Il tesoro di Perinaldo
Un'indagine del commissario Scichilone
 
di Roberto Negro
 

dal libro

Ventimiglia - Estate 2003


Il sole era una palla infuocata che arroventava il ferragosto di un’estate arida.
L’ultimo temporale risaliva a maggio, piovoso come non lo era mai stato negli ultimi cinquant’anni.
Per tutto il mese il cielo era stato un alternarsi di nuvole grigie dalle varie sfumature, con scrosci d’acqua improvvisi e copiosi.
Gli ombrelloni degli stabilimenti balneari erano rimasti desolatamente chiusi ed i turisti tedeschi avevano disertato la Costa Azzurra preferendole la più soleggiata iberica Costa del Sol.
Poi magicamente, il primo giugno, dopo una notte di vento che aveva battuto la costa ed ululato nelle strette valli che dal mare risalgono verso le Alpi Marittime, l’alba si era presentata con un cielo azzurro e limpido.
Sul filo dell’orizzonte si ammirava il profilo nervoso delle alture corse, nette come il tratto di un grafico.
Il mare, blu cobalto, sfumava in verde smeraldo quando, avvicinandosi a riva, si arrotava frangendo sui ciottoli di strette spiagge o sugli scogli dei moli che proteggevano piccole baie.
“Minchia, che caldo!”.
Il commissario Scichilone era seduto da un paio d’ore sul molo della Margunaira.
Il capo, liscio come una palla da biliardo, rifletteva i raggi di quel sole implacabile ed ormai aveva assunto un color porpora.
Rivoli di sudore scendevano lungo la mascella quadrata, sfiorando labbra carnose che nascondevano denti larghi e distanti tra loro. Il collo, corto e taurino, sormontava un corpo tarchiato che gli conferiva l’aspetto di un lottatore.
Siciliano, originario di Palermo, da sei anni dirigeva il commissariato di Ventimiglia.
Lui in Riviera non ci voleva venire, ma il Ministero lo aveva inviato nell’ultimo posto di polizia d’Italia.
“Beh, dipende da dove lo si considera. Dottore: se lei entra in Italia, proveniente dalla Francia, è sicuramente il primo”, aveva replicato l’ispettore Capurro, suo stretto collaboratore e tecnico della polizia scientifica.
Aveva scelto quella professione contro la volontà del padre.
Avvocato di punta del foro di Palermo, lo voleva nel suo studio per lasciargli il testimone.
“Papà, voglio fare il poliziotto, non mi interessa difendere i delinquenti. Mi piace la giustizia, ma non quella ipocrita dei penalisti. Io, se potessi, i tuoi clienti li sbatterei tutti in galera!”.
Quell’affermazione pregiudicò ogni relazione con il genitore.
Lui aveva partecipato al concorso pubblico per accedere all’Istituto superiore di polizia e, vintolo, dopo nove mesi era stato nominato commissario.
A Ventimiglia era giunto in compagnia della moglie Maria Assunta. Bellezza mediterranea: i capelli corvini sciolti sulle spalle, gli occhi neri penetranti, il naso dalla curva delicata e le labbra carnose. Fisicamente minuta, con seni prorompenti, esibiva generose scollature.
Era piaciuta subito a tutti, specie agli uomini.
“Quando esci ti devi conciare. Non mi piace che gli altri possano godere della tua generosità. Mi hai capito?”.
“Geloso?”.
“Non si tratta di gelosia. Tu sei la moglie del dirigente del commissariato e quindi ti devi dare un contegno. È solo questione di rispetto. Per me, s’intende”.
“Senti quello che parla di rispetto. Tu, quando hai deciso di venire in questo posto, hai chiesto il mio parere? Hai forse rispettato le mie esigenze? No, te ne sei infischiato, e io da brava moglie ti ho seguito, muta e rassegnata”.
“Lo sai benissimo che non avevo alternative”.
“Bravo, alternative. È la parola che forse non fa al caso tuo, ma al mio sì. Io le alternative le ho, eccome”.
“Che vorresti dire?”.
“Che posso scegliere se stare qui o ritornare a Palermo. Il mio mondo non può e non deve limitarsi al tuo. Guardami: sono giovane, bella, intelligente, ricca, grazie ai miei genitori. Quindi, vedi, ho le alternative. A volte mi rendo conto che la mia vita sta scivolando via senza che la possa vivere a fondo. Tutto questo perché? Per seguire i tuoi ideali? Non li sento miei, mi dispiace!”.
Era stata l’ennesima discussione. La gelosia per le scollature era solo un pretesto e Scichilone lo sapeva.
Lei aveva preso il primo treno per Roma.
Lui, rimasto a lungo sulla banchina della stazione di Ventimiglia, fissava la curva dietro la quale era sparita la coda dell’ultimo vagone. Sperava che il macchinista inserisse l’indietro tutta ed in una sorta di rewind poter rivivere la storia con Maria Assunta.
Le donne: strani animali.
Lui: vittima sacrificale di mantidi religiose.
Si faceva sedurre difficilmente, ma quando decideva di lasciarsi andare si immolava totalmente alla causa. In una sorta di masochismo si era offerto quale pasto alle sue donne, poche (tre), che lo avevano distrutto psicologicamente nutrendosi delle sue energie.
Ogni volta che viveva una storia d’amore ingrassava nei momenti di grazia, mentre dimagriva, stile campo di concentramento, quando tutto finiva.
Dopo Maria Assunta, nessuna.
Forse il ricordo era troppo fresco.
No: il suo problema era che l’amava ancora.
Ora, con la canna da pesca tra le mani, osservava distrattamente il lento scarroccio del galleggiante.
Dall’orecchio destro pendeva un sottile cavo nero che, seguendo il profilo del collo, si inseriva sotto la canottiera bianca per raggiungere una ricetrasmittente celata nella tasca del costume, a pantaloncino, dalla tinta improponibile.
“Certo, dottore, che il costume doveva comprarlo proprio fucsia?”.
“Capurro, non ci scassare la minchia! Un costume ho chiesto e quella mi ha detto: ‘A pantaloncino, a mutandina o a perizoma?’. Mi ci vedi con il perizoma? Dove minchia la nascondevo la radio? A pantaloncino, le ho detto. Quella mi guarda e mi chiede: ‘La taglia?’. Peppino, e che ne capisco io di taglia! Mah, non saprei, dico io. Quella mi osserva la patta dei pantaloni e mi fa: ‘Si giri’. Anche il sedere ha voluto guardare. Poi è sparita ed è tornata con in mano ’sti pantaloncini. ‘Mi dispiace’, mi dice, ‘ma della sua taglia è rimasto solo questo colore’. Peppino, è un colore da ricchione, lo so, ma che dovevo fare? Prendere o lasciare. Dovevo far saltare l’appostamento per un costume?”.
Scichilone lo voleva prendere in flagranza.
Erano ormai tre le denunce da parte di donne che lamentavano la performance di un giovane titillatore sul sentiero che collegava la Marina alla spiaggia delle Calandre.
Una sottile striscia di terra, dopo aver abbandonato il porto dei pescatori di Ventimiglia, si insinuava come una ferita sul fianco del pendio dove la città alta aveva trovato la sua collocazione.
Seguendo l’andamento sinuoso delle piccole insenature, attraversava macchie di ginestre selvatiche, agavi, pini marittimi, timo, e rosmarino. Sotto, il colore del mare era di un blu cristallino. Un grande acquario in cui sgombri ed acciughe nuotavano rapidi, sfiorando smarriti saraghi le cui squame vibravano d’argento se accarezzate dai raggi del sole.
A metà del percorso, su un tratto pianeggiante, una serie di pini marittimi offriva la giusta occasione per una sosta.
L’ombra era accogliente, specie se la brezza soffiava, dolce, da ponente.
Proprio in quel punto il maniaco colpiva.
Sui trent’anni, snello, statura media, carnagione chiara. Nessun altro dettaglio.
In realtà uno era stato indicato: pene piccolo.
Il particolare sul quale, inevitabilmente, tutte le vittime avevano concordato, dal momento che la loro attenzione veniva forzatamente attratta dall’esibizione dell’uomo.
I giornalisti avevano enfatizzato: “Maniaco in azione a Ventimiglia: tre donne rischiano di essere violentate da uno sconosciuto. È caccia all’uomo”.
“Violentate! Una sega. Lo stronzo si è fatto una sega, Capurro!”, aveva commentato il commissario Scichilone leggendo la cronaca del quotidiano locale.
“Dobbiamo prenderlo prima che succeda veramente qualcosa di grave”.
“Potremmo mandare un paio di colleghe in costume da bagno, quali agenti provocatori”.
“No, Peppino, direi che è meglio un bell’appostamento tradizionale. In fondo ha colpito sempre nello stesso posto, alla pineta. Dunque, noi mettiamo un paio dei nostri dentro la pineta, poi un paio alle Calandre, sulla spiaggia, ed altri due all’imbocco del sentiero. Se copriamo la zona lo becchiamo di sicuro”.
Così era stato programmato.
Da due ore tutti gli uomini erano in allerta e Scichilone era ormai al limite della sopportazione.
“Dottore da falco uno”.
“Avanti falco uno”.
“Forse ci siamo. È arrivato un tipo che corrisponde alla descrizione: trent’anni circa, snello. Indossa solo il costume da bagno. In questo momento sta guardando verso la Marina”.
“Bene. Non perdetelo di vista”.
Mentre Scichilone chiudeva la comunicazione due ragazze, vestite solo di un pareo, stavano imboccando il sentiero.
“Falco uno e tutte le unità operative da dirigente. Attenzione, due prede in arrivo. Stato di massima allerta”.
“Dottore, il sospetto le ha inquadrate. Si sta agitando”.
Il giovane non perdeva di vista per un solo istante le due ragazze. Guardatosi rapidamente intorno, non vedendo nessuno, si era posizionato al centro della pineta, a ridosso di una curva.
Poco dopo erano comparse le due donne.
L’effetto del sole e la salita avevano favorito la sudorazione. La pelle, bronzea, luccicava mentre un leggero velo d’acqua compensava il surriscaldamento dell’epidermide.
Pur non essendocene bisogno, l’effetto bagnato rendeva ancora più seducenti le ragazze. I parei multicolori si erano appiccicati alla pelle lasciando trasparire i seni e la corona rosa dei capezzoli. L’incedere era caratterizzato dal movimento delle gambe, flessuose, che apparivano e scomparivano nell’apertura dell’indumento.
Superata la curva si erano trovate davanti il giovane che repentinamente, calatosi il costume, aveva cominciato a masturbarsi.
“Belle, siete belle. Che ne dite se adesso facciamo l’amore?”.
Il movimento della mano era rapido e lo sguardo allucinato, fisso sui corpi sudati.
Le ragazze si erano bloccate, colte dallo stupore.
Come uno squadrone di cavalleria che arriva in soccorso dei coloni accerchiati dagli indiani, gli agenti Rispoli e Sciancalepore si erano catapultati sul sentiero ed invece di suonare la carica avevano urlato: “Fermo, polizia!”.
Il giovane, interrotto il gesto, incurante del costume a mezza coscia, cercava una via di fuga.
Di fronte le ragazze, dietro la polizia, aveva optato per il salto dalla scogliera.
“Cazzo, ma che fai?”.
Il grido di Rispoli era stato inutile. L’uomo, lanciatosi nel vuoto, era piombato in acqua da una ventina metri di altezza.
“Capo da falco uno”.
“Avanti falco uno”.
“Dottore, lo stronzo ha colpito e poi si è buttato in mare”.
“In mare?”.
“Sì, confermo”.
“E voi che aspettate? Inseguitelo”.
“Mi scusi, ma non sappiamo nuotare”.
Scichilone, rimasto attonito, osservava la muta custodia della radio.
“Minchia, non sanno nuotare!”.
Si era alzato di scatto ed aveva gettato la canna da pesca, per percorrere di corsa il molo ed arrivare alla spiaggia.
Due ragazzi stavano armeggiando intorno ad un pedalò accingendosi a portarlo in acqua.
Il commissario, ad ampie falcate, aveva raggiunto i due bagnanti.
“È un’emergenza: polizia. Mi serve il pedalò”.
Senza dare spazio a repliche, si era impossessato del piccolo natante, spingendo forte sui pedali in direzione pineta.
Dopo una serie di slalom tra le teste di alcuni turisti in ammollo, il commissario aveva preso il mare aperto.
Navigava lungo la scogliera seguendo a vista l’ispettore Capurro che, con uno sforzo sovrumano, lanciava i suoi centodieci chili sul sentiero.
Il subalterno soffiava come un mantice mentre fiumi di sudore gli scorrevano ovunque.
L’azzurro della camicia, sbiadito dalle innumerevoli lavatrici, si era trasformato in blu cobalto. Il viso, normalmente giallo epatite, aveva assunto un colore rosso fuoco.
“Mo’ schiatta”.
Le parole di Scichilone sembrava avessero avuto l’effetto di un monito. L’ispettore aveva improvvisamente rallentato sino a fermarsi: le mani ai fianchi, la schiena piegata in avanti ed un fiotto di vomito era esploso accompagnato da conati rumorosi.
“L’avevo detto”.
Il commissario continuava a mulinare le gambe a ottanta pedalate al minuto.
L’acido lattico si stava accumulando nei polpacci: gli sembrava che un cane, anzi una muta intera, lo stesse azzannando.
“Minchia, che male”.
Quando ormai era allo stremo delle forze, aveva notato a trenta metri da lui un nuotatore che sembrava volesse frullare l’acqua tanto si sbracciava e scalciava.
Dall’alto l’agente Rispoli attirava la sua attenzione.
“Dottore, dottore, è lui!”.
L’urlo dell’agente vinceva il fragore dell’onda che si frangeva trasformandosi in spumosa schiuma bianca contro la roccia di arenaria che formava la scogliera.
“Quale? Quello che nuota?”.
“Sì, sì. È lui!”.
“Arruso fermati, polizia!”.
Scichilone si era erto in equilibrio instabile sul pedalò.
“Minchia, ti ho detto di fermarti! Dove credi di andare?”.
Ormai l’imbarcazione era accanto al nuotatore che imperterrito continuava nell’azione come se non si fosse accorto di nulla.
Il commissario, allora, lo aveva afferrato per i capelli.
“Pezzo di cornuto, fai finta di non sentirmi?”.
Il pedalò aveva cominciato a dondolare pericolosamente mentre Scichilone cercava di avere ragione dell’uomo.
Un’onda più grossa aveva dato l’ennesimo, robusto scrollone, ed il commissario era volato in acqua, aggrappato ai capelli del nuotatore.
In un turbinio di bollicine i due erano precipitati a meno tre metri.
La presa del poliziotto era ferrea tanto da rendere inutili gli scomposti tentativi di fuga del suo avversario.
Con una spinta delle gambe Scichilone era risalito in superficie, portandosi dietro la preda.
Come in un’operazione di salvataggio, gli aveva assestato un poderoso pugno alla mandibola facendogli perdere i sensi.
Poi, passatogli un braccio intorno alla testa, lo aveva trascinato al pedalò.
Mentre lo issava a bordo l’uomo aveva ripreso conoscenza.
“Ti avevo detto di fer… minchia! Sparamaneghi!”.
Scichilone osservava sorpreso il viso del fermato.
“Dovevo immaginarlo che dietro il ‘pericoloso maniaco’ si celava un segaiolo professionista come te”.
“Ma che sta dicendo, commissario? Quale pericoloso maniaco?”.
Il poliziotto aveva alzato una mano minacciando di colpirlo.
“Stai zitto, per favore. Grazie a te sono diventato lo zimbello di Ventimiglia. Le tue esibizioni sono diventate così famose da meritare le prime pagine dei giornali, fetuso, cornuto e rotto in culo che non sei altro”.
Ignazio Castrovillari, detto Sparamaneghi per la particolare tendenza alla titillazione: un viso infantile, imberbe come il sedere di un neonato, occhi vicini e strabici, naso affilato come la lama di un coltello, denti da castoro, le spalle leggermente curve e le mani perennemente sudate.
Ora giaceva, bocconi, sul fondo del pedalò, con la pressione sul collo del piede destro di Scichilone.
Una piccola folla di curiosi si era radunata sulla battigia.
“E questi che caspita vogliono? Capurro falli sgombrare, che non c’è niente da vedere”.
L’ispettore, sudato come fosse uscito da una sauna, con la camicia incollata alla pelle aspettava il commissario in compagnia del sovrintendente Sciancalepore e dell’agente Rispoli.
“Che bella figura di merda abbiamo collezionato oggi. Ancora un po’ e ci scappava, ’sta primula rossa”.
Scichilone, ustionato come un hot dog, si era rivolto furente ai suoi collaboratori, mentre il pedalò scivolava stridendo sulla ghiaia del bagnasciuga.
“Minchia, abitate al mare e non sapete nuotare? Non ci posso credere!”.
“Veramente, dottore…”, aveva azzardato Rispoli.
“Stai zitto, Rispoli, non esistono ma che tengono. Per prendere Sparamaneghi mi sono dovuto vestire come una checca, fare il pirla per ore su uno scoglio con una canna senza esca, pedalare come Bartali, lottare in mare rischiando di annegare... e tutto questo perché? Perché voi non sapete nuotare! Lascia perdere, Rispoli!”.


Torna indietro