1Nelle spire di Urlavento
Il confino di Ventotene negli anni dell'agonia del fascismo
 
di Giorgio Braccialarghe
 

dal libro

A Ventotene v’era una dozzina di padiglioni, tutti uguali, più simili a ospedali che a prigioni.
Costituivano un blocco appartato dall’unico villaggio che sorgeva nell’isola.
Ogni padiglione era diviso in due camerate, con i bagni in comune, dalla parte opposta alle porte d’ingresso, e separate da una parete che non arrivava al soffitto.
S’accedeva alle camerate attraverso una sala quadrata, completamente spoglia ove i confinati venivano raccolti per la chiama serale o, durante la cattiva stagione, per i vari appelli quotidiani.
Nel fondo di tale sala v’era una cameretta per due persone destinata a politici anziani, di salute malferma.
In ogni camerata venticinque brande s’allineavano in due linee opposte, addossate alla parete e divise da comodini. Ai piedi delle brande tavolinetti, costruiti rudimentalmente, limitavano il passaggio centrale.
La notte le porte rimanevano sprangate. Ad una certa ora l’elettricità veniva tolta e, nell’oscurità, il quadrato delle finestre, protette da grosse inferriate, si stagliava preciso, come se la luce abbagliante del golfo napoletano non fosse sparita del tutto, con la fine del giorno.
A me era toccata l’ultima branda. Coricato sul fianco sinistro avevo di fronte la parete che divideva la camerata dai bagni, il che mi facilitava l’isolamento.
Alla mia destra avevo Pietro Secchia.
Durante i due anni e mezzo che dormimmo allato, non ci rivolgemmo mai la parola, ad eccezione degli auguri di buon giorno e buona notte che ci scambiavamo, meccanicamente, come due borghesi che reputino necessario render tributo all’ipocrisia delle convenienze sociali.
Nelle notti insonni, riflettevo al destino di quel funzionario che dormiva al mio fianco.
Mi dicevo che un paese che teme uomini di tale fatta dev’essere caduto molto in basso.
Il Secchia, fisicamente goffo, con occhiali a stanghetta, magro, di buona statura, se per la carica che ricopriva doveva essere ritenuto un cardinale rosso, in realtà era un povero parroco di campagna. Durante il giorno badava a una botteguccia, nella quale erano esposte tele orribili, che egli stesso dipingeva. Se l’arte è una religione, le sue opere erano bestemmie a colori.
A sera si sdraiava sulla branda e leggeva: riviste e giornali. Mai un libro.
Per i suoi compagni di partito era una specie di verbo incarnato; per me, un animale fastidioso che russava indecentemente, proibendomi di concentrare le idee.
Però gli ero riconoscente della sua discrezione.
Sapevo che la sua condotta era dettata dal fatto che i comunisti ritengono gli altri politici creature inferiori da usarsi, a volte, nel perseguimento di determinati obiettivi, senza che ciò comporti uguaglianze o ancora più impossibili sentimenti affettivi. Non me ne importava. Quella calcolata freddezza, invece di destare il mio risentimento, mi causava piacere. Mi avrebbe infastidito se il Secchia si fosse comportato come altri confinati che, inferiormente poveri, non comprendevano che l’isola mi pesava perché mi obbligava a condividere continuamente la compagnia del prossimo.
Anche in Spagna avevo provato la stessa insofferenza. La gravità del pericolo, per quanto grande fosse, spariva se confrontata alla condanna dell’ininterrotta convivenza con i miliziani.
Ho sempre pensato che l’uomo è un animale sociale, a patto d’esser libero di sottrarsi alla società. Se gli viene meno questa possibilità, diventa una quantità nascosta in una somma. È un prigioniero che, quando non è annegato nel compiacimento della propria sorte, spenderà tutte le energie, recriminando di non poter rincontrarsi con se stesso. Il peggior inconveniente dei tempi presenti è che gli individui, annullandosi nella massa, hanno perduto lo spirito d’indipendenza. S’incanagliscono sempre più in un’indifferenza d’automi. Gli uomini non sono più soggetti di storia; ne sono oggetti. Partecipano agli avvenimenti come spettatori seduti davanti ad un apparecchio di televisione, ma non hanno neanche la facoltà di girare l’interruttore.
Presi nella gran macchina della società, amano e odiano per sentito dire. Accettano condizioni di vita che urtano contro il più elementare buon senso, perché sanno o intuiscono che se dovessero uscire dal conformismo, si troverebbero completamente abbandonati e bersaglio del risentimento di coloro che dal conformismo traggono vantaggio e di coloro che non avranno mai il coraggio di far valere il loro desiderio di ribellione.
Come animali che si mimetizzano, assumendo il colore dei luoghi in cui vivono, gli uomini della civiltà di massa si piegano all’ambiente, si lasciano dominare dall’ambiente e dagli usi e costumi che in esso prevalgono.
Non cercano di rendersi conto del perché agiscono in una determinata maniera. Le loro azioni non sono dettate dalla volontà, ma ereditate dalle generazioni passate, e mantenute per virtù d’inerzia.
Il dittatore che impone la camicia nera, bruna, azzurra sembra dire al suo popolo: così siete fatti per dentro: tutti uguali.
Che per il passato lo spirito d’indipendenza non sia stato maggiore è, forse, esatto, ma l’inferiore grado di cultura e una civiltà d’èlite rendevano quasi naturale l’aggiustamento all’ambiente e al sistema di vita predominante.
Oggigiorno il vertiginoso aumento del progresso, la sempre più grande perfezione degli organismi e delle istituzioni rendono indispensabile che l’uomo faccia valere la propria individualità. La natura ha provveduto a creare un genere umano complesso, estremamente diversificato e la nostra salvezza non consiste nell’annullare le differenze, ma nel porre a disposizione del prossimo tutto il talento di cui siamo dotati, realizzandole appieno.
Se continueremo, invece, a soggiacere al conformismo, finiremo per essere inghiottiti da una società di mediocri, dominata dal più perfetto tecnicismo. E non è lusinghiero avere per meta il tecnicismo della mediocrità.
 

I tribunali europei e sudamericani, solleciti anfitrioni, mi hanno assicurato, più volte, periodi di riposo perché potessi riprender lena e presentarmi con nuove energie e idee nuove nell’agone rivoluzionario.
Ventotene costituisce una di queste soste non gradite, ma benefiche.
Sottratto alla febbre dell’azione, cercavo nel mio intimo le risposte che avevo sollecitato invano dalla viva esperienza della lotta.
Le idee, i concetti si spogliavano delle vesti del sentimento e nella loro nudità scoprivo una nuova bellezza più cruda, ma reale.
Seguivo le ambizioni, le speranze dei miei compagni, con completo distacco, soddisfatto della mia solitudine, anche se essa si popolava, volta a volta, di fantasmi chiamati dal ricordo, d’illusioni plasmate dal desiderio.
Ma durante il giorno non era facile rimanere solo. Per quanto cercassi, come un gatto ammalato, i luoghi più appartati, non riuscivo a liberarmi dall’indiscrezione di qualche compagno troppo povero spiritualmente per non aver bisogno dell’altrui compagnia.
Attendevo, con ansia, l’appello serale e il segnale del silenzio che mi permettevano di rimanere a tu per tu con me stesso.
I miei compagni dormivano da un pezzo e io continuavo a fumare e a spaziare nel regno della fantasia.
Nell’oscurità della notte ritrovavo la libertà che la dittatura credeva d’avermi tolto, relegandomi nell’isola.
Se un lumino a petrolio faceva uscire uno sbadiglio di luce da sotto lo schermo, m’irritavo con il compagno che ritardava l’incontro con la mia intimità.
Stendevo il collo per sapere chi era colui che indugiava nella lettura, il che potevo stabilire solo indirettamente, contando le brande che mi separavano da quella rischiarata.
Ma quando anche l’ultima luce spariva, la notte era un bimbo che mi prendeva per la mano e mi conduceva, con ritrovata freschezza, per i sentieri dell’evasione.
Quali fossero le mete e i temi delle mie fantasticherie, non stava a me decidere. Si presentavano, d’improvviso, e non avrei saputo dire come vi pervenissi. Forse una lettura, una discussione sostenuta o afferrata casualmente. Forse il desiderio di ritorno alla normalità, che mi veniva negata dalla vita di coazione.
Nell’interminabile colloquio con me stesso, scoprivo com’è popolata la solitudine di chi cerca ragioni all’esistenza, e che folla di risposte desta una domanda, quando non ha un diretto destinatario. In quel piccolo mondo dove, salvo rare eccezioni, ognuno si sentiva un po’ il sacerdote d’un ideale politico e si comportava come se la sua condotta fosse sottoposta al giudizio d’un tribunale morale invisibile, ma onnipresente, avrei voluto rivendicare il diritto all’eresia e unire alla negazione del fascismo che ci accomunava, la negazione degli idoli che confortavano la prigionia dei miei compagni. Ma ciò era superiore alle mie forze. Quando si spende tutto il proprio coraggio per abbracciare e sostenere una fede che, poi, scopriamo falsa, non se n’ha più per proclamare la nostra abiura. E si finisce per rinchiudersi in se stessi, con l’illusione che la nostra non è una fuga, ma la libera scelta del cammino ritenuto migliore.
A Ventotene illusioni del genere non potevano avere lunga durata.
Il piccolo spazio che ci costringeva, ci obbligava a partecipare, anche non volendolo, della vita altrui ed ogni confinato era – e non poteva non esserlo – una lezione vivente.
Se la nostra presenza nell’isola non fosse stata una testimonianza, si sarebbe provocata una frattura con le lotte passate, e la serietà del credo che avevamo abbracciato o, perlomeno, la serietà con la quale l’avevamo abbracciato, poteva essere posta in discussione.
Che io mi trovassi in una posizione falsa era indubbio, ma non erano quelli il momento e il luogo più adatti per ammetterlo.
Se l’avessi fatto avrei creato un doppio scandalo. Il gruppo politico al quale appartenevo, mio malgrado, ne avrebbe risentito di fronte agli altri gruppi e, ciò che è peggio, il mio comportamento sarebbe stato giudicato alla stregua di quello d’un ufficiale che abbandona il suo posto davanti al nemico.
Nei confronti dei miei compagni, mi sentivo come chi, per compassione o debolezza di carattere, simula amore per un essere che, un giorno, gli fu caro e verso il quale non prova più che insofferenza.
Forse a ciò era dovuto il mio desiderio d’isolamento e l’ammirazione che provavo per un confinato che non aveva esitato a rompere i ponti e a rendere pubblica la sua abiura, senza complesso di colpa o sfoggio d’orgoglio, ma con la serena forza delle sue convinzioni.
Si chiamava Altiero Spinelli. L’avevo ribattezzato: il grande eretico, e mi compiacevo immaginarlo in un mondo di maniera, per me realissimo, nel quale le creature del Tolstoj e del Dostoevskij imponessero la loro forte personalità, creando, con contrasti e coincidenze, le premesse per il terremoto dell’ottobre rosso.
Altiero Spinelli era un animale sano che spendeva energia con la stessa generosità con la quale un giocatore fortunato sciupa le sue vincite.
Cervello solido in un più solido corpo, amava ficcare il naso e le mani dappertutto. Era dotto in molte discipline; dove la sua conoscenza non arrivava, suppliva con la sicurezza di se stesso.
A lasciarlo fare avrebbe eseguito qualsiasi intervento chirurgico o lavorato il motore più complicato. Con quali risultati, Dio solo sa, ma per lui l’importante era affrontare le difficoltà, anche se non immaginava come ne sarebbe venuto a capo.
Quando l’arrestarono era studente e membro della gioventù comunista. Il carcere era stata la sua università. In esso s’era maturato e aveva subito un processo di ripensamento così profondo che non sapeva più capacitarsi d’esser stato marxista.
Girava per l’isola con un abbigliamento da ‘Dio ve ne renda merito’, un barbone foltissimo e le spalle oppresse da barili d’acqua o fusti di legna.
M’interessava la rivoluzione che portava nel cervello. Gli riconoscevo una virtù che raramente avevo osservato nei politici: la capacità d’affrontare i problemi, con completo distacco. Non s’affezionava alle sue idee, come il chirurgo non s’affeziona ai ferri, il che lo poneva nella vantaggiosa posizione d’irrigidirsi solo nel fine che perseguiva.
Era uno stratega, senza preferenze tattiche.
Privo affatto d’oratoria, possedeva una dialettica tagliente e un’incantevole conversazione. Parlava con facilità e piacere, ma chi l’ascoltava aveva l’impressione che egli, nel cucire una veste di parole al suo pensiero, cercasse di stabilire quali parti dovessero restar nude.
Capace di severità nei suoi giudizi, era immune da faziosità. Aveva idee da far prevalere, non nemici d’abbattere.
Durante le nostre discussioni, i miei dubbi e la sua sicurezza si scontravano come il parente povero e il parente ricco nei ‘Quadri per un’esposizione’ del Musorgskij.
Anche quando non mi convinceva, dovevo render omaggio all’impegno che poneva nella ricerca della sua verità. E dico: sua, perché se omettessi il possessivo, farei dello Spinelli un creatore di sistemi, intento a imbastire una definitiva interpretazione della vicenda umana. Cosa dalla quale egli rifuggiva, sia perché la geniale follia d’Amleto gli aveva insegnato che: “There are more things in heaven and hearth, than are dreamt of in your philosophy,” sia perché, infrante le strettoie del dogma marxista, era troppo geloso della sua e dell’altrui libertà, per sognare schemi rigidi che dessero, una volta per tutte, un’immutabile risposta ai variati interrogativi della vita.
Da più di dodici anni costretto tra quattro mura o nel breve perimetro del confino, aveva avuto agio di riflettere sulla vanità dei tentativi tesi all’ottenimento di soluzioni valide per tutte le epoche e per tutte le generazioni.
Soleva affermare: “Preoccupiamoci di compiere la nostra parte, la cui caratteristica principale dev’esser segnata dalla giusta direzione impressa all’opera, più che dal valore permanente dell’opera. I nostri figli compieranno la loro parte e i figli dei nostri figli seguiteranno. Se vogliamo sistemare tutto, per sempre, che resterà da fare a coloro che verranno da noi?”.
Ma mentre egli non si sentiva limitato dalla caducità dei successi ottenibili, e poneva entusiasmo in ogni atto della sua vita, io ero oppresso dall’incessante dubbio sulla validità d’un contributo che il tempo avrebbe cancellato, come l’onda cancella i ghirigori disegnati sulla sabbia.
Due Sisifo dedicati a sospingere il masso, eravamo. Lo Spinelli con lo sguardo diretto alla cima, io, con la testa volta verso la vallata, ove il masso sarebbe rotolato nuovamente.
Era inevitabile che questi due differenti stati d’animo comportassero rapporti non scevri di spavalda sicurezza da parte sua, di scettica rassegnazione da parte mia.
Ma nonostante il mio scetticismo, mi sentivo invitato ad analizzare meglio, in profondità, i sentimenti ancora confusi che la presenza e la parola dello Spinelli mettevano in movimento.
La mia ammirazione andava alla solidità del suo ragionamento, alla spregiudicatezza delle sue idee.
Volta a volta m’appariva come un Shaw che avesse più preoccupazione politiche che letterarie o come un opposto del Paine, per il quale la ricerca del buon senso era valida in quanto serviva a dimostrare che è proprio nella piattezza del buon senso che naufragano le migliori aspirazioni umane.
Accettavo la sua compagnia con lo stesso piacere che provavo, da giovane, quando uscivo incontro al temporale e, nella furia della pioggia e del vento, nel minaccioso brontolio del tuono, nell’improvviso folgorare delle saette, m’illudevo di scorgere i segni premonitori d’un parto mitico che soddisfacesse la mia attesa d’un cambio profondo negli uomini e nelle cose.
Era la sua forza d’urto, se così si può dire, che mi attirava. La sua capacità d’opporre, ai comodi e facili schemi d’una statica concezione dei rapporti umani, la ricerca di sempre variate soluzioni, imposta dall’eraclitea consapevolezza dell’eterna trasformazione dei problemi.
Nel suo Pantheon le divinità: ottimo e definitivo, non avevano altare. Per lui l’ottimo è il momento di perfetta maturazione d’una frutta; a cavallo tra l’acerbo e il marcio, e durevole quanto una frutta matura. Pretendere di fissarlo nel tempo, di renderlo definitivo, è ritrovare nelle mani un processo di decomposizione.


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