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Storia, arte e
fede nel
Tigullio Mariano
di Francesco Baratta | Andrea Lavaggi
Introduzioni
Sulla scia del buon gradimento riservato al volume pubblicato
lo scorso anno –
Le radici cristiane della Liguria orientale, per i tipi dell’Editore
Fratelli Frilli di Genova – trovo la spinta per proporre, ora, questo libro
Tigullio Mariano, in cui sono indagati i ventuno santuari esistenti sul
territorio e il suo entroterra, con le loro storie e con le rispettive peculiari
connotazioni attinenti alla fede che ne ha generato la realizzazione e la
conservazione nel tempo e con una particolare e scrupolosa annotazione del
patrimonio artistico in essi contenuto. Tutto questo nell’intento di cogliere
stavolta la radice della devozione mariana in Liguria e, nello specifico, in
questo territorio diocesano di Chiavari.
È un percorso fatto in compagnia di due meravigliosi compagni di viaggio: Andrea
Lavaggi, giovane e appassionato storico d’arte, e Giampiero Barbieri, esperto
nell’arte fotografica con cui condivido, ormai da lungo tempo, la piacevole
fatica della ricerca e il profondo desiderio di trascrivere, a tema, il
patrimonio storico-culturale della nostra terra di Liguria, con l’intento di
darvi ordine e senso, nonché piacevole divulgazione per le nuove generazioni.
***
La Liguria è ricca di santuari, dedicati,
in gran parte, alla devozione e al culto della Madonna.
Essi sono sorti, nel corso dei secoli, nei luoghi in cui gli uomini hanno
avvertito e invocato la presenza della Madonna e riposto in Lei la loro
speranza.
Preziosa testimonianza quindi della fede e della vita quotidiana dei liguri, i
santuari, collocati come in un diadema lungo l’intero arco della regione, sono
vanto prezioso di questa terra, anche per la tradizione mariana e per l’immenso
patrimonio delle opere d’arte in essi contenute, nonché per l’incantevole
bellezza dei paesaggi in cui sorgono.
Quale più opportuno richiamo a ripercorrere le strade della storia, dell’arte e
della fede di tutti i santuari, nel 450° anniversario dell’apparizione della
Vergine, avvenuta venerdì 2 luglio 1557 sul monte Leto, poi chiamato «Monte
Allegro»? Su tale monte, dopo l’apparizione venne costruito il Santuario di
Nostra Signora di Montallegro, dove da quattro secoli e mezzo si venera la
presenza della Madonna, custodendo una piccola icona lignea greco-bizantina
raffigurante la Dormitio Virginis, con alle spalle tre figure che
vogliono rappresentare la Trinità.
Questa storia arricchita da annotazioni della forte devozione mariana della
gente di Rapallo e del Tigullio è ora raccontata nel libro che comprende altre
venti storie d’altrettanti scrigni di fede e d’arte.
Tale devozione può essere così articolata: devozione mariana familiare,
dove si è debitori della devozione dei propri genitori – ricordo, da ragazzo,
l’annuale devoto pellegrinaggio al Santuario di Montallegro; devozione
concreta: Papa Giovanni, essendo ospite in Francia dell’Abbazia di En Calcat,
al termine del primo giorno, chiese all’abate una lucerna. Alla domanda
dell’abate a quale uso gli servisse, rispose che voleva, con quella, perlustrare
l’abbazia per vedere se gli riusciva di trovare una statua della Madonna;
devozione popolare: Papa Giovanni Paolo II condivideva le tradizioni di
religiosità popolare in onore della Madonna, le feste, le processioni, i
pellegrinaggi quali espressione di religiosità delle generazioni che ci hanno
preceduto; devozione quotidiana, come quella di Don Nando, non legata
solo alle grandi celebrazioni o alle occasioni straordinarie, ma che in ogni
giorno trovava la sua espressione nella recita del Rosario, assegnando ad ogni
decina una particolare intenzione di preghiera; devozione sobria,
costante dei nostri padri e madri attorno al focolare domestico.
***
Mi pare opportuno con questa introduzione
fare una carrellata dei 21 santuari, focalizzando l’attenzione su alcune
«categorie» così individuate: apparizioni della Madonna, ritrovamenti miracolosi
d’immagini della Madonna, eventi miracolosi legati al santuario, la protezione
della Madonna.
In base al modo in cui si affermò la devozione e nacque il luogo di culto, i
santuari della diocesi di Chiavari possono essere infatti raggruppati in diverse
categorie. I santuari di Nostra Signora dell’Orto a Chiavari, di Nostra Signora
di Montallegro a Rapallo e di Nostra Signora del Bosco a Pànnesi vennero
costruiti per adempiere alla volontà della Madonna apparsa a persone semplici:
al chiavarese Sebastiano Descalzo il mattino del 2 luglio 1610, nei pressi
dell’«orto» ove era stata collocata alla fine del Quattrocento, in una nicchia,
la venerata immagine della Madonna con Bambino; a Giovanni Chichizola, un
contadino abitante nel paese di Canevale, frazione di Coreglia Ligure, il 2
luglio del 1557, al quale la tradizione vuole che la Madonna avesse lasciato
l’icona della Dormitio Virginis – oggi collocata sull’altare maggiore del
santuario rapallese – quale testimonianza dell’evento miracoloso; al giovane
pastore sordomuto Felice Olcese che stava raccogliendo funghi tra i cespugli, al
quale la Madonna, dopo avergli donato la parola, indicò con un ramoscello di
quercia le dimensioni del futuro tempio e il luogo dove doveva essere costruito.
Un’altra apparizione della Madonna, questa volta ad una ragazza sordomuta
appartenente alla famiglia Vietti, fu all’origine anche dell’edificazione della
cappella su cui poi fu eretto il santuario di Nostra Signora della Misericordia
a Missano; secondo la tradizione la giovane, per essere creduta, avrebbe divelto
un ramo di melo e ne avrebbe chiesta e ottenuta la fioritura in pieno inverno.
I santuari di Nostra Signora dell’Olivo a Bacezza e di Nostra Signora della
Lettera a Santa Margherita Ligure sono invece sorti in seguito al miracoloso
ritrovamento di un’immagine della Madonna, mentre il santuario di Nostra Signora
delle Grazie è nato dalla devozione per un’icona portata da lontano.
Secondo la tradizione, l’origine della devozione a Bacezza risale ad un periodo
anteriore al Mille, quando venne trovato su di un olivo un quadro della
Madonna con il Bambino; le fonti locali raccontano come la statua lignea
della Madonna della Lettera – così chiamata perché con la mano destra
tiene aperto un foglio in atto di porgerlo ai fedeli – sia stata trovata nei
pressi della baia di Corte, il 20 giugno 1783, da Giuseppe Boccardo e da tre
suoi marinai della parrocchia genovese di San Giovanni di Prè. Anche l’origine
del santuario delle Grazie è affidata alla tradizione: si narra infatti che un
comandante di nave, trovandosi nelle Fiandre, fu attratto da una statua
raffigurante una Madonna con Bambino ma che, distolto dagli affari,
avesse dimenticato di comprarla; il giorno della partenza, malgrado il mare
calmo e i venti favorevoli, la nave non si mosse; il comandante si ricordò
allora della Madonna e corse ad acquistarla, dopodiché partì senza
difficoltà; la nave, giunta nel tratto di mare compreso tra Zoagli e Chiavari si
fermò nuovamente: solo dopo aver sbarcato la statua sulla scogliera e averla
lasciata alla venerazione dei fedeli la navigazione poté essere ripresa.
I santuari di Nostra Signora della Rosa a Santa Margherita Ligure e di Nostra
Signora dei Miracoli a Cicagna sono nati in conseguenza di fatti straordinari
verificatisi intorno a un’immagine sacra. Alla devozione per la Madonna della
Rosa è collegata la leggenda del prodigioso ritrovamento avvenuto il 9 maggio
del 1672: mentre si stava demolendo l’antica chiesa, sotto l’altare della
cappella di Nostra Signora del Rosario venne scoperta una grande anfora piena
d’acqua limpida e profumata, alla quale gli abitanti del borgo attribuirono
poteri miracolosi. La devozione per la Madonna dei Miracoli pare sia «nata» il
15 settembre 1537 in seguito a un evento prodigioso avvenuto nell’antica chiesa,
dove era venerata una statua lignea della Madonna del Rosario, tarlata e
scolorita; all’improvviso, mentre veniva celebrata la messa, l’immagine si
trasfigurò, le tinte si ravvivarono e alcuni rami di giglio deposti da lungo
tempo in un vaso accanto alla statua sull’altare ripresero a fiorire.
Un evento miracoloso è all’origine anche della secentesca chiesa di San Vincenzo
di Favale di Màlvaro, dal 2003 santuario di Nostra Signora del Rosario: secondo
una curiosa leggenda, la sua attuale collocazione fu «voluta» da uno stormo di
rondini che trasportò i granelli di sabbia per la costruzione, già preparati in
un’altra località, sul luogo di una vecchia cappella «costringendo» gli abitanti
a edificare là, a solis ortu, avendo essi interpretato l’accaduto come un
segno divino.
Il santuario di Nostra Signora del Ponte a Lavagna è un esempio di devozione che
nasce spontanea attorno a un’immagine da tempo venerata in loco.
I santuari di Nostra Signora del Carmine a Lavagna e a Nozarego, e di Nostra
Signora del Soccorso a San Bartolomeo della Ginestra sono esempi di culto
introdotto e gestito da ordini religiosi, nei primi due casi per iniziativa dei
Carmelitani Scalzi provenienti da Genova – nel 1599 a Nozarego, nel 1619 a
Lavagna – nel terzo caso per iniziativa dei padri Gesuiti in missione.
L’esigenza di avere un santuario «domestico» dedicato alla Madonna dove
realizzare con più facilità l’aspirazione al pellegrinaggio e le devozioni
rituali che lo accompagnano hanno indotto la popolazione di alcune località a
costruire santuari intitolati allo stesso modo di luoghi di culto già
preesistenti: a spingerli in questo caso non è stato un evento straordinario, ma
una forte esigenza devozionale. Tra il XVII e il XVIII secolo sul monte Orsena,
sopra Rapallo, fu costruito un santuario dedicato alla Madonna di Caravaggio e
nel corso del XVIII secolo, su un’altura nei pressi del paese di Masso, in val
Petronio, il santuario di Nostra Signora di Loreto; nell’Ottocento sono stati
eretti i santuari di Gattorna, in val Fontanabuona, e di Velva, in val Petronio,
entrambi intitolati a Nostra Signora della Guardia e nati come filiazione del
più famoso santuario situato sul monte Figogna, in val Polcevera. Alla Madonna
della Guardia è dedicato anche il santuario di San Martino del Monte, in val
Fontanabuona.
La dedicazione del santuario della Madonnina del Grappa, a Sestri Levante, trae
la sua origine dalla statua della Madonna Ausiliatrice collocata sul
monte Grappa, in Veneto, nel 1901, mentre il santuario situato sulle alture di
Zoagli, detto comunemente «La Madonnetta» e dedicato a Santa Maria «Causa Nostræ
Laetitiæ», è stato costruito nell’Ottocento per restituire al pubblico culto una
sacra icona donata alla comunità di San Pietro di Rovereto da un devoto
genovese.
F. B.
Preziosa testimonianza della fede e della vita quotidiana degli abitanti della
costa e dell’entroterra del Tigullio, i santuari della diocesi di Chiavari
meritano interesse non solo per la bellezza del paesaggio in cui sono stati
edificati, ma anche per il valore delle opere d’arte – arte colta, ma anche arte
di carattere devozionale, altrettanto significativa – in essi conservate.
La visita al santuario, in particolare per l’uomo del Medioevo, ma anche per
l’uomo dell’età moderna, è un mezzo di purificazione, di espiazione, una
metafora della vita, segnato da riti. Le arti figurative hanno sempre avuto una
funzione importantissima, fino a diventare esse stesse protagoniste, nel
coinvolgere e commuovere i fedeli, nel far meditare sui misteri, nel comunicare
le verità di fede. Una visita ai santuari e alle chiese del territorio della
diocesi di Chiavari non può che confermare l’enorme diffusione in ambito
cattolico di opere d’arte legate alla figura della Madonna, segno tangibile
della grande e sentita devozione per la Madre di Dio, devozione sorta già a
partire dal V secolo.
In considerazione di questa doppia valenza, storica e artistica, che ha da
sempre accompagnato questo percorso di fede, è sembrato opportuno arricchire il
volume, costituito per buona parte dai capitoli dedicati a ciascuno dei ventuno
santuari mariani della diocesi, con due distinti e specifici contributi dedicati
all’inquadramento storico («La devozione mariana in Liguria e nella diocesi di
Chiavari») e all’approfondimento artistico («La devozione mariana attraverso le
immagini. Arte nella diocesi di Chiavari») inerenti la devozione mariana sul
territorio. La lettura di questo libro vuole dunque essere un’occasione per
scoprire o approfondire i valori spirituali, culturali e artistici della nostra
terra, suscitando il desiderio di visitarne i santuari, che papa Paolo VI amava
definire «cliniche dello spirito».
Credo che a questo riguardo siano significative alcune parole di Giovanni
Descalzo scritte a proposito del santuario di Montallegro: «Se il Santuario è
deserto, ciò che accade di rado, aggirarci nell’unica navata tra il lusso degli
affreschi e l’addobbo vario degli “ex-voto” di cui le pareti sono tappezzate,
vuole dire scorrere con poco sforzo la storia della chiesa, meta dei pellegrini
che non solo domandarono un’ora di sosta serena lungi dalle lotte di ogni
giorno, ma un ausilio per superare dolori e angustie, non negato se la fede ha
saputo essere semplice e salda».2
È da diversi anni che mi occupo di storia, arte e tradizioni del territorio
ligure; l’opportunità di scrivere con Francesco Baratta questo Storia, arte e
fede nel Tigullio mariano mi ha fatto camminare sulle strade dei santuari
quasi come un antico pellegrino: il percorso di ricerca è diventato anche
percorso spirituale.
A. L.
Anni addietro chiesi ad un valente storico
locale, abile ricercatore di documenti anche inediti, che – bontà sua – mi
sottoponeva, per un consiglio, un suo interessante elaborato sulle vicende della
Chiesa nel Tigullio, chiesi dunque di individuare, a coronamento della sua
fatica, la «cultura» propria, se non esclusiva, della comunità cristiana di
questo territorio. Ci pensò e ne venne fuori una doviziosa raccolta di
benemerenze e gradi accademici, ampiamente riscontrabili nel clero chiavarese
almeno dalla fondazione della diocesi. Non aveva capito il mio quesito – che,
senza volerlo, risultò un tranello – e aveva fermato la sua attenzione sul
vocabolo richiesto però in senso intellettuale e scolastico, non nell’accezione
storica ed antropologica.
Gli è che la «cultura», l’humus della diocesi di Chiavari, nel verso
indicato, è sicuramente mariano.
Questo orientamento data almeno dal tempo del Concilio Tridentino ed ha la sua
espressione ufficiale e, per così dire, obbligante da quando, il 25 Marzo 1637,
la Serenissima Repubblica di Genova elesse la Madonna, di cui aveva sperimentato
nei secoli la speciale protezione, a sua Patrona, Signora e Regina (Patrona,
Domina ac Regina), coniando le monete con la sua effigie e la scritta «et
rege eos», inalberando i vessilli, anche sulle navi, con la sua immagine, e
collocandola coronata su tutte le porte della città di Genova. Da allora la
Madonna fu propriamente chiamata Nostra Domina, e l’appellativo Nostra
Signora fu abbondantemente impiegato in Liguria per onorare la Madre di Dio;
anche se non mancano esempi simili, a ragione si può dire che queste parole
denotano la singolare sudditanza dei genovesi e dei liguri alla Vergine Maria.
Ogni paese (parrocchia) cercò a gara di trovare per la Sovrana un nome
particolare, o riferendosi a più o meno antichi prodigi e apparizioni, o ad un
culto ormai affermato, o ad un titolo desunto dalla tradizione di ordini
religiosi e dei santuari di rinomanza.
La concretezza della popolazione suggerì il ricorso alla Madonna, venerata come
dispensatrice di precisi oggetti di presidio e di devozione: lo scapolare del
Carmelo, la cintura degli Agostiniani, il rosario dei Domenicani.
Gradualmente, nel corso del secolo XVII, la celebrazione solenne in onore della
Madonna, invocata con questo o con quel nome, sostituì o collocò almeno in
secondo piano quella del Santo titolare. Non vi è infatti parrocchia che non
abbia nel proprio calendario una ricorrenza mariana specialmente sentita e da
tutti partecipata.
Può forse fare eccezione la vicenda dell’antico Capitanato di Rapallo, dove,
nelle singole località, solo con qualche eccezione significativa, la Madonna è
amata sempre con il locale e caro titolo di Montallegro, e la consueta
processione di ogni anno diventa invece il pellegrinaggio a quel santuario;
questo accade almeno da quando i diversi luoghi elessero la Vergine di
Montallegro a loro patrona (1739). Anche a Chiavari successe lo stesso: la
Madonna apparsa nell’orto del relativo Capitano fu dichiarata Avvocata celeste
per la città ed il distretto (1641), ed i pellegrinaggi votivi ebbero inizio
dall’anno 1835, in memoria dello scampato pericolo di contagio dal cholera
morbus, quando Sant’Antonio Maria Gianelli perorò la causa degli abitanti in
pericolo, supplicando con la Madre l’antico nero Crocifisso.
L’affetto dei figli alla Madre rimane vivo anche fra i contemporanei, e ben se
ne rese interprete Leone XIII, quando, istituendo la novella diocesi, la affidò
alla intercessione della Madonna, invocata come Signora dell’Orto e di
Montallegro. Lo stesso ebbe a rimarcare nel suo discorso sulla spianata del mare
il Servo di Dio Giovanni Paolo II, pellegrino apostolico a Chiavari nell’anno
1998.
Un manto di amore e di materna sollecitudine continua a preservare il Tigullio
dai mali incombenti, e postula ai protetti l’impegno di una vita cristiana, che
imiti le virtù della Madre e ne rafforzi la comunione e l’amore.
Con l’ultimo Concilio, come si esprime il postcommunio della Messa
propria del 2 Luglio, possiamo venerare Maria come Madre di Cristo e della
Chiesa.
Mario Ostigoni
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