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Storia della
Repubblica Ligure
1797-1799
di Antonino Ronco
Nota dell'Autore
Questo libro sulla Repubblica Ligure 1797-1799 completa i miei studi sugli
ultimi anni del Settecento. Il primo di essi fu La Marsigliese in Liguria,
dedicato alla campagna dell’armata rivoluzionaria francese nella Riviera di
Ponente; seguirono (mi attengo qui all’ordine cronologico storico non alle date
di pubblicazione) Filippo Buonarroti e la Rivoluzione in Liguria,
L’assedio di Genova 1800 e Marengo vittoria di Bonaparte. Restava,
nel bel mezzo di questa sequenza che s’affacciava sul nuovo secolo, il periodo
1797-1799 caratterizzato da quella esperienza rivoluzionaria e democratica che
garantì a Genova una posizione di particolare rilievo nel panorama dell’Italia
napoleonica.
Sulla Repubblica Ligure esiste, oltre al vasto materiale dell’Archivio di Stato
di Genova, ai diari e memoriali conservati alla Biblioteca Universitaria e alla
Civica «Berio», una quantità di pubblicazioni molto frammentarie, orientate
ciascuna verso un particolare aspetto del grande tema e in buona parte sparse,
sotto forma di saggi e articoli, nelle riviste di carattere storico che
fiorirono in Liguria alla fine dell’Ottocento e nella prima metà di questo
secolo. Tranne un recente saggio di Giovanni Assereto, dichiaratamente attento
soprattutto agli aspetti economici e politici della Repubblica Ligure, mancava
uno studio che fornisse un quadro d’insieme di quelle vicende senza dover
ricorrere ad opere di impostazione più vasta dove, per la molteplicità degli
argomenti, il filone ligure risulta discontinuo e la parentesi democratica
troppo sacrificata: opere ormai reperibili soltanto nelle biblioteche.
Come il lettore comprenderà se vorrà proseguire in questa lettura, le ricerche
sulla Repubblica Ligure hanno offerto alla mia attenzione una massa eccezionale
di avvenimenti e di temi che all’interesse cronistico aggiungono quello di
continui sorprendenti richiami a vicende a noi più vicine, confermando il
risaputo concetto che la Storia può ben essere Maestra ma che, per contro, gli
Uomini sono alunni distratti che prendono appunti sulla sabbia.
Dei molti fatti che, via via, gli archivi mi rivelarono e sui quali, tutti,
sarebbe stato allettante soffermarsi, ho privilegiato quelli che presentavano
maggiori elementi di interesse anche tenuto conto della mentalità del nostro
tempo. Ho scelto, per cominciare, la rievocazione delle giornate che videro
Giuseppina Bonaparte a Genova, come quelle che offrivano l’occasione per
un’occhiata sull’ultima Genova aristocratica, ricca di fermenti che già
rompevano la pesante superficie della tradizione. Ho creduto interessante
soffermarmi sul delinearsi del movimento insurrezionale antioligarchico, nelle
sue manifestazioni anche più modeste, ma diremmo oggi più «moderne», come le
canzoni satiriche, le scritte murali, gli slogan che turbarono il sonno di molti
aristocratici. Della Rivoluzione di maggio, programmata alla Legazione di
Francia e in alcune spezierie (le farmacie di allora) dove si riunivano i
democratici, i borghesi progressisti, ho cercato di porre in luce risvolti meno
noti facendo ricorso alla vasta produzione memorialistica e libellistica
dell’epoca, produzione ricca di quei dettagli e di quel fascino che fanno
scendere la Storia dagli scranni del convenzionale.
Le ultime ore del governo aristocratico, fondato quasi tre secoli prima da
Andrea Doria, la sconsolata veglia degli stanchi senatori alle prese con il
dictat del giovane generale Bonaparte, il loro allontanarsi, lenti e
amareggiati dopo aver firmato la fine di un’epoca, sono pagine che non possono
lasciare indifferenti sia che si rivivano sui freddi documenti ufficiali sia
attraverso le parole commosse di un memorialista letterato come Girolamo Serra.
Ho tratteggiato poi la nascita dello Stato democratico tra paure e
festeggiamenti, tra cannonate e canti, tra fastosi cortei e funzioni religiose,
tra eccessi spontanei e affettata retorica, in un tripudio di bandiere, di
trofei, di coccarde; in una fusione, o confusione, di classicità e cattivo
gusto.
Soprattutto la rivolta del settembre 1797, determinata dalle scelte
costituzionali, con molte implicazioni politiche, economiche e religiose, mi è
parsa sin troppo trascurata dagli studiosi: i racconti di coloro che si
trovarono ad attraversare le campagne in fermento, dei rappresentanti
democratici presi di mira dagli insorti, appaiono ancor oggi sorprendenti per
immediatezza e interesse.
Le incertezze dei governanti improvvisati, i riflessi della pesante tutela
francese, i disperati problemi di bilancio che coinvolsero nella inarrestabile
bancarotta persino i preziosi delle chiese, sono tra le più sofferte tappe della
giovane ed effimera repubblica.
La guerra infine, dalle sfortunate e, per certi aspetti, grottesche operazioni
contro il Piemonte (quando le speranze di vittoria naufragarono tra errori e
sospetti) sino alla rovinosa campagna del ’99 che, iniziata con l’invasione
austro-russa della Riviera di Levante, culminò nella battaglia di Novi che aprì
ai coalizzati la strada di Genova.
L’esperienza democratica che tante speranze aveva alimentato, finisce, quasi
senza rimpianti, nel dicembre del 1799 quando oppressa da molti mali, scossa da
congiure interne e da minacce esterne, la Repubblica Ligure soccombe a un grigio
colpo di Stato guidato dai generali francesi. Il potere passa ad una Commissione
di governo che di lì a poco lo cederà ad un più ristretto Comitato di governo,
sottomesso alla inflessibile volontà di Massena il quale terrà Genova in pugno
nelle sanguinose giornate dell’assedio del 1800.
Non è stato il mio lavoro soltanto un lungo impegno su libri e documenti: il
segno di quelle vicende si legge ancor oggi sul volto di questa città antica e
nuova, e tale lettura è stata per me stimolo profondo e poetico. Per questo
chiudendo l’ultima pagina mi sembra di staccarmi non già da un lungo studio ma
da una parentesi di vita in altro tempo, tra altra gente, ma non sconosciuta,
non estranea perché non estranei, non indifferenti ne sento pur ora le
sofferenze e i problemi.
Un particolare ringraziamento voglio qui esprimere a mia moglie Maria Rosaria
che, in questo come nei miei precedenti lavori, mi è stata collaboratrice
infaticabile e preziosa consigliera.
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