Il sorriso della morte
 
di Michael Sfaradi


Capitolo primo
Un incarico difficle

Haifa – Ospedale Rambam
Un nuovo ambiente ti circonda, ordinato e sterile, con l’odore acre del disinfettante che aleggia nell’aria. Percepisci la presenza di una persona accanto a te.
È tanto bello sapere di non esser più soli, ma quanto è brutto non riuscire a comunicare con chi ti sta intorno. Vorresti, ma non puoi.
Una barriera invisibile, che ti porti dentro, ti divide dagli altri e ti costringe a rimanere fermo, muto e immobile a guardare il mondo dalla finestra dei tuoi occhi.

Il paziente era disteso sul suo letto e il dottore lo guardava consapevole di aver fatto tutto il possibile. Ora gli rimaneva solo la speranza che si potesse risvegliare.
– Può sentirmi? Riesce a sentirmi? Sono il dottor Ianiv, riesce a sentirmi?
Anche per oggi nessuna risposta. Ancora una volta il medico provò la sgradevole sensazione della delusione che prende il posto della speranza.
Dopo aver nascosto alla meglio il disappunto fece un segno al suo assistente e i due uscirono dalla stanza.
– Giuro che in questa storia non ci capisco più nulla, fisicamente ormai è a posto, una situazione di questo tipo non l’avevo mai vista prima.
Dopo un evento traumatico, generalmente, questi pazienti sono irrequieti, vogliono vivere, parlare, mangiare, vogliono vedere la famiglia, non stanno mai fermi, non si zittiscono neanche per prendere fiato, lui no, rimane così, come sotto l’effetto di un anestetico. Che ne pensi?
L’altro si guardò intorno come se stesse per rivelare un segreto più grande di lui, e ragionò ad alta voce:
– Che cosa sappiamo di lui? Niente. Non sappiamo chi è, sembra apparso dal nulla.
Sbaglierò, ma secondo me l’unica cosa che possiamo fare è prendergli le impronte digitali e cercare qualche informazione che ci possa aiutare a capire qualche cosa.
Tutto era cominciato con il ricovero urgente di un militare ferito, e fino a lì non c’era nulla di strano. Il punto era che il paziente non aveva un nome, essendo sprovvisto di mostrine di riconoscimento, e soprattutto non sarebbe dovuto essere lì dove lo avevano trovato. Tutti quelli che dovevano esserci c’erano, morti e riconosciuti, l’unico vivo ed in soprannumero era lui.
– Penso che tu abbia ragione, convocherò le autorità militari. Noi il nostro dovere lo abbiamo fatto, adesso è un problema loro.

***

Nel pomeriggio il dottor Ianiv, dopo aver riempito un paio di moduli e ricontrollato la situazione dei suoi pazienti, pensò che fosse giunta l’ora di tornare a casa.
Proprio mentre spegneva la luce del suo ufficio, il citofono delle emergenze squillò e lui, malvolentieri, rispose.
– Cosa c’è? Cosa è tutta questa fretta?
– Dottore venga immediatamente al reparto, lo vogliono portare via.
– Portare via chi? Non capisco.
– Dottore la prego venga qui. E si sbrighi.
Il dottore indossò il camice mentre era già nel corridoio, e in preda a una fastidiosa sensazione di dubbio misto a nervosismo si diresse a passo svelto verso il reparto.
All’entrata due robusti agenti della polizia militare gli sbarrarono il passo, ma lui lì era il padrone, il primario, e nessuno avrebbe mai potuto impedirgli di entrare nel suo regno.
– Mi faccia passare – disse con tono autoritario.
– Occorre un permesso – rispose il militare. Il comportamento del soldato fece svanire anche l’ultima goccia di pazienza rimasta al dottor Ianiv, che si ritrovò ad urlare con tutta l’autorità consentita dalla sua carica.
– Lo faccia passare! – disse qualcuno da dietro la porta. Solo al quel punto il militare, peraltro affatto intimorito, si fece da parte. Il dottore dopo un paio di passi se ne trovò subito davanti un altro: stessa divisa, ma con più gradi.
– Sono il colonnello Luz, servizi informazione e polizia militare, mi permetta qualche domanda.
Senza attendere il permesso continuò: – Da quanto tempo il paziente anonimo è ricoverato qui da voi?
– Tre settimane, colonnello.
– Perché è stata comunicata notizia alle autorità militari soltanto ora?
– Colonnello, è stato un vostro elicottero che lo ha lasciato sul tetto dell’ospedale in fin di vita, e non credevo certo di dovere essere io a farvi l’elenco dei feriti che i vostri elicotteri o ambulanze trasportano sul tetto al trauma center o al pronto soccorso. Se non siete a conoscenza del numero dei vostri soldati ricoverati negli ospedali, vi consiglierei di assumere un contabile.
Io devo farmi carico del loro stato di salute, non delle generalità. Sono passate tre settimane dal suo ricovero e non ho avuto ancora notizie sul paziente, per questo ho fatto prendere le impronte digitali ed ho presentato una nuova richiesta, cosa che peraltro non rientra nelle mie competenze. E lei arriva ora, in alta uniforme e con tanta fretta, dopo che noi abbiamo aspettato che qualcuno ci desse un segno per tre settimane? Le faccio presente che nello stato in cui si trova il paziente non può subire alcun interrogatorio. Ha assoluto bisogno di tranquillità, se vogliamo avere almeno una speranza che si risvegli. Non so se lei possa rendersi conto di quale fosse il quadro clinico al momento del ricovero, era spacciato, non gli davamo più di un paio d’ore di vita, abbiamo lavorato giorno e notte nella speranza di salvarlo e...
– Noi la ringraziamo di questo. – lo interruppe il colonnello bloccando quel monologo che sembrava poter continuare all’infinito.
– Sono convinto che lei ed il suo staff abbiate fatto miracoli per lui, volevo comunque informarla che da questo momento il paziente sarà trasferito in un’unità sanitaria militare che si prenderà carico del caso.
Il dottore si dimostrò rassicurato quando il colonnello gli prospettò l’ordine di trasferimento della magistratura militare. Il paziente non era più suo, ora aveva una camera libera in più per altre persone bisognose d’assistenza e soprattutto un grosso problema, forse senza soluzione, in meno.
L’uomo senza nome se ne andava e il dottor Ianiv avvertì la sensazione che si prova quando sopraggiunge la morte di un malato, un senso di ineluttabilità e impotenza che i medici imparano presto a conoscere.
Curarlo aveva richiesto tante preghiere e infinite ore di lavoro in sala operatoria, per tagliare, cucire e rimettere insieme il suo corpo. Ora lasciava l’ospedale, ma non lo faceva come tutti gli altri pazienti quando sono dimessi. Era vivo ma se n’andava come un morto, sdraiato e senza ringraziare.
L’infermiera, quella molto carina, ventisette anni di cui nove passati in chirurgia, si avvicinò al dottore e con un filo di voce gli chiese:
– Crede che lo rivedremo un giorno o l’altro?
– Non ne ho idea. Vede Ricky, sono sicuro che in ogni caso si prenderanno cura di lui. Se sono stati così celeri nel venirselo a prendere sapranno come curarlo, anche meglio di come potremmo fare noi. Conosco parecchi ottimi colleghi che lavorano nella sanità militare, non ho alcun problema morale da questo punto di vista.
Avrei solo voluto sapere chi è, più che altro per curiosità personale... sarà per la prossima volta – rispose il medico chiamandola per nome, come faceva con i suoi più stretti collaboratori.
– Sa, mi piaceva, aveva gli occhi dolci.
Strane le donne, pensò il dottore, s’innamorano di chi non dice una parola e ignorano chi fa i salti mortali per loro...
Accompagnato da dubbi e da domande, il medico tornò al suo ufficio mentre Ricky, con un passo più lento del solito, si recò verso il reparto.
Non poche volte si era ritrovata a fantasticare sul paziente sconosciuto, lo aveva anche sognato. Le piaceva il suo corpo, nonostante fosse martoriato dalle ferite e segnato dalle cicatrici che le operazioni chirurgiche avevano lasciato sulla pelle.
Era ancora un bell’uomo e i suoi muscoli erano duri come cuoio.
Pensava che, dopo molti anni d’ospedale e dopo aver visto tanti uomini nudi, non ce ne sarebbe più stato uno capace di farla sognare. Evidentemente si era sbagliata.
Forse quell’alone di mistero che c’era intorno a lui, il fatto che non si sapesse chi fosse e che era vivo per miracolo avevano contribuito ad accendere in lei quel senso di curiosità e attrazione.
Quei due occhi chiari e persi l’avevano stregata, al punto che si ritrovava a fare cose di cui, in fondo, un po’ si vergognava.
Più volte, in quel periodo, si era ritrovata distesa sul letto e con gli occhi chiusi ad accarezzarsi mentre pensava a lui.
La mattina presto, quando il reparto era ancora deserto, era il primo paziente che cambiava e medicava, spesso sbirciando per vedere se avesse o no un’erezione mattutina, se fosse virile oltre che bello.
Ora però se l’erano portato via, e sapeva che erano poche le speranze per lei di poterlo rivedere ancora. Ricky entrò allora nel magazzino del vestiario, chiuse la porta dietro di sé e, seduta in terra nel buio pieno dello stanzone, si lasciò andare a un pianto muto e triste.

***

Nello stesso momento, due piani sotto, nella caffetteria dell’ospedale, il colonnello Luz era seduto ad un tavolo di fronte a un’altra persona con cui parlava sottovoce. Nonostante la sua uniforme gli conferisse una notevole autorità, Luz si sentiva a completo disagio nei confronti dell’uomo che aveva davanti a sé: più che una persona si trattava di una leggenda.
Il generale Nadav Sold.
Se anche fosse stata vera la metà delle storie che si raccontavano su di lui, sarebbe bastata a riempire un paio di libri di spionaggio.
Non si riesce quasi mai ad essere agenti operativi nel Mossad per diciotto anni ed avere poi anche il lusso di tornare a casa vivi. Per riuscire in un’impresa di questo tipo bisogna davvero essere persone particolari, dotate di molte caratteristiche operative e... tanta fortuna.
L’unico a farcela era stato lui, e al suo ritorno se n’era andato in pensione sbattendo la porta per disaccordi con chi comandava. Anche questo era nel suo stile.
Fu poi richiamato in servizio attivo, con tante scuse da parte del dipartimento, per assumere il comando dei servizi interforze.
Era l’agente che aveva indagato su molti dei fatti oscuri della storia contemporanea, era stato nell’Unione Sovietica comunista e nei democratici USA, spiando amici e nemici e prendendo informazioni di tutti i tipi a favore d’Israele.
Aveva cercato, e in molti casi catturato, criminali nazisti in Europa, America latina e sud-est asiatico, facendoli poi sparire senza troppo clamore.
Non c’era paese arabo dove non fosse stata registrata la sua presenza, e molte erano le operazioni in cui aveva messo lo zampino e lasciato il segno. Si sosteneva che avesse preso in affitto una casa a Beirut, tante erano le volte che era entrato ed uscito dal paese dei cedri.
C’era chi giurava di averlo visto in pieno giorno sorseggiare tranquillo un caffè, comodamente seduto in un bar del centro della capitale libanese. Molte forse erano leggende, ma sicuramente avevano più di un fondamento.

***

La leggenda vivente però era venuta di persona, e la cosa non prometteva nulla di buono.
Era vestito in abiti civili, non aveva bisogno della divisa per farsi obbedire.
Guardava il soffitto e lasciava passare il tempo fra le dita come un semplice pensionato, nessuno si sarebbe mai azzardato a disturbarlo mentre rifletteva.
Non era sicuramente un lavoro normale tenere le file dei due servizi d’informazione israeliani, spionaggio e controspionaggio, Mossad e Shin Bet, e dunque coordinare, aiutare, consigliare e comandare soggetti che non andavano d’accordo e che spesso erano in concorrenza o, peggio, in contrasto fra loro come due cobra all’interno dello stesso cesto.
– Secondo lei ha parlato? – domandò il generale senza spostare lo sguardo.
– Non credo signore, anche se non ho fatto indagini perché avrei insinuato ulteriori sospetti – rispose Luz in evidente imbarazzo.
– Le mie direttive erano chiare, dovevo trasferirlo nel minor tempo possibile e con la massima discrezione. Poi non mi era stato ordinato... signore.
– Bene, se è di un ordine che lei ha bisogno, glielo do io ora: voglio un’indagine approfondita. Le sue nuove direttive sono di scoprire se ha parlato con qualcuno, se sì quando, con chi e cosa si sono detti. È tutto. Mi farà avere delle risposte entro le prossime quarantotto ore. Sono stato chiaro?
– Sì... signore. Entro quarantotto ore, signore.

***

Avraham Luz aveva fatto una rapida carriera nell’esercito ed aveva raggiunto il grado di colonnello a 46 anni.
Figlio unico di due sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, era entrato non ancora maggiorenne nella scuola di guerra dell’esercito. A metà del corso era stato trasferito, viste le notevoli doti caratteriali, alla scuola ufficiali.
Quello che subirono i genitori e quello che aveva dovuto sopportare il suo popolo non sarebbe mai accaduto se fosse esistito lo stato d’Israele. E ora che c’era bisognava salvaguardarlo, far parte del suo esercito era il modo migliore per farlo.
Il suo pensiero era semplice e non ammetteva repliche, tutto il resto erano solo chiacchiere da bar.
Era un ufficiale nato.
Sapeva parlare, ordinare, ridere e scherzare con i suoi uomini; beveva e cantava insieme a loro; divideva sempre i conti pagando la sua parte, quando non era lui ad offrire. I suoi subordinati lo rispettavano, soprattutto come persona. Sapeva trattare con loro usando istintivamente la giusta misura. Era un riflessivo, sempre calmo almeno in apparenza, in grado di trovare le risposte anche nelle pieghe dei problemi più complessi. Amava la lettura, la musica e la pittura, apprezzava la cura dei particolari. Poteva passare ore leggendo o controllando un semplice appunto, mentre era capace di archiviare un rapporto completo in pochi minuti, ma alla fine trovava sempre la risposta che cercava.
Prima di passare alla polizia militare, come ufficiale di collegamento con i servizi informazione, aveva ricoperto svariati incarichi. Come tutti i suoi coetanei israeliani, anche lui aveva partecipato alla guerra in Libano. Era stato ferito nei pressi di Sidone, ma le cicatrici che aveva sul petto e sulla schiena non erano però segni d’orgoglio o motivo di vanto, al contrario, quelle poche volte che andava al mare, in piscina o in una sauna, tendeva a coprirle con una canottiera o coprendosi con un asciugamano.
Era ritornato nel sud del Libano un paio di volte per portare avanti delle indagini, e superare quel confine era sempre stato motivo di grande apprensione, quasi un fastidio fisico: il Libano non gli piaceva, lì aveva più volte rischiato d’incontrare la morte e lui non era un eroe.
Era vicino ai cinquanta anni, ma il suo fisico era in ottime condizioni atletiche. I folti capelli neri si erano macchiati di grigio, ma questo particolare lo rendeva, insieme agli occhi chiari, particolarmente apprezzato dagli individui di sesso femminile. Il suo sguardo penetrante sapeva leggere nelle persone in pochi istanti, e raramente sbagliava nei giudizi. Il modo di presentarsi era sempre limpido e educato, anche se non lasciava molto spazio al mondo esterno, aveva pochi amici e raramente delle donne erano riuscite ad entrare nella sua vita. Il suo carattere introverso non lo rendeva particolarmente incline alle relazioni sentimentali.

***

La giornata pesava sulle spalle di Ricky. Si sentiva stanca e di pessimo umore, e ora voleva solo andarsene a casa. Era questo l’unico dei suoi pensieri mentre si accingeva a chiudere la porta dell’armadietto nello spogliatoio delle infermiere.
Mille idee si affollavano nella sua mente, mille pensieri che potevano riassumere in uno solo: cosa sarebbe successo all’uomo senza nome? La risposta era fuori della sua portata, non si trattava di medicare o suturare, tanto valeva cercare di non pensarci e continuare la vita di tutti i giorni.
Fuori dallo spogliatoio la attendeva una non gradita sorpresa: appoggiato al muro, con una sigaretta in mano, il colonnello Luz la stava aspettando.
Ricky lo vide e sentì mescolarsi dentro di sé speranza e rabbia, ma seppe mantenere la calma.
– È vietato fumare all’interno dell’ospedale, colonnello. La prego di spegnere immediatamente quella sigaretta – disse l’infermiera con un tono che rasentava la maleducazione.
– Avrei bisogno di farle alcune domande.
Così dicendo il militare spense la sigaretta sotto la suola delle scarpe lucidissime.
La donna indicò il mozzicone spento:
– Questo posto viene pulito e disinfettato più volte al giorno per la salute e il benessere dei pazienti. Raccolga i suoi rifiuti e li faccia sparire all’interno degli appositi cestini. Noi siamo al servizio degli ammalati, non dei visitatori.
Si girò e sorrise scorgendo con la coda dell’occhio il colonnello che si piegava a raccogliere il suo mozzicone: chinato in quella posizione il colonnello aveva perso ogni apparenza di baldanza e autorità. Una piccola rivincita in un giorno perdente.
Ricky sapeva che, nonostante il passo veloce, sarebbe stata raggiunta prima di arrivare al pianerottolo. L’ascensore era aperto, entrò velocemente e spinse il pulsante del piano terra, ma mentre le porte si chiudevano una mano le fermò e queste si riaprirono rivelando la figura del colonnello con il volto teso e innervosito.
– Le stavo appunto dicendo che avrei avuto bisogno di farle alcune domande – disse con un tono che non ammetteva repliche.
– Perché non prende un appuntamento con il mio segretario? – rispose lei premendo, di nuovo, il pulsante del piano terra, ma questa volta lui fu abbastanza veloce ad entrare prima che le porte si richiudessero.
– Perché rende tutto così difficile signorina? Ho bisogno di un paio di risposte e poi le giuro che toglierò il disturbo.
– Cinque minuti, non un secondo di più – disse lei perentoria.
– Le posso offrire un caffè?
– No, avanti con le domande.
– Da quanti anni lavora in quest’ospedale?
– No – rispose lei lasciando intendere al di là di ogni dubbio che aveva capito benissimo dove lui volesse andare a parare.
– Scusi... come no?
Lei lo interruppe senza tanti complimenti.
– La risposta è no. Non ha detto una parola, non un cenno, niente di niente. E se posso aggiungere un parere personale, ritengo che non abbia nemmeno capito dove si trovasse. – Senza abbassare lo sguardo aggiunse: – Nessuno qui in ospedale sa chi è, vero colonnello?
Non ci fu una risposta alla domanda.
– Il tempo a sua disposizione è terminato e io non ho alcuna intenzione di rispondere ad altre domande, in fondo, ha saputo quello che voleva sapere, non c’è altro da aggiungere. Se vuole continuare a torturarmi mi legga i miei diritti e mi porti in caserma, altrimenti mi lasci in pace.
Si sistemò la borsetta sulla spalla senza muovere lo sguardo e, con decisione ma senza fretta, si avviò verso l’uscita perdendosi nel caos del traffico.
Luz diede una rapida occhiata all’orologio mentre si accendeva una sigaretta, poi ricordandosi dell’ammonimento di poco prima chiuse il suo accendino e rimise la sigaretta nel pacchetto. Niente affatto soddisfatto, si avviò anche lui verso l’uscita dell’ospedale.


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