Sepultas
 
di Natalino Piras
 

Capitolo I
Prebiteru Rubens arriva a Paskas


C’era edera sui muri, ad artaria di pueblo western, januas sprangate, tancatas dal tempo. Prevalevano il verde e il marrone e altri colori di cane che fugge. Ci ballavano sos aranzolos sullo sfacelo, i ragni. Erbaccia mai mietuta, fieno e spighe murine crescevano nella pietra, nel cemento, sull’asfalto, stratificavano e si succedavano senza alcun ordo. Bava secca di ragnatela usciva dalle januas, dalle grate che un tempo servivano a far sfiatare gli odori di dentro, quando le case erano abitate, e a far entrare aria da fuori.
Diego Rubens, prete, arrivò a Paskas nella punta di mezzogiorno. Nella parrocchia di Regina Celu da tempo nessuno si curava delle anime, da quando, ed era passato più di mezzo secolo, avevano mandato via prebiteru Sonnu. A dorso d’asino diceva la vulgata, con canea di pitzinnos e gente grande che gli suonava dietro barattoli, coperchi, conzos e lamones, pignatte di coccio e d’alluminio. Lo avevano sospeso a divinis. Diceva la vulgata che prete Sonnu aveva partecipato a una congiura per avvelenare il piscamo, vescovo Mele. Aggiungeva un’altra voce che aveva voluto andare troppo oltre nel colpire a libro. Non gli bastava più esorcizzare, legare aquile e volpi con sacri berbos, allontanare il malocchio con pungas e retzettas. Lo stregone aveva voluto fare, il brujo.
Diego Rubens sistemò la cassa dai galli sgorbiati nell’angrone che stava tra sacrestia e ingresso dell’altare, accostandola a un muro umido, trasudante freddo e bave lucenti. Doveva fare tutto da solo, prete Rubens, chierico e molente, padrone e asino, intellettuale e facchino in era internet, la sua prolungata ora del Gestemani. Si guardò. Aveva la tonaca lisa, mancante di bottoni, le scarpe sul punto di sfondarsi. Non era prete da clergyman, lui. Si guardò nel vetro rotto della finestra non molto distante dall’angrone. Ne ebbe immagine sfocata e insieme nitida, la faccia ossuta, da contadino, cotta dal sole, barba incolta che iniziava a imbiancare così come i capelli che un tempo furono di nero corvino. Il prebiteru provò a sorridere a quella sua immagine nel vetro rotto. Aveva i denti bianchi, intatti e forti come l’ossatura che sosteneva un corpo di media altezza, robusto, quando non si lasciava andare. “In fondo”, considerò, “da tempo sono negli anta ma continuo a restare irrisolto e dimidiatus”. C’era nel suo interiore homine molta energia ancora da esprimere. Il prebiteru aveva la tipica postura, i tratti caratteriali e somatici dei poeti maudit, non poeti di città, di metropoli, ma di waste, desolata, barbarica land. “Comente sos vulcanos” mormorò alla sua immagine riflessa nel vetro rotto e opaco, “come i vulcani fumo e fuoco, così io. Se solo avessi governato meglio la forza delle parole, delle scritture, dei libri, se solo sapessi pregare con più trasporto, con più cuore”. Non sapeva abbandonarsi il prebiteru. Per lui poca deriva e tanto abisso. Era questa la condanna per il prebiteru, quando i demoni entravano nelle terre di mezzo e le divaricavano. A Diego Rubens allora l’energia gli si trasformava in marmo freddo dei sentimenti, nel ghiaccio dei suoi occhi non più “da principe orientale”, come gli disse una volta una, di cui più non ricordava il volto ma solo il suono di queste parole. Il prebiteru aveva molta fortilesa negli occhi, magnetismo e capacità d’incanto. Quanto più stringeva le palpebre tanto più gli occhi indagavano e scrutavano. Inducevano gli altri alla parola, alla confessione.
Ma adesso era solo. Diego Rubens era venuto da solo a Paskas. Nessuno lo aveva accolto a parte Miserere, Dele iniquitate mea.
Miserere uscì come una visione di apocalisse nella punta di mezzogiorno. Sembrava ispossoriato, posseduto da spiriti maligni, curvo sul suo peso di anima allungata, ombra insieme della canicola e del freddo di neve, un tempo irreale. Aveva una faccia scura, vaiolosa, capelli ispidi. Indossava vesti di elemosina, gianchetta e pantaloni larghi di colore grigio, dentro cui ballava lo spettro. Si camminava solo. Borbottava e scuoteva la testa, alzando sempre più il tono. “Gherra, peste, famine!” prima diceva e poi gridava e urulava. Guerra, peste e famine profetizzava quell’asino vecchio di Miserere, Dele iniquitate mea.

Diego Rubens abbassò lo sguardo sopra il coperchio della cassa che si era portato a spalle sull’erta, una volta sceso dal treno, l’antica littorina che collegava Paskas con Chentomines, il capoluogo. Era passato del tempo dal suo arrivo e non era ancora venuto nessuno, anche se tutti sapevano che lui, il nuovo prete, era lì, arrivato alla diruta ecclesia di Regina Celu. Lo sapevano. Era corsa voce.
“C’è un nuovo prete a Regina Celu. E chi è? È di qui delle nostre parti, di una delle alturas intorno a Chentomines, e non è nuovo neppure a Paskas. E chi è? Diego Rubens si chiama. Ah! quello, quello che ha fama di essere eretico. Non solo. L’hanno visto arrivare con una cassa caricata sulle spalle. Chi sa cosa tutto c’è dentro. E cosa vuoi che ci sia, magari ci sono i libri di prete Sonnu. Tu sai, tu che che conosci il filo del sangue e delle generazioni, che gli risulta parente. Ma allora è quel Rubens di cui hanno parlato i giornali tempo fa, anche la televisione, quello… Sì, sì quello. Il fuoco lo bruci! E perché? Non ti piacerebbe essere come lui?”.
All’arrivo di prebiteru Rubens nessuno si era visto in giro. Solo il fantasmata di Dele iniquitate mea. Non si era affacciato nessuno neppure quando in quel suo primo giorno di ministero, finita la prima parte dell’erta, Diego Rubens aveva imboccato a destra, nel viottolo semibuio che portava alla canonica e alla chiesa attigua, la sua nuova casa. Lì, in quella non desiderata parrocchia era stato trasferito.
“Ma lo sai”, correva voce, “che quello l’hanno mandato qui perché si dice abbia forza e potere. L’hanno mandato qui perché non c’era altro luogo dove poterlo mandare. Un prete brujo, che ha messo il piede in fallo più di una volta, in un luogo di brujas, secondo loro, di mala gente, non meritiamo altro secondo loro”.

A Regina Celu le porte delle case affacciate lungo il viottolo che portava all’ecclesia, un luogo di perenne semibuio, erano tarlate, sgangherate le ante di finestre e persiane, di tipico verde meridionale, screpolati e corrosi i muri di colore viola e marrone, gialli sparati e celeste di cielo perduto nell’oscuranza.
Non si era presentato ancora nessuno, come se Diego Rubens fosse arrivato a un paese di gente morta. Il prete intuiva anime e corpi dietro le porte chiuse. Magari lo spiavano ma non si facevano vedere. Le ante delle finestre ondeggiavano e cigolavano pure se non c’era vento. “E io che non riesco a pregare con la dovuta forza. Ma perché, perché Signore?”. Quelle animas non sentivano né suoni né rumori. Nessuno si era affacciato neppure quando prebiteru Diego aveva girato la chiave nella toppa, producendo il classico cri cro, proprio una chiave di quelle antiche, consegnatagli con sufficienza e disprezzo nell’ufficio del piscamo insieme a pochi altri oggetti, buttati poi nella cassa, senza neppure guardare. “Tu sei eretico” gli dicevano superiori e confratelli, a parole quando si sentivano sicuri e in silenzio quando delle parole sentivano paura, con movimenti delle mani e dei corpi, posture rigide, senza sorriso, con facce ossequienti con i forti, feroci contro gli angariati. “Tu sei tornato a elemosinare qui, nella vera Chiesa, dopo esserti illuso, tu pretastro, rivoluzionario fallito”. Erano parole e silenzi di condanna, di ripulsa, di branco. Era come se superiori e confratelli gli dicessero: “Noi te la concediamo l’elemosina di riammetterti, ma ogni giorno che nasce sole in mare tu te lo devi guadagnare il diritto ad essere prete, prete vero, con sudore, con dolore, con tormento”. Ancor prima di venire a Paskas, prebiteru Rubens si rendeva conto della vita impossibile che attraversava e avrebbe continuato a scontare. Voleva essere prete e homine, servire il Deus dei poveri e degli straccioni ma anche trasgredire le regole, le più elementari e quelle più complesse, dire messa e “fare il bagasseri”, così lo accusavano, frequentare la taverna più che le stanze della curia. “Se solo avessi più cuore nel pregare, se fossi meno freddo” diceva a se stesso il prebiteru. C’erano nel suo pensare ed agire più laceranti e forti contraddizioni. Dentro la cassa che aveva deposto nell’angrone della diruta ecclesia di Regina Celu, nascosti nel fondo stavano i libri di prebiteru Sonnu, libri proibiti. Ma li sentiva come legittima eredità. Li aveva usati don Evaristo Dimidio Sonnu, che lasciò cattiva fama, ma anche prebiteru Albis che invece lasciò di sé buona memoria, quasi da santo, anche e soprattutto nella terra bruja di Paskas.
Diego Rubens, prete dimidiatus, con nelle vene sangue di Evaristo Sonnu ma anche di don Albis, apparteneva pure a quei libri proibiti e potenti, alla loro storia. Era combattuto tra il doverli usare, tirandoli fuori dal fondo della cassa, e il lasciarli invece nascosti per sempre, sepultati. Ma non poteva. Era anch’egli un uomo del libro, anche dei libri proibiti, delle parole forti. Non poteva. O non doveva? Era questo il tormento. Usare o non usare usare quei libri. Volere e potere. “In hora internet, in ora ista preservami dal male o Signore”. Ma forse Dio non lo stava ad ascoltare. “Etsi Deus non daretur”, cercava allora di farsi forza prebiteru Diego, “come se Dio non ci fosse”. Per espiare lo avevano trasferito a Paskas. Non potevano sospenderlo, punirlo sì. Soffocare lo scandalo bisognava ma non allontanarlo dalla Chiesa. Erano pochi i preti, i lavorantes nella vigna del Signore.
Passava, il tempo. Prebiteru Rubens non poteva neppure riposare. Paskas non era un luogo di villeggiatura. Diego Rubens camminava per Paskas etsi Deus non daretur, come se Dio non ci fosse, nella linea mediana, nell’alto e nel basso di un paese che aveva nel circondario fama di campo brujo, waste land, luogo di streghe e bagasse, ma anche di prepotenti e di attizzatori di fuochi, a volte per niente a volte per più motivate ragioni, convinzioni e sentidos. Quelli di Paskas, correva fama, erano gente che si reputava superiore se c’era da esaltarsi e inferiore nell’ora del deprimersi e dell’abbassarsi. Un paese ordinario come tanti della piana e delle alturas intorno a Chentomines, di visibile e apparente normalità. Questo sì lo ammetteva, la gente di Paskas.
Passava il tempo. All’esterno, la canonica aveva sempre muri color ruggine. Dentro, varcata la soglia d’ingresso dal viottolo in oscuranza, il cortile, almeno quello, era stato ripulito dalle erbacce che prete Rubens trovò al suo arrivo, i segni di un lungo abbandono, l’edera, le ortiche, il calavriche biancospino e le spighe bastarde che arrivavano sino alla base dell’inferriata, la finestra della sacrestia. Il prebiteru aveva sostituito il vetro rotto ma pure quello nuovo gli rimandava indietro immagini opache. Continuava a stagnare odore di morte tutto intorno, di stratificate stagioni succedutesi senza che nessuno e nessuna avesse fermato il crescere della zizzania e il diffondersi a circuito chiuso di quell’odore di morte, di peste propalata dagli untori. Paskas, Regina Celu, era davvero un luogo di fantasmata. Era quella la nuova casa di prebiteru Rubens, lì doveva consumare il suo zelo.
Prebiteru Rubens camminava da solo. Muoveva dalla diruta ecclesia di Regina Celu, nella linea mediana di Paskas. Scendeva al basso oppure risaliva all’alto di punta erema, da solo. Lo guardavano da lontano e nessuno gli si avvicinava. Né lui, contraddizione alla grande energia che si sentiva dentro, forzava il velo e lo spessore di quell’assurdo luogo-tempo. Si sentiva crocifisso, lui che come ministero e come vero sentire una missione aveva il compito di consolare gli afflitti oltre che di dar da bere agli assetati e da mangiare agli affamati, se davvero Regina Celu e Paskas erano luogo di pazzi e di diversi, di tormentati e tormentate, questa la fama che il paese non voleva ammettere. Ma Paskas mai avrebbe pubblicamente ammesso di avere al suo interno assetati e affamati. Figurarsi se poi gli dicevi alla gente che tu, prete, eri lì per vestire gli ignudi. “E chi ti credi di essere?” gli avrebbero subito risposto.
Quando il tormento un poco si attenuava, prete Rubens guardava le case abbandonate, le fontane, le strade. Vedeva che la gente lo osservava senza salutarlo. Il prebiteru continuava a camminare da solo. Vedeva e sentiva che la gente mormorava. Continuava a camminare e sosteneva gli sguardi e il mormorare. A volte guardava in faccia le persone, in maniera forte, consapevole del magnetismo dei suoi occhi. Altre volte per attenuare inforcava gli occhiali che teneva legati sopra la tonaca lisa. Camminava instancabile e scrutava da dietro le lenti. Chi sa. Forse lo aveva preceduto la fama di prete del libro, del potere che avevano i berbos della tradizione e di cui lui, secondo questa fama, era un continuatore. Forse invece lo aveva preceduto un’altra fama, quella di prete capace di far confessare anche le pietre, se queste avessero potuto parlare, uno che quando parava orecchie alla grata del confessionale, era come se quelle orecchie fossero occhi, diceva la fama, occhi di terribile magnetismo. Anche i muti riusciva a far confessare prebiteru Diego. A Paskas lo disprezzavano come prete eretico e bagasseri ma lo temevano come prebiteru depositario dei libri di prete Sonnu e di don Albis.
In attesa, nel suo camminare per quella solitudine, a Diego Rubens tornavano in mente altri volti e caras, facce di silenzio astioso e indifferente. Continuavano a succedersi uniformi agli occhi della sua mente, facce come quelle di alcuni passeggeri nella littorina il giorno del suo arrivo a Paskas. Non mostrarono meraviglia neppure quando quel prete massiccio, in tonaca lisa, si caricò la cassa sulle spalle prima di scendere alla fermata, come se quell’atto fosse ancora qualcosa di naturale. Forse era stata l’ora, la punta di mezzogiorno. Prebiteru Diego ricordava che poche erano state le macchine viste nella risalita dell’erta verso Regina Celu. Ebbe l’impressione che camminassero da sole.

 


Capitolo II
Le confessioni dei parrocchiani
 

Il primo parrocchiano che si presentò fu un vecchio, Giacobbo Mura, maestro in pensione, basso, pelato, occhialuto, camminatore a piedi perché mai volle prendere la patente. Sempre in pantaloni giallo-arancione e in maniche di camicia, in mano una busta di plastica con dentro libri della biblioteca comunale di Chentomines, dove andava a prenderli, sempre camminando a piedi. Giacobbo Mura diventò crejastico in tempo tardo. “Sono stato comunista e sono uscito, dopo i fatti d’Ungheria del millenovecentocinquantasei. Ma certe persone non me le dimentico. Come il povero Anatolio Ledesma, segretario di sezione qui a Paskas, al tempo delle desolazioni, quando io e altri ci ubriacavamo per disperazione e giravamo faccia al muro il ritratto di Gramsci, perché non vedesse fino a che punto giungeva il nostro disperante abominio”. Questo Ledesma era morto giovane. “Consumato dal male sottile e dalla stanchezza di combattere guerre e battaglie perdenti e perdute in quella roccaforte clericale, una cittadella di Dio, quale fu Paskas. In punto di morte, quando andarono per oliarlo con l’estrema unzione, Anatolio Ledesma rifiutò i sacramenti e per questo prete Sonnu si vendicò. Fu uno dei suoi ultimi actos. Niente benedizione né croce per Ledesma ma a suono di calcagni solamente, ai funerali. Ma c’era comunque folla”. Giacobbo Mura discolpava poi la fama di Paskas come luogo di brussas. “Io le dico don Diego, io che da bambino sono stato pastoreddu e maestro da grande, e che pure ho fatto politica, all’aperto e nelle sezioni di partito, le dico che né a Paska di sopra né in quella di sotto ci sono state brussas.
Povertate molta. Io, quando ero bambino e fui cresimato mica mi ha regalato l’orologio nonnu mastru Bitta che era fabbro e insegnò l’arte a Pera Cossu. Il giorno della cresima a casa di mio padrino abbiamo mangiato bene. C’era la pasta, i maccheroni e poi per secondo, insalata”.
“E il lesso. Era pur sempre un giorno di festa”.
“No, solo insalata. Io non ne avevo mai mangiato prima di allora. Insalata e ciliegie, tante, perché quello era tempo di ciliegie. A Frediano Vescovi che fece fortuna come pompiere e come pugile quando emigrò e che da bambino fu diskente tiravodde nella bottega di mastru Cosimo Bitta, niente paga né recattu, nonnu regalò quando toccò a lui essere cresimato unu bonette, portato da un viaggio che fece a Casteddu, unu bonette, cappello a visiera, bonette non capeddu, che quello, a forma di cilindro, era roba da signori. Non c’erano risorse ma l’affetto tra mastru e diskente, itzolu per di più, figlioccio, doveva essere salvaguardato.
Povertate molta ma non brussas.
Neppure il nome usa qui da noi. Dicono a Paskas, i vecchi, lo dicevano prima con più frequenza: Brusiada comente Anna Peu. Ma il cognome Peu da noi non è esistito. È altrove. Ho guardato nell’elenco degli omicidi, nell’unico libro che prete Sonnu ha fatto stampare, dove sono elencate le morti, anche quelle di quattro, cinque secoli fa. Il cognome Peu non appare. Potrei controllare meglio. Peu non è cognome nostro. È altrove. Si racconta poi di un’altra bruja, una donna arsa, non so se viva, comunque bruciata perché assassina di un fratello prete. La bruciarono nella punta erema. È stata tramandata con il nome di Caina Cau, come se la cosa fossa avvenuta a Paskas. Ma sacerdoti con il cognome Cau a Paskas non ce ne sono stati”.
Va’: io ti assolvo.
Diego Rubens si voleva integerrimo nella dottrina e nella pastorale e fosse stato per lui avrebbe dato tutto ai poveri. Ma non aveva, non possedeva alcun bene se non la forza degli occhi e quando lo potevano le parole e i silenzi. Una merce che non tutti potevano apprezzare. Neppure i pauperos cui il prebiteru voleva andare incontro. A cosa valeva ripetere l’evangelico quod superest date pauperos se lui, Diego Rubens, non del superfluo a volte non aveva neppure il necessario? Sorrise pensando che proprio la sera prima era andato in autostop a Chentomines capitale per comprarsi un paio di scarpe da tennis. Staccavano bene nella lisa tonaca nera e che gracchiassero pure al suo passare i pochi ragazzini nei vicoli e nelle strettoie di Paskas. Le scarpe con cui era arrivato al paese non ce la facevano più a reggere, a furia di camminare. Cavò allora qualche soldo bucato dalle tasche della sempiterna tonaca e comprò scarpe nuove. Così conciato, arbiter dell’eleganza male in arnese, a prebiteru Diego tornava in mente la povertà del suo predecessore di cinquant’anni prima, Evaristo Dimidio Sonnu. Non lo campavano neppure gli esorcismi, quando entrò in odore di eresia, neppure il potere del libro. Sosteneva certa vulgata, più sul versante della fame picara che su quello della fame tragica, entrambi aspetti del personaggio apotropaico Mastru Juanne, che prebiteru Sonnu tra un esorcismo vero e una magia per curare i mali dei mermos, delle ossa e del cuore e del cervello, faceva ballare pure le forme di formaggio, leggendo formula apposita nel libro dei berbos. Ma non ne mangiava di quel formaggio.
Era un’altra dimensione, non più possibile nell’hora internet attraversata a Paskas da prebiteru Diego. I fantasmi di Regina Celu erano diventati sempre più fantasmata nel mezzo secolo che rimasero senza curatore d’anime. Diego Rubens prendeva possesso di una parrocchia lasciatagli in eredità da uno scomunicato che poi per sopravvivere fu costretto ad andare a fare legna nella campagna circostante, come un qualunque remitanu. Una parrocchia scassata quella di Diego Rubens, chiesa con i muri pervasi d’umidore, senza luce.

Diserbato il cortile, data un’imbiancata ai muri interni che delimitavano la proprietà dell’ecclesia, prebiteru Diego aveva ricavato abitacolo nell’antica sacrestia facendola diventare una stanza di nemmeno cinquanta metri quadri, cucina, letto e cesso. Pochi i segni del ministero. Un crocifisso sovrastava il lavello in acciaio, un crocifisso di plastica avorio su legno chiaro, impiccato a un calendario dove il prete segnava, quando lo faceva, cose che solo lui capiva.
Diego Rubens si vestiva per la messa, in piedi nello stretto angrone tra la parete della cucina, putente geografia dell’umido, e l’altare. Diceva messa nonostante tutto. Prendeva i paramenti da sopra la cassa con i galli sgorbiati, ora euforico d’alcol, ora cupo, al limine del fosco, della bestemmia. “Ho peccato in toccamenti” confessava Diego bambino a un decrepito prete Sonnu, che pure sospeso a divinis esercitava come un brujo il sacramento della confessione, e allora diceva mentalmente una giaculatoria per allontanare i fantasmata.
Si vedeva come una tartaruga che tira fuori la testa dal carapace quando finiva di indossare la pianeta bianca. Non c’era specchio nella macchia geografica dell’umido. Si sentiva pesante. Chi sa se lo Spirito. Chi sa se lo Spirito sarebbe stato capace di salire l’erta anche Lui, e poi il vicolo in ombra perenne, coi portali rosi e le finestre sconnesse. Chi sa se lo Spirito fosse venuto a visitare la solitudine, i sepolcri e i sepolti, i murati vivi. Cosa gliene poteva importare poi allo Spirito. Non crescevano fiori a Regina Celu. Ma rovi. Il letto d’erba ai piedi dei palazzos era fatto di ortiche e menta selvatica, macchie non coltivate che dai portali corrosi si trasformavano in strade strette di campagna, perdute nella infinitudine di altre andalas e scollatoi a dirupo, che andavano a ingrovigliarsi nelle falde della montagna.
Babbu Mannu, Padre Grande, incombeva su Paskas.
Venne in parrocchia Pera Cossu, vecchio. Pera vuol dire Pietro. Aveva fama di poeta e in gioventù ebbe lingua salace, che affilava nella sua officina di fabbro a Regina Celu, ritmando i versi al soffiare del mantice sulla brace. Fu fabbro ma anche pastore. Aveva dato nomi del tutto particolari alla figliolanza del tipo Santiaga e Padulesu poi troncato in Padule.
Pera Cossu faceva contorsioni prima di entrare in chiesa. Si faceva annunciare da questo e da quello dopo che la gente ruppe l’isolamento con cui aveva avvolto Diego Rubens. Ma il prebiteru non voleva dargli corda, a questo signor Pera Cossu, pastore e fabbro. Che venisse direttamente in chiesa, a confessarsi se voleva o semplicemente a parlare con lui, senza mandare in ambasciata Costantino Motore, Setazzu, Giacobbo Mura, Guidangelo Spanò oppure la bruja Ignazia Perisinni.
Che venisse a confessarsi se voleva o a dire quello che aveva da dire. Pera Cossu era stato uno dei più ostinati nel negare parola e saluto al prebiteru quando capitava di incontrarlo faccia a faccia in qualche punto di Paskas, al tempo che Diego Rubens camminava senza nessuna prospettiva di trovare compagnia. Perché tutta questa urgenza, adesso?
“Ma non ci conosciamo già?” chiese il prebiteru al vecchio fabbro-pastore, quando se lo vide inginocchiato davanti alla grata del confessionale. Pera Cossu non rispose alla domanda del prete e se ne andò per la tangente che più gli premeva.
“Vengo per Santiaga” disse, “la mia primogenita femmina, quella che, non so se vosté lo sappia, si è sepultata dentro casa da giovane e non è voluta più uscire. Io non so perché lo ha fatto. Arguire posso ma no so. Santiaga non parla. Non vuole parlare. Non ha voluto parlare quando casa mia era piena di gente, figurarsi adesso. Non ha voluto parlare, quando casa mia era piena, prima che tutti andassero via per conto loro ed emigrassero come rundines. Morti oppure mai tornati. Mia figlia non ha mai voluto dire perché ha deciso di restare così, se per un amore tradito o mancato o perché quella era la sua vocazione, come una suora che prende la casa per convento. Sono andati via tutti e siamo rimasti soltanto io, sua madre Tocoele, che è paralitica e lei, Santiaga. Non parla. È invecchiata senza sapere cosa sia la giovinezza. È passata dal biondo dei capelli al grigio. Incanisce. E non parla. Non dice. Non rivela. Vorrei che lei venisse a casa mia, alle falde di Babbu Mannu Padre Grande, che faccia qualcosa. Glielo legga il libro a Santiaga. Qualcuno ha detto che lei li possiede i libri di prebiteru Sonnu”.
“Non sai quello che dici”, così il prebiteru troncò il parlare del vecchio fabbro pastore. “Va’, non tornare più a farmi questa proposta”.

Prete Diego pensava a Muscu, alla sua fragranza di morte e di vita, Muscu-Muschio che è un nome da donna, inattuale e lontano perché preso dal libro degli antichi codici, i Condaghes di cui pure parlava prebiteru Sonnu. Muscu nome bello e terribile, segnato dal destino.
Prete Diego si passò la mano sui capelli tagliati corti, a spazzola, porcospini, e un campo blasfemo di fantasmata che credeva allontanati gli ritornò, come se ci fosse lei, Muscu che non poteva dimenticare mai dimenticata, inginocchiata al confessionale. Come se avesse preso lei, la ragazza dei tempi del Marx River, il posto di Pera Cossu, adesso, nell’inginocchiatoio del confessionale. Lei, issa, ipsa che fu vita al massimo grado dello splendore. Lei, issa, che danzava e ballava con la morte e irrideva all’evangelico quia nescitis neque diem neque horam in qua ipsa veniet. La guevarista Muscu diceva come il Che che a qualunque ora venisse, la morte, sarebbe stata la benvenuta. Purché cadesse, chi era destinato a perire, con le armi in pugno. Non c’era destino nella guerra e nella battaglia. Solo volontà e determinazione. Almeno fino a quando l’apparire del crudo e sanguinario, fangoso, pesante vero non avesse dissolto i fantasmi dell’ideologia, dell’illusione, almeno fino a quando i fiumi di sangue non avessero crepato la resistenza della pelle, l’involucro che lo nascondeva prima di tutto a se stessi. “E io che non riesco a pregare, Signore, che continuo a essere pervaso dal freddo marmo dei sentimenti, dal veleno dei risentimenti. Io non so se sono stato capace di amare, se ne sarei all’altezza, disposto a perdermi in amore”.
Muscu e Marx River pensava prebiteru Diego, la donna femmina che tutti vorrebbero avere come compagna e possedere a letto, Muscu e Marx River, Aldonza donchisciottesca che si fa Dulcinea e la rivoluzione, la riva marxiana, che si attua, che inquadra i simboli del potere e li abbatte, che stravolge il tempo dei mercanti e dei parvenus, di coloro che si sono arricchiti proprio bevendo draculeschi e vampiri il sangue dei poveri e dei disamparatos nel mondo. Marx River, la riva e il fiume di Marx, pensava prebiteru Diego. O la deriva del fiume?

Tornò Pera Cossu a parlare in confessione senza che dall’altra parte nessuno lo stesse a sentire. “Muscu Muscu” quasi sussurrava Diego Rubens, incurante della presenza del vecchio e Pera Cossu a chiedergli cosa stesse mormorando. “Ha bevuto vosté?”. Altra risposta aspettava dal prebiteru e non questo nome che gli ricordava una storia dove c’entrava il fratello della bruja Ignazia Perisinni. “Non abbandonarmi adesso Signore, adesso che tornano i fantasmi”, pregava Diego Rubens, per conto suo, senza mostrare alcuna voluntas di esercitare il sacramento. Forse aveva davvero bevuto. Così Pera Cossu visto che era inutile insistere andò via borbottando dall’ecclesia diruta del nuovo prete, che sembrava tanto simile a quello vecchio di cinquant’anni prima, al vituperato prebiteru Sonnu. Andò via borbottando Pera Cossu, abbassando ancor più le sue tozze spalle. Nel varcare la soglia dell’ecclesia diruta, la faccia da fabbro, artifex di fuochi inferi, gli incupì a Pera Cossu, diventò maschera demoniaca e il vecchio disse in cuor suo cose altrimenti irripetibili. Aveva sembianza del diavolo ghettadomos, butta giù case.

Paskas erano due paesi, uno di fronte all’altro, limitrofi, uno un poco sopra l’altro. La volpe di sopra e la volpe di sotto. A volte il sotto saliva al sopra, alla testa. Oppure capitava che l’alto, per amore o per forza dovesse scendere al basso. In mezzo c’era Regina Celu.
Paska di sopra e Paska di sotto, per secoli e secoli furono segnate da molte differenze, alcune visibili a occhio nudo, altre nascoste. Cose che apparivano allo sguardo esterno, come la presenza di molte chiese barocche a Paska di sotto, spagnolesche e pure di don e vosté, con le colonne che si attorcigliavano ai muri, più che sostenerli, segnali di mezzogiorno, di calore e dolore a volte insopportabili e inenarrabili. Alla gente di Paska di sopra restò come segno il camminare altero, sguardo sostenuto, di fiera addomesticabile, mica come i fantasmata di Regina Celu dal guardare assente, malarico, di fiato cattivo. Alla gente di Paska di sopra gli andava odore di selvatico, di mirto e ginepro, di cisto e lentischio, di sangue vivo. Quelli di sotto esalavano puzzo di acqua morta invece, di erba pestata e di sterco. Pure le donne erano diverse, nell’incedere, nel guardare e nell’abbassare lo sguardo, nell’offrirsi e nel dare l’idea. Questo vedeva prete Rubens quando camminava fuori dalla sua parrocchia. I segni del comunicare delle donne di Paska alta significavano con una sola mirata, quando la rivolgevano a maschi di Paska di sotto: “Guarda che io non sono carne per te”. Avevano tratti di dame e poetesse, cortigiane. I volti erano pinturas, carnagione chiara e occhi verdi. Le donne di Paska di sotto avevano pelle olivastra, sopracciglia aggiogate su fronti schiacciate, davano più l’idea del Mediterraneo. Chi sa che faccia aveva Santiaga, la sepulta, che il padre pretendeva di salvare con l’esorcismo.
Poi venne Setazzu, Setaccio, anch’egli fama di poeta, quello che leggeva il giornale ad un uditorio allargato, quando soffiava a pieno uragano il mantice dell’officina di Pera Cossu, fatto di pelle d’elefante, si favoleggiava. Setazzu era restato contadino e burlone, fanfarone e bugiardo. Ma simpatico. Venne da Diego Rubens con addosso i pantaloni di fustagno marrone e un giubbotto di tela azzurro, aperto su un maglione granato da cui sbucava il colletto di una camicia a righe grosse, bianche e nere. Aveva i capelli di grigio sorcino tirati all’indietro, impomatati, e i denti storti. Veniva anche lui quasi in confessione a salvaguardare la fama di Paskas, ché non era vero, era una calunnia che quello fosse stato un paese di brujas, che addirittura ancora lo fosse. Per questo Setazzu veniva al confessionale di prebiteru Diego.
“Marianna Survile, la bruja, quella che fu uccisa a pugnalate nel 1947, non era di Paskas ma doveva provenire dal Barigadu. Era maghiarja e pure pratica in istruminzos, in aborti. I bambini morti e i feti di non nati andava a sperderli nelle acque del fiume dopo averli lasciati a seccare nella cantina di casa sua, vicina al mulino, a Paska bassa. Io l’ho visto questo orrore, perché non ero neppure così bambino quando la uccisero, non si sa chi, forse per una maghia non riuscita, perché voleva essere pagata più del dovuto, per amore. Era una donna secca questa Marianna Survile, gonna lunga e mucadore in testa, neppure tanto bella. Ma fascinava. Quando la uccisero io accorsi a vedere, come tanti, e vidi i feti, i morti e i non nati, appirati su un parastaggio della cantina, quasi fossero pelli. Ma non era di Paskas Marianna Survile”.
“Va’: io ti assolvo. Ma non tornare più a raccontarmi di queste cose”.

La chiesa diruta di Regina Celu era sacrata alla Madonna ma avrebbe potuto essere quella di un qualunque Santo povero, tipo Sant’Efis che nessuno adorava tanto era bisognoso e malvestito, così nelle poesie popolari. Oppure Santu Bore di altra vulgata, perennemente in cerca di cibo per sfamarsi, ghiande che contendeva ai maiali e bacche selvatiche. Tanti Lazaro da Tormes più che beatos da innalzare alla gloria degli altari. Prebiteru Diego sorrideva pensando a questa vena giullaresca delle poesie e dei contos. Se la rideva da solo mentre ricuciva alla bell’e meglio un bottone nella lisa tonaca nera, con quelle sue mani tutto tranne che di fine cesellatore. Non c’era nessuna intenzione blasfema nei versi e nei racconti in lingua sarda, tramandati dalla notte dei tempi, che parlavano appunto di questi Santi vestiti di sagu paberile, sacco povero. Le laudes in onore di questi titolari di sperdute chiese campestri, tutte tornavano all’invocazione forte che una persona o un intero popolo una volta, in tempi di fame e carestia e siccità messe insieme, rivolse al Deus dignu, al Signore: “È solo acqua che ti chiediamo, e un tozzo di pane nero, non polpa di bue grasso!”. Le stesse parole che un giorno, prima di dire messa, in attesa che qualcuno venisse in chiesa, prebiteru Diego ritrovò scritte in un foglio vergato di suo pugno. Si era messo a rovistare dentro la cassa con i galli sgorbiati in cerca di una formula, di unu berbu dei libri proibiti, ed era saltato fuori questo foglio quadrettato di appunti. Sotto l’invocazione di acqua e pane nero al Deus dignu c’era scritto: “Bisogna decidere chi colpire. Se un politico venduto all’industria del prendi i fondi regionali e poi scappa oppure un giudice. Il Marx River, per il sequestro deve saper utilizzare anche i fiores alcolisti e le epe, gli uomini dal passo pesante. I simboli da colpire: fame, sfruttamento, disoccupazione. Mastru Juanne”.

Guidangelo Spanò, che venne pure lui a confessarsi nella diruta sacrestia di Regina Celu, dopo la confessione vera e propria si trattenne a parlare con il prebiteru. Si vedeva lontano un miglio che in vita sua aveva avuto a che fare con il bestiame. Era stato asinaio e vaccaio, “conducente di mezzi pelosi” al servizio di leva, sul Carso, insieme a Coro meu, uno dei pazzi sopravvissuti a Paskas, e poi, al ritorno, carrolante. Aveva le gambe arcuate e camminava quasi stesse saltellando. Moro di faccia e occhi che gli buttavano dalle orbite, stempiato ma con capelli ancora tutti neri. Doveva essere sull’ottantina, irsuto, braccia pelose e, lo si intuiva, un’energia del corpo rivelata dalle mani grosse e ferme. Vestiva una camicia a maniche corte, con il colletto consunto e braghe di tela, residuo di tuta da metalmeccanico, forse di qualche figlio, in forza oppure cassintegrato in qualcuna delle fabbriche intorno al Tirso, nella sottostante piana di Chentomines. Parlava tumbante. “Vengo da vosté perché mi hanno detto che lei è stato mandato qui per redimerci dalle brussas. Ma non ce n’è bisogno. Qui non ce ne sono più di brussas casomai ce ne siano state. Più sepultatas che brussas, che si sono chiuse in casa loro e lo hanno costrette, per amore o per forza. Vosté non l’ha conosciuta la bruja Munica parente di Ignazia Perisinni. Questa Munica aveva occhi di fuoco e vestiva di nero, tutta ingobbita dentro una grutta che era proprio qui accosto alla sua chiesa, nel muro di sotto, dall’altra parte della canonica ma sempre nella strettoia che attraversa Regina Celu. Questa Munica malediceva il cielo e la terra e la bestemmia più lieve era del tipo sa malasorte e la celeste corte chi nc’abbasset a cantos chin tottu sos santos”.
Guidangelo Spanò si fece il segno della croce quasi per riparare a quelle parole che vogliono dire per colpa della malasorte che scenda giù il cielo, a pezzi, insieme a tutti i santi.
“Questa Munica non abitava più casa sua, che pure era un palazzu della punta erema, vicino a quello di Pera Cossu e di Setazzu. Se ne era andata di casa dove la tenevano prigioniera perché dicevano che avesse fatto il bastardo e poi l’avesse avvolto in un sacco come un cane e ordinato a uno che scendeva al mare di buttarlo. Leggende. Chi sa. Forse questa Munica la tenevano prigioniera senza darle da mangiare, perché allora c’era molta più fame di adesso, era il tempo di Mastru Juanne, e una bocca in più era una bocca in più”.
Mastru Juanne è il nome della fame, detto per scongiuro, nome che suona comico per debellare il tragico, Mastru Juanne che è vero e immaginario, che può essere uno e molti e che in lengua british, pensava prebiteru Diego, in limba ingresa suona come Mister Hunger, lo stesso che dire fame, Mastru Juanne come Mister Hunger, che però era uomo in carne e ossa, questo Mister Hunger, un simbolo del Sim, stato imperialista delle multinazionali, che il Marx River voleva e doveva abbattere. Il Mastru Juanne di Paskas poteva giocare con i sinnos, che poi sono i segni che marchiano il bestiame, la sua appartenenza a un gregge, a una mandria, a un padrone. Mister Hunger in carne e ossa invece era simbolo di fame antica che smette le vesti lacere e gli stracci per mettere tight e grisaglia, in tutti questi nostri terribili giorni. Così pensava prebiteru Diego mentre Guidangelo Spanò continuava la confessione.
“Fatto sta che questa Munica tutti la ricordano abitatora della grutta sotto il muro della chiesa di Regina Celu, che era di tutti e di nessuno. Davanti alla grotta le mettevano il piatto come si fa ai cani e lei lo ritirava e malediceva chi le faceva la carità. La doveva vedere vosté con quegli occhi neri, lo scialle sulla testa che faceva anche da mucatore, un solo dente infisso nelle gengive quando apriva la bocca. Proprio una bruja-strega. Ma non brussa, ché a quello ci vuole ben altro lei lo sa”.
Guidangelo Spanò si accorse che era andato oltre, ché chi c’era dietro la grata era pur sempre un prebiteru che esercitava il sacramento. Domandò scusa prima di proseguire.
“Però questa Munica non è che avesse perso le sue artes. Una volta mi cercò quando io ero giovane. No, non per offrirsi come brussa ma per comandarmi essendo venuta a sapere che io dovevo fare un viaggio di carro al mare. Non è che mi faresti una commissione? E che cosa? Dovresti buttare a mare, nel fondo, una cosa che ti do e poi recitare una formula. Io ero giovane e non scaltrito come lo sono ora e forse per pietà della solitudine o forse per paura della bruja le dissi di sì. Lo facevo senza paga. Munica mi consegnò allora un involto, uno straccio con dentro qualcosa che io non dovevo aprire. Tornato a casa ero inquieto e di questo si accorsero le mie sorelle che mi chiesero. Io dapprima negai e poi feci vedere loro l’involto e dissi che a darmelo era stata la bruja Munica. Nominare il diavolo sarebbe stato la stessa cosa. Si segnarono ripetutamente e poi mi avvilirono e dissero che assolutamente io non dovevo fare la commissione. Pensi vosté che io avevo imparato subito la formula dettami da Munica e subito dopo l’attacco di mie sorelle l’ho dimenticata. Non mi viene in mente neppure adesso, neanche una parola. Come se nel cervello mi avessero passato la spugna. Mie sorelle andarono da prete Albis per informarlo e prete Albis disse di non toccare niente, di lasciare lì l’involto che sarebbe venuto subito a casa nostra. E infatti venne. Si fece dare l’involto, tagliò la cucitura e una volta apertolo vedemmo tutti che dentro c’era un uccello morto trafitto da tante spine di calavriche biancospino. Chi sa a chi era destinato, chi era la vittima. Prete Albis asperse prima la casa e poi visto che c’era il fuoco acceso ci buttò dentro il fattuzzu di Munica per renderlo inane, accompagnando questo suo gesto con berbos del libro che solo lui sapeva. Ma sono tempi lontani, don Diego. C’erano più fame e ignoranza a Paskas che voglia di esercitare l’arte delle brujas, la maghia per fare del male. E poi non ce ne sono più di brussas nel nostro paese. Se l’hanno mandato qui per questo hanno fatto male”.

Le distanze a Paskas furono orizzontali e verticali per secoli, questo annotava Diego Rubens, quando camminava fuori dalla sua parrocchia. Distanze verticali per secoli e secoli fino a quando l’avvento dell’industria fece avvicinare i ruoli che in alcuni casi si ribaltarono. Paska di sopra era sempre stato un paese più ricco e importante di Paska di sotto. A differenza di Paska di sotto, dalla più bassa delle case di Paska di sopra si dominava l’intera piana di Chentomines, così detta dal nome del paese che si fece città e che dell’intera zona diventò la capitale, politica, economica e morale, nel bene e no.
Paskas era un paese di pastori e di proprietari, piccoli e grossi, quelli che quando uscivano in giro, per le strade e per le piazze, tenevano i pollici ben ficcati dentro le baghe della giacca di fustagno scuro, la faccia che si gonfiava per la boria e per il sigaro fumato a fuoco dentro. Borbottavano più che parlare, voce rauca, di caràschio: “Tu, Venanzio, primo servo, vai a dire al tale che è in ritardo nel pagamento del fitto della tanca. Che lo faccia in breve, che sempre così si è conosciuto”. Oppure: “Tu, Baronetto, secondo servo, vai a casa del tale e gli parli e gli significhi che quella sua figlia culi-calda può anche farsi chiavare ma stia attenta nel farlo, a non generare il bastardo. Non può pretendere di essere accolta nella casa di…”.
A Paska alta erano allevatori di vacche e pastori di pecore ma dai loro lombi uscivano professori, magistrati, gente di mondo, madri badesse e monsignori e vescovi. Anche gente di lettere e artisti. Tutti segnali di potere. Molte delle case-palazzo dei prinzipales di Paskas erano in cima al paese, ai piedi di Babbu Mannu Padre Grande, il monte rifugio di banditi e latrones. Ce ne erano anche a metà Paskas di case e palazzi veri, come quello dei Giudici, non molto lontano dal santuario barocco dedicato alla Virgo Assunta, che non fu capace, la accusava prebiteru Sonnu quando fu parroco di Regina Celu, di salvare le sepultas dall’orco, Lei, il Vas insigne devotionis che era poi un’altra chiesetta sopra Babbu Mannu Padre Grande, conosciuta anche come Fons, Fonte, perché nel sacro recinto della chiesetta, nel muristene, nasceva Abbachelu, Acquacielo, subito torrente che poi andava a ingrossare, quando era già grosso, il Tirso sottostante.

Per dire dell’importanza che a Paskas si dava alla potenza del libro venne ancora una volta Guidangelo Spanò a rammentare della volta che a casa sua nella curtis tenevano il bue malato e quando andarono da Gonario Giudici a chiedere aiuto, quello rise. E che è malato per colpa mia il bue? Erano i giorni del crocifisso Ceomo, il forestiero di Chentomines che non gli era andato bene il tempo, dopo che era venuto ad abitare sempre a Regina Celu, non molto lontano dalla curtis.
Il bue di Guidangelo Spanò e delle sorelle era una parte sostanziale. Non potevano vivere senza. Mancato il bue, spaiato il giogo. Come se a uno tagliassero le mani per lavorare, all’altezza delle braccia. Un’altra volta un bue si era ammalato nella casa degli Spanò, quando era viva ancora una vecchia zia che tenevano con loro e questa aveva invocato Nostro Signore che si prendesse Juannedda, una delle sorelle, e salvasse il bue.
Questa volta non c’era neppure la vecchia zia per invocare Nostro Signore e così nella casa degli Spanò scese la disperazione. Mastru Juanne avanzava. Bussò un frate a casa loro, una para cercante, questuante, saio, cordone e zoccoli, con l’immancabile bisaccia a tracolla. Non chiese neppure l’elemosina. Vide le facce e sentì la disperazione. Chiese il perché e gli dissero del bue, lo portarono a vedere la bestia nella stalla, un mucchio inerte, che però ancora respirava. Il frate si avvicinò, toccò la bestia, la scrutò e la esaminò. Disse che il bue sarebbe guarito ma bisognava lasciarlo riposare, aveva la polmonite e bisognava lasciarlo al caldo. Chiese pure se avessero in casa qualche vecchia coperta e subito una delle sorelle andò e ritornò con una frassata pelosa e pungente. La buttarono sopra il bue e allora il frate cavò il libro dalla tasca del saio e glielo lesse al bue, con aria intensa e assorta, da preghiera. Poi lo benedisse e ottenuta l’elemosina ripartì. Da lì a qualche giorno il bue era nuovamente in piedi, pronto per il giogo.

Pera Cossu smetteva la faccia da demonio e tornava agnello da Diego Rubens senza che il prebiteru lo avesse chiamato. Pera Cossu aveva fama di istenne lanas, stendi inganni, ma sapeva come fare epressioni di diavolo tentabis. Gli occhi neri gli brillavano nella pelle scura cotta dal sole e dalla pratica dell’officina. Gli erano rimasti sopra, visibili in cara, questi segni dello stare all’aperto e al chiuso. Altri avrebbe potuto dire che Pera Cossu somigliava al correddu, il diavolo con le corna, che la Madonna della difesa nella chiesa di Babbu Mannu Padre Grande teneva sotto i piedi, correddu de sa Defessa tanto era nero. Davanti a prebiteru Diego, il pastore che fu anche fabbro si presentava umile e in cerca di accattivarsi simpatie. Puzzava di sudore, ansimava per la camminata, ma era determinato. Insisteva perché il prebiteru salisse al palazzu di punta erema a leggere il libro alla sua sepultata figlia Santiaga. Il prebiteru però non rispondeva immediato ed era lì lì per dire a Pera Cossu che gli desse un poco di tregua, “perché voi zio Pera”, avrebbe voluto dirgli, “iniziate a iscassiddare, a uscire fuori dal seminato”. A guardarlo bene, Pera Cossu lo sguardo ce l’aveva come di ossesso, spiritati gli occhi, il bianco cerchiato di rosso. Proprio unu lutziferru, un lucifero. Adesso non la smetteva più. Tornava ogni giorno, una e più volte al giorno. Un’ossessione. “Ma io zio Pera sono un prete”. “Vada vada che lo sa bene vosté cosa c’è e cosa voglio da lei” ghignava sardonico Pera Cossu. Alitava di bumbo e si faceva sempre più pretenzioso. Parlava e non sentiva. Bloccava Diego Rubens nell’angrone della sacrestia dopo che il prete lo scacciava dal confessionale. “Se venisse vosté a casa mia, a leggerle il libro, a Santiaga. Io so che lei ce li ha i libri magici di prete Sonnu, libri proibitos per chi non li sa usare. Ma lei li sa leggere. Corre fama che abbia salvato diversa gente. Perché non la vuole salvare, mia figlia? La prego. La pagherò. Quello che vuole. Non venga a dirmi che ha paura, che teme di aprirla, la cassa”.
Va’! Non tornare! intimava il prebiteru. Ma Pera tornava. Magari lasciava passare uno o due giorni dall’ultima insistenza. Poi tornava, ebbro e sobrio. Mischiava l’antico con i fatti che stavano succedendo a Paskas, “in questi nostri giorni di dies ira dies illa”, diceva Pera Cossu, che “liberanosdomine sembrano tornati altri tempi quando non c’era pace né a Paska di sopra né in quella di sotto”.
 


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