Terzo rapporto
sull'immigrazione a Genova
 
a cura di Maurizio Ambrosini | Andrea T. Torre | Luca Queirolo Palmas
 

Introduzione
Migrazioni transnazionali e dinamiche locali:
il caso genovese in una prospettiva globale


di Maurizio Ambrosini

Nel dibattito internazionale sui fenomeni migratori dei nostri giorni, è salita alla ribalta la prospettiva del transnazionalismo, che ha aperto, specialmente in America, un nuovo campo di ricerche, a partire dagli studi di Glick Schiller e al., 1992; Basch e al., 1994. Secondo queste autrici, il transnazionalismo può essere definito come “il processo mediante il quale i migranti costruiscono campi sociali che legano insieme il paese d’origine e quello di insediamento” (Glick Schiller e al., 1992: 1).
L’attenzione rivolta alla partecipazione dei migranti ad attività transnazionali, considerate come un aspetto della globalizzazione, ha indotto le medesime studiose, e vari altri al loro seguito, a teorizzare l’avvento di una nuova figura di migrante, definito appunto come “transmigrante”, una figura caratterizzata dalla partecipazione simultanea ad entrambi i poli del movimento migratorio e dal frequente pendolarismo tra di essi.
Ragionare in termini di transnazionalismo significa dunque superare, o almeno fluidificare, le tradizionali categorie di “emigrante” e “immigrato”, e cessare di concepire la migrazione come un processo che ha un luogo d’origine e un luogo di destinazione. In questa visione, i transmigranti sono coloro che costruiscono nuovi “campi sociali” che collegano le due sponde delle migrazioni, mantenendo attraverso i confini un ampio arco di relazioni sociali, affettive o strumentali. È interessante dunque partire da questa prospettiva teorica per analizzare alcuni aspetti dell’immigrazione genovese.

1. La prospettiva delle migrazioni transnazionali: l’evoluzione del dibattito
Grazie alla diminuzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni, è stata affermata la possibilità, per un crescente numero di persone, di vivere una vita duale, parlando due lingue, avendo casa in due paesi diversi, e conducendo una vita intessuta di continui e regolari contatti attraverso i confini nazionali (Portes, Guarnizo e Landolt, 1999). Secondo la definizione di Portes (1999: 464) le attività transnazionali “hanno luogo su base ricorrente attraverso i confini nazionali e richiedono un regolare e significativo impegno da parte dei partecipanti”. Possono essere viste dunque come la controparte migratoria di altri fenomeni transnazionali contemporanei, come la globalizzazione del capitalismo, lo sviluppo di istituzioni politiche sovranazionali, la crescita di grandi ONG internazionali, i processi di ibridazione o creolizzazione delle culture popolari (Kivisto, 2001). Sebbene già nel passato, come documentano le ricerche storiche, i migranti abbiano intrattenuto legami sociali sulle lunghe distanze, ora l’intensità, l’ampiezza e la velocità degli scambi comporterebbero una ristrutturazione dei modelli di comportamento: in questo senso, il grado conta, e l’incremento quantitativo si tradurrebbe in differenze di ordine qualitativo (Vertovec, 2004).
Questo autore, attivo promotore del concetto in quanto direttore di un programma di ricerca sulle comunità transnazionali, ha distinto già qualche anno fa ben sei impieghi del termine, benché in parte sovrapposti o intrecciati: a) come morfologia sociale focalizzata su una nuova formazione sociale che si estende attraverso le frontiere; b) come coscienza diasporica; c) come modo di riproduzione culturale variamente identificato come sincretismo, creolizzazione, bricolage, traslazione culturale, ibridazione, ecc.; d) come una via del neocapitalismo per le imprese transnazionali, e in modo minore ma significativo nella forma delle rimesse inviate in patria dagli emigranti; e) come un luogo di impegno politico, sia degli emigrati nei confronti della madrepatria, sia dei governi dei paesi di provenienza verso le comunità dei loro emigrati, sia attraverso l’attività delle ONG internazionali; f) come una riconfigurazione della nozione di luogo, da un’enfasi sulla dimensione locale all’accento posto sul “translocale”.
Uno degli aspetti più interessanti e dibattuti riguarda la visione del transnazionalismo come globalizzazione dal basso, costruita da persone comuni, in contrasto con la globalizzazione promossa dalle grandi istituzioni economiche e finanziarie. Così per esempio Portes: “Il principale impulso per la crescita di un transnazionalismo popolare è individuato nella confluenza tra nuove tecnologie delle comunicazioni e dei trasporti e l’interesse delle persone ordinarie a superare una situazione di subordinazione in patria e all’estero” (1999: 467).
Di qui una sorta di celebrazione del carattere emancipativo delle pratiche transnazionali, come forme di opposizione e resistenza nei confronti della logica egemonica del capitalismo globalizzato, a livello economico, politico e culturale.
Altri hanno controbattuto che in realtà il transnazionalismo dal basso non si contrappone alla globalizzazione dall’alto, ma ne rappresenta una dimensione complementare e rafforzativa. Per esempio, il commercio transnazionale serve in genere ad accumulare capitali e a inserirsi in circuiti economici più redditizi, anziché essere finalizzato a contestare il capitalismo delle multinazionali. (cfr. in particolare M.P. Smith e Guarnizo, 1998).
Un altro punto saliente concerne il rapporto fra transnazionalismo e reti migratorie. Adottare un approccio transnazionale comporta almeno due novità. In primo luogo, una bidirezionalità più accentuata degli scambi e dei flussi, giacché la ricerca mette a fuoco più precisamente le trasformazioni indotte nei luoghi di origine dai migranti che, oltre a inviare rimesse, mantengono in modo continuativo attività e interessi in patria. Vertovec (2004) enfatizza in proposito il concetto di “bifocalità” con riferimento alle pratiche della vita quotidiana, in cui gli aspetti relativi al “qui” e al “là” sono costantemente monitorati e percepiti come dimensioni complementari di un unico spazio di esperienza. Più ampiamente, questo e altri autori hanno parlato di un’incorporazione dei transmigranti in campi sociali stratificati, dalla famiglia ai regimi politici nazionali e sopranazionali (Levitt, DeWind e Vertovec, 2003). Possono essere distinte in proposito varie dimensioni delle attività transnazionali:
– legami molto specifici e locali (“translocali”), contro l’appartenenza durevole a più ampi gruppi etnici o religiosi;
– legami diversi per frequenza o intensità, peraltro sapendo che comunemente i migranti si impegnano in attività transnazionali soltanto periodiche od occasionali;
– gradi diversi di formalizzazione delle attività, nell’ambito di strutture istituzionalizzate oppure in relazioni informali, specifiche, altamente flessibili (ibid.: 570).
In secondo luogo, gli approcci transnazionali rafforzano i rapporti tra il livello micro e il livello macro di analisi, collocando i network nel complesso dei legami che connettono paesi diversi. A questo proposito, Portes, Guarnizo e Landolt (1999) hanno distinto tre settori di attività transnazionali:
economico, rappresentato dalle iniziative di imprenditori transnazionali che mobilitano i loro contatti attraverso le frontiere alla ricerca di mercati, fornitori e capitali;
politico, in cui si situano le attività di attivisti di partito, funzionari governativi, leader comunitari, i cui principali obiettivi sono il conseguimento di potere politico e di influenza nel paese di origine o in quello ospitante;
socioculturale, una categoria più diversificata in cui trovano collocazione svariate intraprese, orientate verso il rafforzamento dell’identità nazionale all’estero oppure alla fruizione collettiva di eventi culturali e prodotti.
Ognuno di questi settori si articola poi in espressioni che manifestano gradi diversi di istituzionalizzazione: per esempio, in campo economico si può spaziare dagli operatori commerciali transfrontalieri informali, agli sportelli aperti nei luoghi di immigrazione dalle banche dei paesi di provenienza; in campo politico, dalla partecipazione o dal sostegno finanziario a comitati di iniziativa civica nei luoghi di origine, all’elezione di propri candidati nei parlamenti della madrepatria; in campo socioculturale, dall’esibizione di gruppi di musica folk all’organizzazione regolare di manifestazioni culturali in collaborazione con le ambasciate.
Nonostante lo sforzo per superare la confusione concettuale spesso imputata agli studi sull’argomento, distinguendo e classificando vari tipi di attività transnazionali, resta tuttavia l’impressione dell’accumulazione di una congerie piuttosto eterogenea di elementi, non sempre collegati ai processi migratori (come il turismo o l’insediamento di imprese multinazionali) o validi soltanto in alcune circostanze e per flussi migratori specifici. Per converso, fatalmente un’esemplificazione così dettagliata rischia di trascurare aspetti che da altri punti di vista appaiono rilevanti: stupisce, per esempio, la mancata menzione delle rimesse tra le forme di transnazionalismo economico, mentre compaiono gli sportelli delle banche dei paesi d’origine che ne raccolgono soltanto una parte.

2. Il transnazionalismo economico
Esaminiamo più da vicino alcune delle manifestazioni più significative dei fenomeni transnazionali collegati alle migrazioni.
In campo economico, i fenomeni maggiormente studiati sono rappresentati dalle rimesse e dalle attività economiche promosse dai migranti e basate sulle connessioni tra paesi d’origine e di insediamento. Le rimesse sono state definite “la più citata e tangibile evidenza, e il metro di misura dei legami che connettono i migranti con le loro società di provenienza” (Guarnizo, 2003: 666). Il loro importo complessivo, secondo il Fondo Monetario Internazionale, è cresciuto da 2 miliardi di dollari nel 1970 a 54 miliardi nel 1995, raggiungendo i 105 miliardi nel 1999. A questi dati ufficiali bisogna aggiungere, sempre secondo il FMI, almeno altri 15 miliardi di rimesse che non vengono trasferite attraverso i canali ufficiali. Nell’ultimo decennio sono diventate per i paesi in via di sviluppo una fonte di reddito molto più importante della solidarietà internazionale ufficiale. Nel 2000 le rimesse dall’estero hanno contribuito per oltre il 10% al PIL di paesi come Eritrea, Ecuador, Haiti, Giamaica, hanno superato il valore complessivo delle esportazioni in El Salvador e oltrepassato la metà nella Repubblica Dominicana e in Nicaragua (Vertovec, 2004).
Benché le conseguenze socioeconomiche delle rimesse siano un punto controverso, si possono sottolinearne due aspetti rilevanti: anzitutto, il loro impiego per migliorare l’alimentazione, l’educazione, l’abitazione, le cure mediche dei familiari che rimangono nei luoghi di origine, può essere visto non solo come un contributo ad una vita migliore, ma anche come una forma di investimento (Stalker, 2002); in secondo luogo, le rimesse sono un mezzo che consente di mantenere vivi i rapporti tra chi è partito e chi resta, a rendere possibili i ritorni (provvisori o definitivi), a veicolare altri tipi di flussi (informazioni, codici simbolici, influenze culturali, stili di vita…) che danno senso all’idea di “campi sociali transnazionali”, o quanto meno di legami durevoli tra le due sponde della migrazione.
Per quanto riguarda le attività imprenditoriali che scavalcano le frontiere, la questione analitica di maggior rilievo consiste nel distinguerle dal più ampio fenomeno della partecipazione degli immigrati al lavoro indipendente. Tra gli esempi riportati da una letteratura quasi interamente basata su studi etnografici, il caso più vicino all’idea di uno sviluppo economico spontaneo, costruito con mezzi poveri e largamente informali, è rappresentata dal fenomeno dei viajeros o dei corrieri sulle rotte tra Nord e Centro-sud del continente americano, nonché dai loro omologhi mediterranei o di altre tratte internazionali (per esempio tra Ovest ed Est dell’Europa). Nel caso dei salvadoregni studiati da Mahler (2003), decine di persone, donne e uomini, dotati di uno status legale per il permesso e il soggiorno negli Stati Uniti, fanno la spola tra Long Island e la zona orientale di El Salvador trasportando lettere, rimesse in denaro, pacchi-dono, e ritornando indietro con formaggi e altri prodotti tipici da rivendere, insieme ad un flusso di ritorno di missive. Resoconti di questo genere potrebbero essere replicati svariate volte su tutte le rotte consolidate delle migrazioni internazionali.
Vanno poi ricordate le attività economiche generate dalla domanda di servizi degli emigrati. In Ecuador, per esempio, sono sorte centinaia di imprese che si rivolgono al mercato dei connazionali espatriati e dei familiari che desiderano tenersi in contatto con loro: agenzie di viaggi, internet point, imprese di trasporti che recapitano all’estero cibi tipici ed erbe medicinali (Vertovec, 2004).
Guarnizo (2003) ricorda poi il fenomeno complementare: la proliferazione di negozi che vendono cibi “etnici” nelle grandi città americane, giornali, musica, nonché le connessioni tra gli operatori economici nei paesi d’origine e quelli operanti all’estero. Nel suo studio sull’immigrazione dominicana (Portes e Guarnizo, 1990), aveva già osservato che i primi erano migranti di ritorno o transmigranti che avevano acquisito competenze professionali all’estero, avevano clienti a New York, impiegavano le rimesse per avviare la loro attività.
Successive ricerche (Portes e al., 2002) hanno poi consentito di precisare che lo sviluppo di attività economiche transnazionali, benché minoritario e diversificato a seconda dei gruppi nazionali, rappresenta un percorso specifico di adattamento economico da parte dei migranti. Non è neppure un fenomeno collegato necessariamente con alti livelli di istruzione e di esperienza professionale, giacché, in mancanza di un contesto sociale di sostegno, è più probabile che i migranti qualificati preferiscano perseguire una mobilità ascendente attraverso le carriere convenzionali. Ne consegue che, secondo Guarnizo, “l’imprenditoria transnazionale non è un’attività effimera intrapresa da migranti individuali isolati e inclini al rischio, ma piuttosto un tentativo durevole, incorporato in campi sociali di solidarietà, reciprocità e obbligazione che scavalcano i confini nazionali” (2003: 677).
Guarnizo ha poi inserito tra le attività economiche transnazionali i progetti di sviluppo comunitario promossi dai migranti all’estero. Altri le collocano invece nell’ambito delle manifestazioni politiche del transnazionalismo: interessa però rilevarne lo statuto di terreno di confine, in cui aspetti economici (la raccolta e la trasmissione di fondi per scopi sociali) si sovrappongono a dimensioni politiche (formazione di associazioni, rapporti con le istituzioni politiche locali, influenza sugli equilibri di potere…).
L’aspetto teoricamente più significativo del contributo di Guarnizo consiste peraltro nel duplice tentativo, di cercare di comprendere in uno schema unitario i molteplici effetti economici generati dalle relazioni sociali, culturali, e politiche, oltre che specificamente economiche, intrattenute dai migranti con i luoghi di origine, e in secondo luogo di cogliere l’influenza che le attività transnazionali dei migranti esercitano non solo sulle località e i paesi di provenienza, ma anche sui processi economici globali, compresi gli accordi finanziari, il commercio internazionale, la produzione e il consumo di cultura. Le rimesse possono così servire come garanzia per negoziare accordi con i grandi enti finanziatori, e la loro trasmissione è un business che coinvolge grandi agenzie specializzate. Gli stessi consumi “etnici” non sono soltanto un affare di commerci informali e piccole imprese, ma coinvolgono grandi imprese operanti nella produzione e vendita di beni di largo consumo. Il sistema così descritto rende conto della complessa matrice di scambi attivati dalle relazioni economiche transnazionali dei migranti. Oltre alla natura bidirezionale delle transazioni (dai paesi di immigrazione verso quelli di provenienza, ma anche viceversa), va notato l’inserimento di una serie di attività prodotte all’interno dei contesti di destinazione (Nord-Nord) e destinate a servire le esigenze derivanti dai legami transnazionali degli immigrati (viaggi, comunicazioni, consumi culturali, ecc.). L’iniziativa (agency) dei migranti e delle loro reti tende così a essere vista come un fattore che, pur sorgendo dal basso in modo spontaneo, arriva a incidere su processi e fenomeni macrostrutturali.

3. Il transnazionalismo politico
Un altro punto di rilievo concerne il rapporto fra il transnazionalismo costruito dai network e le politiche statuali. Abbandonando una visione del fenomeno come costruzione sociale spontanea, realizzata dagli attori individuali e dai network al di fuori e talvolta in contrasto con la regolazione istituzionale, alcune analisi recenti hanno integrato la considerazione del ruolo degli stati nell’architettura del transnazionalismo, sottolineando in modo particolare come i governi dei paesi di origine promuovano attivamente il mantenimento dei legami e di forme di cittadinanza duplici, al fine di continuare a beneficiare di flussi di rimesse e di investimenti economici da parte dei transmigranti, ma anche (per esempio, nel caso messicano) per captarne il consenso elettorale (R.C. Smith, 2003). Ciò consente peraltro ai transmigranti di percepire che le loro istanze sono più ascoltate dal governo della madrepatria ora che risiedono all’estero, di quanto non fossero in precedenza, quando vivevano entro i confini nazionali (Mahler, 2003).
Nel filone del transnazionalismo “politico” si colloca poi la discussione intorno al superamento della cittadinanza “nazionale”, in direzione di forme di cittadinanza duali, multiple o sopranazionali (cfr. Soysal, 1994; Bosniak, 2001). Da un punto di vista descrittivo, non è difficile constatare che i casi di cittadinanze multiple hanno conosciuto un rapido incremento negli ultimi anni, e per varie ragioni sono tollerati da un numero crescente di stati sovrani; ma questo fatto stupisce, se si pensa che fino a pochi decenni fa la cittadinanza e la lealtà politica verso una specifica comunità politica nazionale erano considerate inseparabili (Faist, Gerdes e Rieple, 2004).
Sempre in chiave storica, si osserva il superamento di due regole che avevano dominato lo scenario giuridico dalla fine del XIX secolo alla guerra fredda: primo, che l’acquisto di una nuova cittadinanza significava la perdita della precedente; secondo, quando non si poteva evitare la doppia cittadinanza, molti stati richiedevano una scelta in un senso o nell’altro una volta raggiunta la maggiore età. Oggi si può invece notare “una graduale e lenta ma fondamentale evoluzione da un’esclusiva sovranità degli stati ad un crescente riconoscimento delle legittime istanze e dei diritti degli individui” (ibid.: 923). La tendenza emergente verso il riconoscimento della nazionalità come un diritto umano individuale conduce all’apertura verso la doppia cittadinanza, e alla concezione di essa come un ponte tra la cittadinanza nazionale e una eventuale cittadinanza sovranazionale.
Le implicazioni di questa riflessione per la prospettiva transnazionalista sono evidenti. Non solo i migranti sono coinvolti in vario modo in attività politiche che attraversano i confini, ma stanno gradualmente acquisendo una facoltà formalmente riconosciuta di esercitare diritti di cittadinanza in più di uno stato sovrano. In altri termini, la doppia nazionalità incrocia il mondo organizzato in stati istituzionalizzando l’attraversamento dei confini e la sovrapposizione di legami sociali e simbolici tra i cittadini, e tra i cittadini e gli stati.
Sulle specificità del transnazionalismo politico si interroga anche Bauböck (2003), ricordando anzitutto che tradizionalmente le teorie politiche hanno adottato modelli di “società chiuse” e di lealtà esclusiva dei cittadini verso un singolo stato. Il transnazionalismo politico dei migranti sfida entrambi questi presupposti. Ma il concetto va ampliato in due sensi: primo, non va riferito soltanto alle attività politiche che travalicano le frontiere, ma anche ai cambiamenti delle istituzioni politiche e delle concezioni della membership indotte dalle migrazioni; secondo, investe sia le istituzioni dei paesi d’origine, sia quelle dei paesi riceventi. A differenza di altre attività transnazionali, come quelle economiche, culturali o religiose, il transnazionalismo politico infatti modifica la definizione dell’entità i cui confini sono oltrepassati. Diversamente poi da altri processi e istituzioni definibili come internazionali, multinazionali o sopranazionali, la migrazione diventa transnazionale solo quando istituisce “membership sovrapposte, diritti e pratiche che riflettono un’appartenenza simultanea dei migranti a due differenti comunità politiche” (ibid.: 705). Non si tratta quindi soltanto di una questione di demarcazione di giurisdizioni territoriali, bensì di un luogo in cui si determinano delle identità politiche.
Resta aperto infine il dibattito sugli effetti di queste pratiche, specialmente per quanto riguarda i rapporti tra immigrati e società riceventi. Molta della letteratura sull’argomento ha rigettato le tesi alla Huntington (2005), circa gli effetti disintegrativi della mobilitazione politica dei migranti per questioni riguardanti i paesi di provenienza: l’impegno dei migranti nella vita politica della madrepatria non è necessariamente incompatibile con l’integrazione politica nella società ospitante. Secondo Portes (1999), può essere un antidoto efficace alla tendenza verso la downward assimilation. Qualche dubbio sorge invece sul fronte dell’impegno per il miglioramento delle condizioni di vita nei luoghi di insediamento. Se ai lunghi orari di lavoro si somma l’impegno in attività politiche rivolte alla madrepatria, non rimane più tempo per lottare per migliori condizioni sociali e legali nei luoghi in cui si svolge la loro vita, come nel caso dei curdi rifugiati a Londra o degli haitiani negli Stati Uniti: “Le pratiche politiche transnazionali possono anche servire a indebolire” (Østergaard-Nielsen, 2003: 777).

4. Il transnazionalismo socioculturale
Di notevole interesse sono poi le implicazioni culturali dei legami transnazionali. Secondo Appadurai, uno dei più noti teorici della globalizzazione come processo culturale, le immagini, i testi, i modelli, le narrative che passano attraverso la mass-mediatizzazione, fanno la differenza tra le migrazioni di oggi e quelle del passato. I migranti attuali e potenziali, cosi come i non-migranti, raramente formulano i loro progetti al di fuori della sfera della comunicazione radiotelevisiva, dello scambio di cassette e videoregistrazioni, delle informazioni fornite da giornali e colloqui telefonici. Per i migranti, sia la scelta di adattamento al nuovo contesto, sia l’aspirazione a trasferirsi o a ritornare nei luoghi di origine, “sono profondamente influenzati da un immaginario mass-mediatico che di frequente trascende lo spazio nazionale” (1996: 6). I media possono inoltre contribuire a plasmare delle “comunità di sentimento”, ossia gruppi che “cominciano a immaginare e a sentire delle cose insieme” (ibid.: 8), vivendo delle esperienze collettive malgrado le distanze. Gruppi del genere sono infatti spesso transnazionali, e operano frequentemente oltre i confini nazionali. Più ampiamente, la “deterritorializzazione” di un numero crescente di persone crea nuovi mercati per quel settore della produzione mediatica, artistica e culturale che prospera grazie al bisogno, da parte degli individui espatriati, di mantenere dei contatti con la madrepatria. Si tratta naturalmente di “patrie inventate”, che possono fornire risorse di identificazione ai gruppi deterritorializzati, fino al punto di fornire materiali ai conflitti etnici, in relazione all’idea secondo cui le biografie delle persone ordinarie sono costruzioni in cui l’immaginazione svolge un ruolo importante (ibidem: 54). Il rimando ad un ethnoscape, come lo definisce Appadurai, un mondo di riferimenti “etnici” immaginato dalle popolazioni in movimento, avviene peraltro in un contesto di pratiche di contaminazione e ibridazione tra culture diverse, consapevoli o meno, tanto da indurre questo e altri autori a teorizzare un indebolimento delle identità nazionali e la tendenziale formazione di una economia culturale “globale”.
Faist (2000: 197) ha parlato in proposito di “comunità senza prossimità” (communities without propinquity), che danno vita negli spazi transnazionali a processi di adattamento caratterizzati da fluidità e sincretismo. Ricorrendo a un linguaggio metaforico, se le visioni assimilazionistiche descrivevano l’immigrato come “sradicato”, e quelle improntate al multiculturalismo lo hanno considerato “trapiantato”, ora il transnazionalismo propone l’immagine dei migranti come “traslati”, impegnati in un continuo lavoro di “traduzione” di linguaggi, culture, norme, legami sociali e simbolici. In altri termini, i migranti transnazionali forgiano senso di identità e appartenenze comunitarie non più a partire da una perdita, e neppure da una replica del passato, bensì come qualcosa che è allo stesso tempo nuovo e familiare, un bricolage composto di elementi tratti sia dal paese di origine sia da quello di insediamento (Kivisto, 2001, con riferimento a Faist, 1998).
Levitt (2005) ha richiamato l’attenzione sui processi culturali attraverso i quali viene interpretata, rinegoziata, talvolta ricreata l’identità dei gruppi sociali in emigrazione. Repertori culturali e pratiche sociali, sia della terra di origine sia del paese di accoglienza, vengono rielaborati e contaminati per costruire nuove identità e stabilire confini di gruppo più o meno rigidi o permeabili. Per esempio l’identità islamica degli immigrati pakistani istruiti e ben inseriti professionalmente negli Stati Uniti, deve essere riplasmata per adeguarsi ai codici socioculturali americani e ai vincoli del nuovo contesto di vita, come il poco tempo per la preghiera quotidiana. Ne risultano identità culturali multi-stratificate, basate sull’“appropriazione selettiva” di ingredienti derivanti dal Pakistan, dall’America, dall’Islam, a loro volta modellati dai fattori istituzionali di contesto (ibid.: 56). Oppure le obbligazioni familiari, di devozione verso i genitori, continuano ad essere avvertite come doverose dagli immigrati indiani provenienti dallo stato del Gujarat (come da tanti altri immigrati provenienti da società tradizionali), ma sono soggette ad una riscrittura delle regole di comportamento: devono essere mediate con il fatto che il parere dei genitori, nel nuovo contesto, è meno competente, o che le nuore, lavorando, hanno meno tempo a disposizione per pensare a loro. Così gli equilibri di potere vengono rinegoziati, con una crescita del peso delle donne e una diminuzione dell’influenza dei genitori.
Le stesse istituzioni religiose, che custodiscono e tramandano l’identità culturale dei migranti, diventano transnazionali, continuando a coltivare i legami con la madrepatria e collegando membri dispersi nel mondo; beneficiano in vari casi di un aumento della religiosità degli immigrati, proiettati in contesti alieni; ma nello stesso tempo si trovano nella necessità di ridefinire diritti e responsabilità degli affiliati, per adattarsi alle domande che scaturiscono dalla nuova vita di quanti si sono trasferiti in una terra straniera.

5. Spunti e frammenti di transnazionalismo: gli immigrati latinoamericani a Genova
Veniamo ora a qualche applicazione del dibattito al caso genovese. La questione è particolarmente suggestiva, se si richiama il fatto che il concetto di transnazionalismo è stato sviluppato nell’ambito dello studio delle pratiche sociali e delle forme di integrazione degli immigrati latinoamericani insediati negli Stati Uniti. L’importanza di Genova come polo italiano ed europeo dell’immigrazione latina sollecita a riflettere sulla possibilità di ricorrere alla medesima prospettiva, o ad elementi di essa, per discutere dell’esperienza genovese. La recente pubblicazione degli atti del convegno internazionale “I latinos alla scoperta dell’Europa”, a cui il nostro Centro Studi ha attivamente preso parte, offre alcuni spunti in proposito (Ambrosini e Queirolo Palmas, 2005).
Va anzitutto notato che nel contesto europeo, la lontananza dai punti di partenza rende più costoso, anche con i mezzi di oggi, e quindi problematico il mantenimento di intensi legami e interessi radicati nella madrepatria. Questo equivale ad affermare che i latinos di Genova (e forse più in generale d’Italia e d’Europa) sono raramente dei transmigranti, nel senso forte che il termine ha assunto in letteratura.
In compenso è possibile cogliere lo sviluppo di legami e pratiche transnazionali, che possiamo a questo punto inquadrare nell’ambito del dibattito in precedenza richiamato:
- il primo e più semplice è rappresentato, anche nel caso genovese, dalle rimesse, che esprimono il mantenimento di un obbligo morale a provvedere alle necessità della famiglia lasciata alle spalle e una volontà di investire le proprie risorse nei luoghi d’origine: un fenomeno tipico, già peraltro osservato molte volte nella storia delle migrazioni, è la costruzione di una bella casa in patria; lo sviluppo delle agenzie di money transfer a Genova, in assenza di dati più precisi, è un indicatore sufficientemente chiaro dell’importanza assunta dal business delle rimesse, di cui l’America Latina è senz’altro nel contesto genovese la destinazione più rilevante;
- l’invio di rimesse assume caratteri ancora più strutturati, regolari e obbliganti quando si tratta di madri che devono farsi carico dei figli che rimangono in patria, affidati a nonne, zie, sorelle maggiori, o talvolta anche a donne salariate. Il fenomeno delle rimesse si lega dunque con quello delle cosiddette “famiglie transnazionali”, i cui componenti si trovano dispersi attraverso i confini nazionali, con il loro carico di tensione e sofferenza affettiva. Le donne latinoamericane trapiantate a Genova e occupate in attività di cura sono sovente tuttora impegnate nello sforzo di gestire a distanza il proprio ruolo materno: il flusso di telefonate, messaggi di posta elettronica, di cassette video e audioregistrate, di doni materiali, sarebbero da studiare in profondità come espressioni dei tentativi di fronteggiare l’ardua sfida della maternità a distanza;
- il ricongiungimento familiare è stato peraltro portato a termine in tempi relativamente brevi, grazie anche alle sanatorie, da molte donne latinoamericane, come via d’uscita dalle angustie della genitorialità transnazionale: esito della forza dei legami che nonostante tutto connettono le protagoniste con i familiari lasciati in patria, e segnatamente con i figli, quando si realizza è anche condizione che favorisce l’allentamento dei legami con il paese d’origine, tipicamente attraverso il rallentamento dell’invio di rimesse e dei viaggi di ritorno;
- il settore ricreativo e dei consumi culturali, altro versante, come si è visto, in cui si articola la prospettiva transnazionalista, è invece un ambito in cui i rapporti tra le due sponde del movimento migratorio tendono a rafforzarsi con la stabilizzazione degli immigrati. Sorgono iniziative imprenditoriali, si sviluppano luoghi e occasioni di aggregazione, emergono operatori e figure professionali dedicate, dai giornalisti della stampa e delle trasmissioni in lingua spagnola, ai musicisti, agli organizzatori di spettacoli, feste e scuole di ballo. I consumi culturali svolgono così la duplice funzione di opportunità per il ritrovamento o la ricreazione di un’identità culturale più o meno definita, nonché di tramite per l’interazione e lo scambio con la popolazione autoctona, attratta dalla “moda” latinoamericana;
- un ambito in cui si assiste a fenomeni molto evidenti di elaborazione di identità socioculturali transnazionali è quello delle cosiddette “bande” di giovani latinoamericani: nomi come quello di “Latin King”, origini di aggregazioni come questa (nata a New York), diffusione internazionale, ripetizione di simboli, codici linguistici, pratiche sociali simili a quelli delle formazioni giovanili delle minoranze dei quartieri difficili nelle città nordamericane, rendono il fenomeno un campo molto significativo di commistioni culturali che non si limitano alla bipolarità tra luogo di origine e luogo di insediamento, ma suggeriscono una trama di relazioni multipolare che si avvicina all’idea di una “diaspora” latina: dispersa in luoghi diversi del mondo, volta alla ricerca delle vie per uscire da una condizione di discriminazione e inferiorità, tesa a riaffermare una propria identità culturale, inalberando con orgoglio un’appartenenza considerata come uno stigma dalle maggioranze autoctone. Parimenti multipolare è la sfida di incanalare nell’ambito della legalità e dell’azione costruttiva un insieme di esperienze che rischiano altrimenti di essere coinvolte in un circolo vizioso di devianza e criminalizzazione (Queirolo Palmas, 2006).
Concludendo: l’etichetta di “transmigranti” si applica con difficoltà ai latinoamericani insediati a Genova (ma lo stesso problema si pone anche in America: al riscontro empirico, solo piccoli numeri di migranti conducono effettivamente una vita transnazionale: Portes, 2003). In compenso invece si possono riscontrare diffusamente elementi o pratiche transnazionali, benché cangianti nel tempo e nel corso dell’esperienza biografica: una madre che deve accudire a distanza figli lasciati in patria sviluppa pratiche transnazionali ben diverse da quelle di un adolescente latino che a Genova entra a far parte di un’aggregazione come quella dei “Latin King”. Contestabile per carenza di riscontri empirici nella sua versione “forte”, certamente non nuovo per via della ricorrenza di pratiche di connessione tra i due poli delle migrazioni anche nel passato, il concetto di transnazionalismo offre in ogni caso una nuova prospettiva e una nuova sensibilità per indagare alcuni degli aspetti più significativi delle nuove migrazioni internazionali.


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