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Sotto il segno del
Grifone
Racconti genoani
38 racconti scritti dai tifosi rossoblu
Due racconti dal libro
Se mi nasce un figlio doriano… in collegio!
di Alberto Barbieri
Sul gioco del calcio esistono tantissimi
luoghi comuni. Uno di questi è che una donna (o un uomo, a seconda dei casi) si
può tradire o eventualmente cambiare, la fede calcistica no.
Nel caso del Genoa questo non è un luogo comune. Perché il Genoa è tutto fuorché
un gioco. È davvero una fede irrinunciabile e spesso irrazionale. La stessa fede
che ti fa iniziare sempre e comunque a leggere il giornale dal fondo (lo
ammetto, qualche volta mi sono vergognato... tutti eravamo in trepidazione per
la sorte dei nostri connazionali rapiti in Iraq, ma tant’è, la prima cosa che
sono andato a cercare con bramosia è stata la notizia dell’acquisto del famoso
bomber da 20 gol…). La stessa fede che ti riporta sui gradoni di Marassi quando
non più tardi di 7 giorni prima avevi giurato sui valori più sacri della tua
vita (tra cui, ovviamente, anche il “vecchio balordo”) che mai ci avresti
rimesso piede. Ma in fondo in fondo non avverti troppo il peso dello spergiuro,
perché vedi attorno a te migliaia di persone che hanno fatto esattamente la
stessa cosa. E allora, come dice il proverbio… mal comune a mezzo stadio. Più o
meno.
Ripensando ai tanti (troppi, secondo le – ahimé poche – fidanzate che si sono
succedute nel tempo) anni di militanza rossoblu, emergono migliaia di ricordi.
La prima volta nella Nord, il primo derby, il primo gol che ho visto segnare.
Tutti momenti incancellabili, che stanno nella mia personalissima hall of
fame in dolce compagnia della prima ciucca, del primo bacio (e dintorni),
della patente e di poche altre pietre miliari.
È facile ricordare il gol di Branco nel derby. O quelli di Tomas alla Juve. Per
non parlare delle reti europee, dal primo sigillo di Skuhravy con l’Oviedo alla
volee di Iorio ad Amsterdam (ho citato non a caso il primo e l’ultimo
gol, in ordine cronologico, di quell’avventura. Citarli in ordine di importanza
mi avrebbe richiesto ore e ore di dura riflessione, perché non ce n’è uno che
non mi sia sembrato – in quel momento almeno – importante quanto la scoperta
della penicillina).
A me piace però ricordare anche momenti meno gloriosi (la nostra storia sportiva
ne è ricca) ma ugualmente esaltanti. Pochi forse ricordano un gol spaziale di
Francesco Mileti in Genoa-Cremonese 2-0. (Mileti. Ve lo ricordate? Arrivò al
mercato di riparazione. Un illustre sconosciuto che si rivelò una fortunata
scoperta. Un vecchietto al bar mi disse, prendendomi in giro: «T’è vistu? U
Zena ne ha piggiou trei, stavotta». E quando risposi: «No, abbiamo preso
solo Mileti», mi rispose: «Sci, emmu piggiou MI, LE e TI». L’ho capita
tre anni più tardi). Partì dalla nostra area, dribblò anche il massaggiatore
avversario prima di segnare. Il gol di Baggio in maglia viola al S. Paolo?
Quello di Vink nel derby? Bazzecole, al confronto.
O ancora un Genoa-Perugia 1-1 (gol di Simonetta. Per loro tale De Stefanis) che
sancì la fine dei nostri sogni di A ma fu uno spot meraviglioso dello spirito da
Grifo. Dominammo tutta la partita, passammo in svantaggio sull’unico loro tiro
in porta, riprendemmo ad attaccare, pareggiammo ma l’impresa si fermò lì. Di
quel giorno conservo intatto il ricordo di una gradinata impazzita di entusiasmo
per una prestazione comunque esaltante. A onor del vero, ricordo anche la frase
che dissi a mio padre all’uscita: «Ivano Bonetti è un fenomeno. Il nuovo Bruno
Conti». Purtroppo il Genoa ha anche effetti allucinogeni di questo tipo…
In effetti la mia memoria è intasata di ricordi rossoblu. Le nozioni di Diritto
Pubblico entravano e uscivano come i turisti al Louvre; tutto quello che
riguarda il Genoa, invece, entra e non esce più. I primi anni di università
andavamo a studiare al piano ammezzato di via Cavallotti. Facoltà di Economia.
Dopo venti minuti i libri volavano via per lasciare spazio al nostro “Telemike”,
ossia domande (con tanto di cuffia: non serviva a nulla ma faceva scena) tratte
da un librone sul Genoa. Agli esami mi segavano con discreta regolarità, ma sul
Grifo avevo già la laurea! E questo bastava.
Ho accennato poco fa ai momenti meno “inflazionati” della storia rossoblu.
L’elenco potrebbe andare avanti per pagine e pagine. Così come sugli errori di
valutazione di noi tifosi si potrebbero prosciugare le riserve di inchiostro.
Senza affondare le radici troppo in là nel passato, mi sovviene tale Roberto
Lorenzini. Professione terzino sinistro. Scuola Milan. Chiamato a sostituire due
interpreti del ruolo di nome Claudio Branco e Andrea Fortunato.
All’esordio (Genoa-Roma) avevo già le dita calde per fischiare ed esprimere
tutto il mio disappunto (in gradinata questa elegante locuzione non mi sarebbe
passata nemmeno per la testa… era ben altro quello che volevo esprimere… ma
quando si scrive si ha fortunatamente il tempo di fare scelte terminologiche più
ponderate…). Ma ecco che il buon Roberto ti estrae dal cilindro una prestazione
maiuscola, condita da gol stupendo (stop di petto e diagonale di sinistro
nell’angolo opposto) e tutti nella Nord ci ricrediamo pensando di aver trovato
un nuovo fenomeno. Il fatto che Lorenzini non se lo ricordi più nessuno o quasi
è la dimostrazione lampante che a quella bellissima prova non ne siano seguite
altre… Ovviamente non ho scelto il punto più basso come esempio. Citare
Mastrantonio, Mengo, Pelliccia, Marquet eccetera sarebbe stato troppo facile.
Quasi populista. Lorenzini, beh, penso sia un buon compromesso.
In realtà chi tifa Genoa non pretende di avere solo dei campioni da applaudire.
È ovvio che le magie di Aguilera, le geometrie di Bortolazzi, l’incedere a testa
alta di Eranio sono stati un bel vedere. Al pari dei lanci di Renè Vanderejken
prima e di Sergio Domini dopo, del tocco vellutato di “Dustin” Antonelli o dei
guizzi del primo Briaschi.
E tutti noi ci auguriamo di rivedere giocatori in grado di mandarci in visibilio
con il loro talento. Ma quello che a noi preme maggiormente è avere gente che
incarni davvero lo spirito rossoblu. Cosa vuol dire? Impegno e dedizione
massimi, sempre e comunque. Grinta e determinazione. Consapevolezza di essere
dei privilegiati per il fatto di indossare quella casacca.
In questo senso un idolo assoluto per il sottoscritto porta il nome di Johannes
Wolfgang Maria Peters. Vulgo Jan. Un olandese per il quale – all’età di
10 anni – avevo una cotta paragonabile solo a quella per Samantha Fox. Arrivava
dall’AZ67 (non è né un volo né un dentifricio) e giocava con una grinta
incredibile. Il campo fangoso era il suo massimo; le sue entrate in scivolata
sono rimaste per me qualcosa di memorabile. E a tutto questo univa tecnica e
classe da vendere, anche se un ginocchio malandato ce ne ha privato troppo
spesso. È rimasto a Genova 2 anni (uno in A, l’altro in B) per poi passare all’Atalanta.
Quando se ne andò non mangiai per due giorni.
Per contro ricordo giocatori che non sopportavo nemmeno in figurina per il modo
in cui hanno “approcciato” il mondo-Genoa. Uno di questi è Andrea Agostinelli,
oggi allenatore che predica ai suoi giocatori quegli stessi valori che lui per
primo, almeno a Genova, non ha mai dimostrato. Era un eclettico, non presidiava
in assoluto la fascia destra o quella sinistra, ma quella dove c’era ombra.
Faceva parte di quella squadra che nel 1988 si salvò in extremis dalla Serie C a
Modena… in una sorta di amnistia personale li ho perdonati tutti perché,
comunque, non siamo retrocessi e l’anno dopo se ne sono andati da Genova. Però
un po’ di dente avvelenato ce l’ho ancora.
Non so se questo valga solo per me, ma il motivo vero per cui non sopporto i
giocatori che non impregnano la maglia del Genoa con litri di sudore è lo stesso
che per cui detesto chi sperpera stupidamente una fortuna. Perché io per giocare
nel Genoa darei qualunque cosa, e vedere che chi ha questa opportunità non la
sfrutta fino all’ultimo mi innervosisce non poco.
La passione per il Genoa è qualcosa di viscerale. A volte penso che se avessi un
figlio mi piacerebbe che diventasse genoano, ma al tempo stesso vorrei che lo
diventasse per conto suo e non per mio indottrinamento. Così, almeno, non avrei
il peso della responsabilità di avergli attaccato questa malattia incurabile.
Addirittura, se avessi la certezza che non lo diventi, lo spingerei a tifare per
Juve, Inter, forse addirittura doria (minuscolo per errore di battitura) per
alleggerirmi la coscienza. Consapevole che se poi non tifa Genoa, beh, è una
scelta legittima su cui potrà riflettere durante gli anni in collegio…
Per qualunque viaggio io parta, ho sempre la sciarpetta rossoblu al seguito. E
non c’è posto che abbia visitato senza farmi immortalare mostrando all’obiettivo
la scritta “Fossa dei Grifoni”. L’estate scorsa, durante un viaggio in
Repubblica Ceca, abbiamo fatto una “piccola” deviazione per andare a Ceske
Budejovice, ridente paesino (fa schifo) che ha il grande merito di aver dato i
natali a Tomas Skuhravy. Giuro, non c’è niente di attraente, ma bere una birra
in piazza con la sciarpa al collo mi ha riportato agli anni magici…
Quest’estate, poi, il clou. Viaggio in Spagna. Prima tappa: Madrid. Premetto: ho
una fidanzata comprensiva, che ha accettato con entusiasmo di venire con me a
vedere il Santiago Bernabeu pur non amando il calcio. Ovviamente con la sciarpa
al collo, mi accingevo a farmi fotografare sulla panchina dove abitualmente
siedono allenatori e giocatori. Ero in trance, stavo sognando ad occhi aperti di
poterci andare un giorno al seguito dei “ragazzi”, e il contesto del Bernabeu,
anche vuoto, mi faceva letteralmente rabbrividire al solo pensiero. Alla faccia
dei 40 gradi all’ombra.
Ad un tratto sento una voce dietro di me: «Ma quella è la sciarpa del Genoa! Ti
prego, me la presti per una foto?». Anche se ne sono geloso come della fidanzata
(spero che lei non si offenda, questa è una grandissima prova di amore e di
attaccamento), non ho potuto dire no a un giovane grifone per cui gliel’ho
prestata (la sciarpa, non la fidanzata) vigilando affinché ne facesse buon uso.
Ragazzi, che soddisfazione riunirsi nella Fede lontano da casa…
Purtroppo nell’anno della Uefa non ho potuto fare alcuna trasferta per veto
paterno. Oggi sogno di potermi rifare. Sogno di entrare negli stadi più belli,
importanti e carismatici d’Europa come avversario. Non so se temuto, di sicuro
apprezzato. Sogno di poter vivere un’accoglienza come quella riservata dai
tifosi locali a chi andò a Liverpool. Quando chi c’è stato mi racconta
dell’applauso tributato da due ali di tifosi inglesi ai vincitori dell’Anfield
Road, provo brividi misti a invidia per non essere io il narratore. Sarebbe
bellissimo un giorno sentir dire la stessa cosa a qualche ragazzo estasiato dal
mio racconto. A questi sogni non ho rinunciato nemmeno quando siamo scesi in
Serie C; oggi mi sembrano lì a portata di mano.
Credo che l’entusiasmo, la voglia di seguire i propri colori insieme ai propri
amici o addirittura alle proprie famiglie sia l’unica strada attraverso la quale
il calcio può passare per superare l’attuale crisi. E in questo noi genoani
abbiamo sempre dato dimostrazione di esserci.
Anche noi preferiremmo andare a vedere il Genoa a San Siro, ma se le circostanze
ci portano al Porta Elisa di Lucca andiamo lo stesso. Consci che tanto quello
che ci interessa è il Genoa. Non la categoria o il rango dell’avversario. E
consolandoci col fatto che a Lucca si mangia meglio che a Milano…
È grazie a questo spirito che la retrocessione in C1 di due anni fa è stata
vissuta in quel modo a tutti. Chi è poco addentro al calcio minore forse non
ricorda che quell’anno una Polisportiva Ciclistica dalle sgargianti strisce
multicolori venne promossa nella massima divisione. Ciononostante, la città si
vestì di rossoblu molto più che di blucerchiato. Dimostrando ancora una volta il
suo proverbiale buon gusto. E state certi che quel proliferare di bandiere,
sciarpe, stendardi ha avuto un’incidenza non trascurabile sull’aumento degli
attacchi di bile registrato dagli ospedali genovesi (in particolare da quello di
Sampierdarena…).
In quel periodo ho ricevuto la visita di alcuni amici di Milano che sono rimasti
attoniti di fronte a tanta festa, a tanta dimostrazione di amore per i propri
colori pochi giorni dopo una retrocessione ignobile (a proposito: in questo
racconto ho citato giocatori che ho amato o che ho “odiato” negli ultimi 23 anni
di Genoa. Non ho mai fatto riferimento ai protagonisti della stagione 2002-2003
perché per me loro non hanno mai indossato la casacca del Grifone. C’è un buco
nella mia memoria genoana che ha il diametro giusto pari ad una stagione. In cui
peraltro non sono mai mancato dalla Nord...). Il fatto è che ciò che per gli
altri è follia, per noi è normalità. E prima ancora che la giustizia ordinaria
ci riammettesse in Serie B, ai botteghini c’era già la ressa per fare
l’abbonamento.
Questo è il Genoa. Questo è l’amore dei suoi tifosi.
L’ultima partita di quell’infausta stagione (Genoa-Cosenza 3-0) non la vidi. Ero
in Sardegna con un gruppo di amici. Mentre stavamo andando a cena in un
magnifico agriturismo, sentii per radio: «Genoa 1 Cosenza 0, gol di Basso». E
iniziai a crederci. A che cosa, visto che eravamo matematicamente retrocessi?
Boh. Non lo so. Forse alla rinascita, forse al fatto che se da sempre cantiamo
“Serie A o serie B, u grifun l’è sempre chi”, aggiungerci “Serie C” non
sarebbe stato un problema. E le telefonate che mi arrivavano dagli amici allo
stadio, che raccontavano di un inaffondabile orgoglio rossoblu, di una squadra
Primavera che finalmente lottava come 11 grifoni, di una festa che stava
nascendo spontanea e che si stava sviluppando come gli incendi sul Fasce… beh,
mi hanno sollevato ma al tempo stesso fatto sentire un po’ “traditore” perché me
ne ero andato sul più bello.
Pazzo? Totalmente scemo? Forse sì, ma non certo per questo.
Facendo qualche concessione alla retorica, in un calcio inquinato da scommesse,
doping e bilanci taroccati questa passione è probabilmente la sola cosa genuina,
bella e sincera rimasta.
Passino anticipi, posticipi e numerazioni degne di squadre di football
americano.
Passi il fatto che ormai sul calcio si fa anche un reality show dove la
formazione la decide per 8/11 l’allenatore (termine forse esagerato, visto che
si tratta di Ciccio Graziani) e per 3/11 il pubblico da casa, dove la
presentatrice (gnocca, un punto per lei) si ferma commossa a commentare le
lacrime dei novelli Taricone dicendo “sono lacrime vere” e dove intervengono
come ospiti allenatori e giocatori di Inter, Milan e Juve (non c’entrano i
contratti con Mediaset, ne sono certo…).
Tutto questo può accadere senza decretare la fine del gioco solo perché ci sono
tifosi come noi, innamorati dei propri colori a prescindere da tutto. Anche
perché se non fosse così, alla domenica ci sarebbero troppe biciclette e
relativi ciclisti in giro per Genova…
Nella tana del nemico
di Massimo Prati
Questo racconto è dedicato a mio padre,
Walter Prati, un portuale della Compagnia Unica che aveva il Genoa nel cuore e
che mi ha trasmesso l’amore per il vecchio Grifo.
Tutto nacque da un errore di fondo. Un genoano non avrebbe mai dovuto stabilirsi
a Sampierdarena. Cosa che fece mio padre, genoano e genovese cresciuto prima nel
vecchio quartiere di via Madre di Dio, e poi al Molo, nei pressi di Porta
Siberia. Era l’estate del 1962 e mio padre, appena sposato, trovò casa in via
Walter Fillak, nel rione del Campasso a Sampierdarena.
La fede calcistica, come per la stragrande maggioranza dei genoani, era una
questione di tradizione familiare. Mio padre l’aveva ereditata da un suo zio, il
barba Tillio (all’anagrafe: Attilio Perino), vecchio portuale nato ad
inizio secolo che si ricordava ancora dei campionati degli anni Venti, quelli
degli ultimi scudetti. Io ho ereditato quella fede da mio padre, ed essendo nato
e cresciuto a Sampierdarena, ho dovuto presto imparare a difenderla in un
territorio calcisticamente ostile.
Sono nato nel 1963. A volte mi sembra che la mia generazione sia stata come
sospesa in mezzo a due epoche. Siamo nati nel periodo del boom economico
e del consumismo, della rivoluzione dei costumi, dell’imporsi della televisione
e degli eventi di massa: i lanci spaziali, le contestazioni studentesche, i mega
concerti, le partite di coppa in eurovisione, i campionati di Città del Messico
o i grandi incontri di pugilato in mondovisione. In qualche parte degli Stati
Uniti, probabilmente, in quegli anni si stavano già progettando i primi
personal computer.
Eppure se guardo indietro nel tempo vedo il pescivendolo che spinge a mano il
carretto al grido di «Ancioe!» e lo spazzino che, quando è il momento di
portar giù la rumenta, chiama a raccolta le massaie suonando la tromba,
oppure il carro a cavalli che dal porto si dirige verso Certosa, o ancora la
fabbrica del ghiaccio a San Teodoro e i diurni in via Sampierdarena (eh sì,
perché mica tutti avevano il bagno o il frigo in casa).
Oggi, nell’epoca della globalizzazione, questo rione di Sampierdarena, per certi
aspetti, assomiglia più ad un barrio latino che ad un borgo genovese: una
volta c’era Gino il bisagnino e d’estate ti compravi le perseghe o
la pateca, oggi c’è la tienda de frutas y hortalizas de Miguel,
che vende il platano, il mango, e l’avocado. Personalmente la cosa non mi
dispiace, anzi (anche se continuo a preferire le perseghe, e sopratutto
la pateca). Migliaia di ecuadoriani sono venuti a stabilirsi da queste
parti. E spero e penso che possano vivere in armonia con gli italiani. Del
resto, in un mondo in cui milioni di persone si spostano da un continente
all’altro, l’unica speranza di pace è che si possano trovare forme di convivenza
e rispetto tra le varie culture.
Ma io ho ancora in mente come era il quartiere negli anni Sessanta, quando si
faceva la coda per comprare la farinata nella bottega all’altezza di Piazza
Palmetta, e c’erano ancora molti operai della töre di ballin (la torre
dei pallini: la vecchia fonderia) che facevano colazione con la focaccia e il
brodo di trippa, sui tavoli scolpiti nel marmo della tripperia di piazza Masnata
(che allora, senza badare alla toponomastica, la gente del posto chiamava a
ciassa de San Martin).
È in quel periodo che ho iniziato ad amare il Genoa: tra la fine degli anni
Sessanta e l’inizio dei Settanta. In realtà ero stato a vedere il Genoa anche
prima, ma non me ne ricordo. Ad essere precisi, sono stato in gradinata Nord
prima ancora di nascere, perché mio padre andava alla partita con mia madre
incinta. Ma questo forse non fa testo… o forse sì. Forse, le prime vibrazioni
che solo la Nord sa trasmettere ho iniziato a percepirle prima ancora di venire
alla luce.
Erano anni mitici. Lo so che si dice così di qualsiasi epoca, ma come non
definire mitico un periodo in cui calcava i campi di gioco un fenomeno chiamato
Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelè? E poi Jairzinho, Rivelino, ma anche
Gianni Rivera e Sandro Mazzola, o Bonimba e Domingo, Helmut Haller e Karl
Schnellinger. E ancora Jair, Amarildo, Nené. Io però impazzivo per Sidio Corradi,
per Ramon Turone e per Attilio Perotti.
Devo dire che in quegli anni, pur abitando in una zona a prevalenza blucerchiata,
non avevo moltissimi compagni sampdoriani. Certo, ce n’erano un po’, ma la
maggior parte dei miei coetanei stava con l’Inter, la Juve, il Milan, qualcuno
con il Napoli o con il Palermo, e qualcuno addirittura non aveva mai visto una
partita di calcio.
Poi, improvvisamente, alla fine degli anni Settanta e soprattutto negli Ottanta,
con i successi calcistici dell’era Mantovani, tutti si scoprirono sampdoriani
fino al midollo. Ma che passione può essere quella di chi salta sul carro del
vincitore?
È questo che mi ha fatto sempre sentire orgoglioso di essere genoano: il fatto
di non essere un tifoso dell’ultima ora. Il fatto di non legare la passione ai
successi calcistici. Il fatto di avere una storia, perché, come diceva mio
padre, un uomo senza storia è come il pesto senza basilico.
Mi è capitato una volta di parlare con un amico sampdoriano, mio coetaneo, e
ricordare uno dei tanti gol di culo che ci hanno fatto nei derby (la casistica
in merito è certamente nutrita: si va dalle rovesciate di Maraschi all’ultimo
minuto, alle svirgolate di Genzano che assumevano traiettorie imprevedibili e
diventavano tiri micidiali). Nella fattispecie si trattava del gol di Del Neri
(con un tiro effettuato direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo, in un
derby del 1980, se non mi sbaglio). Ebbene, con un certo stupore ho scoperto che
il mio interlocutore non era nemmeno al corrente del fatto che Gigi Del Neri
avesse giocato nella sua squadra del cuore (quelli lì hanno una memoria storica
che non va più indietro della settimana appena passata, al massimo si ricordano
di Vialli e Mancini, se parli loro di Battara, Cristin, Sabadini o Morini ti
guardano come se stessi parlando arabo).
E a fronte di tutto questo, mi viene in mente come per noi, che stiamo col
vecchio grifo, siano importanti anche i giocatori di cui ci hanno parlato i
nostri padri o i nostri nonni: i De Prà, i Levratto, i Verdeal, i Carapellese, i
Meroni.
Era sempre stato un rammarico per me non avere mai visto giocare “el pardo”,
cioè Julio Cesar Abbadie, di cui mio padre mi parlava entusiasticamente (ricordo
che quando mi raccontava del derby del 1957, vinto per merito suo, gli
brillavano gli occhi dalla contentezza). Era un grande calciatore, l’uruguagio,
e a giusto titolo viene citato sin dalla prima pagina (e sottolineo il fatto che
si tratta della pagina numero uno) di quello che forse è il libro più
intelligente, divertente ed interessante mai scritto sul gioco del football:
Splendori e miserie del gioco del calcio.
Poi, in occasione del centenario del grifo e della pubblicazione di una
videocassetta sulla storia del Genoa, ebbi l’opportunità di vedere l’uruguaiano
all’opera e allora compresi perché mio padre, Eduardo Galeano (l’autore del
suddetto libro), e chissà quante altre migliaia di persone ancora, a Genova come
a Montevideo, si erano entusiasmate per quel giocatore che “faceva scorrere la
palla sulla linea bianca laterale e si lanciava con gli stivali delle sette
leghe distendendosi senza sfiorare il pallone né toccare i propri avversari”.
Insomma, era un calciatore ammirato ed applaudito anche dagli avversari del
Peñarol (il club dove Abbadie era cresciuto), cioè i tifosi del Naçional di
Montevideo, squadra – quest’ultima – che una quarantina di anni dopo (o poco
meno) ci avrebbe fornito un altro grande campione, Carlos Aguilera detto “il
pato” (che, tra le altre cose, si sarebbe rivelato determinante nel battere il
Liverpool all’Anfield Road).
Il Genoa, Genova, Montevideo, Buenos Aires, l’America Latina. È un rapporto
oramai secolare, che ha lasciato traccia di sé anche nella letteratura
sudamericana. Non solo in quel Splendori e miserie del gioco del calcio
appena citato (e dove, naturalmente, Abbadie rientrava nella categoria degli
splendori), ma anche in Fútbol, la raccolta di racconti del giornalista
sportivo e scrittore argentino Osvaldo Soriano, dove un agguerrito anarchico
genovese guidava la squadra nazionale italiana in un fantomatico e surreale
campionato del mondo, giocato nella Patagonia argentina del 1942. È un grande
feeling, quello tra il grifo e gli scrittori sudamericani: ricordo ancora lo
scrittore cileno Luis Sepúlveda festeggiare qualche anno fa il proprio
compleanno con al collo la sciarpa del Genoa (e per di più al teatro Gustavo
Modena di Sampierdarena).
Parli del Genoa e dell’Argentina, e allora viene alla mente la tournée
sudamericana del 1923 e la sfida contro la nazionale a Buenos Aires. Buenos
Aires, la città dove ci sono altri xeneisi, quelli del Boca Juniors, la
squadra in cui ha militato, tra gli altri, Diego Armando Maradona, “el Pibe de
oro”, ma anche la squadra i cui nomi dei fondatori e dei primi giocatori sono
già di per sé indicativi: Pedemonte, Moltedo, Bricchetto, Baglietto ecc.
Il Genoa è tutto questo e tanto altro ancora. Il Genoa è l’anima sanguigna,
coriacea, ribelle e popolare della città. Agli altri i personaggi carini e
precisini: i Walter Nudo, i Dado Tedeschi, i Fabio Fazio, a noi la scorza dura e
la mente libera di Fabrizio De André o la tempra e la spontaneità di Don Andrea
Gallo.
Il Genoa è la vecchia lalla, la vecchia zia, che quando la vai a trovare
ti guarda e ti chiede: «Comme anemmo…?», e poi senza aspettare la
risposta aggiunge: «…e o Zena?». E non ti fa finire di rispondere alla
prima domanda perché sa che la prima risposta non è separata dalla seconda, nel
senso che se il Genoa non sta andando bene, allora anche tu non stai andando
completamente bene.
Il Genoa è il ricordo dei compagni di scuola del Firpo, l’Istituto Turistico, a
quei tempi frequentato anche da uno dei migliori terzini del grifo: Sebino Nela.
È il ricordo degli appuntamenti alla domenica per andare tutti insieme alla
partita. Ci si vede in piazza, a De Ferrari; lì quelli dei carruggi, di Ravecca,
le Erbe e San Bernardo – che stanno a due passi – aspettano gli altri che
arrivano da Sestri, da Sampe, da Ronco o da Oregina e poi, in gradinata, ci si
unisce a quelli di Prato e Molassana che abitando vicino allo stadio arrivano
sempre per primi. Il Genoa è il rapporto di amicizia che hai costruito con quei
vecchi compagni di scuola con i quali continui ad andare allo stadio da quasi
trent’anni.
Il Genoa è la lingua inglese, la lingua della nazione che ha inventato il gioco
del football. E allora mi vengono in mente i vecchi genoani che dicono out,
off-side e pennarchi oppure pennarty (storpiando la parola
penalty) per dire rispettivamente “fuori”, “fuori gioco” e “rigore”. E
allora mi viene in mente mio zio che aveva imparato l’inglese a bordo
dell’Andrea Doria ascoltando le canzoni di Little Richard sulla rotta Genova-New
York, e che mischiando genovese, italiano e inglese diceva spesso: «Se dixe
Zena, vuol dire Genova, but write it Genoa».
Il Genoa è la lingua genovese, quella che non sono abituato a parlare (e ancor
meno a scrivere, senza l’aiuto di un dizionario), perché mio padre e mia nonna
mi dicevano «studia e impara l’italiano, che altrimenti resti ignorante». Ma che
è la lingua del cuore, quella che ho sempre sentito parlare in casa tra mio
padre e mia nonna, ed è quella che mi commuove o mi diverte (a seconda dei casi)
ogni volta che la sento parlare in gradinata.
E allora mi vengono in mente i mille frammenti di commenti in dialetto ascoltati
allo stadio Luigi Ferraris. Come quando a margine di un derby agli inizi degli
anni Ottanta, un amico di Sestri Ponente, commentando l’ennesima prova incolore
– a livello di cori – effettuata dalla gradinata Sud, mi disse: «I doriani g’han
ûn sciôu che no asmortan manco ûn bricchetto» (traduco per i sampdoriani: «I
doriani hanno un fiato che non spengono neanche un fiammifero»).
Oppure mi viene mente il commento sarcastico, ma irreprensibile, di un vecchio
genoano di fronte ad uno dei tanti pacchi stranieri: «No ghe n’emmo zà a
basta de grammi nostrani, ne mancavan anche i foresti» (Non abbiamo già
abbastanza giocatori scarsi nostrani, ci mancavano anche gli stranieri).
Ma il commento in dialetto che forse fotografa meglio la fede smodata, cieca e
irrazionale nei confronti del vecchio Grifo è stato quello che ho sentito dire
allo stadio durante una giornata dal tempo variabile, e dal risultato per noi
piuttosto improbabile: «Primma ciêuve… poi sciorte o sô… o Zena guägna trei a
zero: no ghe capiscio ciù ûn belin».
Siamo così: siamo talmente abituati ai dispiaceri che ci riserva la nostra
squadra del cuore che quando il destino ci dispensa qualche sporadica gioia
rimaniamo disorientati, increduli, attoniti.
Eppure, o forse proprio per questo, il tempo passa e noi continuiamo ad
innalzare i nostri colori e a cantare le nostre canzoni. E dal settembre 2004
fanno ormai più di 111 anni. scusate se è poco.
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