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La sfida dei
marittimi
ai padroni del vapore
Lo sciopero di quaranta
giorni del 1959
di Giordano Bruschi
Presentazione
Lo sciopero dei “40 giorni” è stato già
raccontato nel libro Fermi al primo approdo, edito nel 1960 e nel 1974
dalla Film Cgil.
La narrazione, con la ricchezza di documenti dei comitati di bordo, rappresenta
il livello massimo della trasmissione della memoria.
Ci ha incuriosito, anche perché gli episodi vissuti dal vivo sono restati nella
mente, la possibilità di un racconto non cronologico, non in senso stretto,
bensì la suddivisione in capitoli, secondo i diversi aspetti dello sciopero.
Accanto alla cronaca dello sciopero riuscito, segue quello dello sciopero
tentato e violato dal padrone, oppure quello fallito per la sopraffazione
dell’armatore.
Significativa è la pagina ricostruita delle violenze legali, poliziesche della
repressione, dell’uso della denuncia.
Resta poi nella mente la vicenda del trasferimento della battaglia dalle navi ai
quartieri delle città marinare, nelle strade accanto ai moli.
Un trasferimento che fa emergere una nuova natura del marittimo; sino a ieri
subalterno al comando e all’armatore e dal 9 giugno 1959 protagonista attivo nel
territorio, con sue proprie manifestazioni, con capacità di alleanze in Italia e
all’estero.
Marittimo che conquista titoli sui giornali, ma anche attenzione nel sindacato,
nei partiti. È un segnale che qualcosa comincia a cambiare, se gli ultimi,
sindacalmente, tentano, provano a rialzare la testa.
Accade fra gli equipaggi; a maggior ragione potrà accadere nelle fabbriche. Non
passeranno molti mesi (undici/dodici) e la singola rivolta del 1959 diventerà in
Italia esplosione totale.
Gli operai, i lavoratori cominceranno di nuovo a contare.
Lo cantava già Bertold Brecht nel Soldato Schweyk: “La notte più lunga
eterna non è”.
Una cosa è la rappresentazione al Piccolo Teatro di Milano; altra è la realtà
del superamento della notte attuato con la partecipazione umana. L’insegnamento
del 1959 potrebbe essere valido anche nel 2006.
Premessa
Gli insoliti messaggi dell’8 giugno 1959
La sera dell’8 giugno 1959 dalla sede
della Film Cgil di Genova, di via Bruno Buozzi, partono i messaggi cifrati che
danno l’avvio al più grande e lungo sciopero dei marittimi italiani, terminato
quaranta giorni dopo, il 18 luglio 1959.
Non era lontano il periodo della Resistenza, allorché Radio Londra inviava i
messaggi speciali ai partigiani per comunicare i segreti di operazioni militari,
lanci aerei di materiali, non decifrabili dal comando tedesco.
La situazione sulle navi, quindici anni dopo la fine della guerra, era simile a
quella di un regime militare, per cui era impossibile la comunicazione tra il
sindacato e gli equipaggi.
La Film Cgil di Genova aveva inaugurato la sede il I° maggio; gli iscritti erano
soltanto 159; i rapporti con le migliaia di marittimi imbarcati e contattabili
solo due, tre volte all’anno durante le soste nei porti, richiedevano una
fortissima organizzazione, oppure tanta fantasia.
I due dirigenti sindacali mandati dalla Cgil in appoggio alla categoria
provenivano dai metalmeccanici ed avevano l’esperienza della lotta partigiana.
Alle documentate difficoltà di combattere il dominio assoluto del comandante a
bordo (il Codice della Navigazione gli attribuiva un potere incontrastato:
censura dei telegrammi da visionare prima della consegna al marittimo,
autorizzazione all’arresto e alla detenzione nel carcere di bordo ecc.), i nuovi
arrivati posero addirittura obiettivi più avanzati, quale lo sciopero nei porti
esteri.
La prevedibile rottura delle trattative per il rinnovo del contratto in vigore
nella parte normativa dal 1931, fece venire in mente l’esperienza partigiana dei
messaggi speciali, in modo da fermare le navi subito, senza attendere i tempi
lunghi dell’approdo in Italia.
Ai delegati delle navi in viaggio verso l’estero vennero consegnati, tra il 15
maggio e il 3 giugno 1959, i testi di telegrammi convenzionali, equivalenti alla
dichiarazione di sciopero al primo porto.
I comandanti di almeno venti navi, quella sera dell’8 giugno, ricevettero
dall’ufficiale telegrafista i testi di telegrammi provenienti da Genova e
diretti a marittimi esponenti (spesso segreti) del sindacato.
La comunicazione pareva riguardare vicende familiari come “Giovanni ha vinto il
concorso”, “Andrea è stato chiamato per l’assunzione”, “Mara ha superato
l’esame”, “la visita medica di Giuseppe è stata soddisfacente”, “siamo lieti di
annunciarvi la nascita del nipote Valerio”, “la casa per le vacanze è stata
prenotata” ecc.
I comandanti, tramite il I° ufficiale, consegnarono i documenti che contenevano
invece l’ordine di scioperare.
La sorpresa degli armatori al primo blocco delle navi all’estero fu enorme.
Transatlantici come il Giulio Cesare e il Vulcania della Società
Italia furono bloccati a New York, navi passeggeri come il Conte Grande e
il Conte Biancamano si fermarono in Africa a Dakar; ammiraglie del Lloyd
Triestino come il Neptunia e il Toscana in sciopero in Australia
nel porto di Melbourne; navi da carico come il Pacinotti, l’Usodimare,
il Marco Polo ferme in America Latina a Cristobal.
Addirittura imprevista l’adesione di due navi passeggeri della flotta di Angelo
Costa: la Bianca C. in sciopero a Barcellona contrastata duramente dalla
polizia franchista, e l’Anna C. ormeggiata a Las Palmas nelle isole
Canarie.
In entrambe le navi il sindacato non aveva iscritti e il messaggio di sciopero
fu consegnato ai marittimi, contattati poche ore prima della partenza da Genova,
ai quali era stato chiesto il nome per poter inviare notizie. Non si è mai
saputo come, ricevuto il messaggio cifrato, questo sia stato portato in
assemblea, conclusasi con la dichiarazione di sciopero.
Meno difficile, ma sempre molto ostacolato, lo sciopero negli scali nazionali.
Il regime autoritario di bordo escludeva per gli equipaggi i normali diritti
costituzionali: lo sciopero, in base all’art. 104 del Codice di Navigazione, era
considerato reato di ammutinamento e perseguibile con molti anni di carcere; le
commissioni interne erano proibite; i delegati sindacali non riconosciuti.
I rapporti armatore/lavoratore erano storicamente improntati alla subalternità.
Strumento di ricatto principale era il contratto a viaggio.
Alla fine di ogni traversata il marittimo era licenziato e liquidato di ogni
competenza (ratei di tredicesima, ferie, quiescenza).
In molte società (Finmare, Costa, Fassio) il marittimo, iscritto in apposito
turno particolare, veniva di solito reimbarcato per un nuovo viaggio, ma dopo
lunghi periodi di attese a terra senza retribuzione.
In queste condizioni lo spirito di ribellione degli equipaggi era sempre più
aperto, ispirato anche da stagioni storiche di battaglie sindacali epiche, come
quelle condotte da Capitan Giulietti.
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