unico.
In questo quadro, penso che anche lei possa essere d’accordo se le dico che,
nell’idea di natura, sia compresa anche… la morte».
«Che lei sappia, sir Hanbury ha dei nemici?».
«Difficile dirlo. Certo i primi tempi non sono stati facili. Soprattutto quando
– per realizzare il giardino così come è ora – abbiamo dovuto eliminare alcuni
ulivi. Un sacrificio anche per noi, ma che è stato visto qui come un vero
sacrilegio. In Liguria intere famiglie vivono grazie a un ulivo e ai suoi
frutti. Sono certo che per la popolazione locale alcune delle nostre scelte
botaniche sono state difficili da accettare.
Un altro problema è stato quello di limitare la caccia. Sir Hanbury non ha mai
permesso l’attività venatoria nei suoi territori e si è sempre prodigato per il
ripopolamento degli uccelli sui suoi averi. Un comportamento che ha imposto con
una certa rigidezza e non penso gli abbia fruttato simpatie particolari.
Infine, c’è l’annoso problema dell’acqua che vede i diversi paesi della vallata
in contrasto tra loro. Anche in questo caso il comportamento di sir Hanbury può
aver toccato diversi interessi».
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