Di settembre a Camogli
 
di Silvana Canevelli


Le prime pagine del libro


 

La cartolina arriva il 31 marzo. Viene dal Portogallo, da Nazaré, terrigno lucente di case che scivola nell’oceano. Viene da Jimmy, fantasma di sabbia, dissolto nel vento. Una promessa di ritorno, in una scrittura minuta, nel mese in cui le foglie resistono ancora sull’albero e sulla tavola si allarga l’odore dell’uva primaticcia. Esili, uniche parole dopo la sua partenza.
Dopo, un arruffato andirivieni di giorni e di notti, privo di senso, nei quali si può anche concludere che ogni cosa andrebbe sepolta sotto spessi cumuli di terra sui quali passeggiare con la levità dell’indifferenza; rinnegare il passato, ecco, rinnegare una trama che è troppo complicata. Per poi dirsi, invece, che no, non si può semplicemente liquidare così l’intera faccenda; perché bisogna morderla questa fottutissima vita prima che sia lei a farlo, disegnandoti dentro una ragnatela di tagli con inarrestabili emorragie di memoria. C’è da riesumare ogni cosa per poter riprendere il cammino. Andare avanti in ogni caso.

***

Per questo ritorno a casa, a Camogli. Ritorno perché quel breve, ingiallito presagio d’appuntamento è pur sempre qualcosa da non trascurare, qualcosa per cui può valere la pena di salire, con un filo di nausea, muri conosciuti e messi un po’ da parte, che ora mi stanno, un’altra volta, proponendo il vecchio, familiare repertorio di odori e suoni, l’elenco ad ogni piano di vivi e di morti.
“Ciao”, la voce maschile un po’ rauca esce da un buio fatto a pezzi da capricci di luce che disegnano una figura alta, sottile, che sta ondeggiando nella mia direzione con la stanca accondiscendenza di un salice piegato dal vento.
“Ma sei Giuseppe!” dico e lui mi guarda con occhi nerissimi e mi dice, con un piccolo sorriso, che stava giusto entrando in casa quando ha sentito dei passi per le scale e, sorpresa, sono comparsa io, dopo tanti mesi.
“Già, sono stata via per un po’”, taglio corto, e intanto mi ricordo che ha una madre e gli chiedo come sta e lui dice: “Bene, benino” e si frega le mani più volte e poi, lo sguardo appiccicato a terra: “Se hai bisogno di qualcosa, chiamami… I tuoi non ci sono vero?”. Dico di sì, che non ci sono, che sono in campagna e intanto cerco affannosamente nella borsa le chiavi di casa.
“Beh, potresti venire più tardi per un caffè, se ti va. La mamma sarà contenta di rivederti” dice. Lì impalato ad attendere la mia risposta.
“Cercherò di venire. Grazie…”.
“Alle quattro?”.
“Facciamo alle cinque?”.
“Alle cinque, allora” mentre chiude dolcemente la porta.
Entro in casa, mi spoglio del borsone e della giacca, mi tolgo le scarpe, mi lascio cadere nella poltroncina a fiori gialli di nonna Nicoletta. Un tremulo raggio lucente scivola tra le imposte chiuse, si allarga sul granulato scuro del pavimento, disegna larve di memoria.

***

Mesi lassù, nel piccolo paese padano, un nome dolce con la finale al femminile, per una supplenza di pochi mesi in una media gestita da suore; un’occasione per vie traverse che cade a proposito dopo “quel fatto tremendo”.
“Un’opportunità unica da non lasciarti sfuggire”, dice mia madre in tono semilieve e resta lì a guardarmi, con un piccolo sorriso di comprensione per qualunque decisione la sua unica figlia possa prendere e, alla fine, dico che sì, certo, si tratta di una buona occasione, da non perdere affatto. E poi non riesco ad immaginare di essere da nessun’altra parte se non in quel luogo nuovo, indifferente. Scrivo che accetto e telefono per confermare, preparo le valigie e parto in un giorno vergognosamente splendido. Poi sono là, in una luce opaca nella quale mi muovo distratta, mulinando tra ombre che non richiedono soste e visite intermittenti dei miei che si risolvono sempre con qualche parola di troppo che, nell’ora dell’addio, ci affanniamo a cancellare e che restano, comunque, a ronzarmi dentro a lungo prima di giungere al silenzio.
Ed ora di nuovo a casa, nel caldo del primo autunno, non prima però, perché i giorni devono allungarsi in un territorio che non conosca le carezze di onde estive che disorientano senza dare risposte. Un’altra volta a casa, prima che i petali abbandonino il fiore, perché ci sono da allestire i preparativi per probabili incontri. C’è da azionare la pellicola per rivedere immagini: immagini in movimento, immagini statiche, immagini intere, frammentate, usurate. C’è, poi, da selezionare, da evidenziare col trattopen, pensieri dentro la nuvoletta, dare un significato alle pause, dare una risposta agli interrogativi, chiarire il non compreso, e il da non comprendere.

“Ciao. Sono Francesca”.
Forse la storia era semplicemente cominciata con lei, ma poi era stato sufficiente un nuovo appiglio di ricordo per rimettere tutto in discussione. Poteva anche essere cominciata con Gabriele con un banalissimo: “Ma non ci siamo già incontrati da qualche parte?”, all’ora dell’aperitivo, nella confusione di camerieri, bicchieri traballanti, profumi amplificati da ultimi raggi. Alla fine, però, i primi piani appartengono alla bionda Francesca, nei cui occhi un percorso intermittente di grigio, verde, azzurro, e tante piccole inesattezze che la rendono splendida. È con lei che la cartolina sbiadita nella quale esisto mi è riproposta in technicolor.
“Sei fortunata a vivere qui a Camogli”, mi dice e solo allora mi accorgo del rosso infuocato che annega nel mare, delle aspre salite che sono vorticose discese, delle ambigue fessure che infreddoliscono le case. No, non devo melensare così lo scenario, neppure per il solito vecchio motivo. Perché in quei giorni io sono persa dietro a Gabriele, una luminosità cerulea che parte dalle orbite per arrivare sfumata alle tempie, allungarsi fino all’attaccatura dei capelli di un caldo castano. Gabriele che si porta dietro questo stupefacente scintillio di superficie che ritaglia dai ragazzetti della sua età, goffi e incerti.
Ore con Gabriele, ore in diretta, che senza di lui diventano ore morte, con ampi giri a vuoto su me stessa che mi portano a tormentate conclusioni. Perché fra Gabriele e Francesca c’è, su un fondale di fuoco perfettamente intonato al colore ramato della loro pelle, un riconoscersi immediato, condito di allegro stupore, di ripetuti, affettuosi abbracci, di ricordi comuni che si palleggiano con lunghe calde risate dalle quali sono con indifferenza esclusa.
“Vi conoscete bene voi due, mi sembra!”, dico più tardi a Gabriele con tono acidulo.
“Io e Francesca? Ma è naturale, Cris. Viviamo nella stessa città, a pochi metri di distanza, frequentiamo gli stessi amici, la stessa facoltà, e ora eccoci qua, assolutamente per caso, te lo giuro” e i suoi occhi sono laghi spalancati.
E Francesca, che davanti ad un coloratissimo gelato, dice: “È vero. Ci siamo visti un po’” e insegue con la punta rosea della lingua una bava di crema lungo il bicchiere. “È stata”, deglutisce soddisfatta, “una storia piccola” e, creando un inesistente spazio tra pollice e indice, “piccola così”, con allegra condiscendenza. Il gelato è finito e la luce intorno improvvisamente troppo blanda e il tempo a disposizione ridotto al minimo. Ma riesco a infilarci un’ultima domanda:
“Come mai è finita?” con finta non partecipazione.
“Semplice – dice – mi sono innamorata di un altro e lui ora è molto molto innamorato di un’altra, mi pare”. Sorride, mi accarezza una spalla, si guarda intorno, cerca l’infinito senza particolare allegria.
“Beh, allora a domani, Cristina”.
“A domani”, dico e ci scambiamo sorrisi e ci disperdiamo tra la gente, prendiamo direzioni diverse, lei che alza il braccio nudo, perfettamente abbronzato, avanti e indietro come un metronomo impazzito, prima di svanire dietro l’angolo.

***

Distesa nella vecchia poltroncina a riprendere con fatica i contatti e, quando mi alzo, la testa è ancora piena di personaggi che, senza preavviso, stanno occupando spazi che non li riguardano, di altri che restano a galleggiare fuori dalla memoria, in attesa di una prossima messa in onda. Diavolo! Devo telefonare ai miei che sono lassù in quel buffo presepe a quota 400, o giù di lì, dove ogni tanto si collocano, dove li ho seguiti, prima per necessità, poi per abitudine, fino a una decina di anni fa. Telefono perché ho voglia di sentirli, perché ora a casa la loro non presenza lascia spazi terribilmente vuoti, e ho strane fitte di nostalgia e visioni di loro troppo lontane. Per questo alzo la cornetta e compongo il numero, e poi poso il ricevitore perché non sono ancora pronta per la pioggia materna di domande, di auto-risposte, di pause in attesa di risposte, non sono ancora pronta per la sua fretta di rimettermi al primo posto nell’elenco degli oggetti di strettissima appartenenza. Resto, perciò, qualche istante in preda a sensazioni diverse, di sollievo, di sollievo-nostalgia, di rimorso-nostalgia, e sono di nuovo a comporre il numero, ad aspettare. È mio padre a rispondere:
“Cristina! Come stai?” e subito un sottofondo di piccole parole attaccate a cui lui si arrende con un: “Tua madre non mi lascia parlare… te la passo” e poi un affannato: “Cris, sei a casa? Quando sei arrivata? Come stai?”.
“Sto bene, mamma. Sono appena arrivata”.
“Hai trovato tutto in ordine? Hai da mangiare? Guarda che qualche negozio è ancora in ferie”.
“Non preoccuparti. Mi sono portata dietro qualcosa. Ora vado a farmi una doccia. Ti telefono domani”.
Mentre poso la cornetta, mi raggiunge un suo: “Mi manchi tanto”, che mi riempie della sua presenza.

***

Non andrò da Giuseppe. Non c’è ragione di un ponte levatoio fra noi dopo anni di non familiarità. Non c’è ragione di sorseggiare un caffè o un the o cos’altro, scambiandoci sorrisi meccanici, conditi di annotazioni meteorologiche. Non c’è ragione di incontrare lo sguardo timido della piccola, eterea Esterina che confezionava cappelli e che, con l’arrivo della primavera, planava su di noi con la grazia di una rondine e tutto il suo piccolo carico di feltri scheletriti che, alzandosi in punta di piedi, poggiava solennemente sulla testa della mamma. Il tempo di un cenno di reciproco assenso e l’intero carico veniva rapidamente impacchettato insieme a un sospiro di appuntamento.
No, non c’è proprio ragione, se non per quel suono breve alla porta, che mi infastidisce, che mi spinge controvoglia allo spioncino, mi fa inquadrare un Giuseppe dondolante, deciso a stabilire un punto di contatto, che io non voglio, e rimango perciò a fissarlo attraverso la fessura. Rimango a registrare la sua aria da naufrago, a giocare con la mia non disponibilità per qualche secondo di troppo, perché lui, improvvisamente, si scolla, indietreggia di qualche passo, prende le misure della porta: uno sguardo da corto circuito che mi riporta immediatamente a situazioni consimili, di estrema fragilità, di senso di perdita definitivo. Per questo apro e dico con un mezzo sorriso:
“Scusa, è perché ero al telefono”.
“Temevo che ti fossi dimenticata del nostro appuntamento”, con tono estremamente lieve.
“No, affatto. Sono pronta” e prendo le chiavi, mi chiudo la porta alle spalle e gli sorrido stupidamente. Sono spettinata, sono senza trucco, ma non me ne importa un bel niente. Solo un percorso di pochi metri. Nient’altro.
E poi lui è lì sulla porta, che sembra dipinto da una mano tremolante, e mi dice con un piccolo storto sorriso:
“Prego… Troverai un po’ di disordine”. Ma non vedo disordine quando entro in quello spazio di malinconica rappresentanza: cassettone del Settecento, un paio di poltrone parigine su un logoro tappeto blu-azzurro e una pianta aguzza che si erge controvoglia.
“Accomodati”, mi indica una delle poltrone, “vedo se la mamma è sveglia” e lo guardo allontanarsi un po’ curvo verso un triangolo di buio lancinato da freccette luminose e sparire, poi, da qualche parte. Il rumore di porte che si aprono, di porte che si chiudono, e poi Giuseppe che mi raggiunge solo, con una espressione piena di scuse:
“La mamma sta dormendo”.
“Non importa. La vedrò un’altra volta”.
Mi guarda sollevato.
“Un’altra volta… Certo… Allora, caffè, the o...”.
“Caffè, grazie”.
“Andiamo in cucina?”.
“Andiamo”.
Sono dietro di lui, sono dietro la sua nuca su cui si allungano ombre di capelli nerissimi, sono dietro il suo odore di pulito e di lavanda maschile, dietro quello che poteva essere e che non è mai stato, e lui si volta, mi indica la porta che si apre su un cono luminoso, mi dice: “Prego” e la spalanca del tutto. Mi fa entrare in uno spazio pieno di mobili che portano il segno di vecchie abitudini, che sono impregnati di una silenziosa, profonda stanchezza senile che pare raccogliersi sulla sedia in noce accanto alla finestra, ravvivata da una debole pennellata di luce. E sul tavolo, ricoperto da una misera tela cerata a fiori grigi, stanno in bella mostra gli strumenti di una faticosa sopravvivenza: il mortaio in marmo, il tagliere, la mezza luna, il macinino, a disposizione. E Giuseppe con piccoli passi si accosta alla credenza in noce, dal ripiano di fondo estrae con cautela una bacinella scura, fa scattare la molla del coperchio, ci affonda deciso un paio di cucchiaiate e trasferisce poi i grani di caffè nel cratere del macinino.
“Ora sentirai come gracchiano” e gira con fatica la manovella. Io annuisco con un mezzo sorriso mentre mi volto verso la finestra. Catturo un pezzo di cielo graffiato da ossa di rami che sembrano volersi dondolare al suono crocidante dei chicchi, lamenti partiti in antichi tempi dall’Africa, grani verdi di Harrar, tostati sul tavolo, macinati nel mortaio di pietra e canti d’amore e di amicizia nella terra “di climi perduti” del signor Rimbaud, mercante di caffè, e versi dall’Inferno e mentali stralci retrospettivi di estrema sofferenza che mi scorrono davanti.
“Non è che ci siamo parlati molto in questi anni”, mi dice più tardi Giuseppe mentre beviamo da piccole tazze bianche macchiate di stelline azzurre.
“Sì, ma forse non c’era bisogno di farlo. In genere si parla per conoscersi. Noi ci conosciamo da sempre”.
“Ma non ci conosciamo per niente, invece. Non so neanche in quale scuola andassi”.
“Posso dire lo stesso di te”.
La nostra idea di risata combacia per qualche istante.
“Ho studiato dai preti – dice – studi classici e una laurea in Lingue straniere”.
“E ora cosa fai?”.
“Traduco per una casa editrice locale. Mi pagano benino, e poi lavoro in casa – il braccio puntato sulla porta – posso starle vicino”.
“Ti piace tradurre?”.
“Sì, mi piace molto. È persino affascinante, entrare nel cervello, nell’anima di un altro, però è difficile, molto difficile non travisare… Ma dimmi di te”.
“Niente di importante. Laurea in Lettere moderne, e poi ripetizioni, supplenze…”.
“Diavolo, sono anni che ci fronteggiamo!”.
“Che ci salutiamo”, dico con una risata.
Poi come per caso:
“E dove sei stata in tutti questi mesi?”.
“Ho insegnato, in una piccola cittadina, su al nord. Sono rimasta anche in estate. Sai, ripetizioni, cose del genere”, lo aggiungo in gran fretta, mangiandomi le parole, perché ho paura di altre domande, ho paura che egli possa capire che sono rimasta lassù a farmi crocifiggere dalle zanzare e da un caldo insopportabile, solo per conservare la qualifica di non identificabile. Mi sento improvvisamente molto stanca e ho voglia di fuggire da questa situazione assurda di imprevista, nascente familiarità.
Per questo mi alzo lentamente e dico:
“Devo andare”.
Si alza anche lui:
“Verrai un’altra volta, vero?”.
“Certo… e poi avremo comunque occasione di incontrarci”.
Rifacciamo il solito percorso semibuio. Sulla porta dico:
“Salutami tua madre”.
“Lo farò, grazie”.
Chiudiamo la porta nello stesso istante.

***

Sono quasi le sei. Ho passato con Giuseppe poco più di quaranta minuti in un territorio troppo a portata di mano, che mi costringe ad un recupero accelerato di anni nei quali ho galleggiato in uno spazio di massima protezione. E ho dentro un languore struggente che si ferma in gola, e lì resta a stagnare, e ho odori di vaniglia, di caramello, di ore in famiglia.
Sono le sei e non ho voglia di restare in casa a passare in rassegna immagini con o senza diritto di prelazione. Per questo decido di uscire e sono fuori nell’aria greve degli ultimi colori, e percettibili segni di vita rallentati, e muri e rientranze e poca gente su direzioni uguali, su direzioni diverse, e saluti rapidi e tagli di occhiate. Poi mi infilo nella rosticceria d’angolo, compro una fetta di vitello tonnato, una busta di grissini, una bottiglia da litro di vino rosso. Riesco in un’aria sottilmente addormentata. Mi avvio verso casa.


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