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Nelle spire di
Urlavento
Il confino di Ventotene negli
anni dell'agonia del fascismo
di Giorgio Braccialarghe
Prefazione
Giorgio Braccialarghe e l’isola della
memoria
di Renzo Ronconi
Un comunista pericoloso...
Nel dicembre 1936 la Prefettura di Macerata, sulla base delle informazioni di
cui dispone, compila una scheda sul giovane Giorgio Braccialarghe, un bel
ragazzo dall’andatura “svelta”, l’espressione “allegra”, un’abituale
“ricercatezza” nel vestire: “ha sempre coltivate idee comuniste, formandosi
così, man mano, pericoloso uomo d’azione, capace di commettere attentati, atti
terroristici e atti inconsulti ed assai idoneo per svolgere propaganda e
organizzazione”. Passano cinque anni, il bel giovane cade nelle mani della
polizia italiana e viene interrogato nella questura della città marchigiana nel
febbraio del 1941: “L’interrogato tiene a precisare di non essere comunista, ma
repubblicano”. Che sottigliezze inutili, deve aver pensato il funzionario che lo
interrogava, è comunque un nemico dello stato e avrà tempo per pensarci: il
giovane, infatti, viene assegnato, per cinque anni, al confino nell’isola di
Ventotene. Ironia della sorte, aveva scritto nel 1938: “Centinaia e centinaia di
condannati politici sono andati ad ingrossare le già nutrite schiere dei
condannati nelle isole maledette del Tirreno”. Ora anche lui fa parte di quella
stessa schiera e conosce da vicino la realtà delle “isole maledette”. Lo
libereranno il 27 agosto 1943, quando la polizia badogliana lo rilascerà,
raccomandando però di “predisporre conveniente sorveglianza” nei suoi confronti
ed indicandolo ancora come “comunista”.
L’“incoscienza sbracata” di Comunardo
La biografia umana e politica di Giorgio Braccialarghe è in realtà molto più
complessa di quanto potesse apparire agli zelanti questurini fascisti, pronti a
bollare ogni oppositore, genericamente, come “comunista” e poco attenti a
dettagli importanti nel variegato mondo dell’antifascismo. Nato a Pallanza, in
comune di Verbania, il 22 agosto 1911, Giorgio è figlio di Comunardo, estroso
temperamento di giornalista, tribuno e scrittore di sentimenti libertari, a suo
tempo già protagonista di un opuscolo firmato da una delle penne più prestigiose
del giornalismo italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento: il genovese Luigi
Arnaldo Vassallo, ben conosciuto con lo pseudonimo Gandolin. Il ritratto fornito
dal giornalista ligure, per la verità, non è affatto lusinghiero: descrivendo la
notorietà acquisita da Comunardo durante lo sciopero generale del settembre
1904, lo ritrae come una “figura grottesca, ma schiettamente rivoluzionaria”, un
“ignoto il quale di schianto, diventa una potenza, un dominatore, un tribuno
riconosciuto, acclamato, irresistibile”, non dimenticando di mettere in guardia
i capi socialisti dalla sua “incoscienza sbracata”. Certamente, come scrive
Silvio Pozzani, Comunardo Braccialarghe “fu una singolare figura di socialista
rivoluzionario e sindacalista”, sensibile al fascino del garibaldinismo, non
priva di un certo fascino.
Le ascendenze paterne sembrano già preannunciare a Giorgio una vita avventurosa:
secondo la ricostruzione delle prefettura maceratese, poco dopo la sua nascita,
la famiglia Braccialarghe si sarebbe trasferita a Milano; tre anni dopo il
piccolo sarebbe stato affidato allo zio Amleto, che faceva l’ottonaio a
Macerata, e vi avrebbe vissuto fino al 1921. Gli anni della sua adolescenza
sarebbero stati un continuo girovagare per l’Italia: prima a Città di Castello,
poi nuovamente a Milano, a Roma, a Nervi. A Napoli, nel novembre del 1929, fa in
tempo ad arruolarsi nella Milizia Portuale, e a venirne espulso già nell’aprile
dell’anno successivo per motivi disciplinari. Ancora quattro anni di residenze
saltuarie fra Roma, Milano e Macerata finché nel 1934, con un passaporto
regolare, si imbarca per l’America del Sud e raggiunge il padre che risiedeva da
anni a Buenos Aires, dove dirigeva il “Giornale d’Italia”. Comunardo, a quanto
pare, si era creata una certa notorietà “firmando i suoi articoli con lo
pseudonimo Folco Testena”, rinverdendo, assieme allo pseudonimo, certe antiche
velleità letterarie che lo avevano portato a scrivere, ancora in Italia, alcuni
titoli eclettici ed “un libro di novelle [...] dal titolo Roveto ardente”. “A
sfondo comunista”, si procura di aggiungere la polizia.
“...Passando così all’antifascismo”
Negli anni Trenta, Comunardo sembra aver mitigato le sue ardenti passioni
anarchiche e nelle colonne del suo giornale trova spazio anche Giorgio, come
critico teatrale ed articolista politico, sia pur con posizioni ancora piuttosto
confuse. Di lì a poco, tuttavia, avverrà qualcosa che imprimerà un cambiamento
profondo nel giovane Braccialarghe.
Dall’Argentina, infatti, Giorgio passa in Spagna, non prima di essersi creata
una certa notorietà negli ambienti dell’emigrazione italiana antifascista che,
pregustandone già le vivaci corrispondenze giornalistiche, si faranno carico di
pagargli le spese per il viaggio in piroscafo. Spagna, nel 1936, significava una
sola cosa: la guerra civile, e la necessità di scegliere. Per Giorgio la scelta
avviene nella maniera più drastica possibile, come chiarirà, davanti alla
Questura di Macerata, nel 1941: “ho sentito una certa attrazione verso la
Repubblica Spagnola che veniva minata nelle sue basi costituzionali ed ho deciso
di arruolarmi nell’Esercito Repubblicano contro gli insorti per cui, imbarcatomi
il 7 novembre 1936 a Buenos Aires sul piroscafo francese Kerguelen, sbarcai a Le
Avre [sic] donde poi prosegui [sic] per la Spagna. Colà mi arruolai nella
Legione Garibaldina passando così all’antifascismo”.
Fra la fine del 1937 e l’inizio del 1938, pare per contrasti politici proprio
con quei comunisti nelle cui fila la polizia fascista si ostinava a catalogarlo,
Giorgio Braccialarghe lascia la Spagna e rientra a Buenos Aires, dove continua a
lanciare appelli di solidarietà alla repubblica. Alla Spagna rimarrà legato con
un’affezione ad un tempo memoriale e politica, per tutta la vita: il ricordo
degli eventi e degli incontri sul fronte spagnolo percorre le sue memorie
confinarie, mentre nel dopoguerra la sua voce si leva spesso per denunciare, con
estrema durezza, il regime di Franco.
La tappa successiva del suo itinerario politico ed umano è la Francia, dove si
trasferisce nel 1939, riallacciando i contatti con alcuni compagni del fronte
spagnolo, in particolare Randolfo Pacciardi. Viene presto arrestato dalla
polizia “perché in possesso di documenti falsi”; scarcerato, viene internato al
campo di raccolta provvisorio allestito, per gli stranieri indesiderabili, nello
stadio tennistico Roland Garros e da lì avviato al campo di concentramento di
Vernet, sui Pirenei. Quello di Braccialarghe non è un semplice cammino di
traduzione carceraria: è lo stesso itinerario percorso e narrato da Arthur
Koestler in Schiuma della terra, il paradossale racconto degli antifascisti di
ogni nazione invisi ai francesi durante le prime fasi del secondo conflitto
mondiale, che fa del Vernet un luogo fra i più significativi nella memoria e
nella letteratura dell’antifascismo europeo. Per inciso, il campo è uno “dei più
rinomati del buon vecchio continente”, come ricorda Koestler, “e chi tra noi gli
è sopravvissuto ne porta per distintivo cicatrici in qualche parte del corpo, o
un’ulcera allo stomaco, o una bella nevrosi d’angoscia”.
Liberato dal Vernet il 20 dicembre 1940, viene subito accompagnato alla
frontiera di Mentone, dove ad aspettarlo, in quanto inserito nella Rubrica di
Frontiera con ordine d’arresto immediato, trova la polizia italiana. Condotto a
Macerata, viene interrogato e deferito alla Commissione per i provvedimenti di
polizia; vale a dire, iniziano le procedure per l’assegnazione al confino.
“...se la nostra presenza nell’isola
non fosse stata una testimonianza...”
Giorgio Braccialarghe, dunque, il “comunista pericoloso”, che in realtà è un
repubblicano irruente ed appassionato, giunge a Ventotene il 26 febbraio 1941,
col battello postale. L’isola sarà chiamata da Altiero Spinelli, quasi
religiosamente, “il luogo dell’elezione”, dove si sentirà “nato una seconda
volta”, e anche per la vita di Braccialarghe rappresenterà una tappa
fondamentale.
Una buffa coincidenza assegna Braccialarghe allo stesso padiglione in cui dorme
un vero “comunista pericoloso”, che diventerà suo vicino di branda: Pietro
Secchia. Il ritratto che Braccialarghe ne traccia, pur deformato dall’ironia e
dalla sua personale diffidenza verso i comunisti, è indimenticabile:
“Durante i due anni e mezzo che dormimmo allato, non ci
rivolgemmo mai la parola, ad eccezione degli auguri di buon giorno e buona notte
che ci scambiavamo, meccanicamente, come due borghesi che reputino necessario
render tributo all’ipocrisia delle convenienze sociali.
Nelle notti insonni, riflettevo al destino di quel funzionario che dormiva al
mio fianco.
Mi dicevo che un paese che teme uomini di tale fatta dev’essere caduto molto in
basso.
Il Secchia, fisicamente goffo, con occhiali a stanghetta, magro, di buona
statura, se per la carica che ricopriva doveva essere ritenuto un cardinale
rosso, in realtà era un povero parroco di campagna. Durante il giorno badava a
una botteguccia, nella quale erano esposte tele orribili, che egli stesso
dipingeva. Se l’arte è una religione, le sue opere erano bestemmie a colori.
A sera si sdraiava sulla branda e leggeva: riviste e giornali. Mai un libro.
Per i suoi compagni di partito era una specie di verbo incarnato; per me, un
animale fastidioso che russava indecentemente.”
Se Braccialarghe avesse osservato meglio,
forse avrebbe potuto scorgere Secchia intento in letture certo non superficiali,
quantomeno dal punto di vista cospirativo, magari cogliendolo in un’attività
piuttosto singolare. Già dal carcere di Civitavecchia, infatti, Secchia era
solito spedire complesse missive di argomento apparentemente storico-letterario,
che in realtà erano messaggi cifrati il cui codice era rappresentato dal suo
numero di matricola: fra le pieghe di lunghe digressioni critiche su Tolstoj, ad
esempio, si potevano celare le richieste di saggi sul marxismo in tedesco,
opportunamente camuffati, e di relazioni sulla situazione politica e sociale
della Germania.
Al di là dell’ironia e del sarcasmo, tuttavia, non sfugge a Braccialarghe il
significato profondo di tornare a raccontare queste storie:
“Parlare, oggi, di quei confinati con i quali, durante due anni e
mezzo, condivisi il breve spazio d’una piccola isola, sarebbe evocare fantasmi.
Eppure bisognerebbe farlo. Dovrebbe essere un dovere rammentare ai giovani che
se essi possono elevare le loro proteste, in nome d’una società migliore, si è
perché i Rossi, i Roberto, i Bauer, i Fancello non abdicarono mai alla loro
dignità di uomini liberi”.
Nelle spire di Urlavento, scritto a molti anni di distanza, esce per la
prima volta a Firenze, per la casa editrice L’Autore, nel 1970. Le sue pagine
privilegiano la riflessione rispetto all’aneddotica, quasi a sottolineare la
centralità, per l’elaborazione matura del pensiero politico di Braccialarghe,
dell’esperienza di Ventotene. Alcuni episodi della vita di confino, come abbiamo
visto, sono tratteggiati con vivacità; l’autore, tuttavia, racconta un’isola che
non è solo luogo fisico di detenzione, ma anche e soprattutto luogo mentale in
cui si saldano esperienze di vita e meditazioni politiche. Più di ogni altro dei
numerosi luoghi attraversati nella sua vita, Ventotene diventerà dunque il più
evocativo, il cuore di una memoria umana e politica che proprio nell’isola del
confino si delinea e definisce. Negli anni giovanili Giorgio ha vagato,
fisicamente e politicamente, in molti luoghi: qui è costretto a fermarsi, rivive
le proprie esperienze, traccia bilanci e intavola rese dei conti, raccoglie un
bagaglio di aneddoti e ragionamenti che diventerà impegno politico e, più
avanti, necessità di scrittura. Qui vive uno speciale rapporto di vicinanza
umana e quasi di figliolanza politica con Altiero Spinelli; chiarisce le forme
di una militanza che lo vedrà impegnato fino agli ultimi giorni nelle fila del
Movimento Federalista Europeo; nutre il suo spirito dell’aristocratica coscienza
di appartenere ad una ristretta congrega di uomini liberi (“[...] salvo rare
eccezioni, ognuno si sentiva un po’ il sacerdote d’un ideale politico e si
comportava come se la sua condotta fosse sottoposta al giudizio d’un tribunale
morale invisibile, ma onnipresente”), dove “ogni confinato era – e non poteva
non esserlo – una lezione vivente”: cosa sarebbe accaduto, si chiede, “se la
nostra presenza nell’isola non fosse stata una testimonianza?”.
L’isola riaffiora continuamente nella memoria di Braccialarghe, come un ricordo
fatto di una nostalgia inquieta, invasivo anche nei confronti di quell’apparente
serenità quotidiana in cui l’autore si è ritirato, nella sua casa sul lago, per
scrivere il libro: “una serenità che sfugge non appena, ghermito dalla condanna
di non poter dimenticare, vedo il lago trasformarsi in mare e, in un assedio di
onde spumose, m’appare Ventotene”. Come si percepisce da questo e da altri
passaggi, ed anche dal titolo, misteriosamente evocativo, la scrittura di
Braccialarghe ha pretese letterarie, sia pur non sempre coltivate e cerca spesso
di elevarsi ad un più alto livello di elaborazione formale, attraverso utilizzi
stranianti delle voci verbali, qualche ricercatezza lessicale ed alcune
descrizioni di tono elegiaco. Uno dei temi descrittivi più frequenti, che
ricorre in diverse memorie di confinati nelle isole, è quello del vento:
“A volte il vento aveva la voce rauca d’un ubriaco. Vecchio
marinaio che sa l’osterie di tutti i porti del mondo, giungeva da lontano,
conservando il ricordo d’una sola nota delle canzoni che aveva udite, un po’
dovunque, da cori d’avvinazzati. E le ripeteva all’infinito. Il suo arrivo
spopolava il villaggio”.
L’agonia del fascismo
Il sottotitolo si riferisce agli anni “dell’agonia del fascismo” e nel libro
non mancano accenni simbolicamente significativi alla fine del regime, come la
conversazione con una guardia, nelle ultime pagine, dove già sembra di presagire
il clima di disfacimento dell’otto settembre:
“Non si sapeva più bene se i prigionieri eravamo noi o i nostri
guardiani.
Spinelli raccontava che, parlando con Rossi, aveva sorpreso un milite che
tentava d’udire la conversazione. L’aveva fulminato con uno sguardo di
disprezzo, trasformato in compassione quando il malcapitato s’era scusato, con
voce piagnucolosa: ‘Signurì! Non credete che io vi spii, per riferire ai
superiori. Ho quattro figli e non so come questa maledetta guerra va a finire.
Cerco solo di sapere da voi che siete più informati’”.
Tuttavia è difficile sottrarsi all’impressione che, se un significato più
profondo, rispetto al semplice dato cronologico, possa essere attribuito al
sottotitolo, questo vada collocato in un implicito superamento delle prospettive
mussoliniane, su un piano che è prima di tutto morale e culturale. Nel libro di
Braccialarghe, il fascismo è in agonia non solo perché le bombe e l’invasione
alleata lo stanno mettendo in ginocchio, e nemmeno perché a Ventotene si sta
formando un’avanguardia di importanti figure della resistenza. Il fascismo è in
agonia soprattutto perché, sotto lo sguardo di Braccialarghe, testimone e
narratore, prende forma una concreta e radicale antitesi di cultura al
totalitarismo ed uno dei documenti più importanti della storia politica europea:
il manifesto di Ventotene, lo scritto programmatico in cui Altiero Spinelli ed
Ernesto Rossi condensano il progetto di una nuova Europa, che non è più il
continente assoggettato dal Reich millenario, ma una comunità di popoli federati
nella pace. È questa, forse, la rappresentazione simbolicamente più efficace
dell’“agonia del fascismo” che il libro di Braccialarghe ci affida, che nega non
solo le pretese di dominio del nazionalsocialismo, ma anche la rigida divisione
in blocchi contrapposti della guerra fredda.
“...d’una resistenza che ci restituisce
a noi stessi...”
Giorgio Braccialarghe appartiene ad una generazione che ha attraversato i
vent’anni della dittatura vivendo la condizione di sradicamento civile di chi si
oppone ai totalitarismi e l’ineluttabilità di operare scelte concrete dinanzi ad
alcuni snodi centrali nella storia del Novecento europeo: la guerra di Spagna,
il secondo conflitto mondiale, le Resistenze.
Il bilancio che Braccialarghe traccia in questo libro non riguarda, però, solo
l’Europa tra le due guerre: proprio perché Ventotene è un luogo non solo fisico,
ma simbolico, fulcro riconosciuto di un complesso itinerario umano e politico,
il bilancio tracciato da Braccialarghe tocca da vicino anche gli anni del
dopoguerra, come confida ai lettori già nelle prime pagine del libro:
“Certo, occorre coraggio per confessare che le speranze che
nutrimmo non ci hanno tradito, e che fummo noi ad alimentarle, vanamente, prima,
e a voler, poi, che si trasformassero in realtà o, meglio, che, stimolate dalla
nostra fede, avessero la facoltà di servirci una realtà differente da quella che
non avevamo prevista e che finì per imporsi”.
Pur nel disincanto che si percepisce affiorare, in chi non è riuscito a scorgere
la realizzazione piena, nel mondo in cui vive, di aspirazioni ed ideali a lungo
coltivati, tornare a leggere le esperienze di questi uomini può rappresentare
oggi un ricongiungimento, simbolico ma non privo di significati per il presente
ed il futuro, con un mondo che ha saputo incamminarsi in difficili percorsi di
resistenza di lungo periodo: “d’una resistenza – suggerisce Braccialarghe,
indicando la via di una fedeltà morale che va ben oltre le miserie della storia
– che ci restituisce a noi stessi, liberandoci dagli asfissianti legami d’una
società le cui aberrazioni non riusciamo a tollerare”.
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