Storia della Repubblica Ligure
1797-1799
 
di Antonino Ronco


Prefazione


di Jacques Godechot

Delle quattro grandi repubbliche «giacobine» create in Italia all’epoca del «triennio» (1796-1799), la Repubblica Ligure è senza dubbio la meno conosciuta. Esiste un grande numero di studi sulla Repubblica Cisalpina, considerata, in qualche modo, «prototipo» di tutte le altre. Opere eccellenti, quasi definitive, sono state scritte sulla Repubblica Romana. L’effimera Repubblica Napoletana, o, più esattamente, partenopea, è stata fatta oggetto di uno studio ormai classico da parte di Benedetto Croce. Ma sulla Repubblica Ligure esistono pochi libri, tutti antiquati: accogliamo dunque con gioia lo studio che Antonino Ronco le ha dedicato. Questo lavoro ha molte notevoli qualità: è chiaro, scritto in maniera scorrevole, avvincente. L’Autore si è documentato sulle fonti più attendibili e si dimostra al corrente degli studi più recenti. Antonino Ronco in una serie di capitoli brevi ma densi e precisi non ha solamente delineato le vicissitudini politiche della Repubblica Ligure dal 1797 al 1800 ma ne ha anche analizzato le istituzioni, considerando i mutamenti sociali sopravvenuti dopo la rivoluzione genovese del 1797.
Le vicende della Repubblica Ligure possiedono un loro carattere particolare e sono sensibilmente diverse da quelle delle repubbliche cisalpina, romana e partenopea. La Repubblica Cisalpina ebbe un parto travagliato. Le truppe vittoriose di Napoleone entrarono a Milano il 16 maggio 1796 tra le acclamazioni dei «patrioti», o «giacobini», ma la repubblica fu proclamata nella capitale lombarda solo il 9 luglio 1797, nonostante la grande manifestazione repubblicana del 14 ottobre 1796.
Era stato infatti necessario attendere che l’Austria rinunciasse alla Lombardia, il suo principale possedimento in Italia, e ciò avvenne solo durante i preliminari della pace di Léoben, il 18 aprile 1797. Nel frattempo era sorta a Bologna, fin dal 1° luglio 1796, una repubblica poi estesa il 4 dicembre 1796 a tutta la zona «cisalpina», comprendente l’Emilia e Modena. Si trattava, insomma, della Cispadana che costituì il nucleo della Cisalpina alla quale si unì nel luglio 1797.
A Roma le cose andarono molto diversamente. All’ingresso delle truppe francesi nella città eterna i «giacobini», che erano una piccola minoranza, proclamarono la Repubblica (15 febbraio 1798).
Anche a Napoli i giacobini proclamarono la Repubblica all’entrata delle truppe francesi, il 26 gennaio 1799, ma ciò avvenne in contrasto con le direttive del governo di Parigi.
In conclusione, la Repubblica Cisalpina nacque a seguito di numerose petizioni e manifestazioni di patrioti, dopo i negoziati di Bonaparte con Vienna e Parigi. La Repubblica Romana fu la conseguenza diretta dell’intervento militare francese; la Repubblica partenopea sorse per desiderio dei patrioti napoletani appoggiati dal generale Championnet in contrasto con le intenzioni del Direttorio francese secondo il quale la creazione di questa nuova repubblica avrebbe dato il via ad una coalizione europea contro la Francia: sappiamo che i fatti gli avrebbero dato ragione.
A Genova le cose andarono molto diversamente, innanzi tutto perché Genova era un’antica repubblica risalente al X secolo: repubblica aristocratica, senza dubbio, ma purtuttavia repubblica. Inoltre, questa Repubblica si era mantenuta neutrale per tutta la durata del conflitto che aveva contrapposto la Francia al resto dell’Europa a partire dal 1792. Infine, era stata teatro di una propaganda rivoluzionaria e democratica, diffusa soprattutto dalla base di Oneglia governata dal 1794 al 1795 da Filippo Buonarroti e rifugio di tanti patrioti esuli da ogni parte d’Italia. Antonino Ronco descrive molto bene, nei primi capitoli del libro, le vie attraverso cui si esercitò questa propaganda rivoluzionaria e spiega come si fosse formato a Genova, così come nelle principali città della Repubblica, un «partito» democratico, questo partito si credette abbastanza forte da tentare, il 22 maggio 1797, un colpo di Stato destinato a rovesciare l’antico governo aristocratico. Ma non aveva previsto che le masse urbane e rurali sarebbero rimaste attaccate all’antico regime. In città i facchini e i carbonari, nelle campagne i contadini, molto probabilmente sobillati dagli aristocratici, reagirono sollevandosi e infliggendo una sconfitta ai giacobini. Una situazione analoga si era già vista in Francia dove i contadini della Vandea e della Bretagna nel 1793 avevano imbracciato le armi contro la Repubblica. Identici fenomeni si ripeteranno in Belgio e in Svizzera nel 1798, in Calabria e in Toscana nel 1799. Può essere fonte di stupore che folle di miserabili si siano sollevate contro un regime che si prefiggeva proprio lo scopo di migliorare le loro condizioni, di diffondere il «benessere», parola nuova sulla terra, secondo Saint-Just. Gli storici hanno cercato di spiegare queste rivolte popolari: lotta fra le classi sociali, opposizione fra città e campagna, fedeltà agli usi e alle tradizioni del passato. In realtà, le ricerche più recenti, con cui Antonino Ronco sembra essere d’accordo, danno il primato al fattore religioso. I poveri delle città e delle campagne erano molto legati alla religione tradizionale che la Francia rivoluzionaria, si diceva, aveva modificato e separato dallo Stato, senza nascondere il tentativo di sostituire al cattolicesimo una religione razionalista. Fu l’eco di queste trasformazioni a giocare il ruolo principale nelle insurrezioni controrivoluzionarie, a Genova come in Vandea, come in Belgio, come in Svizzera e, l’anno seguente, in Calabria e in Toscana. D’altro canto Antonino Ronco ci conferma che a queste bande armate contro la Rivoluzione fu dato il nome di Viva Maria, un’espressione, afferma, già usata nel 1746, al tempo dell’insurrezione di Balilla.
Per lottare contro gli avversari della Rivoluzione i giacobini genovesi si rivolsero a Bonaparte, il vincitore dell’Austria, l’eroe della prima campagna d’Italia, il negoziatore di Léoben, che si stava riposando nel castello di Mombello, presso Milano. Il suo prestigio era allora considerevole, e può sembrare strano che non abbia subito inviato a Genova numerose truppe per imporre a forza la «democratizzazione» della Repubblica Ligure. In realtà, alla fine del maggio 1797 la posizione di Bonaparte in Francia non era così solida come si potrebbe credere. La sua politica «italiana» era stata attaccata dai giornali di destra. In particolare Lacretelle accusava Bonaparte di favorire i giacobini creando repubbliche democratiche in Italia. Sarebbe stato più conforme agli interessi francesi, scriveva, restituire la Lombardia all’Austria in cambio del Belgio e, magari, della riva sinistra del Reno, invece che trasformarla in repubblica indipendente, vero e proprio covo di giacobini. Il presidente del Consiglio dei Cinquecento era il generale Pichegru, che stava negoziando con gli emigrati la restaurazione di Luigi XVIII; Bonaparte era venuto a saperlo attraverso i dispacci del conte d’Antraigues che aveva intercettato il 30 di maggio e che avrebbe comunicato a Parigi al Direttorio. Ma ignorava quali sarebbero stati gli sviluppi della situazione; Pichegru poteva anche reagire. Così si comportò con grande prudenza. L’ambasciatore francese a Genova Faipoult, era anch’esso un moderato e consigliava di evitare ogni violenza. Era un ex nobile, ufficiale del genio; aveva frequentato la scuola militare di Mézières con Carnot e godeva della fiducia di questo direttore. Nel novembre 1795 era stato nominato ministro delle Finanze e senza dubbio a causa di questa sua esperienza era stato inviato a Genova, considerata allora, per la presenza del Banco di San Giorgio, una delle principali piazze finanziarie d’Europa.
Bonaparte, d’accordo con Faipoult, si accontentò quindi di un ruolo di arbitro e consigliò ai democratici genovesi di redigere una Costituzione ispirata a quella francese del 1795, mettendo bene in chiaro «che non si sarebbe preso nessun provvedimento contrario alla religione cattolica».
Antonino Ronco spiega come la Costituzione fu elaborata da una commissione di ventidue membri fra i quali erano numerosi giansenisti. Costoro fecero introdurre alcuni articoli concernenti la religione: i beni della Chiesa avrebbero dovuto essere nazionalizzati e venduti e con il ricavato si sarebbero pagate le spese del culto. L’assegnazione dei benefici e delle sedi ecclesiastiche poteva avvenire solo in favore di cittadini liguri. Le ordinazioni dei preti sarebbero state indipendenti da Roma. Questi articoli, di cui gli avversari della Rivoluzione esageravano il carattere anticattolico, fecero scoppiare una nuova insurrezione dei Viva Maria ai primi di settembre del 1797. Questa volta Bonaparte inviò, per ristabilire l’ordine, un reparto di truppe: la situazione era molto mutata rispetto al mese di giugno. L’armata d’Italia si era «pronunciata» contro i realisti o simpatizzanti realisti francesi e aveva inviato al Direttorio di Parigi pressanti inviti a far piazza pulita degli avversari della repubblica. Bonaparte aveva mandato a Parigi uno dei suoi migliori generali, Augereau, accompagnato da permissionnaires che avrebbero potuto aiutare la maggioranza repubblicana del Direttorio a sconfiggere gli avversari. In effetti un colpo di Stato ebbe luogo il 18 fruttidoro dell’anno V (4 settembre 1797). Bonaparte, grazie alla mediazione di Augereau, trionfò e si trovò con le mani libere. Così si spiega l’intervento militare nella Repubblica Ligure e la repressione brutale delle insurrezioni di Albaro e del Levante.
Dopo questi avvenimenti, la nuova Costituzione fu sottoposta a referendum e approvata il 2 dicembre 1797 per 115.890 voti contro 1.192. Bisogna sottolineare la novità di questa pratica del referendum costituzionale. Senza dubbio il procedimento era molto imperfetto: le liste degli elettori erano incomplete, il voto non era segreto. Il referendum costituzionale era stato usato per la prima volta nel Massachussets, Stati Uniti, nel 1778, e in questa occasione il progetto di Costituzione fu respinto; poi fu introdotto in Francia, nel 1793, e nella Repubblica batava, dove il progetto di Costituzione, redatto da una «Convenzione», fu ugualmente bocciato l’8 agosto 1797 per 108.761 voti contro 27.955. Per quanto imperfette, queste consultazioni popolari introducevano nei paesi in cui avevano luogo alcune prassi democratiche fino ad allora sconosciute e i risultati si sarebbero visti in futuro. La Costituzione ligure poteva quindi venire applicata. Ma funzionò male, almeno dal punto di vista francese. I moderati, antigiacobini, avevano, in effetti, ottenuto la maggioranza nei Consigli. Il nuovo ambasciatore di Francia, Sotin, che a partire dal 1788 aveva militato a Nantes nei ranghi dei «patrioti» ed era stato ministro di polizia a Parigi all’epoca del colpo di Stato del 18 fruttidoro, era un «giacobino» virulento. Egli preparò, sul modello di quello di Parigi, un colpo di Stato che fu portato a termine, dopo la sua partenza da Genova, dal console Belleville, il 31 agosto 1798: i dieci deputati più «aristocratici» del Consiglio dei Giuniori e i cinque più «moderati» del Consiglio degli Anziani, ossia un sesto dei membri di ciascun consiglio, furono arrestati, imprigionati o esiliati in Toscana. L’Arcivescovo di Genova, monsignor Lercari, sospettato di sentimenti antidemocratici, fu mandato per qualche tempo a Novi in domicilio coatto. Così la Repubblica Ligure divenne uno stato satellite della Francia.
Qualche mese più tardi nuovi pericoli si profilarono all’orizzonte. Questa volta era la pace esterna ad essere minacciata. Antonino Ronco ci racconta che l’armata francese di Lombardia, sconfitta a Magnano il 5 aprile e a Cassano il 27 aprile, e Farinata di Napoli in ritirata ripiegarono sulla Repubblica Ligure. Quest’ultima doveva diventare l’ultimo bastione della presenza francese in Italia, simboleggiata dal lungo assedio di Genova di cui Ronco ha scritto in un precedente volume. Massena, che difendeva la città, non riuscì a resistere fino all’arrivo dell’«armata di riserva» comandata da Bonaparte. Ormai esauriti i viveri e le munizioni, capitolò il 4 giugno 1800 ma dieci giorni più tardi, il 14 giugno, Bonaparte riportò sugli austriaci la sofferta ma splendida vittoria di Marengo e la Repubblica Ligure si ricostituì dopo solo dieci giorni d’interruzione: la Cisalpina, invece, cesserà di esistere in meno di due anni e le repubbliche romana e partenopea non resuscitarono più. La Repubblica Ligure doveva durare ancora cinque anni, fino alla sua annessione all’impero francese, il 4 giugno 1805. Questo nuovo periodo della Repubblica Ligure verrà trattato, speriamo, da Antonino Ronco in un prossimo studio. La Repubblica Ligure ha, come si vede, un destino sotto molti aspetti tutto particolare nella storia delle repubbliche italiane all’epoca della Rivoluzione francese: Antonino Ronco l’ha perfettamente compreso e nitidamente evidenziato. Il suo libro sarà indispensabile agli storici che, in futuro, si occuperanno dell’Italia rivoluzionaria e napoleonica.


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