Storia della Repubblica Ligure
1797-1799
 
di Antonino Ronco


Capitolo Primo

Una vacanza di Mme Bonaparte


Tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1796 Genova ospitò per alcuni giorni Giuseppina Bonaparte, moglie del comandante dell’Armata d’Italia. Fu un avvenimento che diede, in seguito, molto da dire agli storici e ai moralisti impegnati i primi a scovare, anche in quel viaggio, i segni della strategia napoleonica, più propensi gli altri a cogliere, di quella visita, il lato mondano e i retroscena sentimentali. Entrambe le interpretazioni possono vantare argomenti a loro favore: l’una rifacendosi alla situazione militare del momento, l’altra all’indole di Giuseppina sempre piuttosto prodiga nel fornire materia alla cronaca scandalistica.
Nei giorni che precedettero la sorprendente vittoria di Arcole (15-17 novembre 1796), la situazione dell’armata francese in Italia appariva molto difficile. Bonaparte vedeva crescere, di giorno in giorno, la superiorità numerica del nemico e inoltre l’avvicinarsi dell’inverno poneva gravi problemi per il rifornimento di viveri e di vestiario, agendo negativamente sul morale delle truppe. Scrivendo alla moglie a Milano, dal quartier generale di Verona, non le nascondeva le sue preoccupazioni. In seguito Giuseppina confiderà al conte de Ségur che Napoleone non escludeva la possibilità di una sconfitta che lo avrebbe costretto ad abbandonare Milano agli austriaci.
In tale evenienza, come soluzione estrema, il generale pensava ad una ritirata sino a Genova, dove la vicinanza con la Francia e le molteplici possibilità difensive gli avrebbero consentito di resistere in attesa di rinforzi. Nel quadro di queste previsioni Bonaparte avrebbe suggerito a Giuseppina un viaggio a Genova per prendere contatto con quella città che gli premeva avere amica. Gli avvenimenti successivi tolsero ogni interesse alla parte «diplomatica» del viaggio, che si ridusse pertanto ad una semplice vacanza, resa più gradita, se mai, dal momento particolare che Giuseppina stava attraversando.
Dopo il matrimonio, avvenuto nel marzo precedente, la giovane signora aveva dovuto abbandonare Parigi per seguire il marito in Italia. La rinuncia a quell’ambiente a lei così congeniale le era costata un grosso sacrificio e qualche lacrima. A Milano, dove Bonaparte l’aveva lasciata per raggiungere il quartier generale dell’armata, la vita non era quella che avrebbe desiderato. Passata la prima curiosità per la piccola «corte» di Palazzo Serbelloni, diradatisi, nel clima di guerra, feste e trattenimenti, le giornate di Giuseppina s’erano fatte monotone e noiose, rese ancor più tristi dal grigio autunno lombardo. Le restava, a rallegrare le ore più vuote, l’assidua compagnia di Ippolito Charles, luogotenente del generale Ledere, brillante, arguto conversatore che, forse, aveva già allora un posto particolare nel cuore di Giuseppina. In questo clima l’idea di un viaggio a Genova, anche senza impegni di Stato, certo non poteva dispiacere a Mme Bonaparte, considerando anche il fatto che avrebbe potuto avere con sé, come scorta, il giovane luogotenente.
A proporre quel viaggio, e probabilmente a stabilirne tutto il programma, fu Gian Carlo Serra, patrizio genovese che le idee giacobine e qualche mese trascorso in cella, nella Torre del palazzo Ducale di Genova, avevano portato in volontario esilio a Milano, accanto al fratello Gian Battista, colpito da una condanna a cinque anni di carcere, per un fallito colpo di Stato del ’94.
Gian Carlo Serra aveva ottimi motivi per invogliare Giuseppina a compiere una visita a Genova. Riapparire nella sua città accanto alla bella moglie del generale Bonaparte, sarebbe stato un successo personale. Non solo, ma l’occasione gli avrebbe consentito di mobilitare il partito filofrancese, scuotere i titubanti, stimolare nuove adesioni alla sua causa. Il successo della visita di Mme Bonaparte appariva infatti scontato in una società, come quella genovese, piuttosto permissiva in quanto a vizi privati, quasi per una reazione all’austero smalto della vita pubblica, al moralismo esasperato, ma soltanto nelle apparenze, della classe al potere. Negli ambienti giacobini genovesi – li chiamavano così alla francese, ma in realtà giacobini non erano, tutt’al più leggermente innovatori in senso democratico – l’iniziativa aveva suscitato entusiastiche adesioni. Il ministro plenipotenziario francese a Genova, Guglielmo Carlo Faipoult de la Maisoncelle, amico di Bonaparte, aveva offerto agli ospiti il palazzo della Legazione di Francia. Inviti a banchetti, feste e spettacoli erano piovuti da tutto l’ambiente filofrancese. Genova intera, senza troppe distinzioni di colore politico avrebbe colto volentieri l’occasione per una parentesi brillante nel grigiore di quegli anni difficili. E se molti restavano in disparte, non senza rammarico, era solo per timore di complicazioni, per evitare di trovarsi in mezzo ad un ambiente perlomeno all’indice agli occhi della classe dirigente.

Alla fine del Settecento, Genova, con circa 89 mila abitanti, era la capitale di uno Stato che, nel complesso, ne contava poco più di 600 mila. La popolazione urbana era divisa sostanzialmente in due classi. L’aristocrazia e il popolo, tra le quali si andava affermando una borghesia benestante, se non ricca, formata da mercanti, professionisti, intellettuali, molti dei quali discendenti delle grandi casate nobiliari, decaduti nella scala sociale semplicemente per via del loro censo modesto. E questo perché, attraverso i tempi, leggi e consuetudini avevano cucito a filo doppio ricchezza e potere, rendendo le due cose interdipendenti.
Il governo della Repubblica di Genova, fondata da Andrea Doria, era in mano ad un ristretto numero di famiglie che da anni se lo passavano dall’una all’altra, arroccate in una tenace difesa dei loro privilegi ma anche dell’indipendenza e neutralità dello Stato. Per garantirsi libertà e sicurezza, il governo oligarchico aveva munito la città di una formidabile cerchia di mura, e di una catena di forti che ne facevano una delle piazze meglio difese d’Europa. Entro la cerchia delle nuove mura, che si spingevano sino alla sommità delle colline, disposte come un verde fondale alle spalle della città, l’abitato era andato espandendosi in superficie e in altezza, con case altissime addossate le une alle altre per conservare gelosamente all’intorno orti e giardini dove, per non guastare il paesaggio, era persino vietato innalzare muri divisori. Il panorama di Genova, scrive un anonimo del primo Ottocento, offriva «le più pittoresche vedute» sia per la quantità dei palazzi e delle ville situate su ridenti colline, sia per i campanili e le cupole delle chiese che l’adornavano, tanto da offrire a chi l’osservava dal mare, uno spettacolo paragonabile a quello di Napoli e di Costantinopoli, città decantate dai viaggiatori. Non esagerava certamente, l’anonimo ottocentesco, ponendo come nota dominante del paesaggio genovese le cupole e i campanili. In quell’epoca infatti si contavano, entro la cerchia delle mura secentesche 119 tra chiese e conventi, alcuni dei quali imponenti, 35 oratori e alcune cappelle. Il vanto dell’urbanistica genovese erano però i palazzi privati che, a decine, sorgevano nei vari quartieri della città e in particolare in quella Strada Nuova, straordinario esempio di lottizzazione cinquecentesca, dove si allineava una serie di edifici che Pietro Paolo Rubens, durante il suo lungo soggiorno genovese, volle disegnare e i disegni raccogliere in volume quale esempio magistrale ai futuri architetti.
In queste splendide dimore abitava la nobiltà genovese: principi, marchesi, conti, ma contemporaneamente banchieri, diplomatici, navigatori, soldati di ventura, latifondisti, che in secoli di vantaggiosi affari, di ardite speculazioni, di sagge economie, avevano accumulato enormi fortune, che custodivano gelosamente ma non di rado allegramente sperperavano. Da questi palazzi uscivano i dogi biennali, i membri dei Serenissimi Collegi, che detenevano il potere esecutivo, i deputati al Minor e Maggior Consiglio, organi legislativi della Repubblica.
La vita culturale della città era piuttosto limitata. Esistevano un paio di biblioteche pubbliche, e altre private, ricche di preziosi volumi, rimaste però quasi segrete sino ai nostri giorni. Molte famiglie patrizie avevano collezioni d’arte, dove figuravano molti bei nomi dell’arte italiana e fiamminga, e vantavano tradizioni di un mecenatismo molto riservato.
Le signore genovesi conducevano un’esistenza piuttosto libera quale consentiva loro la vita pure molto indaffarata e libera dei mariti. Nelle stemmate portantine le dame si trasferivano dalle «conversazioni» pomeridiane nei diversi salotti, agli spettacoli del teatro Sant’Agostino, o del Falcone, dove si alternavano drammi, commedie e accademie musicali, offrendo soprattutto l’occasione per uno sfoggio della ricchezza. I salotti cittadini avevano le loro sacerdotesse: signore assai ammirate per cultura e grazia, come Anna Pieri Brignole, fiorentina di nascita, Lilla Cambiaso Giustiniani, Luigia Pallavicini, ispiratrice dell’ode foscoliana, Antonietta Costa Galera, pittrice, che riunirà attorno a sé, durante la Repubblica Ligure, patrioti e poeti e sarà celebrata da Vincenzo Monti in una famosa ode.
Il popolo abitava le alte case dei vicoli, con poco sole e poche comodità, ma sostanzialmente non in polemica con i ricchi. Il porto era la prima fonte di guadagno, seguito dall’artigianato, dall’agricoltura e dagli impieghi domestici nelle case patrizie. Allorché la rivoluzione costringerà molti nobili a chiudere i palazzi e le ville, si porrà drammaticamente il problema della disoccupazione per un buon numero di cittadini. Per questa dipendenza vitale il popolo rimase quasi sempre, tranne casi limitati, schierato a fianco del patriziato, spesso gloriandosene come di una propria creatura.
Quando Giuseppina Bonaparte compì il suo viaggio a Genova questo mondo volgeva al tramonto. La Rivoluzione francese aveva diffuso la paura e questa, a sua volta, sconsigliate le esibizioni del lusso. Già tre anni prima una «cospirazione» di nobili poveri aveva scosso i dorati scranni dei Serenissimi. Ma, nonostante tutto, Genova era ancora una città apparentemente ordinata e tranquilla, portata alla vita brillante, alle feste, ai banchetti.

Giuseppina partì da Milano il 26 novembre. Viaggiava nella principesca vettura che Maria Antonietta, la sfortunata regina di Francia, aveva regalato a Beatrice d’Este e che questa, fuggendo, aveva lasciato a Milano. A Novi, città ligure di confine, dove avvenne il cambio dei cavalli prima di affrontare la traversata degli Appennini, la signora Bonaparte fu ossequiata dal vice Governatore Gaetano Olivieri, dai Padri del Comune e dal colonnello Bacigalupo, cui toccò l’onore di scortare, con uno scelto drappello di truppe a cavallo, gli ospiti francesi lungo la strada della Bocchetta.
Era già notte avanzata quando le carrozze si fermarono in piazzetta Spinola, davanti alla Legazione di Francia a Genova. Ne scesero, oltre a Giuseppina Bonaparte, la cittadina Visconti Sopranzi, milanese, il generale Cervoni, il luogotenente Charles e il Serra.
L’arrivo delle carrozze, l’eccezionale illuminazione predisposta da Faipoult per l’occasione, l’affaccendarsi dei domestici, attrassero subito una piccola folla di curiosi. L’arrivo di Mme Bonaparte fu segnalato al governo e il mattino seguente, per ordine del Maestro delle cerimonie, una delegazione ufficiale si recò a Palazzo Spinola per dare il benvenuto all’Ospite, quasi si trattasse di un capo di Stato. Giuseppina fu anche informata che due nobildonne genovesi, Lilla Cambiaso Giustiniani e Anna Pieri Brignole, nonché due patrizi, Girolamo Serra e Francesco Cattaneo, sarebbero stati a sua disposizione per farle da guida e intrattenerla durante la sua permanenza in città. Giuseppina ringraziò dell’attenzione, ma aggiunse che avrebbe approfittato «della conversazione delle predette dame senza veruna formalità» decisa, probabilmente, ad evitare che quella scorta diventasse troppo assillante.
I giorni che seguirono videro Giuseppina presa in una lunga serie di impegni mondani e sociali. Fu accompagnata nello studio del pittore Venloo, allora in voga e, approfittando della giornata di sole, ad ammirare il panorama della città dalle mura di Carignano. Visitò il porto e il Palazzo delle Compere di San Giorgio, tempio della finanza genovese. Fu ospite d’onore a spettacoli teatrali, ad accademie di canto e musica in palazzi privati, a «fioritissime conversazioni». Il doge Giacomo Brignole la ricevette a Palazzo Ducale con «particolare distinzione». Adamo Calvi, commerciante arricchitosi con le forniture all’armata francese, amico di Bonaparte, diede per lei un grande banchetto nel suntuoso palazzo di Luca Giustiniani, sulla collina di Albaro. Il pranzo, che secondo l’uso genovese si protrasse sino al tardo pomeriggio, lasciò agli invitati appena il tempo di trasferirsi al grande ballo presso la Legazione di Francia. Fu quello l’avvenimento culminante della vacanza genovese di Giuseppina: mentre l’udienza del Doge, gli inviti nelle dimore patrizie, i concerti, gli spettacoli, i conviti, le avevano fornito un quadro della Genova aristocratica, la serata a Palazzo Spinola fu l’occasione per presentare alla cittadina Bonaparte l’ambiente filofrancese e giacobino genovese. Faipoult sapeva che i Magnifici avrebbero guardato a quella festa con occhi diversi da un qualsiasi avvenimento mondano; che il sospetto del complotto avrebbe offuscato ogni altra considerazione. Forse il diplomatico aveva voluto addirittura accentuare quei sospetti prescrivendo agli invitati la coccarda francese e facendo montare la guardia, sulle scale del palazzo, a soldati distaccati dal deposito dell’Armata a Sampierdarena. Incuriositi, i genovesi fecero ressa, quella sera, intorno al palazzo di piazzetta Spinola, applaudendo, commentando. E, come era da prevedersi, una lista degli intervenuti finì sul tavolo del Magistrato degli Inquisitori di Stato.
L’ultimo impegno importante della signora Bonaparte fu la serata nella villa del rappresentante genovese a Parigi, Vincenzo Spinola. La festa fu organizzata dai fratelli Serra: Gian Carlo che aveva seguito Giuseppina da Milano e Girolamo che l’aveva accompagnata negli impegni genovesi. Quell’invito rappresentò la risposta dei «genialisti» francesi al banchetto di Adamo Calvi, uomo nuovo, esponente di punta della borghesia arricchita e non priva di ambizioni sociali. Non abbiamo la lista degli invitati in casa Spinola, elenco che sarebbe prezioso per stabilire i confini del mondo filofrancese a Genova, prima del maggio ’97.
Nel carnet di Mme Bonaparte restava ancora l’invito di Lilla Cambiaso, per la sera del 2 dicembre, ma il ricevimento non ebbe luogo perché Giuseppina partì improvvisamente per Milano, in anticipo sul previsto. Si può essere quasi certi che quel cambiamento di programma non fu una sua personale iniziativa, dato che si risolveva in un viaggio, non certo piacevole, prevalentemente di notte, attraverso gli Appennini e la pianura lombarda.

Partita l’ospite, a Genova si cominciò a tirare le somme di quella visita. «È pervenuta notizia all’illustrissimo Deputato di mese, dell’Ecc.mo magistrato degli Inquisitori di Stato (il responsabile di turno all’ordine pubblico) – diceva un appunto inviato al Senato – che la sera in cui fu data dal Min. Faipoult la festa da ballo a Madame Bonaparte, fossero nel portico del Palazzo di abitazione di detto Sig. Faipoult alcuni soldati francesi, uno dei quali con la sciabola sguainata, come in aria di sentinella, e non lasciavano entrare che francesi ed alcuni altri che avevano un segno». Quando poi, in data 3 dicembre, uscì il giornale «Avvisi» n. 49, con la cronaca delle giornate genovesi di Giuseppina, le critiche si moltiplicarono, tramite quei «biglietti di calice» con cui, in assenza di una stampa libera, i cittadini facevano giungere ai serenissimi Collegi la voce del loro malcontento. Le censure più accese colpirono proprio il governo accusato di esser andato al di là di una doverosa cortesia, presentando all’ospite «complimenti in nome pubblico» e delegando rappresentanti ufficiali a far da scorta alla visitatrice. Giuste lamentele, considerando che la signora francese non aveva, in quelle circostanze, alcuna veste ufficiale, né alcun merito, se non quello d’essere la moglie di Bonaparte, un semplice generale, anche se teneva in pugno le sorti dell’Italia. Le critiche piovvero, oltre che sui Serenissimi, sul deputato alle stampe, Franco Grimaldi, che aveva consentito la pubblicazione dell’articolo dove si metteva in piazza la gaffe del governo, e infine sul cronista: gli si chiedeva di rettificare (vedesse un po’ lui come) quello che era, in sostanza, un pezzo assolutamente obiettivo e informato, gradito certamente ai lettori, come intermezzo alla monotonia degli annunci commerciali che gremivano le colonne del censuratissimo foglio. La cosa finì poi in nulla perché, giunta la pratica sul tavolo di Felice Giacinto, Magistrato degli Inquisitori di Stato, questi capì che il rimedio andava a risultare peggiore del male: annotava pertanto, in calce al decreto dei Ser.mi Collegi, che i Supremi Sindacatori, «prevedendo, nelle attuali circostanze, i contingibili discorsi e suggerimenti, che forse potrebbero causare disturbi a VV.SS. Ser.me, in linea di puro suggerimento sottopongono il riflesso, se stimassero di sopprimere la seconda parte del decreto che ordina la ritrattazione di quanto è stato asserito nell’ultimo foglio patrio riguardo all’accoglimento in nome pubblico dato a Madama Bonaparte...». La proposta dei Sindacatori, portata nuovamente in Consiglio, fu posta ai voti e, latis calculis, approvata. Restavano però la brutta figura del governo e la vittoria di Faipoult: una prova di forza quest’ultima che, come sottolineava uno dei tanti biglietti di calice (non di rado scritti, sotto la tutela dell’anonimato, da senatori e da membri del governo) rappresentava un gravissimo attentato. Uno dei biglietti in questione aveva addirittura un tono amaro e sarcastico: «Sarà esso (l’attentato) dissimulato con la solita politica del “zitto”, continuando intanto a pregiarsi di mai aver negato cosa alcuna a Faipoult di quant’egli ha saputo richiedere e desiderare? Pareva forse intempestiva una discreta doglianza e, molto di più, il dovuto riclamo dal momento che la Felicità francese in Italia malamente s’intorbida? Ebbene si continui adunque a prostituire il Principato: et renderlo vile e dispregevole innanzi agli esteri, li nazionali e li Francesi medesimi, ai quali altro non manca che l’opportunità per tentare e conseguire la rivoluzione, in un governo di cui il timore e ormai unicamente il timone di guida». Scritto lucido e profetico che non saliva certo dalla strada, ma piuttosto scendeva dalle più alte e illuminate menti della Repubblica, nel tentativo di indicare il cammino al governo, mettendo a nudo quelle verità di fronte alle quali i Magnifici apparivano ciechi e sordi. Si sarebbero destati, per forza, di lì a pochi mesi, ma ormai troppo tardi.


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