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Sepultas
di Natalino Piras
Capitolo I
Prebiteru Rubens arriva a Paskas
C’era edera sui muri, ad artaria di pueblo western, januas sprangate, tancatas
dal tempo. Prevalevano il verde e il marrone e altri colori di cane che fugge.
Ci ballavano sos aranzolos sullo sfacelo, i ragni. Erbaccia mai mietuta, fieno e
spighe murine crescevano nella pietra, nel cemento, sull’asfalto, stratificavano
e si succedavano senza alcun ordo. Bava secca di ragnatela usciva dalle januas,
dalle grate che un tempo servivano a far sfiatare gli odori di dentro, quando le
case erano abitate, e a far entrare aria da fuori.
Diego Rubens, prete, arrivò a Paskas nella punta di mezzogiorno. Nella
parrocchia di Regina Celu da tempo nessuno si curava delle anime, da quando, ed
era passato più di mezzo secolo, avevano mandato via prebiteru Sonnu. A dorso
d’asino diceva la vulgata, con canea di pitzinnos e gente grande che gli suonava
dietro barattoli, coperchi, conzos e lamones, pignatte di coccio e d’alluminio.
Lo avevano sospeso a divinis. Diceva la vulgata che prete Sonnu aveva
partecipato a una congiura per avvelenare il piscamo, vescovo Mele. Aggiungeva
un’altra voce che aveva voluto andare troppo oltre nel colpire a libro. Non gli
bastava più esorcizzare, legare aquile e volpi con sacri berbos, allontanare il
malocchio con pungas e retzettas. Lo stregone aveva voluto fare, il brujo.
Diego Rubens sistemò la cassa dai galli sgorbiati nell’angrone che stava tra
sacrestia e ingresso dell’altare, accostandola a un muro umido, trasudante
freddo e bave lucenti. Doveva fare tutto da solo, prete Rubens, chierico e
molente, padrone e asino, intellettuale e facchino in era internet, la sua
prolungata ora del Gestemani. Si guardò. Aveva la tonaca lisa, mancante di
bottoni, le scarpe sul punto di sfondarsi. Non era prete da clergyman, lui. Si
guardò nel vetro rotto della finestra non molto distante dall’angrone. Ne ebbe
immagine sfocata e insieme nitida, la faccia ossuta, da contadino, cotta dal
sole, barba incolta che iniziava a imbiancare così come i capelli che un tempo
furono di nero corvino. Il prebiteru provò a sorridere a quella sua immagine nel
vetro rotto. Aveva i denti bianchi, intatti e forti come l’ossatura che
sosteneva un corpo di media altezza, robusto, quando non si lasciava andare. “In
fondo”, considerò, “da tempo sono negli anta ma continuo a restare irrisolto e
dimidiatus”. C’era nel suo interiore homine molta energia ancora da esprimere.
Il prebiteru aveva la tipica postura, i tratti caratteriali e somatici dei poeti
maudit, non poeti di città, di metropoli, ma di waste, desolata, barbarica land.
“Comente sos vulcanos” mormorò alla sua immagine riflessa nel vetro rotto e
opaco, “come i vulcani fumo e fuoco, così io. Se solo avessi governato meglio la
forza delle parole, delle scritture, dei libri, se solo sapessi pregare con più
trasporto, con più cuore”. Non sapeva abbandonarsi il prebiteru. Per lui poca
deriva e tanto abisso. Era questa la condanna per il prebiteru, quando i demoni
entravano nelle terre di mezzo e le divaricavano. A Diego Rubens allora
l’energia gli si trasformava in marmo freddo dei sentimenti, nel ghiaccio dei
suoi occhi non più “da principe orientale”, come gli disse una volta una, di cui
più non ricordava il volto ma solo il suono di queste parole. Il prebiteru aveva
molta fortilesa negli occhi, magnetismo e capacità d’incanto. Quanto più
stringeva le palpebre tanto più gli occhi indagavano e scrutavano. Inducevano
gli altri alla parola, alla confessione.
Ma adesso era solo. Diego Rubens era venuto da solo a Paskas. Nessuno lo aveva
accolto a parte Miserere, Dele iniquitate mea.
Miserere uscì come una visione di apocalisse nella punta di mezzogiorno.
Sembrava ispossoriato, posseduto da spiriti maligni, curvo sul suo peso di anima
allungata, ombra insieme della canicola e del freddo di neve, un tempo irreale.
Aveva una faccia scura, vaiolosa, capelli ispidi. Indossava vesti di elemosina,
gianchetta e pantaloni larghi di colore grigio, dentro cui ballava lo spettro.
Si camminava solo. Borbottava e scuoteva la testa, alzando sempre più il tono.
“Gherra, peste, famine!” prima diceva e poi gridava e urulava. Guerra, peste e
famine profetizzava quell’asino vecchio di Miserere, Dele iniquitate mea.
Diego Rubens abbassò lo sguardo sopra il coperchio della cassa che si era
portato a spalle sull’erta, una volta sceso dal treno, l’antica littorina che
collegava Paskas con Chentomines, il capoluogo. Era passato del tempo dal suo
arrivo e non era ancora venuto nessuno, anche se tutti sapevano che lui, il
nuovo prete, era lì, arrivato alla diruta ecclesia di Regina Celu. Lo sapevano.
Era corsa voce.
“C’è un nuovo prete a Regina Celu. E chi è? È di qui delle nostre parti, di una
delle alturas intorno a Chentomines, e non è nuovo neppure a Paskas. E chi è?
Diego Rubens si chiama. Ah! quello, quello che ha fama di essere eretico. Non
solo. L’hanno visto arrivare con una cassa caricata sulle spalle. Chi sa cosa
tutto c’è dentro. E cosa vuoi che ci sia, magari ci sono i libri di prete Sonnu.
Tu sai, tu che che conosci il filo del sangue e delle generazioni, che gli
risulta parente. Ma allora è quel Rubens di cui hanno parlato i giornali tempo
fa, anche la televisione, quello… Sì, sì quello. Il fuoco lo bruci! E perché?
Non ti piacerebbe essere come lui?”.
All’arrivo di prebiteru Rubens nessuno si era visto in giro. Solo il fantasmata
di Dele iniquitate mea. Non si era affacciato nessuno neppure quando in quel suo
primo giorno di ministero, finita la prima parte dell’erta, Diego Rubens aveva
imboccato a destra, nel viottolo semibuio che portava alla canonica e alla
chiesa attigua, la sua nuova casa. Lì, in quella non desiderata parrocchia era
stato trasferito.
“Ma lo sai”, correva voce, “che quello l’hanno mandato qui perché si dice abbia
forza e potere. L’hanno mandato qui perché non c’era altro luogo dove poterlo
mandare. Un prete brujo, che ha messo il piede in fallo più di una volta, in un
luogo di brujas, secondo loro, di mala gente, non meritiamo altro secondo loro”.
A Regina Celu le porte delle case affacciate lungo il viottolo che portava all’ecclesia,
un luogo di perenne semibuio, erano tarlate, sgangherate le ante di finestre e
persiane, di tipico verde meridionale, screpolati e corrosi i muri di colore
viola e marrone, gialli sparati e celeste di cielo perduto nell’oscuranza.
Non si era presentato ancora nessuno, come se Diego Rubens fosse arrivato a un
paese di gente morta. Il prete intuiva anime e corpi dietro le porte chiuse.
Magari lo spiavano ma non si facevano vedere. Le ante delle finestre
ondeggiavano e cigolavano pure se non c’era vento. “E io che non riesco a
pregare con la dovuta forza. Ma perché, perché Signore?”. Quelle animas non
sentivano né suoni né rumori. Nessuno si era affacciato neppure quando prebiteru
Diego aveva girato la chiave nella toppa, producendo il classico cri cro,
proprio una chiave di quelle antiche, consegnatagli con sufficienza e disprezzo
nell’ufficio del piscamo insieme a pochi altri oggetti, buttati poi nella cassa,
senza neppure guardare. “Tu sei eretico” gli dicevano superiori e confratelli, a
parole quando si sentivano sicuri e in silenzio quando delle parole sentivano
paura, con movimenti delle mani e dei corpi, posture rigide, senza sorriso, con
facce ossequienti con i forti, feroci contro gli angariati. “Tu sei tornato a
elemosinare qui, nella vera Chiesa, dopo esserti illuso, tu pretastro,
rivoluzionario fallito”. Erano parole e silenzi di condanna, di ripulsa, di
branco. Era come se superiori e confratelli gli dicessero: “Noi te la concediamo
l’elemosina di riammetterti, ma ogni giorno che nasce sole in mare tu te lo devi
guadagnare il diritto ad essere prete, prete vero, con sudore, con dolore, con
tormento”. Ancor prima di venire a Paskas, prebiteru Rubens si rendeva conto
della vita impossibile che attraversava e avrebbe continuato a scontare. Voleva
essere prete e homine, servire il Deus dei poveri e degli straccioni ma anche
trasgredire le regole, le più elementari e quelle più complesse, dire messa e
“fare il bagasseri”, così lo accusavano, frequentare la taverna più che le
stanze della curia. “Se solo avessi più cuore nel pregare, se fossi meno freddo”
diceva a se stesso il prebiteru. C’erano nel suo pensare ed agire più laceranti
e forti contraddizioni. Dentro la cassa che aveva deposto nell’angrone della
diruta ecclesia di Regina Celu, nascosti nel fondo stavano i libri di prebiteru
Sonnu, libri proibiti. Ma li sentiva come legittima eredità. Li aveva usati don
Evaristo Dimidio Sonnu, che lasciò cattiva fama, ma anche prebiteru Albis che
invece lasciò di sé buona memoria, quasi da santo, anche e soprattutto nella
terra bruja di Paskas.
Diego Rubens, prete dimidiatus, con nelle vene sangue di Evaristo Sonnu ma anche
di don Albis, apparteneva pure a quei libri proibiti e potenti, alla loro
storia. Era combattuto tra il doverli usare, tirandoli fuori dal fondo della
cassa, e il lasciarli invece nascosti per sempre, sepultati. Ma non poteva. Era
anch’egli un uomo del libro, anche dei libri proibiti, delle parole forti. Non
poteva. O non doveva? Era questo il tormento. Usare o non usare usare quei
libri. Volere e potere. “In hora internet, in ora ista preservami dal male o
Signore”. Ma forse Dio non lo stava ad ascoltare. “Etsi Deus non daretur”,
cercava allora di farsi forza prebiteru Diego, “come se Dio non ci fosse”. Per
espiare lo avevano trasferito a Paskas. Non potevano sospenderlo, punirlo sì.
Soffocare lo scandalo bisognava ma non allontanarlo dalla Chiesa. Erano pochi i
preti, i lavorantes nella vigna del Signore.
Passava, il tempo. Prebiteru Rubens non poteva neppure riposare. Paskas non era
un luogo di villeggiatura. Diego Rubens camminava per Paskas etsi Deus non
daretur, come se Dio non ci fosse, nella linea mediana, nell’alto e nel basso di
un paese che aveva nel circondario fama di campo brujo, waste land, luogo di
streghe e bagasse, ma anche di prepotenti e di attizzatori di fuochi, a volte
per niente a volte per più motivate ragioni, convinzioni e sentidos. Quelli di
Paskas, correva fama, erano gente che si reputava superiore se c’era da
esaltarsi e inferiore nell’ora del deprimersi e dell’abbassarsi. Un paese
ordinario come tanti della piana e delle alturas intorno a Chentomines, di
visibile e apparente normalità. Questo sì lo ammetteva, la gente di Paskas.
Passava il tempo. All’esterno, la canonica aveva sempre muri color ruggine.
Dentro, varcata la soglia d’ingresso dal viottolo in oscuranza, il cortile,
almeno quello, era stato ripulito dalle erbacce che prete Rubens trovò al suo
arrivo, i segni di un lungo abbandono, l’edera, le ortiche, il calavriche
biancospino e le spighe bastarde che arrivavano sino alla base dell’inferriata,
la finestra della sacrestia. Il prebiteru aveva sostituito il vetro rotto ma
pure quello nuovo gli rimandava indietro immagini opache. Continuava a stagnare
odore di morte tutto intorno, di stratificate stagioni succedutesi senza che
nessuno e nessuna avesse fermato il crescere della zizzania e il diffondersi a
circuito chiuso di quell’odore di morte, di peste propalata dagli untori. Paskas,
Regina Celu, era davvero un luogo di fantasmata. Era quella la nuova casa di
prebiteru Rubens, lì doveva consumare il suo zelo.
Prebiteru Rubens camminava da solo. Muoveva dalla diruta ecclesia di Regina Celu,
nella linea mediana di Paskas. Scendeva al basso oppure risaliva all’alto di
punta erema, da solo. Lo guardavano da lontano e nessuno gli si avvicinava. Né
lui, contraddizione alla grande energia che si sentiva dentro, forzava il velo e
lo spessore di quell’assurdo luogo-tempo. Si sentiva crocifisso, lui che come
ministero e come vero sentire una missione aveva il compito di consolare gli
afflitti oltre che di dar da bere agli assetati e da mangiare agli affamati, se
davvero Regina Celu e Paskas erano luogo di pazzi e di diversi, di tormentati e
tormentate, questa la fama che il paese non voleva ammettere. Ma Paskas mai
avrebbe pubblicamente ammesso di avere al suo interno assetati e affamati.
Figurarsi se poi gli dicevi alla gente che tu, prete, eri lì per vestire gli
ignudi. “E chi ti credi di essere?” gli avrebbero subito risposto.
Quando il tormento un poco si attenuava, prete Rubens guardava le case
abbandonate, le fontane, le strade. Vedeva che la gente lo osservava senza
salutarlo. Il prebiteru continuava a camminare da solo. Vedeva e sentiva che la
gente mormorava. Continuava a camminare e sosteneva gli sguardi e il mormorare.
A volte guardava in faccia le persone, in maniera forte, consapevole del
magnetismo dei suoi occhi. Altre volte per attenuare inforcava gli occhiali che
teneva legati sopra la tonaca lisa. Camminava instancabile e scrutava da dietro
le lenti. Chi sa. Forse lo aveva preceduto la fama di prete del libro, del
potere che avevano i berbos della tradizione e di cui lui, secondo questa fama,
era un continuatore. Forse invece lo aveva preceduto un’altra fama, quella di
prete capace di far confessare anche le pietre, se queste avessero potuto
parlare, uno che quando parava orecchie alla grata del confessionale, era come
se quelle orecchie fossero occhi, diceva la fama, occhi di terribile magnetismo.
Anche i muti riusciva a far confessare prebiteru Diego. A Paskas lo
disprezzavano come prete eretico e bagasseri ma lo temevano come prebiteru
depositario dei libri di prete Sonnu e di don Albis.
In attesa, nel suo camminare per quella solitudine, a Diego Rubens tornavano in
mente altri volti e caras, facce di silenzio astioso e indifferente.
Continuavano a succedersi uniformi agli occhi della sua mente, facce come quelle
di alcuni passeggeri nella littorina il giorno del suo arrivo a Paskas. Non
mostrarono meraviglia neppure quando quel prete massiccio, in tonaca lisa, si
caricò la cassa sulle spalle prima di scendere alla fermata, come se quell’atto
fosse ancora qualcosa di naturale. Forse era stata l’ora, la punta di
mezzogiorno. Prebiteru Diego ricordava che poche erano state le macchine viste
nella risalita dell’erta verso Regina Celu. Ebbe l’impressione che camminassero
da sole.
Capitolo II
Le confessioni dei parrocchiani
Il primo parrocchiano che si presentò fu
un vecchio, Giacobbo Mura, maestro in pensione, basso, pelato, occhialuto,
camminatore a piedi perché mai volle prendere la patente. Sempre in pantaloni
giallo-arancione e in maniche di camicia, in mano una busta di plastica con
dentro libri della biblioteca comunale di Chentomines, dove andava a prenderli,
sempre camminando a piedi. Giacobbo Mura diventò crejastico in tempo tardo.
“Sono stato comunista e sono uscito, dopo i fatti d’Ungheria del
millenovecentocinquantasei. Ma certe persone non me le dimentico. Come il povero
Anatolio Ledesma, segretario di sezione qui a Paskas, al tempo delle
desolazioni, quando io e altri ci ubriacavamo per disperazione e giravamo faccia
al muro il ritratto di Gramsci, perché non vedesse fino a che punto giungeva il
nostro disperante abominio”. Questo Ledesma era morto giovane. “Consumato dal
male sottile e dalla stanchezza di combattere guerre e battaglie perdenti e
perdute in quella roccaforte clericale, una cittadella di Dio, quale fu Paskas.
In punto di morte, quando andarono per oliarlo con l’estrema unzione, Anatolio
Ledesma rifiutò i sacramenti e per questo prete Sonnu si vendicò. Fu uno dei
suoi ultimi actos. Niente benedizione né croce per Ledesma ma a suono di
calcagni solamente, ai funerali. Ma c’era comunque folla”. Giacobbo Mura
discolpava poi la fama di Paskas come luogo di brussas. “Io le dico don Diego,
io che da bambino sono stato pastoreddu e maestro da grande, e che pure ho fatto
politica, all’aperto e nelle sezioni di partito, le dico che né a Paska di sopra
né in quella di sotto ci sono state brussas.
Povertate molta. Io, quando ero bambino e fui cresimato mica mi ha regalato
l’orologio nonnu mastru Bitta che era fabbro e insegnò l’arte a Pera Cossu. Il
giorno della cresima a casa di mio padrino abbiamo mangiato bene. C’era la
pasta, i maccheroni e poi per secondo, insalata”.
“E il lesso. Era pur sempre un giorno di festa”.
“No, solo insalata. Io non ne avevo mai mangiato prima di allora. Insalata e
ciliegie, tante, perché quello era tempo di ciliegie. A Frediano Vescovi che
fece fortuna come pompiere e come pugile quando emigrò e che da bambino fu
diskente tiravodde nella bottega di mastru Cosimo Bitta, niente paga né recattu,
nonnu regalò quando toccò a lui essere cresimato unu bonette, portato da un
viaggio che fece a Casteddu, unu bonette, cappello a visiera, bonette non
capeddu, che quello, a forma di cilindro, era roba da signori. Non c’erano
risorse ma l’affetto tra mastru e diskente, itzolu per di più, figlioccio,
doveva essere salvaguardato.
Povertate molta ma non brussas.
Neppure il nome usa qui da noi. Dicono a Paskas, i vecchi, lo dicevano prima con
più frequenza: Brusiada comente Anna Peu. Ma il cognome Peu da noi non è
esistito. È altrove. Ho guardato nell’elenco degli omicidi, nell’unico libro che
prete Sonnu ha fatto stampare, dove sono elencate le morti, anche quelle di
quattro, cinque secoli fa. Il cognome Peu non appare. Potrei controllare meglio.
Peu non è cognome nostro. È altrove. Si racconta poi di un’altra bruja, una
donna arsa, non so se viva, comunque bruciata perché assassina di un fratello
prete. La bruciarono nella punta erema. È stata tramandata con il nome di Caina
Cau, come se la cosa fossa avvenuta a Paskas. Ma sacerdoti con il cognome Cau a
Paskas non ce ne sono stati”.
Va’: io ti assolvo.
Diego Rubens si voleva integerrimo nella dottrina e nella pastorale e fosse
stato per lui avrebbe dato tutto ai poveri. Ma non aveva, non possedeva alcun
bene se non la forza degli occhi e quando lo potevano le parole e i silenzi. Una
merce che non tutti potevano apprezzare. Neppure i pauperos cui il prebiteru
voleva andare incontro. A cosa valeva ripetere l’evangelico quod superest date
pauperos se lui, Diego Rubens, non del superfluo a volte non aveva neppure il
necessario? Sorrise pensando che proprio la sera prima era andato in autostop a
Chentomines capitale per comprarsi un paio di scarpe da tennis. Staccavano bene
nella lisa tonaca nera e che gracchiassero pure al suo passare i pochi ragazzini
nei vicoli e nelle strettoie di Paskas. Le scarpe con cui era arrivato al paese
non ce la facevano più a reggere, a furia di camminare. Cavò allora qualche
soldo bucato dalle tasche della sempiterna tonaca e comprò scarpe nuove. Così
conciato, arbiter dell’eleganza male in arnese, a prebiteru Diego tornava in
mente la povertà del suo predecessore di cinquant’anni prima, Evaristo Dimidio
Sonnu. Non lo campavano neppure gli esorcismi, quando entrò in odore di eresia,
neppure il potere del libro. Sosteneva certa vulgata, più sul versante della
fame picara che su quello della fame tragica, entrambi aspetti del personaggio
apotropaico Mastru Juanne, che prebiteru Sonnu tra un esorcismo vero e una magia
per curare i mali dei mermos, delle ossa e del cuore e del cervello, faceva
ballare pure le forme di formaggio, leggendo formula apposita nel libro dei
berbos. Ma non ne mangiava di quel formaggio.
Era un’altra dimensione, non più possibile nell’hora internet attraversata a
Paskas da prebiteru Diego. I fantasmi di Regina Celu erano diventati sempre più
fantasmata nel mezzo secolo che rimasero senza curatore d’anime. Diego Rubens
prendeva possesso di una parrocchia lasciatagli in eredità da uno scomunicato
che poi per sopravvivere fu costretto ad andare a fare legna nella campagna
circostante, come un qualunque remitanu. Una parrocchia scassata quella di Diego
Rubens, chiesa con i muri pervasi d’umidore, senza luce.
Diserbato il cortile, data un’imbiancata ai muri interni che delimitavano la
proprietà dell’ecclesia, prebiteru Diego aveva ricavato abitacolo nell’antica
sacrestia facendola diventare una stanza di nemmeno cinquanta metri quadri,
cucina, letto e cesso. Pochi i segni del ministero. Un crocifisso sovrastava il
lavello in acciaio, un crocifisso di plastica avorio su legno chiaro, impiccato
a un calendario dove il prete segnava, quando lo faceva, cose che solo lui
capiva.
Diego Rubens si vestiva per la messa, in piedi nello stretto angrone tra la
parete della cucina, putente geografia dell’umido, e l’altare. Diceva messa
nonostante tutto. Prendeva i paramenti da sopra la cassa con i galli sgorbiati,
ora euforico d’alcol, ora cupo, al limine del fosco, della bestemmia. “Ho
peccato in toccamenti” confessava Diego bambino a un decrepito prete Sonnu, che
pure sospeso a divinis esercitava come un brujo il sacramento della confessione,
e allora diceva mentalmente una giaculatoria per allontanare i fantasmata.
Si vedeva come una tartaruga che tira fuori la testa dal carapace quando finiva
di indossare la pianeta bianca. Non c’era specchio nella macchia geografica
dell’umido. Si sentiva pesante. Chi sa se lo Spirito. Chi sa se lo Spirito
sarebbe stato capace di salire l’erta anche Lui, e poi il vicolo in ombra
perenne, coi portali rosi e le finestre sconnesse. Chi sa se lo Spirito fosse
venuto a visitare la solitudine, i sepolcri e i sepolti, i murati vivi. Cosa
gliene poteva importare poi allo Spirito. Non crescevano fiori a Regina Celu. Ma
rovi. Il letto d’erba ai piedi dei palazzos era fatto di ortiche e menta
selvatica, macchie non coltivate che dai portali corrosi si trasformavano in
strade strette di campagna, perdute nella infinitudine di altre andalas e
scollatoi a dirupo, che andavano a ingrovigliarsi nelle falde della montagna.
Babbu Mannu, Padre Grande, incombeva su Paskas.
Venne in parrocchia Pera Cossu, vecchio. Pera vuol dire Pietro. Aveva fama di
poeta e in gioventù ebbe lingua salace, che affilava nella sua officina di
fabbro a Regina Celu, ritmando i versi al soffiare del mantice sulla brace. Fu
fabbro ma anche pastore. Aveva dato nomi del tutto particolari alla figliolanza
del tipo Santiaga e Padulesu poi troncato in Padule.
Pera Cossu faceva contorsioni prima di entrare in chiesa. Si faceva annunciare
da questo e da quello dopo che la gente ruppe l’isolamento con cui aveva avvolto
Diego Rubens. Ma il prebiteru non voleva dargli corda, a questo signor Pera
Cossu, pastore e fabbro. Che venisse direttamente in chiesa, a confessarsi se
voleva o semplicemente a parlare con lui, senza mandare in ambasciata Costantino
Motore, Setazzu, Giacobbo Mura, Guidangelo Spanò oppure la bruja Ignazia
Perisinni.
Che venisse a confessarsi se voleva o a dire quello che aveva da dire. Pera
Cossu era stato uno dei più ostinati nel negare parola e saluto al prebiteru
quando capitava di incontrarlo faccia a faccia in qualche punto di Paskas, al
tempo che Diego Rubens camminava senza nessuna prospettiva di trovare compagnia.
Perché tutta questa urgenza, adesso?
“Ma non ci conosciamo già?” chiese il prebiteru al vecchio fabbro-pastore,
quando se lo vide inginocchiato davanti alla grata del confessionale. Pera Cossu
non rispose alla domanda del prete e se ne andò per la tangente che più gli
premeva.
“Vengo per Santiaga” disse, “la mia primogenita femmina, quella che, non so se
vosté lo sappia, si è sepultata dentro casa da giovane e non è voluta più
uscire. Io non so perché lo ha fatto. Arguire posso ma no so. Santiaga non
parla. Non vuole parlare. Non ha voluto parlare quando casa mia era piena di
gente, figurarsi adesso. Non ha voluto parlare, quando casa mia era piena, prima
che tutti andassero via per conto loro ed emigrassero come rundines. Morti
oppure mai tornati. Mia figlia non ha mai voluto dire perché ha deciso di
restare così, se per un amore tradito o mancato o perché quella era la sua
vocazione, come una suora che prende la casa per convento. Sono andati via tutti
e siamo rimasti soltanto io, sua madre Tocoele, che è paralitica e lei, Santiaga.
Non parla. È invecchiata senza sapere cosa sia la giovinezza. È passata dal
biondo dei capelli al grigio. Incanisce. E non parla. Non dice. Non rivela.
Vorrei che lei venisse a casa mia, alle falde di Babbu Mannu Padre Grande, che
faccia qualcosa. Glielo legga il libro a Santiaga. Qualcuno ha detto che lei li
possiede i libri di prebiteru Sonnu”.
“Non sai quello che dici”, così il prebiteru troncò il parlare del vecchio
fabbro pastore. “Va’, non tornare più a farmi questa proposta”.
Prete Diego pensava a Muscu, alla sua fragranza di morte e di vita,
Muscu-Muschio che è un nome da donna, inattuale e lontano perché preso dal libro
degli antichi codici, i Condaghes di cui pure parlava prebiteru Sonnu. Muscu
nome bello e terribile, segnato dal destino.
Prete Diego si passò la mano sui capelli tagliati corti, a spazzola, porcospini,
e un campo blasfemo di fantasmata che credeva allontanati gli ritornò, come se
ci fosse lei, Muscu che non poteva dimenticare mai dimenticata, inginocchiata al
confessionale. Come se avesse preso lei, la ragazza dei tempi del Marx River, il
posto di Pera Cossu, adesso, nell’inginocchiatoio del confessionale. Lei, issa,
ipsa che fu vita al massimo grado dello splendore. Lei, issa, che danzava e
ballava con la morte e irrideva all’evangelico quia nescitis neque diem neque
horam in qua ipsa veniet. La guevarista Muscu diceva come il Che che a qualunque
ora venisse, la morte, sarebbe stata la benvenuta. Purché cadesse, chi era
destinato a perire, con le armi in pugno. Non c’era destino nella guerra e nella
battaglia. Solo volontà e determinazione. Almeno fino a quando l’apparire del
crudo e sanguinario, fangoso, pesante vero non avesse dissolto i fantasmi
dell’ideologia, dell’illusione, almeno fino a quando i fiumi di sangue non
avessero crepato la resistenza della pelle, l’involucro che lo nascondeva prima
di tutto a se stessi. “E io che non riesco a pregare, Signore, che continuo a
essere pervaso dal freddo marmo dei sentimenti, dal veleno dei risentimenti. Io
non so se sono stato capace di amare, se ne sarei all’altezza, disposto a
perdermi in amore”.
Muscu e Marx River pensava prebiteru Diego, la donna femmina che tutti
vorrebbero avere come compagna e possedere a letto, Muscu e Marx River, Aldonza
donchisciottesca che si fa Dulcinea e la rivoluzione, la riva marxiana, che si
attua, che inquadra i simboli del potere e li abbatte, che stravolge il tempo
dei mercanti e dei parvenus, di coloro che si sono arricchiti proprio bevendo
draculeschi e vampiri il sangue dei poveri e dei disamparatos nel mondo. Marx
River, la riva e il fiume di Marx, pensava prebiteru Diego. O la deriva del
fiume?
Tornò Pera Cossu a parlare in confessione senza che dall’altra parte nessuno lo
stesse a sentire. “Muscu Muscu” quasi sussurrava Diego Rubens, incurante della
presenza del vecchio e Pera Cossu a chiedergli cosa stesse mormorando. “Ha
bevuto vosté?”. Altra risposta aspettava dal prebiteru e non questo nome che gli
ricordava una storia dove c’entrava il fratello della bruja Ignazia Perisinni.
“Non abbandonarmi adesso Signore, adesso che tornano i fantasmi”, pregava Diego
Rubens, per conto suo, senza mostrare alcuna voluntas di esercitare il
sacramento. Forse aveva davvero bevuto. Così Pera Cossu visto che era inutile
insistere andò via borbottando dall’ecclesia diruta del nuovo prete, che
sembrava tanto simile a quello vecchio di cinquant’anni prima, al vituperato
prebiteru Sonnu. Andò via borbottando Pera Cossu, abbassando ancor più le sue
tozze spalle. Nel varcare la soglia dell’ecclesia diruta, la faccia da fabbro,
artifex di fuochi inferi, gli incupì a Pera Cossu, diventò maschera demoniaca e
il vecchio disse in cuor suo cose altrimenti irripetibili. Aveva sembianza del
diavolo ghettadomos, butta giù case.
Paskas erano due paesi, uno di fronte all’altro, limitrofi, uno un poco sopra
l’altro. La volpe di sopra e la volpe di sotto. A volte il sotto saliva al
sopra, alla testa. Oppure capitava che l’alto, per amore o per forza dovesse
scendere al basso. In mezzo c’era Regina Celu.
Paska di sopra e Paska di sotto, per secoli e secoli furono segnate da molte
differenze, alcune visibili a occhio nudo, altre nascoste. Cose che apparivano
allo sguardo esterno, come la presenza di molte chiese barocche a Paska di
sotto, spagnolesche e pure di don e vosté, con le colonne che si attorcigliavano
ai muri, più che sostenerli, segnali di mezzogiorno, di calore e dolore a volte
insopportabili e inenarrabili. Alla gente di Paska di sopra restò come segno il
camminare altero, sguardo sostenuto, di fiera addomesticabile, mica come i
fantasmata di Regina Celu dal guardare assente, malarico, di fiato cattivo. Alla
gente di Paska di sopra gli andava odore di selvatico, di mirto e ginepro, di
cisto e lentischio, di sangue vivo. Quelli di sotto esalavano puzzo di acqua
morta invece, di erba pestata e di sterco. Pure le donne erano diverse,
nell’incedere, nel guardare e nell’abbassare lo sguardo, nell’offrirsi e nel
dare l’idea. Questo vedeva prete Rubens quando camminava fuori dalla sua
parrocchia. I segni del comunicare delle donne di Paska alta significavano con
una sola mirata, quando la rivolgevano a maschi di Paska di sotto: “Guarda che
io non sono carne per te”. Avevano tratti di dame e poetesse, cortigiane. I
volti erano pinturas, carnagione chiara e occhi verdi. Le donne di Paska di
sotto avevano pelle olivastra, sopracciglia aggiogate su fronti schiacciate,
davano più l’idea del Mediterraneo. Chi sa che faccia aveva Santiaga, la sepulta,
che il padre pretendeva di salvare con l’esorcismo.
Poi venne Setazzu, Setaccio, anch’egli fama di poeta, quello che leggeva il
giornale ad un uditorio allargato, quando soffiava a pieno uragano il mantice
dell’officina di Pera Cossu, fatto di pelle d’elefante, si favoleggiava. Setazzu
era restato contadino e burlone, fanfarone e bugiardo. Ma simpatico. Venne da
Diego Rubens con addosso i pantaloni di fustagno marrone e un giubbotto di tela
azzurro, aperto su un maglione granato da cui sbucava il colletto di una camicia
a righe grosse, bianche e nere. Aveva i capelli di grigio sorcino tirati
all’indietro, impomatati, e i denti storti. Veniva anche lui quasi in
confessione a salvaguardare la fama di Paskas, ché non era vero, era una
calunnia che quello fosse stato un paese di brujas, che addirittura ancora lo
fosse. Per questo Setazzu veniva al confessionale di prebiteru Diego.
“Marianna Survile, la bruja, quella che fu uccisa a pugnalate nel 1947, non era
di Paskas ma doveva provenire dal Barigadu. Era maghiarja e pure pratica in
istruminzos, in aborti. I bambini morti e i feti di non nati andava a sperderli
nelle acque del fiume dopo averli lasciati a seccare nella cantina di casa sua,
vicina al mulino, a Paska bassa. Io l’ho visto questo orrore, perché non ero
neppure così bambino quando la uccisero, non si sa chi, forse per una maghia non
riuscita, perché voleva essere pagata più del dovuto, per amore. Era una donna
secca questa Marianna Survile, gonna lunga e mucadore in testa, neppure tanto
bella. Ma fascinava. Quando la uccisero io accorsi a vedere, come tanti, e vidi
i feti, i morti e i non nati, appirati su un parastaggio della cantina, quasi
fossero pelli. Ma non era di Paskas Marianna Survile”.
“Va’: io ti assolvo. Ma non tornare più a raccontarmi di queste cose”.
La chiesa diruta di Regina Celu era sacrata alla Madonna ma avrebbe potuto
essere quella di un qualunque Santo povero, tipo Sant’Efis che nessuno adorava
tanto era bisognoso e malvestito, così nelle poesie popolari. Oppure Santu Bore
di altra vulgata, perennemente in cerca di cibo per sfamarsi, ghiande che
contendeva ai maiali e bacche selvatiche. Tanti Lazaro da Tormes più che beatos
da innalzare alla gloria degli altari. Prebiteru Diego sorrideva pensando a
questa vena giullaresca delle poesie e dei contos. Se la rideva da solo mentre
ricuciva alla bell’e meglio un bottone nella lisa tonaca nera, con quelle sue
mani tutto tranne che di fine cesellatore. Non c’era nessuna intenzione blasfema
nei versi e nei racconti in lingua sarda, tramandati dalla notte dei tempi, che
parlavano appunto di questi Santi vestiti di sagu paberile, sacco povero. Le
laudes in onore di questi titolari di sperdute chiese campestri, tutte tornavano
all’invocazione forte che una persona o un intero popolo una volta, in tempi di
fame e carestia e siccità messe insieme, rivolse al Deus dignu, al Signore: “È
solo acqua che ti chiediamo, e un tozzo di pane nero, non polpa di bue grasso!”.
Le stesse parole che un giorno, prima di dire messa, in attesa che qualcuno
venisse in chiesa, prebiteru Diego ritrovò scritte in un foglio vergato di suo
pugno. Si era messo a rovistare dentro la cassa con i galli sgorbiati in cerca
di una formula, di unu berbu dei libri proibiti, ed era saltato fuori questo
foglio quadrettato di appunti. Sotto l’invocazione di acqua e pane nero al Deus
dignu c’era scritto: “Bisogna decidere chi colpire. Se un politico venduto
all’industria del prendi i fondi regionali e poi scappa oppure un giudice. Il
Marx River, per il sequestro deve saper utilizzare anche i fiores alcolisti e le
epe, gli uomini dal passo pesante. I simboli da colpire: fame, sfruttamento,
disoccupazione. Mastru Juanne”.
Guidangelo Spanò, che venne pure lui a confessarsi nella diruta sacrestia di
Regina Celu, dopo la confessione vera e propria si trattenne a parlare con il
prebiteru. Si vedeva lontano un miglio che in vita sua aveva avuto a che fare
con il bestiame. Era stato asinaio e vaccaio, “conducente di mezzi pelosi” al
servizio di leva, sul Carso, insieme a Coro meu, uno dei pazzi sopravvissuti a
Paskas, e poi, al ritorno, carrolante. Aveva le gambe arcuate e camminava quasi
stesse saltellando. Moro di faccia e occhi che gli buttavano dalle orbite,
stempiato ma con capelli ancora tutti neri. Doveva essere sull’ottantina,
irsuto, braccia pelose e, lo si intuiva, un’energia del corpo rivelata dalle
mani grosse e ferme. Vestiva una camicia a maniche corte, con il colletto
consunto e braghe di tela, residuo di tuta da metalmeccanico, forse di qualche
figlio, in forza oppure cassintegrato in qualcuna delle fabbriche intorno al
Tirso, nella sottostante piana di Chentomines. Parlava tumbante. “Vengo da vosté
perché mi hanno detto che lei è stato mandato qui per redimerci dalle brussas.
Ma non ce n’è bisogno. Qui non ce ne sono più di brussas casomai ce ne siano
state. Più sepultatas che brussas, che si sono chiuse in casa loro e lo hanno
costrette, per amore o per forza. Vosté non l’ha conosciuta la bruja Munica
parente di Ignazia Perisinni. Questa Munica aveva occhi di fuoco e vestiva di
nero, tutta ingobbita dentro una grutta che era proprio qui accosto alla sua
chiesa, nel muro di sotto, dall’altra parte della canonica ma sempre nella
strettoia che attraversa Regina Celu. Questa Munica malediceva il cielo e la
terra e la bestemmia più lieve era del tipo sa malasorte e la celeste corte chi
nc’abbasset a cantos chin tottu sos santos”.
Guidangelo Spanò si fece il segno della croce quasi per riparare a quelle parole
che vogliono dire per colpa della malasorte che scenda giù il cielo, a pezzi,
insieme a tutti i santi.
“Questa Munica non abitava più casa sua, che pure era un palazzu della punta
erema, vicino a quello di Pera Cossu e di Setazzu. Se ne era andata di casa dove
la tenevano prigioniera perché dicevano che avesse fatto il bastardo e poi
l’avesse avvolto in un sacco come un cane e ordinato a uno che scendeva al mare
di buttarlo. Leggende. Chi sa. Forse questa Munica la tenevano prigioniera senza
darle da mangiare, perché allora c’era molta più fame di adesso, era il tempo di
Mastru Juanne, e una bocca in più era una bocca in più”.
Mastru Juanne è il nome della fame, detto per scongiuro, nome che suona comico
per debellare il tragico, Mastru Juanne che è vero e immaginario, che può essere
uno e molti e che in lengua british, pensava prebiteru Diego, in limba ingresa
suona come Mister Hunger, lo stesso che dire fame, Mastru Juanne come Mister
Hunger, che però era uomo in carne e ossa, questo Mister Hunger, un simbolo del
Sim, stato imperialista delle multinazionali, che il Marx River voleva e doveva
abbattere. Il Mastru Juanne di Paskas poteva giocare con i sinnos, che poi sono
i segni che marchiano il bestiame, la sua appartenenza a un gregge, a una
mandria, a un padrone. Mister Hunger in carne e ossa invece era simbolo di fame
antica che smette le vesti lacere e gli stracci per mettere tight e grisaglia,
in tutti questi nostri terribili giorni. Così pensava prebiteru Diego mentre
Guidangelo Spanò continuava la confessione.
“Fatto sta che questa Munica tutti la ricordano abitatora della grutta sotto il
muro della chiesa di Regina Celu, che era di tutti e di nessuno. Davanti alla
grotta le mettevano il piatto come si fa ai cani e lei lo ritirava e malediceva
chi le faceva la carità. La doveva vedere vosté con quegli occhi neri, lo
scialle sulla testa che faceva anche da mucatore, un solo dente infisso nelle
gengive quando apriva la bocca. Proprio una bruja-strega. Ma non brussa, ché a
quello ci vuole ben altro lei lo sa”.
Guidangelo Spanò si accorse che era andato oltre, ché chi c’era dietro la grata
era pur sempre un prebiteru che esercitava il sacramento. Domandò scusa prima di
proseguire.
“Però questa Munica non è che avesse perso le sue artes. Una volta mi cercò
quando io ero giovane. No, non per offrirsi come brussa ma per comandarmi
essendo venuta a sapere che io dovevo fare un viaggio di carro al mare. Non è
che mi faresti una commissione? E che cosa? Dovresti buttare a mare, nel fondo,
una cosa che ti do e poi recitare una formula. Io ero giovane e non scaltrito
come lo sono ora e forse per pietà della solitudine o forse per paura della
bruja le dissi di sì. Lo facevo senza paga. Munica mi consegnò allora un
involto, uno straccio con dentro qualcosa che io non dovevo aprire. Tornato a
casa ero inquieto e di questo si accorsero le mie sorelle che mi chiesero. Io
dapprima negai e poi feci vedere loro l’involto e dissi che a darmelo era stata
la bruja Munica. Nominare il diavolo sarebbe stato la stessa cosa. Si segnarono
ripetutamente e poi mi avvilirono e dissero che assolutamente io non dovevo fare
la commissione. Pensi vosté che io avevo imparato subito la formula dettami da
Munica e subito dopo l’attacco di mie sorelle l’ho dimenticata. Non mi viene in
mente neppure adesso, neanche una parola. Come se nel cervello mi avessero
passato la spugna. Mie sorelle andarono da prete Albis per informarlo e prete
Albis disse di non toccare niente, di lasciare lì l’involto che sarebbe venuto
subito a casa nostra. E infatti venne. Si fece dare l’involto, tagliò la
cucitura e una volta apertolo vedemmo tutti che dentro c’era un uccello morto
trafitto da tante spine di calavriche biancospino. Chi sa a chi era destinato,
chi era la vittima. Prete Albis asperse prima la casa e poi visto che c’era il
fuoco acceso ci buttò dentro il fattuzzu di Munica per renderlo inane,
accompagnando questo suo gesto con berbos del libro che solo lui sapeva. Ma sono
tempi lontani, don Diego. C’erano più fame e ignoranza a Paskas che voglia di
esercitare l’arte delle brujas, la maghia per fare del male. E poi non ce ne
sono più di brussas nel nostro paese. Se l’hanno mandato qui per questo hanno
fatto male”.
Le distanze a Paskas furono orizzontali e verticali per secoli, questo annotava
Diego Rubens, quando camminava fuori dalla sua parrocchia. Distanze verticali
per secoli e secoli fino a quando l’avvento dell’industria fece avvicinare i
ruoli che in alcuni casi si ribaltarono. Paska di sopra era sempre stato un
paese più ricco e importante di Paska di sotto. A differenza di Paska di sotto,
dalla più bassa delle case di Paska di sopra si dominava l’intera piana di
Chentomines, così detta dal nome del paese che si fece città e che dell’intera
zona diventò la capitale, politica, economica e morale, nel bene e no.
Paskas era un paese di pastori e di proprietari, piccoli e grossi, quelli che
quando uscivano in giro, per le strade e per le piazze, tenevano i pollici ben
ficcati dentro le baghe della giacca di fustagno scuro, la faccia che si
gonfiava per la boria e per il sigaro fumato a fuoco dentro. Borbottavano più
che parlare, voce rauca, di caràschio: “Tu, Venanzio, primo servo, vai a dire al
tale che è in ritardo nel pagamento del fitto della tanca. Che lo faccia in
breve, che sempre così si è conosciuto”. Oppure: “Tu, Baronetto, secondo servo,
vai a casa del tale e gli parli e gli significhi che quella sua figlia
culi-calda può anche farsi chiavare ma stia attenta nel farlo, a non generare il
bastardo. Non può pretendere di essere accolta nella casa di…”.
A Paska alta erano allevatori di vacche e pastori di pecore ma dai loro lombi
uscivano professori, magistrati, gente di mondo, madri badesse e monsignori e
vescovi. Anche gente di lettere e artisti. Tutti segnali di potere. Molte delle
case-palazzo dei prinzipales di Paskas erano in cima al paese, ai piedi di Babbu
Mannu Padre Grande, il monte rifugio di banditi e latrones. Ce ne erano anche a
metà Paskas di case e palazzi veri, come quello dei Giudici, non molto lontano
dal santuario barocco dedicato alla Virgo Assunta, che non fu capace, la
accusava prebiteru Sonnu quando fu parroco di Regina Celu, di salvare le
sepultas dall’orco, Lei, il Vas insigne devotionis che era poi un’altra
chiesetta sopra Babbu Mannu Padre Grande, conosciuta anche come Fons, Fonte,
perché nel sacro recinto della chiesetta, nel muristene, nasceva Abbachelu,
Acquacielo, subito torrente che poi andava a ingrossare, quando era già grosso,
il Tirso sottostante.
Per dire dell’importanza che a Paskas si dava alla potenza del libro venne
ancora una volta Guidangelo Spanò a rammentare della volta che a casa sua nella
curtis tenevano il bue malato e quando andarono da Gonario Giudici a chiedere
aiuto, quello rise. E che è malato per colpa mia il bue? Erano i giorni del
crocifisso Ceomo, il forestiero di Chentomines che non gli era andato bene il
tempo, dopo che era venuto ad abitare sempre a Regina Celu, non molto lontano
dalla curtis.
Il bue di Guidangelo Spanò e delle sorelle era una parte sostanziale. Non
potevano vivere senza. Mancato il bue, spaiato il giogo. Come se a uno
tagliassero le mani per lavorare, all’altezza delle braccia. Un’altra volta un
bue si era ammalato nella casa degli Spanò, quando era viva ancora una vecchia
zia che tenevano con loro e questa aveva invocato Nostro Signore che si
prendesse Juannedda, una delle sorelle, e salvasse il bue.
Questa volta non c’era neppure la vecchia zia per invocare Nostro Signore e così
nella casa degli Spanò scese la disperazione. Mastru Juanne avanzava. Bussò un
frate a casa loro, una para cercante, questuante, saio, cordone e zoccoli, con
l’immancabile bisaccia a tracolla. Non chiese neppure l’elemosina. Vide le facce
e sentì la disperazione. Chiese il perché e gli dissero del bue, lo portarono a
vedere la bestia nella stalla, un mucchio inerte, che però ancora respirava. Il
frate si avvicinò, toccò la bestia, la scrutò e la esaminò. Disse che il bue
sarebbe guarito ma bisognava lasciarlo riposare, aveva la polmonite e bisognava
lasciarlo al caldo. Chiese pure se avessero in casa qualche vecchia coperta e
subito una delle sorelle andò e ritornò con una frassata pelosa e pungente. La
buttarono sopra il bue e allora il frate cavò il libro dalla tasca del saio e
glielo lesse al bue, con aria intensa e assorta, da preghiera. Poi lo benedisse
e ottenuta l’elemosina ripartì. Da lì a qualche giorno il bue era nuovamente in
piedi, pronto per il giogo.
Pera Cossu smetteva la faccia da demonio e tornava agnello da Diego Rubens senza
che il prebiteru lo avesse chiamato. Pera Cossu aveva fama di istenne lanas,
stendi inganni, ma sapeva come fare epressioni di diavolo tentabis. Gli occhi
neri gli brillavano nella pelle scura cotta dal sole e dalla pratica
dell’officina. Gli erano rimasti sopra, visibili in cara, questi segni dello
stare all’aperto e al chiuso. Altri avrebbe potuto dire che Pera Cossu
somigliava al correddu, il diavolo con le corna, che la Madonna della difesa
nella chiesa di Babbu Mannu Padre Grande teneva sotto i piedi, correddu de sa
Defessa tanto era nero. Davanti a prebiteru Diego, il pastore che fu anche
fabbro si presentava umile e in cerca di accattivarsi simpatie. Puzzava di
sudore, ansimava per la camminata, ma era determinato. Insisteva perché il
prebiteru salisse al palazzu di punta erema a leggere il libro alla sua
sepultata figlia Santiaga. Il prebiteru però non rispondeva immediato ed era lì
lì per dire a Pera Cossu che gli desse un poco di tregua, “perché voi zio Pera”,
avrebbe voluto dirgli, “iniziate a iscassiddare, a uscire fuori dal seminato”. A
guardarlo bene, Pera Cossu lo sguardo ce l’aveva come di ossesso, spiritati gli
occhi, il bianco cerchiato di rosso. Proprio unu lutziferru, un lucifero. Adesso
non la smetteva più. Tornava ogni giorno, una e più volte al giorno.
Un’ossessione. “Ma io zio Pera sono un prete”. “Vada vada che lo sa bene vosté
cosa c’è e cosa voglio da lei” ghignava sardonico Pera Cossu. Alitava di bumbo e
si faceva sempre più pretenzioso. Parlava e non sentiva. Bloccava Diego Rubens
nell’angrone della sacrestia dopo che il prete lo scacciava dal confessionale.
“Se venisse vosté a casa mia, a leggerle il libro, a Santiaga. Io so che lei ce
li ha i libri magici di prete Sonnu, libri proibitos per chi non li sa usare. Ma
lei li sa leggere. Corre fama che abbia salvato diversa gente. Perché non la
vuole salvare, mia figlia? La prego. La pagherò. Quello che vuole. Non venga a
dirmi che ha paura, che teme di aprirla, la cassa”.
Va’! Non tornare! intimava il prebiteru. Ma Pera tornava. Magari lasciava
passare uno o due giorni dall’ultima insistenza. Poi tornava, ebbro e sobrio.
Mischiava l’antico con i fatti che stavano succedendo a Paskas, “in questi
nostri giorni di dies ira dies illa”, diceva Pera Cossu, che “liberanosdomine
sembrano tornati altri tempi quando non c’era pace né a Paska di sopra né in
quella di sotto”.
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