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Templari in Italia
Un mistero tra santi
guerrieri e demoni eretici
di Mario Cennamo
La croce nel sangue:
l'Italia dei Templari tra crociati e Islam
Questo lavoro si fonda su uno spunto,
un’idea, un fuoco attraverso il quale inquadrare una fetta di Medioevo. I
Templari e la loro epoca esistono sfolgoranti nella nostra memoria storica
perché coagulano tre paradossi del nostro passato: il passaggio della Chiesa da
convertitrice a guerriera e crociata, l’Islam nelle sue evoluzioni ed
involuzioni culturali, la Cristianità ed l’Islam insieme nell’acquietarsi
dell’epoca delle guerre in nome di Dio da un lato ed un crescendo di quelle in
nome di Allah dall’altro.
L’Italia templare in tutto questo è partecipe, in una condizione di mediana
sballottata dalle correnti ideologiche e dagli accadimenti dell’Occidente
conosciuto e dell’Oriente di Outremer.
I Templari: eroi e vittime di un
Medioevo
Colui che si sottoponga ad un’incessante, infaticabile lettura di ciò che
riguarda la storia dell’Ordine Templare, stremato giunge ad una sola certezza:
esso nacque, durò e scomparve esclusivamente in funzione di un’epoca, di
un’epopea, di una fetta di Medioevo assai peculiare e magnetica: il tempo delle
crociate.
Non fu certamente l’unico Ordine militare nato in quel periodo, ma altrettanto
certamente fu quello che maggiormente vi si identificò e vincolò.
Altre congreghe, cosiddette monastico-militari, sorsero grosso modo
contemporaneamente.
Ricordiamo gli Ospitalieri (o Cavalieri di san Giovanni o, ancora, Cavalieri
Gerosolimitani) che certamente insieme ai Templari e ai Teutonici, che tuttavia
si inserirono nelle vicende di Outremer assai più tardi, egemonizzarono
l’esperienza monastico-guerresca in Terra Santa.
Gli Ospitalieri anzi si eternarono nella storia per aver conquistato una
fortezza ai Curdi, ritenuta imprendibile in forza della posizione topografica e
orografica, e averla trasformata, con opportuni aggiustamenti architettonici,
nel famoso “Krak des Chevaliers”, la roccaforte unanimemente considerata (dai
cristiani e dagli islamici) la più munita della Terra Santa. Tuttavia il fine
specifico degli Ospitalieri non fu eminentemente bellico ma assistenziale. Il
nome più noto dell’Ordine richiama l’“hospitium”, cioè ricetto e nutrimento.
Questo, infatti, per statuto interno, dovevano fornire alle masse di pellegrini
occidentali, attraverso gli “hospitalia” – che andrebbe tradotto “ospizi” od
“ostelli” e non letteralmente “ospedali”– sovente intitolati a san Giovanni. I
pellegrini europei spesso appesantirono i compiti degli ordini militari, che
pure in loro funzione nacquero. È stato scritto che dal 1096 in poi, fino alla
conquista di Gerusalemme nell’estate del 1099, oltre centomila europei, in
grande maggioranza pellegrini, si diressero verso la Città Santa. È stato
altresì scritto che, in rapporto alla popolazione stimata per il secolo XI,
quella cifra è alquanto elevata. Tuttavia, a parte i dubbi sul numero di quelle
persone, rimangono certezze sul loro flusso pressoché continuo (benché con alti
e bassi, in compagnia di mercanti delle flotte e di mercanti delle città
commerciali o marinare più potenti del tempo quali Barcellona, Marsiglia,
Genova, Venezia, ma in blocco si possono citare le città dei “Lombardi” e alcune
città liguri come Savona, Albenga, Noli; oppure al seguito delle spedizioni
militari verso Gerusalemme guidate dai grandi del tempo o improvvisate) e sui
rapporti disastrosi sul piano diplomatico, etico – cristiano nel senso stretto
del termine – intrattenuti con le popolazioni di Terra Santa, cristiane
anch’esse benché greco-ortodosse o appartenenti alla Chiesa armena.
Quell’immensa nuvola di cavallette che si abbatté sul Medio Oriente era del
tutto inaffidabile. Depredò Costantinopoli (assai prima della quarta crociata
ufficiale del 1204) preoccupando con un atteggiamento intimidatorio e disperato
il Porfirogenito Alessio Comneno – così erano menzionati gli imperatori
bizantini giacché per tradizione erano partoriti in una camera purpurea –
arrivando perfino, con alcune frange di esagitati, alle soglie del palazzo
imperiale per gettarvi delle sozzure. Molti furono poi “invitati” a proseguire
al di là del Bosforo. Tuttavia essi proseguirono nella schizofrenia collettiva.
Ad Antiochia, assedio durissimo e vittorioso, è stato scritto avessero praticato
l’antropofagia per sfamarsi e – secondo un uso atavico comune a molti popoli
della terra delle latitudini più disparate – per impossessarsi della forza e del
coraggio dei nemici; i Turchi selgiuchidi in quell’occasione erano guidati dal
mezzosangue Kerboga di padre saljiuk e madre greco cristiana.
Al tempo della prima spedizione in Terra Santa, contro “Turci” e “Arabes”,
abitanti aggressivi sui confini dell’impero di Bisanzio, oltre che “pagani”,
così li definì Urbano II nel novembre 1095, allorché, l’ultimo giorno del
concilio di Clermont, volse il proprio appello ecumenico alla purificazione del
Santo Sepolcro in possesso di quelle genti, non esistevano da alcuna delle due
parti in causa (né occidentale, né orientale) eserciti professionisti. I soldati
erano imprestati al mestiere della guerra soltanto episodicamente. Se poi si dà
un’occhiata all’ottimo contributo di Joshua Prawer, si osserva che l’unità
stanziale siriana – in senso lato, alla medievale, cioè indicando gran parte del
Medio Oriente – era costituita da piccoli villaggi con a capo un “rais”,
possessore delle dimore (un paio di solito) migliori del villaggio e capo della
“hamula” – un consorzio familiare, vicino al moderno kibbutz palestinese – più
importante del suo stanziamento; anche se per ogni gruppo stanziale potevano
trovarsi altre due o tre “hamula”. Quello era il popolo dei “fellahin”, gente ad
economia retrograda e rurale, tenuta sotto un giogo sociale, economico e rurale
sia dai Turchi selgiuchidi, sia più tardi durante il regno di Gerusalemme dalla
popolazione latina.
Quei contadini palestinesi, in forza di una particolare regolamentazione in
vigore nei paesi arabi, vedevano ogni tre anni ridistribuirsi gli appezzamenti
terrieri. Un metodo che certo non favoriva né eccessivo impegno nel lavoro
rurale né ricchezza tra i “fellahin”.
Altri ordini monastico-militari furono deputati all’accudimento dei pellegrini.
I Cavalieri di san Lazzaro ebbero un ruolo assai simile a quello degli
Ospitalieri, tuttavia con un aspetto decisamente più specialistico e sanitario
in senso stretto.
Quei monaci si occuparono dei lebbrosi, anche se limitatamente alla maniera che
il Medioevo consentiva loro.
Possedevano “hospitalia” – e questa volta la traduzione più adeguata è proprio
“ospedali” – intitolati a san Lazzaro. L’amico di Cristo che, dopo il miracolo,
risorse a tre giorni dalla morte, con le bende che secondo l’uso ebraico
avvolgevano il corpo dei defunti impregnate del sudiciume della decomposizione
già avanzata, ricorda da vicino l’immagine del lebbroso medievale allo stato
terminale. Egli deve nascondere e proteggere il ributtante disfacimento del suo
corpo minato da un batterio sarcastico. Quest’ultimo si indova nel sistema
nervoso e il primo sintomo è anestesia cutanea, cui poi si aggiunge atrofia e
necrosi dei tessuti conseguente alla neuropatia periferica. A questo punto la
morte e il bacillo giocano con la vittima: curiosamente viene deturpato il
volto, soprattutto il naso e il labbro superiore. In tal modo il lebbroso assume
una cosiddetta “facies leonina”. La medicina del tempo crede che sia l’aria
malsana a trasmettere quel male. Per tale ragione i contagiati devono sottostare
a norme rigide: segnalarsi con un cappello e un campanaccio allorché – ed è loro
permesso solitamente il venerdì – escano dal lebbrosario che si trova
all’esterno delle mura della città.
I Cavalieri di san Lazzaro sono in qualche maniera nobilitati da un illustre
sire del regno latino di Gerusalemme vittima assai precoce della lebbra:
Baldovino IV.
Egli fu contagiato ancora fanciullo. Nei giardini della reggia di Gerusalemme i
suoi tutori si accorsero che non era sensibile ai piccoli traumi procurati
durante i giochi della guerra fantasticata con i rampolli della nobiltà di
corte. Salì presto al trono da malato già conclamato.
Fu un buon re, eroico ed indomito, trasportato in una lettiga con baldacchino,
da un fronte all’altro della Palestina per difendere la sua Gerusalemme. Vista
da lontano, quella lettiga appostata su un rilievo che dominava il campo, prima
delle battaglie, quando lo si credeva al sicuro entro le mura o a miglia di
distanza o, peggio, ormai morto, infondeva ai suoi un magico, divino, coraggio e
agli avversari il terrore di un tragico presagio.
Morì cieco a ventiquattro anni, stimato ed onorato da cristiani e musulmani.
Fu talmente amato che si cercò di giustificare la sua sventura e nacque la
leggenda che fosse stato colpito dal terribile morbo per l’ira divina suscitata
dalla famiglia reale a causa del fratello e predecessore Amalrico I. Gli eccessi
nelle voluttà gastrointestinali, erotiche ed eroiche nella loro dimensione
scellerata da cavaliere delle “Chanson de geste”, completamente privo di
“prudentia” cioè di saggezza consona ad un vero cavaliere, ma soprattutto ad un
sovrano, motivarono in parte quelle credenze. La morte medesima di Amalrico
probabilmente fu causata da quegli eccessi voluttuosi cui neppure la rinomata
arte medica di Siria riuscì a porre rimedio.
I Cavalieri Teutonici ebbero un ruolo di maggior peso nel periodo tardo delle
crociate, quando esse allargarono i propri orizzonti e si diressero verso il
settentrione e l’oriente d’Europa. Soprattutto in quelle lande i Teutonici
ottennero i successi più fulgidi annichilendo Sassoni e Slavi ancora pagani e
imbastendo un vasto dominio. Solo nel secolo XV essi, battuti ripetutamente dai
principi polacchi, definitivamente a Tannenberg il 15 luglio 1410, scomparvero
lasciando sorgere sulle rovine dell’originario potentato lo Stato di Polonia.
L’Ordine Teutonico nel periodo ruggente delle crociate compare assai poco.
L’unica vera pagina scritta in quel contesto dai quei monaci-cavalieri riguarda
la spedizione verso Gerusalemme dell’imperatore Federico II di Svevia,
accompagnato nella Città Santa dal Gran Maestro Ermanno di Salza, cui era legato
da una forte amicizia. Fu quella una crociata strana, senza spargimenti di
sangue e neppure scontri. L’imperatore si aggirò per Gerusalemme, cui giunse
grazie anche ad un momento di particolare debolezza dei regimi islamici
palestinesi che patteggiarono quasi immediatamente una tregua decennale,
riconsegnando ai cristiani la città, e si racconta che lo Hoenstaufen diede
ampia prova dell’ammirazione nutrita per le genti arabe.
Era un uomo di bassa statura, biondastro, mezzo germanico e mezzo normanno.
Nella reggia siciliana di Palermo amava consultare ed intrattenersi con persone
di culto islamico di vasta cultura. Amava farsi leggere le sure del Kumran
– che nella nostra lingua sono “i versetti del Corano” – nella fortezza di
Lucera, sede della sua guardia islamica. Là dimoravano i guerrieri, stanziatisi
famiglie al seguito, praticando serenamente la propria religione.
Si racconta che durante la visita alla basilica del Santo Sepolcro egli avesse
dato prova di quanto preferisse gli orientali agli occidentali prendendo
addirittura a calci due pellegrini cristiani che non si erano prostrati in modo
conveniente a piedi del sultano Al Kamil che lo accompagnava e vituperandone,
oltre che l’educazione, la fede.
Potremmo citare come ulteriori ordini monastici i Cavalieri di san Giorgio,
oppure i Cavalieri del Santo Sepolcro, ma essi ebbero rilevanza assai minore
delle congreghe già menzionate.
Tuttavia nessuno dei gruppi mistico-militari lasciò il segno e fu consegnato in
una nicchia storica in modo così ferreo ed incontrovertibile come l’Ordine
Templare. Finite le crociate verso la Terra Santa, almeno il periodo delle
spedizioni importanti, finirono i Templari. Come sappiamo vennero sciolti in un
concilio tenutosi a Vienne, in Francia, nel 1312, preceduto dal penoso processo
di Parigi cui accorsero cinquemila membri dell’Ordine per solidarietà verso i
confratelli interrogati dai ministri del sire di Francia Filippo il Bello,
increduli per quanto stava accadendo.
La ruota della storia inesorabilmente li stava macinando. Gli ideatori e
compilatori della lista di accuse, utilizzate negli interrogatori parigini,
furono Philippe Dubois e Guglielmo Nogaret, due dei tanti teorici delle nuove
crociate che avrebbero dovuto riconsegnare la Città Santa alla Cristianità.
La nicchia storica dei Templari possiede componenti certamente – e come potrebbe
esser diversamente? – cronologiche, ma ad esse si aggiungono aspetti altrettanto
importanti che abbracciano l’antropologia delle religioni, l’etnologia e i
mutevoli rapporti tra i popoli, i costumi di un tempo così lontano da noi da
suscitare sovente il fascino dell’assurdo, nonché aspetti non soltanto
idealizzati o idealizzabili, ma tangibili e ben consistenti. Le quinte del
teatro dove i Poveri Cavalieri del Cristo mossero le loro gesta sono, insomma,
tangibili, reali, percepibili non solo attraverso lo studio e l’erudizione più
intricata, ma anche, semplicemente, senza mediazioni.
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