Sei un mito
Il mito narrato ai ragazzi in forma di giornale
 
di Rita Nello Marchetti
 

Avvistato strano essere con un occhio solo, forse un extraterrestre
Il ritrovamento è avvenuto in una grotta della Sicilia

Come un essere rozzo e primitivo
viene ingannato da un altro più evoluto.
La cultura e la ragione
ci salveranno dal fanatismo

e dall’ignoranza che acceca.

Polifemo perde il lume degli occhi e della ragione

Subito dopo aver lottato contro il popolo dei Ciconi, che avevano depredato, Ulisse e i suoi càpitano nella terra dei Lotofagi: lì i fiori di loto di cui quel popolo si cibava avevano fatto dimenticare ai compagni la patria. Ulisse dovette trascinarli a forza sulle navi e legarli come salami perché non si ribellassero.

Abbandonata dunque la terra che dava l’oblìo, approdano tosto sulle rive di un'isola rocciosa, identificata oggi come la Sicilia.

Là li attendono altre avventure, dovute al funesto incontro con i Ciclòpi, giganti mostruosi che avevano un solo occhio in mezzo alla fronte. Essi vivevano di pastorizia ed abitavano in profonde spelonche.

Era loro capo Polifemo, figlio di Nettuno, il quale, dopo aver corteggiato invano la bella ninfa Galatèa, di cui si era perdutamente innamorato, viveva ora con il suo gregge in un antro oscuro, scavato nel fianco della montagna.

Proprio nella caverna che gli serviva da ovile si erano rifugiati, ignari, Ulisse e i suoi compagni, affaticati dal viaggio.

Al rientro dal pascolo, lo spaventoso Polifemo purtroppo li scoprì e, poiché si nutriva di carne umana, pensò di divorarseli con tutta calma, uno alla volta. Dopo essersi cibato di parecchi compagni, sgranocchiandoli come biscottini, si riprometteva di tenere Ulisse per la sua prossima colazione.

Ma anche questa volta il furbo eroe riuscì a farla franca. Dapprima ubriacò il gigante con un otre di vino generoso che aveva portato dalla nave. Poi, quando lo vide immerso nel sonno, gli piantò nell'unico occhio un palo acuminato ed infuocato che accecò il gigante.

Sconvolto dall'ira e dal dolore, Polifemo cercò a tentoni Ulisse ed i compagni rimasti, per vendicarsi dell'affronto.

Ma, nel frattempo, Ulisse aveva provveduto a legare sé e i suoi, ognuno sotto un grosso montone. Polifemo, infatti, possedeva e governava un gran numero di arieti, che ogni mattina portava puntualmente al pascolo.

Quel giorno però volle tastarli ad uno ad uno, per evitare che gli sfuggissero le sue prede umane. Ma non si accorse che, appesi alla pancia degli animali, stavano altrettanti uomini.

Mentre Polifemo contava barcollando sulla soglia della caverna, Ulisse e i compagni se ne uscirono alla chetichella. Guadagnarono in tutta fretta le navi che li attendevano sul lido e salparono.

Prima di allontanarsi, però, Ulisse osò sfidare il gigante, gridandogli: "Tanto perché tu sappia chi ti ha accecato, tieni a mente che il mio nome è Nessuno!".

Polifemo cercò in ogni modo di affondare le navi, lanciando grossi massi, ma invano... Ulisse e i suoi erano ormai lontani dalla riva.

Ritornato mesto sui suoi passi, Polifemo rientrò nella sua caverna, dolorante e pieno d'ira, maledicendo quell'essere furbo che lo aveva così temerariamente ingannato.

Si coricò sul suo giaciglio e, tra il sonno e la veglia, cominciò a lamentarsi a gran voce di essere stato accecato.

Accorsero allora i Ciclòpi, suoi vicini: si fermarono all'ingresso della grotta per udire meglio i suoi strilli. Qualcuno di essi gli chiese a gran voce: "Ma chi è stato ad accecarti?".

E Polifemo rispose prontamente: "Nessuno!".

A questo punto i compagni si allontanarono, scuotendo il capo e commentando tra loro. Pensavano che Polifemo fosse ubriaco oppure in preda ad un improvviso accesso di follìa e decisero di non intervenire.

Fu grazie a questo nuovo stratagemma, architettato in anticipo, che l’astuto Ulisse poté mettersi definitivamente al riparo dalla vendetta dei Ciclòpi.

Finirà su un’altra isola. Ma non si tratta ancora della sua Itaca, come vedremo nel prossimo capitolo.

 

 

È saltato fuori un Euro chiuso dentro un otre
Ma non si tratta della moneta: l’euro non era ancora in corso

Ieri e oggi vènti di guerra
soffiano sul Mediterraneo
(e non solo). La prepotenza
scatena i più bassi istinti
e semina lutti nel mondo.

Chiudiamo in un otre la guerra!

Eolo: venti di guerra sul Mediterraneo

Ha appena lasciato Polifemo, l’astuto Ulisse e già raggiunge l’isola di Eolo, re dei Venti, figlio del sommo Giove. Questi, per frenare la continua lotta dei suoi sudditi, li custodiva, legati sotto chiave, nelle buie caverne delle isole Lipari, che da lui presero il nome di Eòlie.

Tenendoli così rinchiusi, poteva regolarne con precisione il soffio, secondo il suo divino volere.

Bòrea, il gelido vento del nord, corrispondeva più o meno alla «tramontana». Aveva le sue origini in Trácia, una regione che oggi sta fra la Grecia, la Turchia e la Bulgaria.

Noto, vento minaccioso e caldo, spirava dalle coste dell’Africa: assunse poi il nome di «libeccio», perché proveniente proprio dalla Libia.

Euro, il rapido vento dell’est, è molto vicino al nostro «scirocco», ma, come vedete, non si tratta di una moneta! Eppure, circola molto velocemente...

Zefiro, gentile vento dell’ovest e messaggero della primavera, aveva ali di farfalla, delicate e molto profumate.

Tutti questi fratelli, che già gli antichi riproducevano nella cosiddetta “Rosa dei Venti”, erano molto litigiosi fra loro: ubbidivano solo al cenno del tridente del loro re Eolo.

Quest’ultimo, spinto a compassione delle vicende di Ulisse, interviene in suo aiuto. Gli offre in dono un otre nel quale stanno imprigionati i Venti avversi, in modo che non possano azzuffarsi.

Ulisse si appresta a partire, dopo aver espresso al re tutta la sua gratitudine.

Ma, durante il viaggio, la ciurma, approfittando di una momentanea distrazione dell’eroe, apre, per curiosità o per ingordigia, il ronzante otre.

Apriti, cielo! Si scatena una burrasca immane che sbatte come un fuscello la nave, spingendola sulla costa africana.

Lì altre infelici avventure attendono Ulisse e i suoi. Affrontano prima il popolo dei Lestrigòni, cannibali che si cibano di alcuni di loro; poi restano per un anno prigionieri della maga Circe, che trasforma gli uomini in porci.

Ulisse scende persino nell’Erebo, il regno dei Morti, dove consulta, fra gli altri, l’ombra dell’indovino Tirèsia, per poi riprendere il mare.

Ma non è ancora finita la sua «Odissea»: avrà termine soltanto quando lo vorrà il Fato, il dio Destino al quale persino le divinità dell’Olimpo erano sottomesse. Ma soprattutto finirà quando Omero, il poeta-vate dell’antichità greca, avrà deciso di deporre la sua cetra, al termine del secondo dei suoi epici canti.

Il primo s’intitola «Iliade» perché narra la guerra di Troia, che gli antichi chiamavano Ilio.

Il secondo, invece, è conosciuto come «Odissea», poiché espone le gesta di Ulisse, il cui secondo nome era appunto Odisseo.

 

 

Avvistati al largo della Sicilia tre grossi pesci dal volto di donna
Il loro canto confonde i marinai

Le Sirene incantano i naviganti
e ne fanno scempio.
Guardiamoci dalle Sirene
del consumismo e dell’avidità.
Prima o poi ci divoreranno.

L’irresistibile canto delle Sirene

Vorrei ora narrarvi l’avventura capitata ad Ulisse subito dopo la sosta presso Eolo. È forse una delle più note: quella che segna l’incontro con le fatali Sirene.

I marinai raccontavano di udire talvolta, nello sterminato silenzio del mare, un canto celestiale e ammaliatore di incerta provenienza. I marinai, si sa, ne sparano di grosse. Ma un fondamento di verità doveva pur esserci, se i naviganti che si trovavano a passare non lontano dalle rive della Sicilia erano concordi nell’affermare di aver udito quel canto soave. Si trattava di un coro a tre voci femminili, che emanava una dolcezza tale da sciogliere il cuore.

All’udirlo, quei vecchi «lupi di mare» languivano di nostalgia, perché il canto aveva qualcosa di simile alle ninnenanne dell’infanzia e dava loro un’indicibile ebbrezza.

Dimentichi della patria, della sposa e dei figli, gli uomini abbandonavano le funi e il timone per volgere l’orecchio a quella nenia deliziosa e mortale. La fame non li rodeva più e non si preoccupavano di nulla che non fosse quel canto melodioso. Allora intervenivano le Kere, inviate dal dio Plutone, genii-vampiri che, sotto forma di vergini alate, tendevano continui agguati agli uomini, in guerra e in pace, succhiandone il sangue.

Esse rappresentavano le potenze distruttrici che venivano a prendere i corpi esanimi dei marinai di passaggio. Le coste biancheggiavano delle ossa degli sventurati, trascinate a riva dalla furia delle onde.

Ma Ulisse, preavvisato del pericolo dalla maga Circe, usa tutta la sua invincibile astuzia e riesce a sfuggire anche a questa insidia.

Prima di passare al largo dello scoglio delle Sirene, tappa con cera le orecchie dei marinai, affinché non odano il canto irresistibile. Ma, ansioso di conoscere sempre nuove esperienze, a se stesso non riserva lo stesso trattamento. Si limita a farsi legare dai suoi all’albero maestro della nave.

Mentre i compagni, non udendo il canto, se ne stanno tranquilli, Ulisse, che sente tutta la dolcezza struggente di quella musica, si divincola e smania. Ma i marinai, avvertiti in precedenza, non intervengono a liberarlo, anzi stringono ancor più i lacci che lo avvincono. E l’equipaggio è salvo.

Solo Orfeo, dopo Ulisse, poté superare la difficile prova. Mentre solcava quelle acque incantate a bordo della nave degli Argonáuti, si trovò a sfidare le stesse Sirene. Esse si fecero intorno all’imbarcazione per affascinare i protagonisti dell’avventurosa spedizione, inviata alla ricerca del mitico Vello d’oro.

Il poeta Orfeo, con le sue melodie tenere ed armoniose, osò gareggiare con quelle dee perfide e canore. Le vinse col suono meraviglioso della sua cetra ed ebbe la gioia di vederle precipitarsi per dispetto nelle onde in tumulto.

Si tramutarono in tre bellissimi ma infidi scogli, che ancora si possono ammirare presso le coste della Sicilia.

 


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