|
La sfida dei
marittimi
ai padroni del vapore
Lo sciopero di quaranta
giorni del 1959
di Giordano Bruschi
La sfida della FILM CGIL ad Angelo Costa
Quando venerdì 15 maggio 1959 portano ad Angelo Costa, al ventesimo piano del
grattacielo di piazza Dante, una copia del giornale della Film Cgil “Il
lavoratore del mare”, il patriarca della famiglia ha un soprassalto e subito
dopo un’ondata di sdegno.
Una pagina intera del giornale svela i conti dell’Anna C., con
l’indicazione degli introiti dei viaggi verso le Americhe e la nota dei costi
molto inferiori ai guadagni.
La Linea C, durante la riscossa marinara del giugno e del dicembre 1958, era
stata l’unica ad uscire indenne dai fermi. Considerato il ruolo politico e
sociale del dottor Angelo, la Film Cgil studia il modo di coinvolgere anche
quegli equipaggi.
Il giornale viene portato sulla nave dai rappresentanti del sindacato usando il
diritto di accesso a bordo. L’Anna C. è ancorata a Ponte Assereto. Non è
facile avviare il discorso con i marittimi nella sala mensa; il clima è quello
di preoccupazione per la possibile perdita del posto di lavoro, poco retribuito
ma comunque, in gravi periodi di disoccupazione, migliore dell’attesa di
imbarco.
Fuori dal confronto pubblico, in privato, i marittimi cominciano a parlare della
dura vita di bordo:
“Orari di lavoro estenuanti, senza limiti, sino a 18 ore al giorno; prestazioni
non retribuite per il sistema forfettario dei compensi straordinari;
destinazione dei marittimi ad ogni mansione indipendentemente dalla qualifica
con un controllo di minuto in minuto delle operazioni imposte; vitto e alloggio
pessimo in una nave dalla storia antica, antichissima fatta e rifatta parecchie
volte, anche 50/70 anni dopo il varo”.
Il marittimo della Costa sta male, però con le sue sofferenze consente enormi
guadagni al padrone.
Angelo si irrita nel leggere il racconto di un marittimo: “Per la scorsa Pasqua
ordinò all’equipaggio di partecipare al precetto pasquale, costringendoci subito
dopo a recuperare il tempo perduto con una intensificazione dei ritmi di
lavoro”.
Solo tre mesi dopo, il 14 agosto 1959, negli uffici di Linea C, dopo lo sciopero
che coinvolge le tre navi principali di quella flotta, si conclude la sfida
della piccola Film Cgil contro il grande armatore.
Una storia ancora non scritta compiutamente.
Il 15 maggio Angelo Costa prende la penna e scrive la prima lettera alla Film
Cgil. Annuncia ai due esponenti del sindacato il ritiro dell’autorizzazione a
salire a bordo delle navi e il divieto a parlare agli equipaggi.
Una seconda missiva, sempre diretta alla Film Cgil, smentisce rivelazioni e dati
circa i presunti profitti dell’Anna C. e replica che è l’armatore che
concede il lavoro e consente ai suoi marittimi di vivere, di mantenere le
famiglie. È Costa che concede prestiti ai dipendenti per acquistare la casa, far
studiare i figli.
Lo scritto termina con il rovesciamento delle posizioni: sarà la stessa Linea C
a distribuire il foglio ai marittimi, ai famigliari che sapranno ben giudicare.
Mai successo prima: Costa provvede a ristampare il giornale in 6000 copie,
distribuito con una lettera di accompagnamento:
“Noi intendiamo rispettare i contratti collettivi, noi riteniamo che le
condizioni di lavoro dei marittimi, come quelle di tutti gli altri lavoratori,
debbano migliorare con l’andamento del reddito nazionale, ma riteniamo che
sarebbe opera infame aumentare le retribuzioni di chi è imbarcato, creare
maggiori disarmi e disoccupazione. Chi oggi è imbarcato potrà essere un
disoccupato domani.
Non chiediamo a nessuno di esprimere il proprio parere: diciamo solo che se tra
voi c’è qualcuno che crede, o approvi, quanto ha pubblicato la Film Cgil, se ha
un senso di dignità di libero lavoratore, se è conscio di saper guadagnare di
forza propria quanto gli necessita per vivere, in altri termini se non si sente
un “servo” non ha altro che da dimettersi. Non solo gli liquideremo le
spettanze, ma volentieri gli stringeremmo personalmente la mano”.
La Film Cgil, di fronte ad una prosa tipica del padre padrone e che rispecchia
culture ritornate in auge all’inizio del 2000, risponde con una polemica e un
ringraziamento all’armatore che, avendo amplificato il messaggio del sindacato,
ha potentemente aiutato lo sciopero.
Scrive la Cgil in questa corrispondenza con Angelo Costa:
“L’intenzione di rispettare i contratti è ottima ma a bordo delle navi della “C”
come e in che misura vengono rispettati? Costa è il più intransigente contro il
ripristino delle percentuali di imbarco da prelevarsi dal turno generale. Costa
è per la “libera” scelta del marittimo, magari da sbarcare a fine viaggio.
Ritenere che le condizioni dei marittimi debbano migliorare è ottima cosa. I
marittimi chiedono l’aumento delle retribuzioni in base all’aumento dei redditi
armatoriali, specie quando noli e profitti sono alle stelle.
Se fosse, come dice lei, che i lavoratori dovrebbero abbandonare navi e
fabbriche, quando armatori e industriali non acconsentono a corrispondere
l’aumento contrattuale richiesto, allora tutti i settori produttivi dovrebbero
restare deserti. Lei ricco, può pensare simili cose, ma non i lavoratori la cui
unica fonte di reddito sono le loro braccia.
I lavoratori da uomini liberi, non tengono alla sua stretta di mano, vogliono
che lei e i suoi colleghi non li sfruttino più e fanno la lotta contro di lei
senza dimettersi, ma obbligare lei a dimettere un po’ del suo egoismo di
classe”.
I fatti danno ragione al sindacato. I fogli de “Il lavoratore del mare”,
distribuiti incautamente a bordo, sollevano discussioni.
Tra il 10 e il 19 giugno tre equipaggi delle navi Costa hanno l’occasione di
ribattere.
Fermo il Federico C.
Comincia il Federico C., la nave
ammiraglia dell’armamento privato.
Gli iscritti alla Film Cgil sono appena 10 su 260 componenti l’equipaggio. La
riunione preliminare nella sede di via Buozzi non è molto confortante. “Siamo
pochi ma tenteremo”.
Fuori dal piazzale della Stazione Marittima il 10 giugno alcune centinaia di
lavoratori possono solo far circolare volantini con l’appello allo sciopero. La
polizia blocca l’accesso ai moli. Il sindacato organizza un secondo fronte.
Dalle navi già in sciopero (Augustus, Torres, Campidano)
scendono a terra più di 100 marittimi che sorprendono la polizia e si dirigono a
Ponte dei Mille, sotto la Federico C., agitando cartelli, organizzando
cori.
A bordo i dieci aderenti della Cgil girano in tutti i reparti. Il panettiere
Ibba in cucina esorta a non preparare i pasti. Giovanni Cosentino incita il
grosso dell’equipaggio a recarsi a poppa, per bloccare i cavi e impedire il
disormeggio.
Prima Ibba e Cosentino, poi gli altri occupano poppa.
Dal molo si alza il grido: “Sciopero! Sciopero!” che coglie di sorpresa armatore
e polizia. Ma ancora più sorprendente la risposta corale di bordo: “Sciopero,
Sciopero!”.
Accanto ai 10 iscritti al sindacato arrivano non solo cuochi e camerieri, ma
anche elettricisti, operai, marinai.
Il comandante Simcich avverte Angelo Costa che qualcosa non va.
I telefoni della compagnia sono intasati dalle chiamate provenienti dai
passeggeri e dai giornalisti alle prese con l’evento storico di un imminente
fermo dell’ammiraglia dei privati.
Gli ordini di Angelo sono decisi. Le centraliniste rispondono: “La Linea C non
conosce gli scioperi!”.
Il patriarca ripercorre con la mente la lettera indirizzata ai suoi marittimi e
comanda l’operazione persuasione, incredulo alla disubbidienza di massa.
I capi servizio, chiamati da Simcich, che hanno sempre avuto influenza e dominio
sui sottoposti, sono sguinzagliati in tutti i reparti per la pressione
personale. Il comandante rinuncia all’assemblea dell’equipaggio, ormai sotto
controllo del comitato di bordo.
Il lavoro ai fianchi è affidato ai due capi servizio fondamentali per far
partire la nave e isolare la maggioranza di cucina e camere. Il nostromo che
dirige i marinai dovrebbe portare i marinai al posto di manovra della partenza.
Il caporale di macchina dovrebbe garantire il pronto in macchina. Tentativo
infruttuoso.
Angelo Costa, infuriato, preme. Così il comandante del Federico C. ricorre alla
convocazione singola dei marittimi, ai quali viene imposto l’ordine di
riprendere il lavoro.
La tensione sale quando l’altoparlante emana la convocazione personale. Il
comitato dispone che nessuno si presenti.
In 175 ignorano la chiamata.
Salgono sul ponte di comando in appena 85 che, in maggioranza, rispondono: “No,
non partiamo”.
Il primo ufficiale e il commissario consultano il ruolino equipaggio e
registrano la sfilza dei “no” dei marittimi.
Eccoli che scendono per schierarsi, tra abbracci e applausi con i compagni
allineati a poppa e a prua a presidiare la nave ferma a Ponte dei Mille.
L’incredibile è avvenuto. La Federico C. non è più di Angelo Costa, ma
dei marittimi.
L’altoparlante comunica alla fine l’annuncio ufficiale: la partenza è rinviata.
Il grido di gioia degli scioperanti a bordo si unisce all’acclamazione dei
marittimi della Finmare sotto bordo: equipaggi della flotta pubblica e privata
sono finalmente uniti.
È solo l’inizio. La risposta di Costa, diversa da quella paternalistica della
lettera, è dura, da vero padrone. È affidata alla polizia, alla capitaneria, al
governo. L’autorità dello Stato si scatena.
Alle 4 del mattino, con i crismi del consenso di tutti i poteri, la capitaneria
ordina lo sbarco, gli agenti di polizia salgono a bordo, entrano nelle cuccette,
svegliano i marittimi, li sbattono sul pavimento spesso semisvestiti, senza
effetti personali.
Costa si riprende la nave. I marittimi, però, trovano a terra alcuni compagni
appena avvertiti. Dalle navi Finmare in sciopero arrivano altri lavoratori. Il
sindacato organizza una prima assistenza, specie per i marittimi residenti al
Sud.
I parlamentari comunisti e socialisti si recano a protestare in questura per
l’operazione poliziesca, per consentire almeno il recupero dei bagagli, degli
oggetti personali.
La repressione, che contrassegnerà i 40 giorni di sciopero, inizia a Genova
nella notte tra il 10 e l’11 giugno. Segni, capo del governo, ricambia il favore
dei voti di destre ottenuti in Parlamento.
Lo sfratto dei marittimi del Federico C. è solo il primo. Ovunque
l’ordine è di colpire gli scioperanti, violando il contratto che garantisce
vitto ed alloggio.
Alla repressione fa eco la mobilitazione, la solidarietà. Il tam tam dei
marittimi giunge nei quartieri vicini dove albergano in prevalenza i lavoratori
del porto e del mare.
Alle 10 del mattino, prima centinaia, poi migliaia di marittimi genovesi formano
un corteo, si dirigono alla Stazione Marittima, si scontrano con la polizia. La
violenza degli armatori genera una risposta più generale in quel giugno 1959 che
può anticipare una riscossa più vasta.
Intanto il 12 giugno i marittimi colpiscono di nuovo, duramente ma
pacificamente, Angelo Costa. A Las Palmas, nelle lontane Isole Canarie, aderisce
allo sciopero proprio l’Anna C., la nave oggetto dell’inchiesta denuncia della
Film Cgil.
Anche l’Anna C. sciopera
Il fermo dell’Anna C. avviene,
quasi imprevisto, nel pieno della polemica con Angelo Costa.
La notizia giunge con un telegramma indirizzato in via Buozzi e firmato
“Comitato di bordo”.
Eppure sull’Anna C. non si era riusciti, nell’ultima permanenza a Ponte
Assereto, a costruire neanche un minimo di organizzazione. L’armatore, per la
storia della verifica sui suoi profitti aveva proibito l’accesso a bordo.
Lo scalandrone era personalmente sorvegliato dal capitano d’arme (una sorta di
caporale del personale). I marittimi che scendevano e salivano erano molto
timorosi.
Si cerca allora un’altra strada, quella dell’approccio individuale. Alcuni
marittimi accettano i volantini di preannuncio dello sciopero e promettono di
farsi sentire in Federazione. Purtroppo l’appuntamento è mancato.
Il giorno della partenza sono avvicinati due marittimi. Pochi minuti prima di
mollare gli ormeggi è stato chiesto almeno di fornire il nome, solo per
indirizzare l’informazione.
Al volo sono state scritti su un foglio due cognomi: Dussol, operaio, e Germi,
cameriere.
A metà scalandrone viene consegnata una busta contenente il messaggio cifrato e
le istruzioni per un eventuale sciopero.
Il pomeriggio dell’8 giugno, in via Buozzi, la segretaria Graziella Torrini,
dopo l’ordine di sciopero, prende il fascicolo riservato alle comunicazioni. I
delegati di venti navi avevano concordato sicuramente la procedura. Il caso
Anna C. suscita discussioni: nessuno conosceva Dussol e Germi; Graziella,
come al solito decisa e ottimista, manda il telegramma indirizzandolo a Germi.
Non si è mai saputo cosa sia successo a bordo, anche perché nel ruolino
equipaggio dei 221 dell’Anna C. figurano due marittimi col cognome Germi:
nati a Monte Marcello (Spezia), fratelli, e per di più gemelli.
Una cronaca quasi romanzesca che corrisponde poi all’avventura di 36 giorni di
sciopero, alla burrascosa gestione del fermo in un porto spagnolo, con
l’ostilità del governo del dittatore Francisco Franco, alla durissima
repressione di Angelo Costa al ritorno della nave, con 115 licenziamenti di
scioperanti cacciati dalla società.
Cronaca quindi, anzi storia, della nave senza iscritti che reggerà, unica
dell’armamento privato, lo scontro col padrone sino alla fine.
Forse l’annuncio dello sciopero è giunto sulla nave dai notiziari della radio
italiana durante la navigazione da Genova a Las Palmas.
All’arrivo a Genova il 25 luglio il cameriere Germi, giovane iscritto alla Fgci
del suo paese, si limita alla sostanza dei fatti. Tre giorni di discussioni,
consultazioni e la grande maggioranza decisa allo sciopero.
Il comandante non si preoccupa.
Gli ufficiali riferiscono che l’equipaggio è sotto controllo.
La nave giunge a Las Palmas alle 8 del 12 giugno, con previsione di partenza
alle ore 12. A quell’ora, consueta chiamata al posto di manovra.
Nessuno si presenta.
Dodici ore di pressioni individuali e collettive. Telefonate drammatiche da
Genova, ove Angelo Costa è in procinto di partire per Roma per l’incontro col
presidente del consiglio Antonio Segni. (Ernesto Fassio, armatore personalmente
rivale di Angelo Cost,a gongola per lo smacco del presidente della Confindustria
che chiede aiuto al governo con due navi simbolo, bloccate dallo sciopero).
Fallita la persuasione, Costa, sgomento per l’effetto contrario della sua
lettera ai marittimi, decide, come per il Federico C., la repressione
poliziesca.
A mezzanotte del 12 giugno giunge a bordo il console italiano. Dice che
l’equipaggio deve sbarcare. I marittimi dell’Anna C. sono tutti a poppa a
guardia dei cavi, immersi nella luce dei riflettori. Il console ha una lettera
tra le mani e continua ad agitarla. Contiene, dice, l’ordine delle autorità
marittime spagnole di spostare la nave in rada. Il console inveisce contro
l’equipaggio e minaccia di far intervenire la polizia spagnola. Un ignoto
marinaio meridionale si fa avanti e grida: “Se vossignoria se la sente di far
calpestare il suolo italiano dalla polizia straniera, faccia pure!”. Nella notte
si alza il grido: “Viva lo sciopero, viva l’Italia!”.
Alle 13 del 13 giugno, in coincidenza con la visita di Costa, Lauro, Fassio, dal
capo del governo Segni, a Las Palmas il comandante convoca gli ufficiali perché,
con alcuni coltelli, taglino i cavi. L’atmosfera è drammatica. Gli ufficiali
respingono la richiesta, anche perché Germi e il comitato di bordo presidiano i
posti di manovra, poppa e prua, costruendo una sorta di barricata con cassette e
legname. Lo sciopero autogestito si autodifende.
Nei giorni successivi un gruppo di crumiri,organizzati dal capitano d’arme, nel
pieno della notte, attacca il picchetto con alcune bottiglie di vetro. L’allarme
scuote la nave. Arrivano tutti dalle cabine. La difesa dei cavi è affidata a
turni nutriti.
Germi, capo riconosciuto, rilegge la lettera di Costa e chiede che venga lui
stesso ad illustrarla direttamente a Las Palmas. L’armatore manda un suo
rappresentante, dottor Sanguineti, che cerca di recuperare un rapporto umano.
Garantisce che non ci sarà assalto antisciopero. Si potrebbe trovare
democraticamente una soluzione pacifica con un referendum per verificare chi
vuol continuare lo sciopero e chi invece rinuncia.
L’equipaggio insorge: “Siamo tutti qui in assemblea, chi vuol partire lo dica
apertamente di fronte ai compagni”. Il referendum viene sottoscritto dai
marittimi con la firma sul ruolino di bordo: tolto il comando, 174 a favore del
fermo, 25 per la partenza.
Ora tocca alla Bianca C.
Non sono finite le amarezze per Costa;
anche la terza nave di rilievo della sua flotta, la Bianca C., dà segni
di irrequietezza. (Si noti il senso del potere armatoriale espresso dal
battesimo delle navi, alle quali viene imposto un nome di famiglia).
Dunque a metà giugno Federico C. e Anna C. ferme; Bianca C.
improvvisamente scomparsa, nave fantasma nel Mediterraneo al termine del viaggio
dal Centro America.
Il 19 giugno, secondo itinerario, la Bianca C. era attesa a Genova. La
nave è partita da La Guayra, nel Venezuela, il 9 giugno. Il giornale di bordo
pubblica la notizia che le federazioni marinare avevano dichiarato lo sciopero.
La tensione a bordo aumenta considerevolmente, tanto che il comandante, per
l’agitazione temuta, non attracca a Tenerife, ma tenta di tenersi in rada e tre
miglia dalla costa.
Il governatore dell’isola non concede l’autorizzazione e la Bianca C.
omette la sosta con disagio per i passeggeri sbarcati e il mancato rifornimento
d’acqua.
Il comandante decide il razionamento dell’acqua per tre ore al giorno.
Lo scalo di Barcellona non è evitabile.
L’equipaggio, anche senza collegamenti con le federazioni, blocca la nave.
Comincia la solita operazione antisciopero: la Bianca C. non può rimanere
attraccata al molo, occorre portarla in rada. L’equipaggio resiste.
La preoccupazione si estende al regime franchista che considera lo sciopero
reato. Le autorità ordinano la chiusura di tutti i negozi sul molo e nelle
adiacenze. Dalle edicole vengono rimossi tutti i giornali italiani che
potrebbero parlare dello sciopero.
L’armatore preme per lo sbarco degli scioperanti e l’invio di crumiri spagnoli.
Il governo catalano dispone il divieto per i marittimi di scendere a terra.
La polizia viene mandata, dopo alcuni giorni, a tagliare i cavi dalla banchina.
La nave rischia la deriva; deve riprendere la navigazione dopo 4 giorni di
fermo.
La Bianca C., nave fantasma, si aggira per il Mediterraneo; il 25 giugno
approda a Marsiglia, dove la maggioranza dell’equipaggio sbarca.
I provvedimenti antisciopero non riescono a far riprendere il mare alle tre navi
di Costa.
L’appoggio governativo, concordato tra Costa e Antonio Segni, porta col tempo
qualche risultato, grazie solo alle violazioni di legge.
Sul Federico C., dopo lo sbarco coatto degli scioperanti, il 16 giugno
comincia l’operazione crumiraggio. Alla spicciolata vengono avviati, senza
autorizzazione per l’imbarco, una cinquantina di marittimi di comandata,
autorizzati dalla capitaneria per motivi di sicurezza nave.
Il 22 giugno scatta il piano per il trasferimento del Federico C. dal Ponte dei
Mille ai bacini delle riparazioni navali, con la giustificazione di urgenti
lavori.
La risposta dei marittimi è vigorosa: Gino Mammucari e Mario Traverso guidano
centinaia di lavoratori che si radunano davanti alla Stazione Marittima.
In pochi minuti superano il migliaio.
La questura invia camionette; così i carabinieri. Per le strade attorno al porto
si scatena la violenza della polizia che effettua cariche, lancia lacrimogeni e
compie arresti.
I parlamentari democratici si precipitano dal questore e dal prefetto che
forniscono assicurazioni sullo spostamento, che viene sospeso.
Due giorni dopo, col favore delle tenebre, il piano Federico C. prosegue.
La nave è trasferita ai bacini dell’Oarn. Lì è più facile far arrivare giovani
occasionali da Salsomaggiore, Tabiano, Salice Terme, presso gli alberghi termali
e, addirittura, presso le scuole alberghiere.
La capitaneria, rimangiandosi gli impegni, autorizza la partenza del Federico
C. con 60 marittimi (su 260) dai bacini a Cannes. Dopo l’esportazione dei
capitali, gli armatori organizzano l’espatrio delle navi per inviare all’estero
ai crumiri.
Il 2 luglio il Federico C. scappa da Genova e arriva in rada a Cannes.
In aggiunta ai 60 imbarcati nel porto ligure sono arrivati in Francia alcuni
pullman scortati dalla polizia italiana. La partenza, voluta personalmente da
Costa per prestigio personale, non è avvenuta. Una buona parte dei reclutati
italiani si è resa conto del tipo di lavoro cui erano assunti.
L’assegnazione dei posti a bordo, in una circostanza di confusione, non è quella
promessa dai raccoglitori negli alberghi, ove la situazione lavorativa era
certamente migliore.
Camerieri declassati a lavapiatti e orari di lavoro estenuanti per la riduzione
quantitativa dei marittimi.
Inoltre i sindacalisti francesi, avvertiti dai compagni italiani, hanno
cominciato ad assediare le diverse navi “fuggite” a Cannes e a Marsiglia.
Lo stesso 2 luglio si rinnova l’attacco all’Anna C. a Las Palmas.
Un gruppo dei marittimi raccogliticci di nazionalità spagnola sale a bordo della
nave e tenta di tagliare i cavi. Lo scontro è violento. Le bottiglie di vetro,
spaccate, diventano arma di difesa.
Gli spagnoli si ritirano.
Il 5 luglio, con equipaggio ridotto e pochi passeggeri il Federico C.
riparte per gli scali sudamericani. Non conta l’efficienza del servizio, ma lo
sfruttamento propagandistico per spezzare lo sciopero.
L’8 luglio comincia una nuova offensiva del comandante dell’Anna C. con
questo messaggio ai marittimi:
“Dopo aver seguito la vostra agitazione giorno per giorno, con la speranza che
gli avvenimenti e il tempo potessero venire in vostro favore a coronare le
vostre aspirazioni, oggi, dopo 27 giorni in cui la nostra nave trovasi bloccata
per vostra volontà in questo porto, viste le ultime notizie che non lasciano
dubbi sulla reale situazione dei marittimi, vi esorto a considerare e meditare
seriamente il momento.
Esaminate bene l’attuale situazione e potrete rendervi conto come l’Anna C.,
ormai unica nave dell’armamento libero ancora bloccata, non possa da sola pesare
in alcun modo sullo sciopero che, d’altra parte, può essere sostenuto dagli
equipaggi della Marina sovvenzionata che sono in una posizione di sicurezza
molto maggiore della vostra.
Io sono convinto che ancora oggi, se poteste ritornare sulle vostre decisioni, e
cioè riprendere il mare verso Genova, si potrebbe sperare molta comprensione da
parte dei nostri armatori. Non pensate che sia troppo tardi. Il comandante”.
Il giorno dopo, il 9 luglio, l’equipaggio invia una lettera alla Federazione,
ispirata all’appello del comandante. Una risposta di eccezionale dignità:
“La battaglia che stiamo combattendo noi dell’Anna C. è dura. Alcuni si
sono trovati paura e hanno cambiato bandiera. Il comando con le parole e gli
scritti, cerca ogni giorno di intimorirci.
Quelli che siamo restati fedeli, e non siamo pochi, siamo decisi a tutto pur di
arrivare a Genova e poter essere fieri di dire: ero imbarcato sull’Anna C.
Su questa nave è da ammirare il personale di cucina, tutto indistintamente
schierato con noi dal primo giorno; mentre quelli che non riusciamo a capire
sono quelli di macchina. Con tutto ciò non molleremo. Scrivete sempre, siamo
nelle vostre mani.
Un grande saluto a nome di tutti a tutti anche ai compagni Novella e Santi.
Un grazie per i loro interventi a nostro favore”.
Torna indietro
|
|