Storie Blucerchiate
 
di Edoardo Guglielmino


Prefazione

di Renzo Parodi
Presidente Giornalisti Sportivi Liguri

Riconosco annusando le pagine fresche di stampa il tocco lieve e ironico di Edoardo Guglielmino, scrittore ed esegeta di cose blucerchiate da tanti e tanti anni che mi pare di aver convissuto da sempre con le sue storie di medico della mala, intrecciate con lo sconfinato amore per la Sampdoria.
La Fanny, immortale sciantosa, torna a stuzzicare le corde di un eros giovanile non ancora inquinato; antichi pedatori di una piccola ma amatissima Sampdoria riemergono come eroi omerici dalle pieghe del tempo e accorrono a restituirci i giorni perduti.
“Bisontino” Cristin, Maraschi gran cacciatore di gol ed eversore di genoani, la barba stanca di Magistrelli, il furetto Rossinelli, Arnuzzo il rosicchiacaviglie fatto in casa. La Sampdoria dei fichi secchi, povera ma bella, la Sampdoria dei nostri vent’anni, guidata dal “profeta” Fulvio Bernardini, maestro di vita e di calcio, con cui chi scrive ebbe l’onore di incrociare la racchetta sul court di Bogliasco e con me Piero Sessarego e il compianto Giorgio Adriani, che della Sampdoria sono e sono stati fra i più ispirati cantori.
Guglielmino ci restituisce, in questi racconti appassionati, il pallone che fu, oggi assassinato dal business e crocifisso sul Golgota della pay-tv, il calcio dei mestatori e di quelli che hanno capito per primi che il pallone cambiava; e stiamo misurando i risultati, penosi, della rivoluzione condotta in nome del dio denaro.
Non mi fa velo l’antica amicizia, Guglielmino è uno scrittore vero, assistito dall’istinto, raro, che coglie l’anima delle cose, il cuore degli uomini.
Con piccoli tocchi ironici, ci restituisce un ambiente, un’epoca.
Erano gli anni Settanta, quelli – chi ha almeno quarant’anni li ricorderà – dell’avvocato di campagna Mario Colantuoni, il mago del bilancio, capace di vendere alla Juventus per ottocento milioni (!) Roberto Vieri, l’indolente jongleur padre del contemporaneo Bobo, e portarsi a casa Romeo Benetti.
Era la Sampdoria piccola ma bellissima per la cifra del suo calcio, guidata dal magistrale profeta Bernardini, uno che si rifiutava di far marcare Rivera perché “lo vedo giocare due volte l’anno e vuoi che lo lasci riempire di calci?”, obiettava.
E pazienza se il Milan finiva per passeggiare sulle spoglie della Sampdoria, non erano quelle le sfide da vincere o morire.
Gherardi, Tellini, Mugnaini, il mitico Beppe col megafono ad arringare una gradinata meno turbolenta ma non meno amorosa della Sud odierna.
Il tamburino Damiano primatista di trasferte e quel puntuto gentiluomo di Gigione Costa, con la sua mania delle statistiche che acclaravano come mai a Genova avremmo potuto aspirare a più di un’affannosa salvezza.
Poi venne un uomo, Paolo Mantovani, e il mondo si capovolse, i fiumi risalirono la corrente, i pesci schizzarono fuori dai flutti e presero a scivolare sull’erba, l’erba del Luigi Ferraris, e la Sampdoria vinse lo scudetto.
Il racconto si dipana sulle corde della memoria, Guglielmino ci riporta per mano al tifo blucerchiato di frontiera, un tifo di periferia, perché negarlo?
Erano i giorni della resistenza sampdoriana, di un tifo di minoranza (numerica e culturale), quasi un marchio di sottocittadinanza, ma allora come ora, un tifo laico, nato su una sorta di materialismo dialettico applicato al pallone, per cui nulla è scritto nel libro della storia e tutto va conquistato, penosamente ma deliziosamente, sull’onda del vivere quotidiano.
Un marchio di fabbrica, il dna dell’essere tifosi sampdoriani.
In quel tempo lontano ma non dimenticato era eresia non tifare per gli altri, quelli con il blasone, quelli “di città”.
Genova era oltre le colonne d’Ercole e ci voleva cuore e coraggio per avventurarsi nella selva del conformismo, della tradizione.
Bellissima meticcia, la Sampdoria di quegli anni attendeva un Grande Padre che la sdoganasse agli occhi del mondo.
Scorrendo i racconti colgo palpiti di nostalgico rimpianto, fra le righe che narrano del dottor Nibba e di Antonino il sapiente, della Fanny e di Vaccamorta Pasquale, idolo di Pentema e plausibilissimo protagonista blucerchiato di quegli anni micragnosi.
Quasi un senso d’imbarazzo per la ricchezza presente, salvificamente intervenuta, nella figura di Riccardo Garrone, a cancellare gli anni bui della serie B ed il rischio di scomparire.
Ma forse è solo il rimpianto dei nostri vent’anni che ci afferra tutti e ci spreme il cuore.
Grazie, Edoardo, per averci regalato il miracolo di riviverli.


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