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Storie di
Genova
di Michelangelo Dolcino
In vece di una prefazione...
di Fabrizio
Calzia
In vece di una prefazione... dotta e
barbosa, che decisamente avrebbe “angosciato” lo stesso Michelangelo, un dialogo
piacevole: una conversazione fra vecchi amici, che quasi si “finsero”
rispettivamente giornalista e personaggio d’autore per potere mettere giù, con
un minimo di ordine, il racconto di una vita. La vita di Dolcino, uomo che più e
meglio di tanti altri ha raccontato Genova e la Liguria. Facendosi apprezzare,
leggere, ma soprattutto: amare.
La barba di Michelangelo Dolcino, oggi, è
bianca. Proprio come la moglie Esther, vent’anni fa o giù di lì, l’aveva
immaginata, indovinando il suo “principe azzurro” dalle righe dei suoi primi
scritti, da quello stile già allora avvolgente, vivace, che ti conduce per mano
attraverso le pagine più fitte della storia di Genova, ti trascina nei momenti
cruciali della battaglia, ti racconta leggende di fantasmi, ti apre le porte ad
episodi truculenti, fantasiosi, o semplicemente curiosi.
E, come la barba in un gioco fra fantasia e realtà, anche lo stile è rimasto
uguale fino ad oggi: un marchio vivo, autentico, inconfondibile, ad
accompagnare, a caratterizzare l’opera dell’uomo che ha scritto Genova e la
Liguria. In una ventina di libri, innumerevoli articoli, numerose commedie.
“E pensare...”, esordisce Dolcino con quel suo ghigno indefinibile che
lancia la battuta o prepara l’aneddoto gustoso, “che il debutto è stato tutt’altro
che incoraggiante! Il primo manoscritto della mia carriera è andato infatti
ingloriosamente ‘perduto’. Avevo sei anni e, non sapendo né leggere né scrivere,
dettai un ‘romanzo’ a quella che oggi si chiamerebbe la colf. E questa,
sfuggendo a ogni controllo, mi giocò bassamente, trascrivendo in maniera
decisamente approssimata, sempre sullo stesso foglio, ciò che di volta in volta
le suggerivo. Non ti dico la disperazione quando, imparato a leggere, le chiesi
il manoscritto!”.
“Tuttavia, se si escludono le disavventure con la domestica”, prosegue
Dolcino, “Posso ritenermi senz’altro fortunato. In quanto, e anche la mia
ricca bibliografia sta a dimostrarlo, posso dire in fondo di avere fatto per
tutta la vita quello che ho voluto.
Certo, avrei preferito dare senz’altro l’esclusiva alla penna. Ma mi sembrava
come eseguire esercizi al trapezio senza rete. Decisi, pertanto, di dedicarmi
contemporaneamente all’insegnamento. Che non consideravo, tuttavia, un ripiego.
Poter parlare per intere mattinate di questioni storiche o letterarie mi piaceva
moltissimo, tant’è vero che ho continuato, poi, fino a non molti anni fa”.
“Anche perché, sebbene in forma diversa, eri nel ‘tuo’...”.
“Ma non era solo una questione di materie”, riflette, “a rendere
piacevole, intenso il lavoro era anche, o soprattutto, il rapporto umano.
Capitai dapprima in una scuola per hostess. E, al di là della scontata ironia
che può provocare questa affermazione, devo dire che fu un’esperienza piacevole.
Ho sempre considerato la donna un partner di discussione ideale. Attenta,
sensibile, stimolante. Anzi, forse è proprio lì che ho cominciato,
inconsciamente, a rispettare a tal punto il pensiero femminile da schierarmi
istintivamente, nel corso di una discussione ad esempio, dalla parte del
cosiddetto ‘gentil sesso’.
Passai, poi, alle ‘serali’, e fu come finire nel libro ‘Cuore’. C’era, poniamo,
il carabiniere che non può andare avanti se non strappa quella famosa licenza,
oppure il tale che faceva un lavoro nocivo alla sua salute e necessitava del
‘pezzo di carta’ per poter cambiare mestiere... insomma, il dialogo era
fondamentale. Prova ne è che ancora oggi sono legato da profonda amicizia con
tanti ex-allievi”.
“Un’esperienza umana, dunque, prima ancora che professionale, che ti ha in
qualche modo plasmato, che ha contribuito a rendere i tuoi scritti così come
sono”.
“Non sta a me giudicarlo. Di vero c’è che, quando scrivo, mi sta a cuore il
lettore, così come ero attento agli umori dei miei allievi. Certo, in classe era
più semplice, più immediata la verifica delle reazioni, dei momenti in cui la
tensione calava, o quelli in cui si coglievano i lampi di meraviglia, di
stupore, di partecipazione. E magari, inconsapevolmente, mi ‘allenavo’ a intuire
il lettore”.
“E, forse, uno dei segreti dell’opera di Dolcino sta proprio qui. In
un’inconsueta capacità a indovinare il gusto, le attese del lettore allo stesso
modo in cui sa cogliere, nel corso dell’intervista come in altre occasioni, da
un guizzo dello sguardo, una smorfia, un gesto, cosa ti passa in quel momento
per la testa. Una sensibilità inusuale. La stessa, azzardiamo, che sta alla base
della sua passione per la storia di Genova?”.
“Senz’altro a destare la mia curiosità nei confronti di Genova è stato il
rapporto, si può dire, fisico, che ho con la mia città. E con ‘rapporto fisico’
non intendo tanto la vicinanza, la presenza di luoghi, di monumenti. Mi
incuriosisce il personaggio, il protagonista”.
“Parlare di semplice curiosità vuol dire, tuttavia, usare un eufemismo; la tua è
una capacità insolita di immedesimarti, di entrare, come si direbbe in campo
giornalistico, ‘dentro la notizia’”.
“Ma per questo darei la ‘colpa’ al mio albero genealogico. Posso infatti
considerarmi un genovese, come si suol dire ‘con tutti i quarti in regola’ in
quanto le origini della mia famiglia risalgono addirittura al Medioevo. Nei
pressi di San Siro di Struppa una località viene ancora oggi segnalata come
‘casa dei Dolcino’, e pare che San Siro stesso fosse mio antenato. Quando leggo,
o sento parlare, di questo o quell’avvenimento storico, so magari che un mio
nonno, o bisnonno, vi ha partecipato, ed il mio atteggiamento cambia. È un po’
come sentirsi la storia indosso”.
“Storia di Genova. Che, nel tuo caso, ha tanti significati, visto che l’hai
trattata nei suoi aspetti più vari ed inconsueti; a voler riassumere con uno
slogan la tua attività, ti si potrebbe definire un tuttologo della storia
genovese e ligure. Ma ‘tuttologo’ può apparire una parolaccia, se l’interesse è
dispersivo o addirittura speculativo. Come risponderesti a un’accusa del
genere?”.
“Non risponderei. Ma, parlando per ipotesi, chiarirei innanzitutto che la mia
‘tuttologia’ ha un soggetto di base definito nella storia locale. E poi mi
sembra facile individuare un filo conduttore nella predilezione per la così
erroneamente detta ‘petite histoire’. La storia fatta cioè di elementi
apparentemente marginali, di vicende quotidiane...”.
“Il che significa, però, trovarsi di fronte ad un ventaglio di tematiche
potenzialmente illimitato. Come fai a selezionare i temi ‘giusti’?”.
“Attraverso la mia personale curiosità, la ricerca di una tematica inedita,
che possa venire incontro alla curiosità, all’interesse del lettore. Di quel
povero lettore appassionato di storia locale ma, ahimé, privo di preparazione
specifica e costretto ad ingoiare opere degnissime, come il De Negri, ma del
tutto indigeste.
Provo, insomma, ad avvicinare la storia, a renderla viva, per poterla rendere
appetibile ad un pubblico meno specialistico...”.
“Anche se, contrariamente a quanto specificato anche dai vari editori nelle
prefazioni ai tuoi testi, pure lo specialista dovrebbe gradire un testo di più
piacevole lettura”.
“Infatti non mi rivolgo solo al pubblico più vasto. Ma nei confronti di
questo nutro una particolare predilezione, perché è questa fascia a risentire in
primo luogo della scarsa digeribilità di certi mattoni”.
Alzo lo sguardo sollecitato dall’ultima affermazione. La parete dello studio
pare costruita con “mattoni”. Mi perdo ad indovinare i titoli, a riconoscere
questo o quel testo. Mi coglie di sorpresa l’incantato, l’aspetto solenne di
quell’esercito di volumi sull’attenti. Tutti perfettamente conservati, a
prescindere, oserei dire, dalla validità dei contenuti. L’età di un libro si può
indovinare, qui, dalla tecnica della rilegatura, dalla grafica delle
sovraccoperte. Non di certo dall’usura.
“Rispetto moltissimo il libro”, confessa Michelangelo, ancora una volta
sorprendente nel “leggerti” nel pensiero, “non potrei mai, come fanno molti,
addobbare le pagine di note, sottolineature, o commenti più o meno benevoli. Mi
sembrerebbe di violentare una vergine. Non è solo questione di affetto”.
E restiamo, allora, in tema di affetto. Vorrei sapere se esiste un suo testo da
lui preferito.
“In linea di massima direi che mi considero del tutto ‘democratico’. Ma devo
ammettere di guardare con affetto speciale ‘E parolle do gatto’. E ciò non solo
per il successo che il libro ha avuto (al punto tale che per molti
MichelangeloDolcino è ‘quello-che-ha-scritto-e-parolle-do-gatto’), ma anche per
il piacere che ho provato nel compiere le ricerche. Ricerche che hanno dovuto,
necessariamente, trascurare i metodi tradizionali e mi hanno fatto tuffare nel
vivo del quotidiano.
Molte espressioni contenute nel ‘dizionario’ sono state infatti catturate,
prestando orecchio particolare, sull’autobus, in coda a qualche sportello, o
ancora allo stadio. Per non dimenticare, lo dico anche nei ringraziamenti, il
contributo fornitomi dai gasisti genovesi...”.
“Hai, insomma, raggiunto la sintesi perfetta del tuo operare, unendo al consueto
‘modus scribendi’, a una collaudata tipologia tematica, la popolarità, la
quotidianità delle fonti stesse”.
“Questo lo dici sempre tu”, si schernisce Dolcino, “io mi sento un po’
come Bernard Shaw quando affermava che, dopo la realizzazione di una sua opera,
andava a leggere i commenti di critici ed esegeti per capire che cosa aveva
voluto dire.
Non voglio dire che la tua affermazione è una fesseria, ma che fa sembrare il
tutto come una cosa pensata, studiata. Io mi sono semplicemente, se mi passi il
termine, divertito...
Vorrei aggiungere, piuttosto, un’altra cosa, a proposito de E parolle do gatto,
un’affermazione, questa volta mia. Ritengo, al di là dell’ilarità, o della
curiosità talvolta un po’ pruriginosa che il testo può provocare, che un aspetto
per me essenziale sia dato dalla convinzione, non solo mia, che l’anima di un
popolo si riconosca nelle sue ‘parolacce’.
Ed è quello che ho cercato di trasmettere attraverso E parolle do gatto: l’animo
del genovese attraverso il suo linguaggio”.
“Quel linguaggio che, fra l’altro, è l’unico, inevitabile grande ‘assente’ nella
maggior parte dei tuoi libri. Non credi che, idealisticamente parlando, la tua
‘Storia’ andrebbe scritta in genovese?”.
“Prova a proporlo tu, all’editore. Io non garantisco sulla tua incolumità...
Sta di fatto, comunque, che hai toccato un problema che, come intuirai, mi
riguarda molto da vicino; e cioè la continuità della lingua (non del dialetto!)
genovese. Una continuità che cerco di mantenere viva, più che attraverso testi
storici, attraverso le mie commedie; che sono tutte rigorosamente in
genovese-genovese, da non confondersi col genovese-maccheronico di goviana
memoria. E cerco di praticare questo sforzo di continuità iniettando, in ogni
testo, una o due parole cadute in disuso. I risultati sono sorprendenti,
giudicando dal numero di chi, al termine della rappresentazione, viene a
chiedermi il significato di quei termini”.
“Fra l’altro: attraverso il teatro ritrovi il contatto col pubblico che avevi
lasciato nell’aula scolastica”.
“Certamente. Uno degli aspetti più appaganti della mia attività teatrale è
proprio questo; sentire, in sala, l’eco delle frasi che ti ricordi avere scritto
in tutta solitudine, e leggerne l’effetto sui volti della gente. È una
sensazione che il libro non ti può dare. E a teatro, inoltre, ogni sera è
un’esperienza nuova. Perché la reazione del pubblico non è quasi mai la stessa”.
“Nelle tue commedie, per operare un’altra distinzione nei confronti della ‘Govi,
figliastri & C’, non prediligi tematiche stereotipate come i ‘manezzi’, o
l’eredità, che fanno da contenitore ad un humour generico; i temi sono
rigorosamente storici. Una sorta di ‘variazione sul tema’ rispetto ai testi
storiografici”.
“Direi che è così. E ammetto che c’è un fondo di verità quando dico che
scrivo una commedia nell’attimo in cui mi stufo della storia, e viceversa. In
fondo si tratta di sfaccettature della stessa medaglia. E poi la tematica meno
sfruttata mi consente, per riprendere il discorso sull’humour, di mettere in
pratica quello genovese, molto somigliante all’inglese. Freddo, secco, basato
più sullo scambio di battute ironiche o sarcastiche che sulla situazione comica”.
“Humour che, peraltro, ritroviamo anche nei tuoi scritti, resi così gradevoli,
anche, da una sottile vena ironica, genovesamente beffarda, sdrammatizzante...”.
“Qui bisognerebbe risalire ai miei esordi, per spiegare il fenomeno. Agli
inizi, ero alla fine del liceo, ero abilissimo nel cercare i giornali
agonizzanti, o quelle riviste nate morte o quasi, alle quali è ovviamente più
facile avere accesso. Riviste per lo più umoristiche. E siccome, come si dice,
il primo amore non si scorda mai...”.
Ecco Esther irrompere vivacemente sul
nostro palcoscenico. È “reduce” da un corso di cucina. In qualità di
“insegnante”, ovviamente.
Così come non si può affermare che Michelangelo Dolcino è quello delle “parolle
do gatto”, non si può certo pensare ad Esther come “soltanto” alla “moglie di
Michelangelo Dolcino” (nonostante gli tocchino puntuali i rimbrotti per aver
dimenticato, preso dall’intervista, di offrirmi la “mia” acqua minerale
“etichetta azzurra”).
E non è quindi un caso che Esther firmi i suoi libri di cucina senza aggiungere
il cognome. Già il suo nome, infatti, è garanzia di qualità e serietà. La sua
ricerca in campo gastronomico genovese e ligure non ha nulla da invidiare alla
rigorosità di Michelangelo.
“Ma come si fa”, la stuzzico, “a stabilire l’autenticità nella gastronomia, a
definirla nei suoi aspetti storici?”.
“È un lavoro stimolante, in quanto non ci si trova certo davanti ad una
tavola apparecchiata. Per la ricerca storica sono fondamentali gli atti
notarili, come testamenti che risalgono a secoli passati, nei quali si constata
che cosa venisse lasciato in eredità in termini di cibi, ovviamente secchi. Un
esempio su tutti? Il quattro febbraio 1279 un nostro concittadino, il soldato
Ronzio Bastone, segnalò, nel testamento ‘barixella una plena de macaronis’. O
meglio ancora: in uno scritto addirittura del 1182 si documenta l’impegno di un
contadino savonese a fornire al padrone un pasto per tre persone rappresentato,
fra l’altro, da ravioli. E si trovano ancora descrizioni di pranzi consumati da
personaggi storici, o menue antichi, che datano le varie preparazioni.
Per quanto riguarda le ricette, invece, mi affido soprattutto alla memoria, alla
tradizione familiare. I miei avi sono tutti genovesissimi, e le ricette
tramandate di generazione in generazione sono assolutamente autentiche. Questa
mia affermazione trova conferma in testi antichi come nei già citati atti
notarili”.
E chi ha avuto il piacere di assaporare qualcuna di queste ricette, elaborate da
Esther stessa, non può non affermare, a costo di provocare i mugugni di mogli,
madri e zie di turno, di non avere mai gustato prelibatezze così saporite, di
avere goduto di un privilegio davvero “storico”.
“Ma i suoi pregi non si esauriscono con la gastronomia”, precisa
Michelangelo Dolcino, “Esther è infatti la prima, severa lettrice dei miei
testi, nonché abilissima nella creazione dei titoli per le mie commedie”.
“Una moglie ideale, dunque...”.
“Non esageriamo. Quando penso che è sampdoriana...”.
(Da F. Càlzia, Michelangelo abita qui,
“Liguria donna”, Genova 1991).
Post-scriptum Perché certe cose si capiscono sempre “dopo”, cioè troppo tardi?
Ricordo “come fosse adesso” la cena a casa Dolcino per il 64esimo compleanno di
Michelangelo. Era il 19 luglio 1993, e la moglie Esther, ancora una volta, aveva
cucinato cose stupende, il menù preferito dal festeggiato, come era loro
tradizione. Una serata allegra, con Michelangelo che divertito mostrava di
apprezzare il mio strampalato regalo: uno Sreleuio, cioè una versione
genovesissima di quegli Swatch (parola che lui proprio non riusciva a
pronunciare...) che all’epoca imperversavano. Al momento del commiato però,
Michelangelo parve come rabbuiarsi. Strano, per uno come lui. Nonostante le mie
implorazioni a lasciarmi andare a casa (dovevo anche trovare un buco per la
macchina, un problema già allora), lui tergiversava, attaccava sempre nuovi
discorsi, mi raccomandava, per le mie prossime vacanze in Camargue, di non
perdermi le mura di Aigues Mortes, opera di genovesi. Gli ero senz’altro grato
del consiglio. Poi però mi ripetè due volte, parafrasando Cristoforo Colombo:
“Fai buone vacanze. Ricordati però che il tuo corpo sarà laggiù, ma il tuo cuore
dovrà rimanere qui”. Michelangelo non era uno che ripeteva le cose, meno che mai
nella stessa serata. Tuttavia non diedi troppo peso alla questione.
Alcuni giorni più tardi, ormai alla vigilia della mia partenza, mi telefonò, in
ufficio. Non amava il telefono, ma doveva dirmi una cosa incredibile: “Mi ha
appena chiamato Gessi Adamoli dal ‘Lavoro’”, esordì tutto invexendato “Al 99%
riconoscono al Genoa il decimo scudetto, quello che il Bologna ci rubò nel 1925.
Devo tenermi pronto per il pezzo”. Da genoano non credevo alle mie orecchie:
vero che il presidente Spinelli si stava adoperando per ottenere la “stella”
nell’anno del Centenario del Grifone, ma l’operazione sembrava doversi
concludere con un buco nell’acqua. Invece?... “Ti richiamo appena la cosa è
ufficiale” concluse Michelangelo. E riattaccò.
Non richiamò. Poco male, pensai: un falso allarme, d’altra parte c’era da
aspettarselo, figurati un po’ se il Genoa...
Il mattino dopo partii per la Camargue. Non sapevo che in quelle stesse ore il
mio amico Michelangelo lottava contro la morte. Una battaglia persa.
Chissà, mi sono chiesto tante volte in seguito, se prima di morire ha fatto in
tempo a diventare sampdoriano. “Almeno così muore uno di loro...” mi ripeteva
sempre.
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