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Summit a Genova
per il maresciallo Vitale
di Antonio Caron
Capitolo 1
Febbraio 2001. Lione (Francia): riunione
della task force costituita dal G8 per la lotta al terrorismo internazionale.
Tavolo ovale, uomini in divisa, alti gradi coi capelli bianchi accanto a
giovanotti con piglio di laureati in prestigiose università occidentali. Breve
introduzione.
“Colonnello Depussy, vuole proseguire lei?”.
A quel punto partì la traduzione simultanea.
“Immagino che lorsignori siano al corrente dell’ordine del giorno. Ciascuno di
noi, in rappresentanza dei rispettivi governi e corpi militari, è qui riunito
per affrontare un argomento di eccezionale importanza: il tentativo – a opera di
ambienti ostili all’Occidente – di sabotare l’incontro fra i Grandi della terra
in programma a Genova il prossimo mese di luglio”.
Vi fu brusio; qualcuno portò la sigaretta alle labbra, senza tuttavia ardire di
accenderla. Si alzò una mano:
“Prego...”.
“Che cosa intende di preciso per sabotare?”.
“Azioni dimostrative e di grande impatto sull’opinione pubblica mondiale”.
“Con impiego di armi?”.
“Ipotesi del tutto probabile; con armi che potrebbero essere addirittura non
convenzionali”.
Fra i presenti vi fu sconcerto. Il chiarimento sulla non convenzionalità riportò
tutti all’urgenza con la quale era stata indetta la riunione. Un alto ufficiale
tedesco chiese di parlare:
“Da quanto lei vuole fare intendere si tratterebbe di armamenti che vanno ben
oltre le dotazioni finora riconosciute al terrorismo internazionale...”.
“Dice bene”.
A quel punto, tutti si guardarono silenziosi. Quello che in un primo momento
sembrava un incontro di routine per affrontare normali problemi di ordine
pubblico in vista d’un summit di capi di Stato stava assumendo contorni di
drammatica emergenza.
Un ufficiale aggiunse: “Mi pare di capire che qui non si escluda l’impiego di
armi distruttive di massa”.
Gli rispose uno dei giovani in giacca e cravatta:
“Secondo informazioni di fonte americana, su Genova potrebbe pendere la minaccia
di un attacco nucleare; in subordine, un’offensiva con armi chimiche e o
radiologiche...”.
Il rappresentante italiano non riuscì a dissimulare la sua sgomenta sorpresa;
intervenne a sua volta:
“Un eventuale ordigno atomico come verrebbe veicolato? Soprattutto, in quali
condizioni potrebbe esplodere?”.
Rispose il colonnello:
“Ancora di preciso non sappiamo. I nostri esperti sostengono che il piano – per
quanto azzardato se non addirittura pazzesco – potrebbe essere fattibile”.
“Che cosa riferiscono di preciso le fonti?”, insistette Silvio Bassetti
ufficiale del SISMI, l’organizzazione di intelligence italiana.
Rispose il giovane di prima. Nelle presentazioni era sfuggita la sua qualifica
di consulente della CIA:
“Dalle nostre centrali di ascolto satellitari, radiofoniche, telefoniche e di
controllo Internet sono emerse frasi ricorrenti come Fiamme sull’Occidente,
Vento di fuoco a Ovest, I veri credenti si preparino a vedere il fuoco
purificatore di Allah, Angelo della morte in volo. Quest’ultima in particolare è
stata intercettata più volte. Dietro a questi criptomessaggi riteniamo ci sia un
disegno per attivare le cellule terroristiche in sonno”.
Bassetti, come prevedibile, fu il più interessato:
“In quali modi concreti potrebbero realizzarsi le minacce. E, soprattutto, chi
potrebbero essere gli aggressori?”.
Depussy manifestò un’incertezza che poteva essere interpretata come velata
omertà.
“I nostri servizi ci stanno lavorando. Non siamo però in grado di dare volti
precisi alle minacce. Tendiamo comunque a escludere che vi siano centrali
operative facenti capo a Stati e organizzazioni militari riconosciuti”.
Bassetti fece la faccia del poco convinto:
“E chi mai potrebbero essere? Mettetevi nei miei panni. Ora io dovrei riferire
ai miei superiori che l’Italia rischia una catastrofe di probabile origine
nucleare: senza aggiungere altro, nemmeno un particolare, un riferimento...”.
Il giovane che parlava a nome della CIA, si sbottonò:
“Si tratterebbe di non ben identificati potentati economici che traggono le loro
ricchezze dal petrolio...”.
“Vabbè, ma con quali scopi. A loro che cosa ne verrebbe in tasca?”, insistette
Bassetti.
A quel punto prese la parola uno fin allora rimasto in disparte: un funzionario
del Foreign Office britannico. Sembrava il classico impiegato della City; gli
mancavano soltanto l’ombrello e la bombetta.
“Secondo un’analisi del nostro Oil Department, in seguito a una eventuale
clamorosa azione contro i Grandi della Terra, il prezzo del petrolio potrebbe
subire impennate seguite da cali di produzione. E non si sa per quanto tempo
potrebbe durare”.
“A guadagnarci da uno shock petrolifero sarebbero quindi i padroni dei pozzi”,
aggiunse l’ufficiale italiano, “A questo punto, il fondamentalismo
religioso...”.
“Si salderebbe con i profitti derivanti dell’estrazione e dal commercio del
petrolio”, ci mise di suo il rappresentante inglese.
“Dio e Mammona: un cocktail micidiale...”, concluse Bassetti facendo il segno
della Croce e pronunciando parole che misero in difficoltà la traduzione
simultanea.
*****
“Me lo sentivo. Tu proprio non riesci a
startene tranquillo. Devi sempre agitarti, devi continuamente...”.
Il tono di Marisa era di quelli che il marito ben conosceva: fra infastidito e
polemico, tale comunque da annunciare malumori in famiglia. Ma che cosa aveva
turbato il trantran dei coniugi Vitale? A Sebastiano – marito e maresciallo
aiutante dei Carabinieri – era stato proposto di far parte di un gruppo scelto
da impiegare in occasione d’una importante riunione ad alto livello. “Radio
caserma” – il sistema di comunicazione interno dei si dice e sembrerebbe che in
uso fra gradi subalterni solitamente bene informati dell’Arma – aveva ben presto
individuato, se non altro, il luogo: Genova. Per quanto riguardava la parte per
così dire ufficiale, il top secret prevaleva sulle notizie certe.
Sebastiano Vitale comandava la Stazione Carabinieri di Cherasco, amena località
in provincia di Cuneo ricca di storia – come dimostrano palazzi e castelli – e
di tradizioni enogastronomiche. Trasferitisi nell’alloggio riservato al
maresciallo, a due passi dal maniero visconteo, Marisa e il marito conducevano
una vita per molti aspetti invidiabile. Lui – cinquantenne, meridionale
trapiantato al Nord – svolgeva un’attività tutto sommato tranquilla, non priva
di qualche agiatezza che non riguardava tanto la possibilità di dare sfogo a
manie di consumismo, quanto piuttosto il godimento di uno status sociale fatto
di stima, rispetto e pubblico riconoscimento dei suoi indubbi meriti di tutore
dell’ordine. Memorabile in lui era rimasta la frase rivoltagli da un appuntato,
quando al Nucleo Operativo di Torino s’era saputo che l’allora brigadiere
Vitale, con l’avanzamento al grado superiore, sarebbe stato destinato a Cherasco:
“Vedrà. Laggiù ci starà da puciu”.
Sebastiano rifletteva sull’osservazione, non proprio delicata, rivoltagli da sua
moglie: Non riesci a startene tranquillo... Per la verità poteva rimanersene a
godere della sua privilegiata condizione di puciu (era poi venuto a sapere che
era il termine dialettale dato alle nespole d’autunno che si mettono a maturare
nel caldo della paglia), riverito e temuto in una comunità tranquilla, dove il
crimine – almeno quello più clamoroso – lo si deve cercare col lanternino.
Il richiamo di Genova gli giungeva peraltro irresistibile: città originale e per
certi versi unica, enclave di Mediterraneo a un’ora di macchina o poco più da
Torino e Milano. Il mare Sebastiano lo vedeva solitamente al termine
dell’autostrada; ed era ogni volta un’emozione: quando la distesa azzurra
appariva all’improvviso dopo il susseguirsi di paesaggi collinari.
Qualcuno del Comando Provinciale aveva segnalato il nominativo del maresciallo
aiutante Vitale in quanto elemento idoneo a far parte – come richiesto da una
circolare dei vertici dell’Arma – d’un corpo di specialisti con compiti non
definiti. Per quali scopi e contingenze non era dato sapere; sicuramente
qualcosa di importante.
Quando, nella sede di Cuneo, il tenente colonnello Filittis se lo vide di fronte
ebbe un attimo di perplessità: per come si presentava, il sottufficiale non
sembrava affatto tipo adatto a far parte dei presumibili Rambo con i quali i
Carabinieri dovevano pro quota contribuire – con Marina, Esercito, Aviazione e
Polizia di Stato – alla costituzione di una forza di intervento con tutti i
crismi della eccezionalità.
“E sarebbe lei il famoso maresciallo Vitale?”, domandò l’ufficiale, fra il
deluso e il sarcastico.
Sebastiano ci rimase male. Non era in effetti il migliore viatico che potesse
aspettarsi. Si limitò a rispondere:
“Per servirla. Chi pensava di incontrare?”.
Le semplici e dignitose parole fecero ricredere. L’atteggiamento dell’ufficiale
mutò:
“Si accomodi”, disse in tono conciliante.
*****
A bordo dell’auto blu con la scritta
“Carabinieri” che lo riportava a Cherasco, Vitale era preso da mille pensieri:
alcuni piacevoli, perfino esaltanti; altri tali da destare preoccupazioni in
particolare sul versante familiare. Era stato scelto per far parte d’un reparto
speciale, di cui ancora non si conoscevano le finalità; si poteva comunque
pensare a un incarico che esulava dall’ordinario.
“Di protezione o d’attacco?”, cercò di sapere in seguito alle laconiche
comunicazioni.
“L’uno e l’altro”, rispose il colonnello in modo sbrigativo.
“Posso almeno sapere di preciso dove sarò destinato?”.
“Al momento opportuno ne sarà informato. Ora ho soltanto bisogno di sapere la
sua disponibilità, anche in considerazione del mantenimento dell’attuale
servizio da lei ricoperto. In pratica: può essere sostituito, seppure per un
periodo transitorio?”.
“Mi potrebbe almeno dire per quanto?”.
“Non molto, massimo dieci giorni”.
“Giusto per sapere: dovrò fare la valigia e metterci la divisa di ricambio?”.
“Se è questa la sua preoccupazione, si tranquillizzi: forse non ne avrà nemmeno
bisogno”.
La conclusione lasciò il maresciallo più incerto di prima.
All’uscita del casello di Marene, Sebastiano fu colto da perplessità. E meno
male che guidava il giovane carabiniere di leva, quello che sapeva tutto su
Formula Uno e Gran Premi di automobilismo, capace di guidare a occhi bendati.
Motivo di tante incertezze, se non addirittura preoccupazioni?
La ristrutturazione della casetta fra le vigne, autin come si dice da quelle
parti, era in pratica finita. Il rustico ereditato dalla moglie, destinato ad
abitazione definitiva alle viste d’una pensione anticipata, fu reso abitabile
dopo lavori che sembrarono interminabili. Fra muratori, idraulici, falegnami
superficiali e poco puntuali la moglie in particolare ne aveva fatto una
malattia. I più piccoli ritardi nella esecuzione di piastrellamenti, impianti,
posa di sanitari e serramenti furono motivi di inquietudine. In alcuni momenti
lei arrivava addirittura a perdere la calma, inveiva con una carica polemica che
stupiva per primo lo stesso marito. Le scenate, soprattutto quando c’erano di
mezzo contrattempi che incidevano sui costi, erano perfino compromettenti e non
confacenti al ritegno – almeno secondo il metro di giudizio del maresciallo –
confacente alla consorte d’un comandante di Stazione.
D’altra parte, la decisione di andare ad abitare in una casetta fra vigne
autorizzate alla produzione di vini doc aveva comportato problemi: d’opportunità
e di realizzazione, considerato il costo che doveva quadrare con le non cospicue
entrate familiari.
“Potrei rimettermi a lavorare”, fu la soluzione proposta dalla moglie.
Sebastiano la guardò di traverso facendole ricordare che quello era un argomento
tabù. Il marito non avrebbe fatto salti di gioia all’idea che lei andasse sotto
padrone. Le fisime di Sebastiano erano alimentate da pregiudizi che ponevano la
moglie al centro della casa in una specie di sacralità dalla quale – a onta dei
tanti anni vissuti al Nord – la sua mentalità meridionale non riusciva a
staccarsi.
Gelosia inconfessabile? C’era pure quella, non soltanto di uomo del Sud (il
sentimento non ha peraltro esclusive connotazioni geografiche) ma anche di
coniuge che superava di quindici anni l’età della moglie. Un divario che si
vedeva tutto se si confrontavano il di lei aspetto giovanile con un marito che
dimostrava tutte le sue primavere.
Marisa sembrava – e di ciò Sebastiano era felicemente consapevole – non avere
considerazione della sua bellezza. O meglio, non ne faceva motivo di vanto. Fra
le conoscenze, soprattutto femminili, correvano voci più o meno maliziose: con
qualche vestito elegante, un trucco del viso adeguato e un portamento se non
meno sciatto almeno studiato, il suo fascino ne avrebbe sicuramente guadagnato.
Gli aggettivi che in paese descrivevano la moglie del maresciallo spaziavano fra
scialba, trascurata, fino ad arrivare a “non sa vestirsi” o peggio “rimane
sempre una paculina”, per dire paesana, contadinella. I giudizi provenivano da
malelingue mosse dall’invidia. Senza contare che l’appellativo contadinesco
poteva benissimo essere affibbiato a buona parte delle stesse fomentatrici di
critiche.
Marisa faceva la sua vita, passava sopra ai meschini pettegolezzi. Al marito non
sfuggiva invece nulla di quel che si diceva. Le sue fonti di informazione e il
suo eccezionale intuito lo tenevano continuamente al corrente.
Nonostante le chiacchiere, a lui Marisa andava bene com’era: senza fronzoli e
ghiribizzi, con gusti semplici e normali: come quello di possedere una casetta
(di figli ormai non se ne parlava) tutta per loro. Per arrivare a tanto, lei
s’era decisa a risparmiare all’osso rinunciando a vestiti e cosmetici, perfino a
moderare i suoi già modesti capricci nei confronti di parrucchiere,
massaggiatrici e visagiste.
Al finanziamento aveva partecipato il generoso contributo della madre di Marisa;
l’acconto sulla liquidazione di Sebastiano era stato concesso, ma non ancora
riscosso. Alla fin fine, i coniugi Vitale si erano ridotti per così dire in
brache di tela. Ne era comunque valsa la pena. La dimora poteva dirsi abitabile,
anche se il consiglio degli esperti suggeriva di non andarci ad abitare subito;
occorreva aspettare che muri, pavimenti, piastrelle e pareti fossero asciutti e
assestati. In fin dei conti, un tetto sulla testa lo avevano. Potevano intanto
assaporare il piacere di possedere un’abitazione modesta ma decorosa, con camino
(sogno a lungo coltivato da Sebastiano), finestre con vista sulle Langhe da una
parte e il Monviso dall’altra.
L’estate era passata, ma sembrava non volersene andare. Settembre era stato
soleggiato e i primi di ottobre sembravano segnati da una pigrizia meteorologica
che faceva ben sperare, soprattutto per i benefici effetti su strutture e
freschi rivestimenti. Erano giorni in cui a Cherasco Marisa ci stava ben poco;
per lei, tutte le occasioni erano buone per correre al suo amato autin. Si
dovevano togliere tracce di calce da piastrelle e vetri delle finestre, i
sanitari avevano bisogno di vigorose passate. Sebastiano s’era preso l’impegno
di appendere gli armadietti nel bagno ricavato con qualche sacrificio di spazio,
dal momento che in origine il gabinetto si trovava all’esterno e distante
dall’abitazione.
Il sospetto di battere la fiacca come comandante di Stazione gli era affiorato,
più d’una volta. Niente di scandaloso, per carità! Un osservatore pignolo
avrebbe tuttavia rilevato che le sue perlustrazioni quotidiane si indirizzavano
in particolare verso Località Ciabotti dove sorgeva la casa dei sogni.
Sebastiano s’era misurato con problemi d’ordine pratico come forare muri e
piastrelle, coltivare l’orto e i – non molti per la verità – filari di vigna
sufficienti per il consumo familiare. Vitale sapeva che il vino fatto in casa
sarebbe costato più che a comprarlo alla cantina sociale. Ma vuoi mettere la
soddisfazione: bere qualcosa di tuo... Fra lui e Marisa, s’era instaurata una
specie di gara d’efficienza, a chi faceva di più. Gli ultimi preparativi prima
di entrare nella casetta furono frenetici.
Sulla macchina blu, assorto nei suoi pensieri, a Sebastiano sfuggirono parole
dette sottovoce, le medesime che al giovane autista suonarono incomprensibili:
“Adesso, vaglielo a dire che devo mollare baracca e burattini per andare chi sa
dove e per non so quanto...”.
*****
Il colonnello Ivan Bornov, ufficiale di
collegamento del GRU (servizio informativo di sicurezza militare russo), stava
facendo anticamera. La segretaria del capo settore FSB (servizi di sicurezza
interni) generale Mikail Zinoliev aveva un’espressione diversa dal solito; nel
senso che la sua consueta impassibilità non riusciva a mascherarla. Alla soglia
dei sessant’anni, Svetlana Simonenki era una funzionaria di lungo corso
sopravvissuta agli alti e bassi del Comunismo. Ciò, grazie alle sue convinzioni
che si ispiravano al detto dello statista francese Georges Clemenceau: “Mai
troppo zelo”. Svetlana aveva appreso che fortunate carriere all’apparenza salde
come roccia potevano, da un giorno all’altro, dissolversi come neve al sole. La
navigata segretaria era senza troppi patemi passata dai ruoli del KGB sovietico
alla nuova struttura di sicurezza istituita dalla Confederazione degli Stati
Russi (CSI). I capi erano cambiati, ma per lei s’era in fondo trattato di
adeguarsi ai tempi. Nei decenni precedenti, sulla sua scrivania erano passati
dossier e informazioni segrete. Se ancora sedeva al suo posto era grazie alle
sue doti di efficienza e riservatezza, per non dire della sua irreprensibile
vita privata. Tutto di lei si poteva dire, tranne che fosse pettegola e
avventata. Zinoliev aveva avuto modo di apprezzarne le capacità fin dai tempi in
cui faceva parte di una sezione investigativa dell’allora KGB. A quei tempi
risaliva fra l’altro la sua amicizia con il collega Vladimir Putin, eletto poi
presidente della Confederazione Russa. Nessuno pertanto si meravigliò quando uno
dei più delicati direttorati dell’FSB – struttura destinata ad assumere sempre
maggiore importanza di pari passo con l’evoluzione politica interna – passò a
Zinoliev. La promozione fu attribuita ai suoi buoni rapporti col neoeletto
leader russo, diceria che lo stesso interessato si guardò bene dallo smentire.
Bornov se ne stava seduto con la sua uniforme di buon taglio. Stringeva una
borsa di pelle; non ci voleva nemmeno l’occhio esperto di Svetlana per intuire
l’importanza del contenuto. L’occhio indagatore del colonnello passava in
rassegna suppellettili, scaffali, mobili e incartamenti. Nonostante il cambio
della dirigenza, gli arredi erano rimasti come se nulla fosse mutato. Il mobilio
massiccio e le pesanti poltrone di pelle in capitonné non riuscivano a
nascondere l’ingiuria del tempo. Il loro stile si ispirava alla tronfia
solennità dei tempi d’oro del regime comunista, in linea del resto con la
pretenziosa facciata del palazzo moscovita della Lubyanka dove hanno sede gli
uffici dell’FSB.
Svetlana picchiettava sulla tastiera di una sorpassata macchina per scrivere
posta accanto a un moderno computer. Dall’accostamento fra vecchio e nuovo
emergeva il carattere determinato di una sopravvissuta.
Prima d’allora, Ivan aveva soltanto sentito parlare della mitica Svetlana. Voci
di corridoio la dipingevano in modo contrastante: una carampana nell’attesa del
pensionamento, ma pure elemento di prim’ordine con esperienza e affidabilità. Su
un punto le dicerie concordavano: era meglio averla amica che nemica. Alcuni
particolari riflettevano la sua personalità. L’ordinata pila di pratiche posta
sulla scrivania e il cestino della carta vuoto e ripulito fecero propendere
Bornov per i giudizi a lei più favorevoli. Una segretaria che non lascia tracce
di appunti e corrispondenze non può che essere accorta. O meglio, al corrente di
come un efficiente apparato spionistico possa risalire a verità compromettenti
anche soltanto da un foglio appallottolato. A Ivan venne a quel punto il
desiderio di rivolgerle la parola:
“Svetlana, immagino sia da tanto che lavori con il generale”.
Appena finita la frase, l’uomo si pentì di averla pronunciata. Precise risposte
avrebbero di fatto rivelato particolari riservati. La donna colse l’imbarazzo
con una reazione inattesa. Il suo volto di virago ingrassata si illuminò, poi si
aprì a un sorriso che rivelò l’azzurro dei suoi occhi. Di fronte a quell’atteggiamento,
il colonnello provò una specie di turbamento, come se si fosse sentito dire di
sì a un suo involontario approccio galante. Si affrettò ad aggiungere:
“Non vorrei averti messa in imbarazzo...”.
“Quanti anni hai, colonnello?”.
“Trentasei, il prossimo agosto”.
“Lo so...”, aggiunse inaspettatamente la donna.
Nello stesso momento si accese una luce sulla scrivania. L’inizio di una
conversazione che cominciava a farsi confidenziale fu interrotto sul più bello.
“Entra, il generale ti aspetta”.
Bornov varcò la soglia con un po’ di tremarella. La stanza era poco più grande
di quella adibita a segreteria, ma arredata in modo ancora più spartano.
Insignificanti quadri alle pareti, un grande tappeto consumato; una imponente
scrivania in stile che ai tempi della Rivoluzione poteva essere stata requisita
da qualche residenza nobiliare, un telefono di foggia demodé con pulsanti rossi
e levette metalliche.
“Mi consenta di porgerle i saluti del generale Vassilievic”, esordì Ivan.
“Ah! Vassilievic... Con lui ho fatto tante belle esperienze. Suo padre è stato
eroe di Stalingrado, lo sapeva... Ma mi voleva parlare?”.
Bornov non rispose; si limitò ad aprire la cartella che aveva con sé, incerto se
appoggiarla sul pavimento oppure sul piano della scrivania dove regnava un
ordine assoluto.
“Non si formalizzi”, incoraggiò il generale.
“Per incarico del mio superiore, voglio informarla sui risultati delle ultime
indagini da noi condotte nelle materie che possono avere rilevanza sul piano
della sicurezza interna”.
“Che sarebbero?”, rispose Zinoliev facendosi serio.
“Furto, traffico clandestino di armamenti non convenzionali e materiali con
valenza nucleare...”.
Il generale fece segni di assenso; poi aggiunse:
“Non siamo ancora riusciti a torcere il collo di quel Chaparev, il mafioso che
si arricchisce con i soldi degli aspiranti califfi?”.
“Non ancora. Ma prima o poi arriverà il suo turno...”.
“Venga al dunque”.
Il colonnello si avvicinò alla carta geografica che copriva un’intera parete.
Impugnò la bacchetta e la puntò su un preciso quadrante: la Georgia. Il generale
ebbe un accenno di tosse intuendo la gravità di quanto stava per sentire.
*****
Al primo piano della palazzina dei
Carabinieri di Cherasco, Marisa era rientrata da poco. L’utilitaria da lei
guidata aveva fatto su e giù un numero incalcolabile di viaggi.
“Se arrivavi cinque minuti prima, mi trovavi nella vasca da bagno”, apostrofò il
marito dopo uno sbrigativo saluto.
“Mannaggia, la mia solita fortuna...”, commentò Sebastiano con ironica
galanteria; tanto per indorare la pillola.
Profumata e avvolta nell’accappatoio, Marisa comparve in cucina. Sebastiano
aveva intanto apparecchiato la tavola e messo l’acqua sul fuoco. Il tutto con
una premura che diede immediatamente da pensare. A Marisa era difficile
fargliela; le ci voleva poco per intuire situazioni insolite e comportamenti
strani. Ebbe la prova quando senti dire:
“Ne è rimasta ancora un po’ di quella buonissima peperonata che hai fatta ieri
per cena?”.
A quel punto i sospetti divennero certezze. La donna guardò di traverso. Si
trattenne a stento dal pronunciare la frase da lei spesso citata in modo non
proprio benevolo; parole che preannunciavano paturnie e malumori:
“Tu me l’hai fatta o me la stai per fare...”.
L’effetto fu tuttavia identico, anche se provocato da scena muta. Sebastiano si
rese conto che non poteva tirarla alle lunghe: doveva dare l’annuncio che, al
culmine degli ultimi lavori, si trovava nelle condizioni di non rifiutare
un’opportunità del tutto eccezionale, destinata perfino ad avere riflessi sulla
retribuzione, visto che con il raggiungimento della qualifica di aiutante la sua
carriera di sottufficiale aveva toccato il massimo. Qualche soldo in più come
trasferta e indennità speciale non avrebbe guastato. Il colonnello gli aveva
inoltre fatto intendere che la selezione di elementi capaci doveva essere
finalizzata a qualcosa di molto importante, tale comunque da stuzzicare la sua
ambizione. Quindi, come dire di no... Se la doveva in ogni caso sbrogliare con
una moglie poco propensa – specie in quelle circostanze – ad accettare
prolungate assenze in ambito domestico.
Nel frattempo, “radio caserma” aveva fatto passi in avanti. Corse voce della
costituzione di una task force composta da elementi dei Reparti Speciali e
personale di provata capacità, in vista di un incontro al vertice di personaggi
importanti, molto importanti. Parlando al telefono con Calogero Piazza, suo pari
grado dei ROS conosciuto durante il corso per aiutante e solitamente bene
informato, Vitale sentì parlare del G8 di Genova. Non era del resto una novità.
Giornali e televisioni l’avevano menata a lungo.
“Calo’: non ti pare esagerato tutto ’sto cancan per quattro gatti che si
incontrano per pranzi ufficiali e marchette di rappresentanza?”.
“Sembra di no”, rispose Piazza dando l’impressione di saperne più di quanto
volesse dire.
“Tu sei stato chiamato?”, continuò Sebastiano.
“Sì, come altri colleghi del corso”.
“Allora mi spiego”, soggiunse Vitale, “il perché si sono ricordati di me...”.
Dopo aver posato il ricevitore, sul volto del maresciallo apparve un’espressione
di compiacimento. Forse, pensò, con Marisa l’avrebbe aggiustata: tacunata, come
aveva imparato a dire quando doveva barcamenarsi con la parlata piemontese.
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