Storie di Genova
 
di Michelangelo Dolcino


L' "animazione" antica di Piazza San Lorenzo
 

Soltanto attorno al 1830 piazza San Lorenzo acquistò accettabili dimensioni, per l’allargamento della via omonima e la demolizione di vari edifici. In tempi anche più lontani l’animazione del luogo doveva essere perenne, e non sempre consona al carattere del sacro, se nel 1745 un anonimo denunciava “il disordine scandaloso di vedere alla notte continuamente uomini e donne frammischiate sopra la scalinata”, benché si fosse in pieno gennaio... Sugli stessi gradini, del resto, in pieno giorno – e precisamente nell’imminenza delle più importanti funzioni tenute in Cattedrale – poteva accadere di scorgere i rampolli di illustri casate addirittura sdraiati: quella posizione permetteva loro di intravvedere le bellezze recondite delle dame, mentre compuntamente scendevano dalle portantine...
Lungo i muri del tempio, comunque, gli ortolani disponevano in bell’ordine i diversi prodotti, ma soprattutto fervevano nella piazza le “caleghe”, il chiassoso mercato degli oggetti usati. Ciò sino al 1615, quando l’uccisione di un gabellotto da parte d’un “repessin” indusse le autorità a vietare le vendite. Folla particolare si registrava poi la mattina di San Giovanni Battista, per fare acquisto delle “benedizioni”, ossia foglie di noci, frasche di sambuco e altro, che dalla guazza di quella vigilia avevano ricevuto straordinarie virtù curative.
Ben altre grida avevano risuonato dinanzi alla Cattedrale per tutto il 1300 e il ’400, quando la scelta del Doge più che per composte elezioni avveniva tumultuosamente. Ciò si ebbe già col primo di essi, Simon Boccanegra; accesi avversari del vecchio regime asportarono i libri dei crediti della Repubblica e li abbruciarono appunto sulla piazza di San Lorenzo, fra l’immaginabile frastuono degli spettatori. Specie nelle colonne della porta laterale detta “di San Gottardo” – quella che dà su via San Lorenzo – sono evidenti ancor oggi scalfitture prodotte da colpi di balestra vibrati in qualche infuocata occasione: come visibili sono, all’interno e più vicino all’ingresso, fenditure nelle basi delle colonne conseguenti al grave incendio del 1296, quando Guelfi e Ghibellini lottavano in piena città.
Una storia tutta sua, poi, avrebbe il diritto d’immunità: un residuo medievale in qualche modo sopravvissuto sino al secolo XVIII. Era negato soltanto ai colpevoli di omicidio volontario, secondo quanto stabilito dalle bolle pontificie; abbastanza frequenti erano però i casi di individui che non si valevano dei luoghi immuni per un estremo scampo, ma per costruirsi una salda piattaforma da cui compiere impunemente misfatti, o nel migliore dei casi beffe nei confronti dei tutori dell’ordine.
Il più notevole di questi fu il settecentesco birbone detto “o Serronetto”, degno dopotutto di un romanzo picaresco. Addirittura popolare per l’estro e l’agilità, aveva eletto a proprio domicilio la Cattedrale, e le sue giornate le trascorreva sulle porte di questa, in paziente attesa di guai in cui cacciarsi. Colta l’occasione, schizzava sulla piazza, compiva la bricconata e con eguale funambolesca rapidità riguadagnava i sacri gradini, dove poteva esibire l’inesauribile campionario di sberleffi. Un esempio preciso della tecnica del “Serronetto” lo desumiamo da una nota alle autorità del 2 settembre 1729: in mattinata era riuscito a liberare a fulminei spintoni un “camallo”, condotto prigioniero dagli sbirri per una questione di tabacco; nel pomeriggio, per mantenersi in esercizio, altri sbirri furono bersaglio di numerose sassate, scagliate dall’alto dei soliti invalicabili scalini...
Di lui s’interessò il Doge in persona, quando giunsero ai serenissimi orecchi le gesta poco edificanti; ma neppure il raddoppiato zelo si dimostrò efficace, se ancora il 25 ottobre si lamentava “che stando sopra la scala”, quel satanasso “fa tutto il giorno molte insolenze e con parole e con fatti come è noto per le molte che ne ha fatte”. Ma quel guizzare prodigioso non poteva durare in eterno, e un giorno “o Serronetto”, sceso a precipizio sulla piazza, non poté porsi in salvo. Fu condannato a dieci anni di galera, tuttavia i responsabili non ebbero il tempo di emettere un sospiro di sollievo, che il loro uomo era di nuovo uccel di bosco. La galea su cui si trovava fu esaminata come se si ricercasse il più minuto degli spilli, ma tutto fu inutile...
Soltanto più tardi si seppe che s’era rifugiato nella chiesa degli Incrociati, in capo al borgo del Bisagno. I forzati nelle sue condizioni non avevano diritto all’immunità, comunque si trattava pur sempre di cosa spinosa, e mentre si discuteva se era sufficiente l’autorità del foro ecclesiastico cittadino, o se occorresse addirittura interpellare gli organi papali, l’evaso conobbe una lunga vacanza supplementare. Fu ripreso, e a questo punto terminano le notizie sul suo conto, almeno quelle ufficiali.

5 gennaio 1980
 


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