T/N A. Doria 1956-2006
Per non dimenticare
 
di Gruppo di Lavoro sulla collisione Stockholm - A. Doria
 

Prefazione

di F. Scotto, a nome del Gruppo di Lavoro

Molte persone ci hanno chiesto come è nato il Gruppo di Lavoro che ha preparato la Tavola Rotonda, da chi è composto, quali sono i suoi scopi: riteniamo utile rispondere.
Nei primi anni ’80, quando già da molto tempo ero passato dall’Italia di Navigazione alla Costa Armatori, un’occasione di lavoro mi portò a rivedere l’ing. Rinaldo Negri, mio ex Direttore del Servizio Tecnico della Soc. Italia, studioso di storia navale e della collisione Stockholm/A.Doria; membro della Commissione Ministeriale del Ministero della Marina Mercantile Italiana dell’IMCO (adesso IMO), ingegnere navale di vasta esperienza nell’ambito del Servizio Tecnico di una grande Società di Navigazione.
Insieme con l’ing. Negri, da quel momento, prima a piccole dosi, poi un po’ più regolarmente, incominciai a commentare la parte tecnica della collisione e dell’affondamento dell’A. Doria, già da lui ampiamente studiata (come detto sopra) e confrontata con le varie versioni date dalle riviste tecniche o dai testi italiani e stranieri. All’ing. Negri va uno speciale «grazie» da tutto il Gruppo per l’originalità del suo pensiero e per il lavoro di altissimo livello tecnico da lui svolto.
In quel tempo ebbi sovente occasione di incontrare un gruppo di ex ufficiali di Coperta e di Macchina imbarcati quella notte sull’A. Doria (gruppo che faceva capo al D. di M. Sig. Cordera, Presidente dell’Associazione Medaglie d’oro di Lunga Navigazione) e di discutere con loro sullo stesso tema dal punto di vista tecnico/nautico: anche loro avevano scritto già molto sull’argomento e costituivano un altro centro di opinione che dibatteva appassionatamente questo tema.
Inoltre, in passato, durante la mia lunga permanenza all’Italia di Navigazione (dal 1963 al 1975, quindi dopo l’affondamento dell’A. Doria) avevo incontrato ed avevo ricevuto confidenze da protagonisti o da testimoni della collisione e dei fatti post-collisione.
Dopo la pubblicazione avvenuta nel 1971 di un pregevolissimo articolo sul caso Stockholm/A.Doria scritto da uno (per noi) sconosciuto tecnico navale nordamericano, Mr. J.C. Carrothers, ci radicammo sempre più nell’idea che chiunque avesse voluto chiarire all’opinione pubblica questo argomento avrebbe dovuto farlo mediante la presentazione di uno studio completo che dimostrasse le ragioni degli italiani in maniera sistematica, senza polemica e che confutasse le tesi della controparte; tutto ciò sicuramente prima di chiedere un formale riconoscimento a favore di alcuni marittimi italiani, oscuri eroi di quella notte, riconoscimento che il gruppo di ex ufficiali sopra menzionato riteneva necessario.
Ma non tutte le opinioni del gruppo che si andava formando erano uguali: i falchi volevano pubblicare sui giornali le loro proteste, ma non trovavano chi volesse dare loro lo spazio; le colombe chiedevano udienza negli uffici di Piazza De Ferrari, sede dell’Italia di Navigazione, affinché la stessa emettesse smentite e rettifiche alle varie notizie (di solito mascalzonate o fesserie) sul caso A. Doria pubblicate sui mass-media, soprattutto esteri. Ma erano richieste su argomenti che la nuova Direzione Generale dell’Italia ignorava completamente, a causa del turn-over a cui era stato sottoposto il suo top management dal 1956 alla data di questi fermenti. Comunque si trattava di fermenti generosi e spontanei, ma velleitari: ovviamente tutto rimase allo status quo ante.
Ma dopo l’ultimo libro del Rosselli del febbraio 1987, in cui la tragedia dell’A. Doria fu malamente «usata» da sfondo, a puro scopo pubblicitario per un romanzo di psicologia, la misura fu ritenuta colma ed allora con l’ing. Negri, i D. di M. Cordera e Pazzaglia e con altri iniziammo a lavorare con metodo, confrontando e compattando i nostri lavori precedenti.
A ciascuno fu assegnato un compito specifico, secondo la professionalità individuale, ad esempio quello di leggere o rileggere tutto quanto era stato scritto in Italia e all’estero su ogni aspetto del problema e di riassumerlo; quello di reperire tutte le testimonianze degli ex, cioè del maggior numero possibile delle 1663 persone che quella notte erano sul Doria dopo la collisione (vedi la nota n° 2 di pag. 104).
Ciò significava, fra l’altro, ricercare e rileggere tutte le interviste rilasciate «a caldo» dai passeggeri sbarcati a New York e pubblicate con dovizia di particolari dai giornali americani («New York Times», «Il progresso italo-americano», «Daily News», «New York Herald Tribune», «Life» ecc.) e, fra gli italiani, da «La Notte», «Il Corriere della Sera», «Il Corriere di Informazione», «Il Secolo XIX», «L’Espresso» ed altri.
Poco per volta vennero alla luce scritti, archivi privati e pubblici e la cerchia del Gruppo di Lavoro si allargò a tutti coloro che quella notte, a bordo del Doria o negli uffici a Genova avevano avuto un ruolo di rilievo: ci si riuniva dove capitava, senza una sede fissa, senza uno sponsor, senza un capo, senza legami burocratici.
Automaticamente, senza che io me ne accorgessi, mi fu affidata la funzione di coordinamento, forse perché ero il più distaccato dall’argomento in quanto non avevo vissuto il dramma in prima persona, né a terra né a bordo; forse perché ero l’unico che non aveva raggiunto ancora una opinione ferma. Lentamente fummo tutti avvinti dalla forza di tante verità che venivano fuori dai documenti; come un giallo, che inizi in maniera lenta e faticosa ma che, piano piano, avvinca con la sua crescente tensione, la ricerca a quel punto diventò anche divertente.
In un secondo tempo facemmo entrare in funzione i consulenti delle varie specialità: radar, registratori di rotta, stabilità, simulatori di rotta, assieme ad avvocati marittimisti, professori universitari ecc.
A distanza di sei mesi una dall’altra eseguimmo alcune prove della Tavola Rotonda, che servirono anche a migliorare la qualità della diapositive da proiettare, indispensabili per far comprendere all’uditorio le nostre spiegazioni.
Il resto lo sapete.
Perché lo abbiamo fatto? All’inizio forse perché lo ritenevamo in senso assoluto una cosa giusta; in seguito, nel silenzio delle nostre coscienze, ci parve più giusto far sapere che – venuti a conoscenza di una verità – non avevamo rinunciato a divulgarla, superando l’omertà e il menefreghismo di chi ci diceva: «Chi ve lo fa fare?»; forse volevamo dimostrare che Genova non è tutta sorda e grigia come i tempi attuali la fanno sembrare.
Lo scopo ultimo è quello di additare alla pubblica opinione un pugno di marittimi che furono altamente meritevoli quella notte, su una nave inclinata più di 20°, avvolta da nebbia fitta, con le luci di emergenza soltanto, senza nessuna nave soccorritrice all’orizzonte e con più di mille passeggeri da portare in salvo; pochi uomini che operarono al di là del dovere insito nelle loro mansioni, distinguendosi fra l’equipaggio, pur in genere altamente encomiabile.
Questi marittimi, a nostro comprovato giudizio, vanno ricordati almeno con una citazione, che sostituirà un riconoscimento ufficiale che non è mai arrivato e che avrebbe consacrato alla storia e alla cultura marinara il ricordo di uno dei più grandi salvataggi navali della storia della navigazione.


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