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Terzo rapporto
sull'immigrazione a Genova
a cura di Maurizio Ambrosini | Andrea T. Torre | Luca
Queirolo Palmas
Introduzione
Migrazioni transnazionali e dinamiche locali:
il caso genovese in una prospettiva globale
di Maurizio Ambrosini
Nel dibattito internazionale sui fenomeni
migratori dei nostri giorni, è salita alla ribalta la prospettiva del
transnazionalismo, che ha aperto, specialmente in America, un nuovo campo di
ricerche, a partire dagli studi di Glick Schiller e al., 1992; Basch e al.,
1994. Secondo queste autrici, il transnazionalismo può essere definito come “il
processo mediante il quale i migranti costruiscono campi sociali che legano
insieme il paese d’origine e quello di insediamento” (Glick Schiller e al.,
1992: 1).
L’attenzione rivolta alla partecipazione dei migranti ad attività
transnazionali, considerate come un aspetto della globalizzazione, ha indotto le
medesime studiose, e vari altri al loro seguito, a teorizzare l’avvento di una
nuova figura di migrante, definito appunto come “transmigrante”, una figura
caratterizzata dalla partecipazione simultanea ad entrambi i poli del movimento
migratorio e dal frequente pendolarismo tra di essi.
Ragionare in termini di transnazionalismo significa dunque superare, o almeno
fluidificare, le tradizionali categorie di “emigrante” e “immigrato”, e cessare
di concepire la migrazione come un processo che ha un luogo d’origine e un luogo
di destinazione. In questa visione, i transmigranti sono coloro che costruiscono
nuovi “campi sociali” che collegano le due sponde delle migrazioni, mantenendo
attraverso i confini un ampio arco di relazioni sociali, affettive o
strumentali. È interessante dunque partire da questa prospettiva teorica per
analizzare alcuni aspetti dell’immigrazione genovese.
1. La prospettiva delle migrazioni
transnazionali: l’evoluzione del dibattito
Grazie alla diminuzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni, è
stata affermata la possibilità, per un crescente numero di persone, di vivere
una vita duale, parlando due lingue, avendo casa in due paesi diversi, e
conducendo una vita intessuta di continui e regolari contatti attraverso i
confini nazionali (Portes, Guarnizo e Landolt, 1999). Secondo la definizione di
Portes (1999: 464) le attività transnazionali “hanno luogo su base ricorrente
attraverso i confini nazionali e richiedono un regolare e significativo impegno
da parte dei partecipanti”. Possono essere viste dunque come la controparte
migratoria di altri fenomeni transnazionali contemporanei, come la
globalizzazione del capitalismo, lo sviluppo di istituzioni politiche
sovranazionali, la crescita di grandi ONG internazionali, i processi di
ibridazione o creolizzazione delle culture popolari (Kivisto, 2001). Sebbene già
nel passato, come documentano le ricerche storiche, i migranti abbiano
intrattenuto legami sociali sulle lunghe distanze, ora l’intensità, l’ampiezza e
la velocità degli scambi comporterebbero una ristrutturazione dei modelli di
comportamento: in questo senso, il grado conta, e l’incremento quantitativo si
tradurrebbe in differenze di ordine qualitativo (Vertovec, 2004).
Questo autore, attivo promotore del concetto in quanto direttore di un programma
di ricerca sulle comunità transnazionali, ha distinto già qualche anno fa ben
sei impieghi del termine, benché in parte sovrapposti o intrecciati: a) come
morfologia sociale focalizzata su una nuova formazione sociale che si estende
attraverso le frontiere; b) come coscienza diasporica; c) come modo di
riproduzione culturale variamente identificato come sincretismo, creolizzazione,
bricolage, traslazione culturale, ibridazione, ecc.; d) come una via del
neocapitalismo per le imprese transnazionali, e in modo minore ma significativo
nella forma delle rimesse inviate in patria dagli emigranti; e) come un luogo di
impegno politico, sia degli emigrati nei confronti della madrepatria, sia dei
governi dei paesi di provenienza verso le comunità dei loro emigrati, sia
attraverso l’attività delle ONG internazionali; f) come una riconfigurazione
della nozione di luogo, da un’enfasi sulla dimensione locale all’accento posto
sul “translocale”.
Uno degli aspetti più interessanti e dibattuti riguarda la visione del
transnazionalismo come globalizzazione dal basso, costruita da persone comuni,
in contrasto con la globalizzazione promossa dalle grandi istituzioni economiche
e finanziarie. Così per esempio Portes: “Il principale impulso per la crescita
di un transnazionalismo popolare è individuato nella confluenza tra nuove
tecnologie delle comunicazioni e dei trasporti e l’interesse delle persone
ordinarie a superare una situazione di subordinazione in patria e all’estero”
(1999: 467).
Di qui una sorta di celebrazione del carattere emancipativo delle pratiche
transnazionali, come forme di opposizione e resistenza nei confronti della
logica egemonica del capitalismo globalizzato, a livello economico, politico e
culturale.
Altri hanno controbattuto che in realtà il transnazionalismo dal basso non si
contrappone alla globalizzazione dall’alto, ma ne rappresenta una dimensione
complementare e rafforzativa. Per esempio, il commercio transnazionale serve in
genere ad accumulare capitali e a inserirsi in circuiti economici più redditizi,
anziché essere finalizzato a contestare il capitalismo delle multinazionali. (cfr.
in particolare M.P. Smith e Guarnizo, 1998).
Un altro punto saliente concerne il rapporto fra transnazionalismo e reti
migratorie. Adottare un approccio transnazionale comporta almeno due novità. In
primo luogo, una bidirezionalità più accentuata degli scambi e dei flussi,
giacché la ricerca mette a fuoco più precisamente le trasformazioni indotte nei
luoghi di origine dai migranti che, oltre a inviare rimesse, mantengono in modo
continuativo attività e interessi in patria. Vertovec (2004) enfatizza in
proposito il concetto di “bifocalità” con riferimento alle pratiche della vita
quotidiana, in cui gli aspetti relativi al “qui” e al “là” sono costantemente
monitorati e percepiti come dimensioni complementari di un unico spazio di
esperienza. Più ampiamente, questo e altri autori hanno parlato di
un’incorporazione dei transmigranti in campi sociali stratificati, dalla
famiglia ai regimi politici nazionali e sopranazionali (Levitt, DeWind e
Vertovec, 2003). Possono essere distinte in proposito varie dimensioni delle
attività transnazionali:
– legami molto specifici e locali (“translocali”), contro l’appartenenza
durevole a più ampi gruppi etnici o religiosi;
– legami diversi per frequenza o intensità, peraltro sapendo che comunemente i
migranti si impegnano in attività transnazionali soltanto periodiche od
occasionali;
– gradi diversi di formalizzazione delle attività, nell’ambito di strutture
istituzionalizzate oppure in relazioni informali, specifiche, altamente
flessibili (ibid.: 570).
In secondo luogo, gli approcci transnazionali rafforzano i rapporti tra il
livello micro e il livello macro di analisi, collocando i network nel
complesso dei legami che connettono paesi diversi. A questo proposito, Portes,
Guarnizo e Landolt (1999) hanno distinto tre settori di attività transnazionali:
– economico, rappresentato dalle iniziative di imprenditori
transnazionali che mobilitano i loro contatti attraverso le frontiere alla
ricerca di mercati, fornitori e capitali;
– politico, in cui si situano le attività di attivisti di partito,
funzionari governativi, leader comunitari, i cui principali obiettivi sono il
conseguimento di potere politico e di influenza nel paese di origine o in quello
ospitante;
– socioculturale, una categoria più diversificata in cui trovano
collocazione svariate intraprese, orientate verso il rafforzamento dell’identità
nazionale all’estero oppure alla fruizione collettiva di eventi culturali e
prodotti.
Ognuno di questi settori si articola poi in espressioni che manifestano gradi
diversi di istituzionalizzazione: per esempio, in campo economico si può
spaziare dagli operatori commerciali transfrontalieri informali, agli sportelli
aperti nei luoghi di immigrazione dalle banche dei paesi di provenienza; in
campo politico, dalla partecipazione o dal sostegno finanziario a comitati di
iniziativa civica nei luoghi di origine, all’elezione di propri candidati nei
parlamenti della madrepatria; in campo socioculturale, dall’esibizione di gruppi
di musica folk all’organizzazione regolare di manifestazioni culturali in
collaborazione con le ambasciate.
Nonostante lo sforzo per superare la confusione concettuale spesso imputata agli
studi sull’argomento, distinguendo e classificando vari tipi di attività
transnazionali, resta tuttavia l’impressione dell’accumulazione di una congerie
piuttosto eterogenea di elementi, non sempre collegati ai processi migratori
(come il turismo o l’insediamento di imprese multinazionali) o validi soltanto
in alcune circostanze e per flussi migratori specifici. Per converso, fatalmente
un’esemplificazione così dettagliata rischia di trascurare aspetti che da altri
punti di vista appaiono rilevanti: stupisce, per esempio, la mancata menzione
delle rimesse tra le forme di transnazionalismo economico, mentre compaiono gli
sportelli delle banche dei paesi d’origine che ne raccolgono soltanto una parte.
2. Il transnazionalismo economico
Esaminiamo più da vicino alcune delle manifestazioni più significative dei
fenomeni transnazionali collegati alle migrazioni.
In campo economico, i fenomeni maggiormente studiati sono rappresentati dalle
rimesse e dalle attività economiche promosse dai migranti e basate sulle
connessioni tra paesi d’origine e di insediamento. Le rimesse sono state
definite “la più citata e tangibile evidenza, e il metro di misura dei legami
che connettono i migranti con le loro società di provenienza” (Guarnizo, 2003:
666). Il loro importo complessivo, secondo il Fondo Monetario Internazionale, è
cresciuto da 2 miliardi di dollari nel 1970 a 54 miliardi nel 1995, raggiungendo
i 105 miliardi nel 1999. A questi dati ufficiali bisogna aggiungere, sempre
secondo il FMI, almeno altri 15 miliardi di rimesse che non vengono trasferite
attraverso i canali ufficiali. Nell’ultimo decennio sono diventate per i paesi
in via di sviluppo una fonte di reddito molto più importante della solidarietà
internazionale ufficiale. Nel 2000 le rimesse dall’estero hanno contribuito per
oltre il 10% al PIL di paesi come Eritrea, Ecuador, Haiti, Giamaica, hanno
superato il valore complessivo delle esportazioni in El Salvador e oltrepassato
la metà nella Repubblica Dominicana e in Nicaragua (Vertovec, 2004).
Benché le conseguenze socioeconomiche delle rimesse siano un punto controverso,
si possono sottolinearne due aspetti rilevanti: anzitutto, il loro impiego per
migliorare l’alimentazione, l’educazione, l’abitazione, le cure mediche dei
familiari che rimangono nei luoghi di origine, può essere visto non solo come un
contributo ad una vita migliore, ma anche come una forma di investimento (Stalker,
2002); in secondo luogo, le rimesse sono un mezzo che consente di mantenere vivi
i rapporti tra chi è partito e chi resta, a rendere possibili i ritorni
(provvisori o definitivi), a veicolare altri tipi di flussi (informazioni,
codici simbolici, influenze culturali, stili di vita…) che danno senso all’idea
di “campi sociali transnazionali”, o quanto meno di legami durevoli tra le due
sponde della migrazione.
Per quanto riguarda le attività imprenditoriali che scavalcano le frontiere, la
questione analitica di maggior rilievo consiste nel distinguerle dal più ampio
fenomeno della partecipazione degli immigrati al lavoro indipendente. Tra gli
esempi riportati da una letteratura quasi interamente basata su studi
etnografici, il caso più vicino all’idea di uno sviluppo economico spontaneo,
costruito con mezzi poveri e largamente informali, è rappresentata dal fenomeno
dei viajeros o dei corrieri sulle rotte tra Nord e Centro-sud del
continente americano, nonché dai loro omologhi mediterranei o di altre tratte
internazionali (per esempio tra Ovest ed Est dell’Europa). Nel caso dei
salvadoregni studiati da Mahler (2003), decine di persone, donne e uomini,
dotati di uno status legale per il permesso e il soggiorno negli Stati Uniti,
fanno la spola tra Long Island e la zona orientale di El Salvador trasportando
lettere, rimesse in denaro, pacchi-dono, e ritornando indietro con formaggi e
altri prodotti tipici da rivendere, insieme ad un flusso di ritorno di missive.
Resoconti di questo genere potrebbero essere replicati svariate volte su tutte
le rotte consolidate delle migrazioni internazionali.
Vanno poi ricordate le attività economiche generate dalla domanda di servizi
degli emigrati. In Ecuador, per esempio, sono sorte centinaia di imprese che si
rivolgono al mercato dei connazionali espatriati e dei familiari che desiderano
tenersi in contatto con loro: agenzie di viaggi, internet point, imprese di
trasporti che recapitano all’estero cibi tipici ed erbe medicinali (Vertovec,
2004).
Guarnizo (2003) ricorda poi il fenomeno complementare: la proliferazione di
negozi che vendono cibi “etnici” nelle grandi città americane, giornali, musica,
nonché le connessioni tra gli operatori economici nei paesi d’origine e quelli
operanti all’estero. Nel suo studio sull’immigrazione dominicana (Portes e
Guarnizo, 1990), aveva già osservato che i primi erano migranti di ritorno o
transmigranti che avevano acquisito competenze professionali all’estero, avevano
clienti a New York, impiegavano le rimesse per avviare la loro attività.
Successive ricerche (Portes e al., 2002) hanno poi consentito di precisare che
lo sviluppo di attività economiche transnazionali, benché minoritario e
diversificato a seconda dei gruppi nazionali, rappresenta un percorso specifico
di adattamento economico da parte dei migranti. Non è neppure un fenomeno
collegato necessariamente con alti livelli di istruzione e di esperienza
professionale, giacché, in mancanza di un contesto sociale di sostegno, è più
probabile che i migranti qualificati preferiscano perseguire una mobilità
ascendente attraverso le carriere convenzionali. Ne consegue che, secondo
Guarnizo, “l’imprenditoria transnazionale non è un’attività effimera intrapresa
da migranti individuali isolati e inclini al rischio, ma piuttosto un tentativo
durevole, incorporato in campi sociali di solidarietà, reciprocità e
obbligazione che scavalcano i confini nazionali” (2003: 677).
Guarnizo ha poi inserito tra le attività economiche transnazionali i progetti di
sviluppo comunitario promossi dai migranti all’estero. Altri le collocano invece
nell’ambito delle manifestazioni politiche del transnazionalismo: interessa però
rilevarne lo statuto di terreno di confine, in cui aspetti economici (la
raccolta e la trasmissione di fondi per scopi sociali) si sovrappongono a
dimensioni politiche (formazione di associazioni, rapporti con le istituzioni
politiche locali, influenza sugli equilibri di potere…).
L’aspetto teoricamente più significativo del contributo di Guarnizo consiste
peraltro nel duplice tentativo, di cercare di comprendere in uno schema unitario
i molteplici effetti economici generati dalle relazioni sociali, culturali, e
politiche, oltre che specificamente economiche, intrattenute dai migranti con i
luoghi di origine, e in secondo luogo di cogliere l’influenza che le attività
transnazionali dei migranti esercitano non solo sulle località e i paesi di
provenienza, ma anche sui processi economici globali, compresi gli accordi
finanziari, il commercio internazionale, la produzione e il consumo di cultura.
Le rimesse possono così servire come garanzia per negoziare accordi con i grandi
enti finanziatori, e la loro trasmissione è un business che coinvolge grandi
agenzie specializzate. Gli stessi consumi “etnici” non sono soltanto un affare
di commerci informali e piccole imprese, ma coinvolgono grandi imprese operanti
nella produzione e vendita di beni di largo consumo. Il sistema così descritto
rende conto della complessa matrice di scambi attivati dalle relazioni
economiche transnazionali dei migranti. Oltre alla natura bidirezionale delle
transazioni (dai paesi di immigrazione verso quelli di provenienza, ma anche
viceversa), va notato l’inserimento di una serie di attività prodotte
all’interno dei contesti di destinazione (Nord-Nord) e destinate a servire le
esigenze derivanti dai legami transnazionali degli immigrati (viaggi,
comunicazioni, consumi culturali, ecc.). L’iniziativa (agency) dei
migranti e delle loro reti tende così a essere vista come un fattore che, pur
sorgendo dal basso in modo spontaneo, arriva a incidere su processi e fenomeni
macrostrutturali.
3. Il transnazionalismo politico
Un altro punto di rilievo concerne il rapporto fra il transnazionalismo
costruito dai network e le politiche statuali. Abbandonando una visione
del fenomeno come costruzione sociale spontanea, realizzata dagli attori
individuali e dai network al di fuori e talvolta in contrasto con la
regolazione istituzionale, alcune analisi recenti hanno integrato la
considerazione del ruolo degli stati nell’architettura del transnazionalismo,
sottolineando in modo particolare come i governi dei paesi di origine promuovano
attivamente il mantenimento dei legami e di forme di cittadinanza duplici, al
fine di continuare a beneficiare di flussi di rimesse e di investimenti
economici da parte dei transmigranti, ma anche (per esempio, nel caso messicano)
per captarne il consenso elettorale (R.C. Smith, 2003). Ciò consente peraltro ai
transmigranti di percepire che le loro istanze sono più ascoltate dal governo
della madrepatria ora che risiedono all’estero, di quanto non fossero in
precedenza, quando vivevano entro i confini nazionali (Mahler, 2003).
Nel filone del transnazionalismo “politico” si colloca poi la discussione
intorno al superamento della cittadinanza “nazionale”, in direzione di forme di
cittadinanza duali, multiple o sopranazionali (cfr. Soysal, 1994; Bosniak,
2001). Da un punto di vista descrittivo, non è difficile constatare che i casi
di cittadinanze multiple hanno conosciuto un rapido incremento negli ultimi
anni, e per varie ragioni sono tollerati da un numero crescente di stati
sovrani; ma questo fatto stupisce, se si pensa che fino a pochi decenni fa la
cittadinanza e la lealtà politica verso una specifica comunità politica
nazionale erano considerate inseparabili (Faist, Gerdes e Rieple, 2004).
Sempre in chiave storica, si osserva il superamento di due regole che avevano
dominato lo scenario giuridico dalla fine del XIX secolo alla guerra fredda:
primo, che l’acquisto di una nuova cittadinanza significava la perdita della
precedente; secondo, quando non si poteva evitare la doppia cittadinanza, molti
stati richiedevano una scelta in un senso o nell’altro una volta raggiunta la
maggiore età. Oggi si può invece notare “una graduale e lenta ma fondamentale
evoluzione da un’esclusiva sovranità degli stati ad un crescente riconoscimento
delle legittime istanze e dei diritti degli individui” (ibid.: 923). La tendenza
emergente verso il riconoscimento della nazionalità come un diritto umano
individuale conduce all’apertura verso la doppia cittadinanza, e alla concezione
di essa come un ponte tra la cittadinanza nazionale e una eventuale cittadinanza
sovranazionale.
Le implicazioni di questa riflessione per la prospettiva transnazionalista sono
evidenti. Non solo i migranti sono coinvolti in vario modo in attività politiche
che attraversano i confini, ma stanno gradualmente acquisendo una facoltà
formalmente riconosciuta di esercitare diritti di cittadinanza in più di uno
stato sovrano. In altri termini, la doppia nazionalità incrocia il mondo
organizzato in stati istituzionalizzando l’attraversamento dei confini e la
sovrapposizione di legami sociali e simbolici tra i cittadini, e tra i cittadini
e gli stati.
Sulle specificità del transnazionalismo politico si interroga anche Bauböck
(2003), ricordando anzitutto che tradizionalmente le teorie politiche hanno
adottato modelli di “società chiuse” e di lealtà esclusiva dei cittadini verso
un singolo stato. Il transnazionalismo politico dei migranti sfida entrambi
questi presupposti. Ma il concetto va ampliato in due sensi: primo, non va
riferito soltanto alle attività politiche che travalicano le frontiere, ma anche
ai cambiamenti delle istituzioni politiche e delle concezioni della
membership indotte dalle migrazioni; secondo, investe sia le istituzioni dei
paesi d’origine, sia quelle dei paesi riceventi. A differenza di altre attività
transnazionali, come quelle economiche, culturali o religiose, il
transnazionalismo politico infatti modifica la definizione dell’entità i cui
confini sono oltrepassati. Diversamente poi da altri processi e istituzioni
definibili come internazionali, multinazionali o sopranazionali, la migrazione
diventa transnazionale solo quando istituisce “membership sovrapposte,
diritti e pratiche che riflettono un’appartenenza simultanea dei migranti a due
differenti comunità politiche” (ibid.: 705). Non si tratta quindi soltanto di
una questione di demarcazione di giurisdizioni territoriali, bensì di un luogo
in cui si determinano delle identità politiche.
Resta aperto infine il dibattito sugli effetti di queste pratiche, specialmente
per quanto riguarda i rapporti tra immigrati e società riceventi. Molta della
letteratura sull’argomento ha rigettato le tesi alla Huntington (2005), circa
gli effetti disintegrativi della mobilitazione politica dei migranti per
questioni riguardanti i paesi di provenienza: l’impegno dei migranti nella vita
politica della madrepatria non è necessariamente incompatibile con
l’integrazione politica nella società ospitante. Secondo Portes (1999), può
essere un antidoto efficace alla tendenza verso la downward assimilation.
Qualche dubbio sorge invece sul fronte dell’impegno per il miglioramento delle
condizioni di vita nei luoghi di insediamento. Se ai lunghi orari di lavoro si
somma l’impegno in attività politiche rivolte alla madrepatria, non rimane più
tempo per lottare per migliori condizioni sociali e legali nei luoghi in cui si
svolge la loro vita, come nel caso dei curdi rifugiati a Londra o degli haitiani
negli Stati Uniti: “Le pratiche politiche transnazionali possono anche servire a
indebolire” (Østergaard-Nielsen, 2003: 777).
4. Il transnazionalismo socioculturale
Di notevole interesse sono poi le implicazioni culturali dei legami
transnazionali. Secondo Appadurai, uno dei più noti teorici della
globalizzazione come processo culturale, le immagini, i testi, i modelli, le
narrative che passano attraverso la mass-mediatizzazione, fanno la differenza
tra le migrazioni di oggi e quelle del passato. I migranti attuali e potenziali,
cosi come i non-migranti, raramente formulano i loro progetti al di fuori della
sfera della comunicazione radiotelevisiva, dello scambio di cassette e
videoregistrazioni, delle informazioni fornite da giornali e colloqui
telefonici. Per i migranti, sia la scelta di adattamento al nuovo contesto, sia
l’aspirazione a trasferirsi o a ritornare nei luoghi di origine, “sono
profondamente influenzati da un immaginario mass-mediatico che di frequente
trascende lo spazio nazionale” (1996: 6). I media possono inoltre contribuire a
plasmare delle “comunità di sentimento”, ossia gruppi che “cominciano a
immaginare e a sentire delle cose insieme” (ibid.: 8), vivendo delle esperienze
collettive malgrado le distanze. Gruppi del genere sono infatti spesso
transnazionali, e operano frequentemente oltre i confini nazionali. Più
ampiamente, la “deterritorializzazione” di un numero crescente di persone crea
nuovi mercati per quel settore della produzione mediatica, artistica e culturale
che prospera grazie al bisogno, da parte degli individui espatriati, di
mantenere dei contatti con la madrepatria. Si tratta naturalmente di “patrie
inventate”, che possono fornire risorse di identificazione ai gruppi
deterritorializzati, fino al punto di fornire materiali ai conflitti etnici, in
relazione all’idea secondo cui le biografie delle persone ordinarie sono
costruzioni in cui l’immaginazione svolge un ruolo importante (ibidem: 54). Il
rimando ad un ethnoscape, come lo definisce Appadurai, un mondo di riferimenti
“etnici” immaginato dalle popolazioni in movimento, avviene peraltro in un
contesto di pratiche di contaminazione e ibridazione tra culture diverse,
consapevoli o meno, tanto da indurre questo e altri autori a teorizzare un
indebolimento delle identità nazionali e la tendenziale formazione di una
economia culturale “globale”.
Faist (2000: 197) ha parlato in proposito di “comunità senza prossimità” (communities
without propinquity), che danno vita negli spazi transnazionali a processi
di adattamento caratterizzati da fluidità e sincretismo. Ricorrendo a un
linguaggio metaforico, se le visioni assimilazionistiche descrivevano
l’immigrato come “sradicato”, e quelle improntate al multiculturalismo lo hanno
considerato “trapiantato”, ora il transnazionalismo propone l’immagine dei
migranti come “traslati”, impegnati in un continuo lavoro di “traduzione” di
linguaggi, culture, norme, legami sociali e simbolici. In altri termini, i
migranti transnazionali forgiano senso di identità e appartenenze comunitarie
non più a partire da una perdita, e neppure da una replica del passato, bensì
come qualcosa che è allo stesso tempo nuovo e familiare, un bricolage composto
di elementi tratti sia dal paese di origine sia da quello di insediamento (Kivisto,
2001, con riferimento a Faist, 1998).
Levitt (2005) ha richiamato l’attenzione sui processi culturali attraverso i
quali viene interpretata, rinegoziata, talvolta ricreata l’identità dei gruppi
sociali in emigrazione. Repertori culturali e pratiche sociali, sia della terra
di origine sia del paese di accoglienza, vengono rielaborati e contaminati per
costruire nuove identità e stabilire confini di gruppo più o meno rigidi o
permeabili. Per esempio l’identità islamica degli immigrati pakistani istruiti e
ben inseriti professionalmente negli Stati Uniti, deve essere riplasmata per
adeguarsi ai codici socioculturali americani e ai vincoli del nuovo contesto di
vita, come il poco tempo per la preghiera quotidiana. Ne risultano identità
culturali multi-stratificate, basate sull’“appropriazione selettiva” di
ingredienti derivanti dal Pakistan, dall’America, dall’Islam, a loro volta
modellati dai fattori istituzionali di contesto (ibid.: 56). Oppure le
obbligazioni familiari, di devozione verso i genitori, continuano ad essere
avvertite come doverose dagli immigrati indiani provenienti dallo stato del
Gujarat (come da tanti altri immigrati provenienti da società tradizionali), ma
sono soggette ad una riscrittura delle regole di comportamento: devono essere
mediate con il fatto che il parere dei genitori, nel nuovo contesto, è meno
competente, o che le nuore, lavorando, hanno meno tempo a disposizione per
pensare a loro. Così gli equilibri di potere vengono rinegoziati, con una
crescita del peso delle donne e una diminuzione dell’influenza dei genitori.
Le stesse istituzioni religiose, che custodiscono e tramandano l’identità
culturale dei migranti, diventano transnazionali, continuando a coltivare i
legami con la madrepatria e collegando membri dispersi nel mondo; beneficiano in
vari casi di un aumento della religiosità degli immigrati, proiettati in
contesti alieni; ma nello stesso tempo si trovano nella necessità di ridefinire
diritti e responsabilità degli affiliati, per adattarsi alle domande che
scaturiscono dalla nuova vita di quanti si sono trasferiti in una terra
straniera.
5. Spunti e frammenti di
transnazionalismo: gli immigrati latinoamericani a Genova
Veniamo ora a qualche applicazione del dibattito al caso genovese. La
questione è particolarmente suggestiva, se si richiama il fatto che il concetto
di transnazionalismo è stato sviluppato nell’ambito dello studio delle pratiche
sociali e delle forme di integrazione degli immigrati latinoamericani insediati
negli Stati Uniti. L’importanza di Genova come polo italiano ed europeo
dell’immigrazione latina sollecita a riflettere sulla possibilità di ricorrere
alla medesima prospettiva, o ad elementi di essa, per discutere dell’esperienza
genovese. La recente pubblicazione degli atti del convegno internazionale “I
latinos alla scoperta dell’Europa”, a cui il nostro Centro Studi ha
attivamente preso parte, offre alcuni spunti in proposito (Ambrosini e Queirolo
Palmas, 2005).
Va anzitutto notato che nel contesto europeo, la lontananza dai punti di
partenza rende più costoso, anche con i mezzi di oggi, e quindi problematico il
mantenimento di intensi legami e interessi radicati nella madrepatria. Questo
equivale ad affermare che i latinos di Genova (e forse più in generale
d’Italia e d’Europa) sono raramente dei transmigranti, nel senso forte che il
termine ha assunto in letteratura.
In compenso è possibile cogliere lo sviluppo di legami e pratiche
transnazionali, che possiamo a questo punto inquadrare nell’ambito del dibattito
in precedenza richiamato:
- il primo e più semplice è rappresentato, anche nel caso genovese, dalle
rimesse, che esprimono il mantenimento di un obbligo morale a provvedere alle
necessità della famiglia lasciata alle spalle e una volontà di investire le
proprie risorse nei luoghi d’origine: un fenomeno tipico, già peraltro osservato
molte volte nella storia delle migrazioni, è la costruzione di una bella casa in
patria; lo sviluppo delle agenzie di money transfer a Genova, in assenza
di dati più precisi, è un indicatore sufficientemente chiaro dell’importanza
assunta dal business delle rimesse, di cui l’America Latina è senz’altro nel
contesto genovese la destinazione più rilevante;
- l’invio di rimesse assume caratteri ancora più strutturati, regolari e
obbliganti quando si tratta di madri che devono farsi carico dei figli che
rimangono in patria, affidati a nonne, zie, sorelle maggiori, o talvolta anche a
donne salariate. Il fenomeno delle rimesse si lega dunque con quello delle
cosiddette “famiglie transnazionali”, i cui componenti si trovano dispersi
attraverso i confini nazionali, con il loro carico di tensione e sofferenza
affettiva. Le donne latinoamericane trapiantate a Genova e occupate in attività
di cura sono sovente tuttora impegnate nello sforzo di gestire a distanza il
proprio ruolo materno: il flusso di telefonate, messaggi di posta elettronica,
di cassette video e audioregistrate, di doni materiali, sarebbero da studiare in
profondità come espressioni dei tentativi di fronteggiare l’ardua sfida della
maternità a distanza;
- il ricongiungimento familiare è stato peraltro portato a termine in tempi
relativamente brevi, grazie anche alle sanatorie, da molte donne
latinoamericane, come via d’uscita dalle angustie della genitorialità
transnazionale: esito della forza dei legami che nonostante tutto connettono le
protagoniste con i familiari lasciati in patria, e segnatamente con i figli,
quando si realizza è anche condizione che favorisce l’allentamento dei legami
con il paese d’origine, tipicamente attraverso il rallentamento dell’invio di
rimesse e dei viaggi di ritorno;
- il settore ricreativo e dei consumi culturali, altro versante, come si è
visto, in cui si articola la prospettiva transnazionalista, è invece un ambito
in cui i rapporti tra le due sponde del movimento migratorio tendono a
rafforzarsi con la stabilizzazione degli immigrati. Sorgono iniziative
imprenditoriali, si sviluppano luoghi e occasioni di aggregazione, emergono
operatori e figure professionali dedicate, dai giornalisti della stampa e delle
trasmissioni in lingua spagnola, ai musicisti, agli organizzatori di spettacoli,
feste e scuole di ballo. I consumi culturali svolgono così la duplice funzione
di opportunità per il ritrovamento o la ricreazione di un’identità culturale più
o meno definita, nonché di tramite per l’interazione e lo scambio con la
popolazione autoctona, attratta dalla “moda” latinoamericana;
- un ambito in cui si assiste a fenomeni molto evidenti di elaborazione di
identità socioculturali transnazionali è quello delle cosiddette “bande” di
giovani latinoamericani: nomi come quello di “Latin King”, origini di
aggregazioni come questa (nata a New York), diffusione internazionale,
ripetizione di simboli, codici linguistici, pratiche sociali simili a quelli
delle formazioni giovanili delle minoranze dei quartieri difficili nelle città
nordamericane, rendono il fenomeno un campo molto significativo di commistioni
culturali che non si limitano alla bipolarità tra luogo di origine e luogo di
insediamento, ma suggeriscono una trama di relazioni multipolare che si avvicina
all’idea di una “diaspora” latina: dispersa in luoghi diversi del mondo, volta
alla ricerca delle vie per uscire da una condizione di discriminazione e
inferiorità, tesa a riaffermare una propria identità culturale, inalberando con
orgoglio un’appartenenza considerata come uno stigma dalle maggioranze
autoctone. Parimenti multipolare è la sfida di incanalare nell’ambito della
legalità e dell’azione costruttiva un insieme di esperienze che rischiano
altrimenti di essere coinvolte in un circolo vizioso di devianza e
criminalizzazione (Queirolo Palmas, 2006).
Concludendo: l’etichetta di “transmigranti” si applica con difficoltà ai
latinoamericani insediati a Genova (ma lo stesso problema si pone anche in
America: al riscontro empirico, solo piccoli numeri di migranti conducono
effettivamente una vita transnazionale: Portes, 2003). In compenso invece si
possono riscontrare diffusamente elementi o pratiche transnazionali, benché
cangianti nel tempo e nel corso dell’esperienza biografica: una madre che deve
accudire a distanza figli lasciati in patria sviluppa pratiche transnazionali
ben diverse da quelle di un adolescente latino che a Genova entra a far parte di
un’aggregazione come quella dei “Latin King”. Contestabile per carenza di
riscontri empirici nella sua versione “forte”, certamente non nuovo per via
della ricorrenza di pratiche di connessione tra i due poli delle migrazioni
anche nel passato, il concetto di transnazionalismo offre in ogni caso una nuova
prospettiva e una nuova sensibilità per indagare alcuni degli aspetti più
significativi delle nuove migrazioni internazionali.
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