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Tenebre
personali
di Graziella Mazzarello Maffei
Le prime pagine del libro
I
Giulia Costantini Traverso era
stata una donna molto bella. Ovvero, così avrebbero risposto quelli che la
conoscevano a chi avesse domandato il loro parere: in effetti la sua non era una
bellezza perfetta e classica, aveva la mascella un po’ troppo pronunciata, il
naso appena troppo lungo, ma gli occhi erano grandi, d’un verde dorato e il
personale alto e slanciato; tuttavia il suo punto di forza era costituito dal
fascino, quell’incomprensibile astrazione per cui una persona risulta
bellissima, anche se, nel senso lato della parola, bellissima non è.
Tutto questo era stata Giulia durante la vita.
Adesso che giaceva in terra nel suo salotto non sembrava più così attraente: i
lunghi capelli, sapientemente tinti di un biondo striato dalle mèche, erano
scarmigliati e sulla nuca si era coagulata da tempo una notevole quantità di
sangue, lo stesso che si era allargato sotto il suo viso e aveva rovinato forse
irrimediabilmente il prezioso tappeto Aubusson. I grandi occhi verdi ancora
aperti denunciavano il terrore, il viso ancora truccato era solcato da grosse
lacrime di mascara che la facevano somigliare a uno squallido, patetico Pierrot.
Solo il corpo sembrava non aver voluto lasciarsi andare neppure in quegli ultimi
istanti feroci: stava sdraiato quasi con grazia, le gambe composte, le braccia
protese sopra il capo: se non ci fosse stato il viso sconvolto, pareva quasi che
la donna si fosse allungata in terra per riposare.
“Non deve essere sopravvissuta a lungo” commentò il commissario Mignone,
accucciato a lato del corpo inerte “I colpi che l’hanno raggiunta sono stati
estremamente violenti. Ma il medico legale ci dirà qualcosa di certo”.
Il suo sguardo si posò ancora una volta sull’oggetto che presumibilmente era
l’arma del delitto, poi vagò attorno alla stanza, notando particolari che in una
prima ricognizione gli erano sfuggiti: la mobilia, quasi tutta antica, ad
eccezione degli ampi, eleganti divani, le tende di seta, i fiori in un vaso di
cristallo molto delicato, i quadri di autori antichi e moderni mischiati fra
loro da una mano sapiente, la grande porta di noce massiccia aperta su di
un’altra sala arredata con lo stesso impeccabile gusto.
“Lo sai che cosa ti dico?” chiese pleonasticamente all’agente che gli stava
vicino “questa poveraccia ricchissima mi fa una grande pena”.
“Ad ogni modo, l’ha detto lei, è quasi morta sul colpo”.
Come se questo rendesse tutto molto più accettabile.
E poi non ne era più così sicuro.
Mignone scosse il capo lentamente:
“Non abbastanza in fretta” esclamò “questa donna ha avuto il tempo di piangere,
e anche di piangere molto...”.
La persona che stava in piedi accanto alla porta teneva le mani intrecciate e
gli occhi bassi: intorno a lei si muovevano gli agenti della scientifica armati
dei loro pennelli e delle loro attrezzature misteriose: si attendevano il medico
legale che era, come al solito, in ritardo e il magistrato incaricato, e questi
poteva essere molto solerte oppure prendersela comoda. Nessuno avrebbe fatto
osservazioni.
Nulla poteva scuotere la persona accanto alla porta: sembrava immersa in un
torpore simile all’ipnosi e soltanto le nocche delle mani che diventavano
bianche denunciavano la forza con cui erano strette.
Mignone si rialzò lentamente e sistemò i pantaloni alla vita. Non era un uomo
corpulento, ma le sue movenze erano lente, era abituato a fare ogni cosa senza
precipitazione: chi non lo conosceva bene poteva ritenerlo tardo anche nella
mente, ma in questo si sarebbe sbagliato del tutto: se le sue azioni non erano
mai affrettate, se non perdeva la calma anche nelle emergenze, il suo cervello
correva all’impazzata e riusciva a incamerare immagini e informazioni molto più
in fretta di qualunque altro poliziotto. Tanta pazienza riusciva a trovare fino
a che non risolveva i casi, altrettanto poca ne metteva nei suoi rapporti con
persone ottuse o fastidiose. Erano famosi i suoi scatti d’ira con sottoposti non
particolarmente rapidi a comprendere le situazioni, e, se riusciva a trattenersi
con gli interrogati, era soltanto per la sua lunga esperienza. Ma era un
poliziotto solido, intelligente e perspicace.
Adesso, ad esempio, ripeté più per se stesso che per gli altri:
“Come mai questa povera donna ha avuto il tempo di piangere?”.
Il levante di Genova è costituito da una serie di piccoli borghi, una volta
indipendenti, poi riuniti nella città, e sono quasi tutti posti incantevoli, non
molto rovinati dalle costruzioni selvagge del dopoguerra, che continuano a
possedere ognuno la sua personalità e la propria grazia d’altri tempi. Tutta la
zona è attraversata dalla vecchia strada romana Aurelia ai lati della quale
sorgono palazzi moderni, negozi, bar, ma anche ville costruite agli inizi del
’900 e certune molto tempo prima: erano le abitazioni estive dei nobili o dei
ricchi commercianti di una volta. Data la conformazione della strada, la
litoranea con il mare a destra per chi si sposta a est, esiste un posto che
tutti chiamano “il rettilineo di Quinto” proprio perché è l’unico tratto di
strada a non formare curve. Il luogo è attraente come tutti gli altri della
zona, con vecchie case dignitose quasi tutte dipinte del rosa ligure, palme che
si ergono nei giardini privati e cascate di glicine. Nonostante il traffico,
questo posto dà subito l’impressione di tranquillità e di calma: sembra un luogo
in cui il tempo si sia fermato a molti, molti anni prima. Non è il solo, però è
uno dei pochi ad avere anche una discreta attività commerciale. Durante il corso
degli anni molte attività si erano succedute nei piccoli negozi che servivano
questa delegazione: macellerie, fruttivendoli, attrezzature per la pesca avevano
lasciato il posto a boutique dai prezzi esorbitanti, gelaterie di grande fama,
piccoli supermercati. L’unica attività che proseguiva da tempo immemorabile era
una graziosa cartoleria situata in un posto strategico vicino all’ingresso della
scuola elementare, la cui conduzione era passata di mano fra i membri della
stessa famiglia. Come l’unica costruzione che non aveva mai subito rifacimenti
era la villa situata in alto, fra il verde di un vialetto molto discreto: si
chiamava Villa Ortensia. Questa era uno dei pochi edifici a non aver subito
molti danni dagli eventi bellici; nel corso degli anni era passata di mano varie
volte, seguendo le alterne vicende dei proprietari, nessuno dei quali aveva mai
pensato di ristrutturarla. C’erano stati vari interventi per il buon
mantenimento, ma nessuno si era sognato, ringraziando il Cielo, di alterarne per
sempre la grazia un po’ decadente del periodo in cui era stata costruita.
L’ultimo proprietario era stato il cavalier Costantini, pezzo grosso
dell’acciaio, un industriale di stampo antico e molto poco democratico.
La sua prima moglie, una signora magrissima e svaporata, morì in età
relativamente giovane tanto da consentire al marito di convolare a nuove nozze
con una donna parecchio più giovane e probabilmente di estrazione sociale meno
elevata.
“Non è una signora” dicevano i commercianti della zona, anche se apprezzavano il
fatto che li salutasse sempre con gentilezza e facesse sovente acquisti nei loro
negozi.
L’unico figlio del precedente matrimonio era andato via da tempo e si era
stabilito in Svizzera dove, si diceva, aveva creato un altro impero economico
alla faccia del padre con cui non era mai andato d’accordo. Poi il cavalier
Costantini era passato a miglior vita abbandonando il suo patrimonio nelle mani
della moglie, ancora discretamente giovane e attraente, perché potesse
sperperarlo in allegria.
Il che non era successo. Giulia Costantini Traverso abitava nella villa con la
sola compagnia di un cameriere. Prima c’erano due cagnolini Yorkshire, due
ciabatte pelose ornate dell’immancabile fiocchetto, che latravano frequentemente
con una vocetta stridula e antipatica. Ma erano morti a poca distanza l’uno
dall’altro e non erano stati sostituiti.
L’altro pezzetto di quel microcosmo che aveva subito ben poche trasformazioni
era, dunque, il negozio del cartolaio. Attualmente era gestito da una coppia di
mezza età, discendenti dalla persona che l’aveva aperto e fatto prosperare.
L’ultima proprietaria della gloriosa cartoleria arrivava tutte le mattine alle
otto e si infilava nel vicino bar Gina per fare colazione. Il marito apriva il
negozio, pronto ad affrontare l’assalto dei bambini che andavano a scuola e che
avevano fretta di acquistare quaderni, fogli da disegno insieme all’ultimo
mostro di plastica immesso sul mercato o l’ultimo vestitino della Barbie.
Sua moglie, invece, indugiava qualche minuto al bar per scambiare una breve
conversazione con il barista. Questi era un giovane di circa trentacinque anni
che si chiamava Enzo e che le preparava il cappuccino con molto caffè e poco
latte e con una spruzzata di cacao, proprio come piaceva a lei. Gina, la moglie
del barista e unica titolare del bar, era una donna matura, molto più vecchia
del marito e dal carattere opposto: tanto Enzo era allegro ed espansivo, tanto
lei non esitava a mostrare le sue antipatie trincerandosi dietro un viso
impenetrabile, ancora bello, ma che denunciava l’incuria con cui la donna
trattava gli altri e se stessa. Aveva folti capelli ondulati ma quasi sempre
lasciavano intravedere il grigio dell’attaccatura. Anche nei vestiti Gina
dimostrava una rinuncia ostile: in inverno si infagottava dentro due o tre golf
fatti a mano e troppo larghi, sui quali indossava un grembiule a righe,
pulitissimo ma stropicciato. D’estate le sue magliette erano scolorite dai
troppi o troppo inesperti lavaggi cosa che capitava anche ai jeans.
“E ridi qualche volta” la incitava Enzo che ascoltava con interesse le
barzellette narrate dagli avventori gratificandoli di grasse risate. Ma lei
niente: i suoi occhi non si illuminavano mai di un sorriso e continuava ad
asciugar bicchieri come se fosse stata sola nel locale. I clienti smettevano di
ridere di colpo, salutavano e si precipitavano fuori.
Una volta Vittoria, la proprietaria della cartoleria, aveva tentato di parlare
con lei: era una donna molto dolce, le piaceva andare d’accordo con gli altri
commercianti della strada e avrebbe desiderato vedere tutti sereni. Aveva
tentato di farsi raccontare il perché di quell’eterno scontento e lo aveva fatto
con molta delicatezza. La Gina si era sbottonata quel tanto per farle sapere che
la sua vita era stata un tragico equivoco, che aveva sposato l’uomo di cui era
molto innamorata, ma che ne era stata dolorosamente delusa.
“Ma Enzo mi sembra un bravo ragazzo...” aveva insistito Vittoria.
“Ecco, ha detto giusto: è un ragazzo che non vuole crescere, non vuole
responsabilità. Neppure un figlio ha voluto: se lo avessi, adesso, non mi
sentirei così sola...”.
“Ma siete ancora in tempo. Io non rinuncerei ancora”.
La Gina, finalmente, si mise a ridere, ma quella non era una risata normale:
nelle sue intenzioni doveva suonare sarcastica, invece fu soltanto sgradevole:
“Alla mia età! Ma lo sa quanti anni ho?... Be’ non glielo dico, ma sono quasi in
menopausa. No, mi creda, non c’è più speranza... Lui va, viene, esce la
domenica, le ferie le va a passare al suo paese in Puglia... E io sempre a
casa... Ha capito?”.
Vittoria decise di non continuare la conversazione; in fondo quelli non erano
affari suoi. Tuttavia né a lei né agli altri commercianti Enzo dava
l’impressione di essere un tiranno egoista.
Era una persona semplice, Vittoria, ma aveva capito quali fossero le priorità
per essere felici: non fare sogni impossibili e godere di tutte le piccole cose
piacevoli che ti capitano. Aveva un bravo marito che non si tirava mai indietro
quando si trattava di lavorare sodo, due figli un po’ scapestrati ma non quanto
altri di cui sentiva le malefatte, e quel negozio che amava e cui dedicava la
massima parte del suo tempo. La porta d’ingresso si apriva sulla strada, ma
dalla finestra del retro si poteva ammirare un panorama fantastico. Il mare
sciabordava a pochi metri sbattendo contro una piccola spiaggia di sassi dove
durante l’estate molti ragazzi venivano a fare il bagno: Lei stessa ne aveva
profittato all’ora di intervallo e si sentiva vagamente orgogliosa di essere una
dei pochissimi commercianti che possono uscire dal negozio, svoltare l’angolo e
tuffarsi in mare.
Il suo vicino che gestiva un negozio di primizie era completamente l’opposto.
Non faceva che lamentarsi degli scarsi profitti, dei clienti noiosi mentre tutti
sapevano che questi poveri disgraziati erano giornalmente rapinati dai prezzi
assurdi che praticava.
Il fruttivendolo era anche pettegolo e le disavventure di Enzo e sua moglie
erano il suo bersaglio preferito.
“L’avrà anche sposata per interesse” raccontava “ma quando si corica vicino a
quella lì, gli sembrerà di fare l’amore con il becchino...”.
E giù tutti a ridere del povero Enzo che, credendo di sistemarsi al calduccio
con una donna proprietaria di un bar, si era invece ritrovato col sedere
scoperto e il guinzaglio al collo. Perché la Gina era anche molto gelosa e
quando nel bar c’erano delle ragazze giovani che civettavano col marito, quest’ultimo
veniva incenerito con lo sguardo. Immediatamente lui si dava un contegno, non
rispondeva più agli scherzi e lustrava con forza esagerata gli specchi già
scintillanti.
Le ragazze andavano via sculettando nelle minigonne e voltandosi più volte con
sorrisini sardonici. Lo sapevano benissimo, ma si divertivano troppo a fare le
cretine con Enzo in presenza della moglie: era una prassi ormai consolidata.
Un altro personaggio che stuzzicava la fantasia dei pettegoli era la signora
Costantini. Indubbiamente i proprietari di Villa Ortensia erano sempre stati le
persone più autorevoli che abitavano nella zona e l’interesse generale era
sempre stato focalizzato su di loro. Ma, finché era vissuto il cavaliere,
nessuno avrebbe osato sparlare di lui e della sua famiglia, anche se ce ne
sarebbe stato il verso: l’avversione del figlio per il padre, la loro
separazione, la nuova moglie bellissima e troppo giovane: una cortina quasi
impenetrabile circondava la villa di autorevolezza e superiorità e nessuno osava
esprimere ad alta voce le proprie opinioni. Provavano per gli abitanti della
villa una sorta di rispetto, gelido, dovuto, ma pur sempre rispetto. Adesso i
tempi erano cambiati; la figura imponente e autoritaria del cavaliere era
scomparsa e tutti sentivano che della moglie si poteva parlare tranquillamente
perché, come qualcuno aveva detto “non era una signora”.
“Quel cameriere che si tiene in casa” dicevano “è troppo bello, troppo giovane.
Perché non lo manda via e non assume una donna?”.
La frase lasciava intendere che ci fosse qualcosa di losco fra i due e, se c’era
qualcuno disposto ad abboccare, la conversazione diventava molto interessante.
Un giorno si stava appunto sparlando di Giulia Costantini nel bar Gina.
“Sembra che abbia trovato il suo principe azzurro!” disse Enzo mentre serviva
una birra badando bene a non creare troppa schiuma.
“Se stai parlando del cameriere arrivi un po’ in ritardo” rise l’avventore
portandosi il bicchiere alla bocca, ma fece presto a riposarlo sul bancone
quando udì la risposta.
“Non sto parlando di lui” Enzo sembrava molto orgoglioso di poter dare una
notizia in anteprima. “È una persona importante. Certe sere, quando sto
chiudendo il bar, lo vedo arrivare con la sua Mercedes metallizzata; infila il
vialetto che porta al retro della villa e certe volte ne esce poco dopo insieme
a lei. Andranno a cena fuori...”.
“Ma chi è? Lo conosci? Dai, Enzo, dimmelo...”.
“Intanto non lo conosci, comunque, se vuoi saperlo, è il professor Tuleo, il
primario di ortopedia...”.
“Ma è davvero un personaggio importante?”.
“Scherzi? A parte il fatto che vengono persino dalla Sicilia per consultarlo o
per farsi operare, possiede anche una clinica privata dove fa pagare una fortuna
per un intervento...”.
“E tu, come fai a conoscerlo?”.
“Perché due anni fa mi sono rotto una spalla e sono stato ricoverato nel suo
reparto. Quando arrivava lui in corsia, stavano tutti sull’attenti e le
infermiere se la facevano sotto dalla paura. Ha un modo di fare che impressiona:
non parla, ordina. E tutti a dire “Sì, professore, no, professore”... Però la
spalla me l’ha sistemata...”.
L’avventore annuì col capo, un po’ perplesso.
“E lui va con la tardona?... Ma quanti anni ha? E allora non è vero che la
Costantini se la fa col cameriere...”.
“Ebbé? Che vuol dire? Quello è anziano e rispettabile e ci si può uscire
insieme, l’altro è giovane e prestante e lo si può portare a letto. Tuleo è
alto, brizzolato, con i baffetti, cammina come se avesse ingoiato la scopa,
Luigi, il cameriere è giovane, ha gli occhi azzurri e un fisico che pare un
attore...”.
L’avventore volle avere l’ultima parola:
“E allora, se non ci prova neppure ad andare in televisione, vuol dire che ha il
suo tornaconto”.
Si guardò attorno per assicurarsi di avere avuto successo con quella frase, ma
gli altri clienti non vivevano nella zona ed erano ben poco interessati.
C’era Vittoria, però, che aveva ascoltato tutto e se ne andò perplessa; con lei,
la signora Costantini era sempre stata gentile e Luigi, il suo cameriere,
effettivamente troppo bello e dai modi troppo eleganti, non riusciva proprio a
immaginarlo come un essere abietto che approfitta di una situazione ambigua per
trarne vantaggio.
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