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Trame nere
I movimenti di destra in
Italia dal dopoguerra ad oggi
di Giuseppe Scaliati
Primo Capitolo
Dal FAR al primo congresso del MSI
Il movimento neofascista cominciò a
muovere i suoi primi passi già all’indomani della Liberazione d’Italia; si
trattava, al principio, di piccole frange estremiste di repubblichini del nord
nostalgici del regime e della Repubblica Sociale Italiana, già protagonisti
delle campagne d’Africa e di Spagna.
Fin dal 1945 alcuni di questi gruppi erano stati protagonisti di gesti
dimostrativi ed iniziative spettacolari, alcune delle quali anche a sfondo
terroristico, come l’attentato dinamitardo dimostrativo, che non provocò vittime
e particolari danni, ad un cinema milanese che proiettava il film di Rossellini
Roma città aperta. Altri episodi rivelatori furono l’apparizione in
alcune città italiane di scritte murali inneggianti al duce; l’esposizione della
bandiera nera sulla torre della Milizia a Roma il 28 ottobre del 1945 (in
ricordo dell’anniversario della marcia su Roma); e l’occupazione armata, sempre
nella capitale, della RAI a Monte Mario ad opera di un gruppo di neofascisti –
tra cui Mario Tedeschi, Enrico De Boccard e Gianfranco Finali – al fine di
inserire nelle trasmissioni radio della capitale inni fascisti, tra cui
Giovinezza, il 29 aprile del 1946, anche se l’azione era in programma per il
giorno prima, anniversario dell’esecuzione di Benito Mussolini.
Pur restando azioni isolate condotte da compagini prive di una reale
consistenza, furono comunque la conferma che gruppi fascisti stavano cercando
fin da subito di riorganizzarsi, in modo particolare nel Nord Italia, per
cercare di reagire nei confronti delle persecuzioni dello Stato.
Infatti, già nel gennaio del 1946 alcuni latitanti, (non tutti) nonché reduci
del ventennio fascista e della Repubblica sociale italiana fondarono il FAR,
Fronte armato rivoluzionario. Ideatori e creatori furono Giorgio Almirante;
Nettuno “Pino” Romualdi, leader riconosciuto del movimento; il barone
(discendeva da una famiglia di antichi nobili siciliani) Julius Evola ideologo e
filosofo del fascismo, maestro e padre spirituale del gruppo; Rodolfo Graziani
(generale italiano tra i principali protagonisti delle guerre coloniali fasciste
e della Seconda Guerra Mondiale, nonché governatore della Somalia); Franco
Petronio; Roberto Mieville (reduce dal campo di prigionia militare americano di
Hereford nel Texas) e Giuseppe Umberto Rauti, detto “Pino”.
Il FAR era un’organizzazione clandestina articolata in quattro livelli
gerarchici, sviluppati a partire da un’unità molto piccola composta da tre soli
membri e dotata di una discreta capacità di mobilitazione. Il neonato movimento
fascista, che aveva al suo interno una corrente atea facente capo a Rauti ed una
tradizionalista cattolica con Fausto Gianfranceschi ed Enrico De Boccard, si
dichiarava “pronto all’azione diretta” ed aspirava, prima di tutto, alla
liberazione dei detenuti politici dalle carceri.
Le difficoltà nel mantenere aggregate le diverse tendenze presenti all’interno
del movimento sono testimoniate dalla mancanza di un organo unitario di stampa,
nonostante i ripetuti tentativi di unione da parte del Direttorio nazionale del
FAR. Esistevano, infatti, differenti pubblicazioni clandestine facenti capo al
movimento: “Rivoluzione”, foglio clandestino ed espressione del gruppo romano;
“Credere”, edito da un gruppo formato in gran parte da reduci dei reparti M, un
corpo speciale dell’esercito fascista; “Mussolini”, la cui pubblicazione
avveniva grazie all’iniziativa di alcuni ex membri del senato fascista; ed “Imperium”,
organo del Direttorio nazionale, stampato con gli stessi caratteri tipografici
dei volantini delle rivendicazioni degli attentati dinamitardi dell’epoca.
L’adesione ai FAR avveniva tramite una cerimonia di giuramento che si svolgeva
di fronte ad un tavolo ricoperto dal tricolore repubblicano, sulla cui parte
bianca centrale venivano posti l’effigie di Benito Mussolini ed un pugnale
legionario. La formula era quella già adottata, ai tempi della Repubblica
Sociale Italiana, dalle forze armate: all’atto del giuramento il nuovo adepto
assumeva un nome di battaglia, che doveva essere quello di un caduto e con
questo nome firmava il modulo di adesione. A fianco della segnatura veniva
scritto un numero, che costituiva la matricola del nuovo militante. In un primo
tempo quest’ultima veniva dedotta modificando la sequenza delle cifre della data
di nascita del seguace stesso, che era tenuto a portarla sempre con sé sotto
forma di giocata al lotto. Successivamente tale sistema venne cambiato, e si
stabilì di assegnare il numero di matricola in base alla serie di un biglietto
tranviario. L’atto di costituzione dello Statuto stabiliva che potevano far
parte dei FAR solo coloro che avevano degnamente militato nel Partito fascista
repubblicano, nelle forze armate o negli uffici della Repubblica di Salò.
Inoltre, gli associati non dovevano essere di razza israelitica, non potevano
essere affiliati alla massoneria e non dovevano in nessun modo aver collaborato
materialmente o moralmente con il nemico (1).
Nonostante i pochi mezzi inizialmente a disposizione, nel giro di pochi mesi il
Direttorio nazionale riuscì a nominare referenti quasi in ogni provincia
italiana, permettendo una veloce diffusione della propaganda ideologica del FAR
attraverso un sistema di comunicazione basato su cifrari ed inchiostri simpatici
(2).
Oltre al Direttorio, l’organizzazione neofascista prevedeva al suo interno la
presenza di una vera e propria struttura paramilitare, l’Esercito clandestino
anticomunista detto anche Legione nera, votata a cancellare quella che
definivano “la marmaglia antifascista”.
Una conferma dello stato di salute del fascismo si ebbe inoltre nel momento
dell’elezione dell’Assemblea costituente del 1946, quando si registrò il
sorprendente successo del Fronte dell’uomo qualunque del commediografo Guglielmo
Giannini, che forte delle 850 mila copie del settimanale satirico “L’Uomo
Qualunque”, fondato nel 1944 ed appoggiato dalle varie già citate riviste
fasciste, tenne anche un congresso alla città universitaria di Roma, come gli
altri partiti poco prima dell’elezioni per l’Assemblea costituente. Il Fronte
dell’uomo qualunque raccolse un milione e duecentomila mila voti, il 5,3% del
totale, che valsero la conquista di 30 seggi, con ben il 9,4% da Roma in giù.
Il partito di Giannini si caratterizzava per un atteggiamento di diffidenza nei
confronti della concezione attiva e militante dei partiti antifascisti e in
genere della politica, e per un’esaltazione dei valori dell’individuo e della
tradizione contro le tendenze stataliste, attuata anche con iniziative come la
protesta contro la fiscalità; esso fece breccia quasi esclusivamente
nell’elettorato nostalgico del regime fascista.
A partire dal 1948 il Fronte dell’uomo qualunque intraprese un rapido declino,
nonostante si fosse presentato alle elezioni alleato con i liberali nelle liste
del Blocco nazionale, nell’intento di realizzare un terzo polo
liberal-libertario di partiti, che non dovevano essere necessariamente
antifascisti. Il suo elettorato si riversò in parte nel partito di maggioranza
del dopoguerra, la Democrazia cristiana in cui Giannini stesso cercò di farsi
eleggere senza successo nel 1953, ed in parte nel neonato partito fascista, il
Movimento sociale italiano, in cui confluirono la maggior parte dei deputati
dell’Uomo qualunque.
I temi cari al movimento di Giannini, incentrati sulla critica al sistema ed al
palazzo, sono stati ripresi indirettamente più volte, dopo la caduta della prima
repubblica, dai partiti emergenti della nuova destra, come Alleanza nazionale,
Forza Italia e la Lega Nord soprattutto alla vigilia del primo governo
Berlusconi del 1994.
Durante i primi anni dell’Italia repubblicana gli ex gerarchi fascisti erano
latitanti e ricercati da vari tribunali. Tra questi vi era Giorgio Almirante,
che visse un anno e mezzo in clandestinità tra Milano e Torino facendosi
chiamare Giorgio Alloni; durante il fascismo aveva combattuto in Libia
(volontario e con il grado di sottotenente di complemento di fanteria dal 1940
fino alla fine del 1941 presso la 1ª divisione libica camicie nere 23 marzo, a
Bengasi, ottenendo in seguito anche la croce di guerra al valor militare), ed
era stato redattore del quotidiano fascista Il “Tevere” prima, e poi del
giornale “La difesa della razza”. Nella Repubblica Sociale Italiana, invece, era
stato capo di Gabinetto del ministero della cultura popolare - in sostituzione
di Gilberto Bernabei fuggito al Sud nel Natale del 1944, e quale con la fine del
fascismo sarà prezioso e fidato segretario personale di Giulio Andreotti per
oltre un ventennio (3) - presieduto da Fernando Mezzasoma, dopo essersi
arruolato volontario nella Guardia nazionale repubblicana con il grado di
capomanipolo. In qualità di capo di gabinetto spesso faceva le veci del ministro
Mezzasoma intrattenendo quotidiani e speciali rapporti con Benito Mussolini, per
il quale svolse anche importanti e segrete missioni. Sempre in tale veste
nell’aprile del 1943 firmò un bando in cui intimava la resa ai partigiani, pena
la “fucilazione alla schiena”. In base a questo decreto, 83 abitanti di
Nicciolata in Maremma furono uccisi dai repubblichini (4).
Per questo reato Almirante fu riconosciuto colpevole e condannato da ben cinque
tribunali, tuttavia non fu mai incarcerato e continuò a rappresentare fino alla
sua morte la figura centrale del neofascismo italiano, svolgendo il ruolo di
mediatore tra le frange più estremiste della destra eversiva e gli esponenti
della destra parlamentare all’interno del partito che esso guidava. Più volte è
stato accusato, da pentiti fascisti, di aver dato egli stesso personalmente
ordini per rappresaglie ed atti di violenza.
Un altro illustre latitante di spicco era Nettuno “Pino” Romualdi, ex
vicesegretario del Partito fascista della Repubblica di Salò, il più alto in
grado tra i gerarchi sopravvissuti alla caduta della Repubblica sociale
italiana; su di lui pendeva addirittura una condanna a morte, in clandestinità
era solito farsi chiamare dottor Giuseppe Vasari (5).
Nell’autunno del 1946 fu promulgata l’amnistia per i fascisti, che quindi non
ebbero più bisogno di nascondersi, e sebbene non potessero operare alla luce del
sole potevano a partire da quel momento godere di margini di manovra più ampi
rispetto al periodo della clandestinità.
Proprio Almirante, Romualdi e pochissimi altri intimi, tra cui Giorgio Bacchi,
Giovanni Tonelli e Mario Cassiano, giunsero infine a legarsi in un movimento
unico con la formazione del MSI, al termine di una serie di tentativi di
riaggregazione che avevano generato un intenso dibattito sulle colonne di
periodici di matrice fascista quali “Rataplan” di Nino Tripodi e Augusto De
Marsanich, “Rosso e nero” di Alberto Giovannini, “Senso nuovo”, “Il Pensiero
nazionale” di Stanis Ruinas (pseudonimo di Giovanni De Rosas), “Meridiano
d’Italia” di Franco De Agazio a Milano, “Brancaleone” e “Fracassa” (6).
L’atto di fondazione del Movimento sociale italiano avvenne a Roma, il 26
dicembre del 1946, in via Regina Elena 30, l’attuale via Barberini, nello studio
privato del ragionier Arturo Michelini, ex vicefederale romano e figlio dell’ex
vicesegretario del Partito nazionale fascista. Almirante, eletto segretario
della giunta esecutiva insieme con Giacinto Trevisonno, ricoprì anche la carica
di Segretario nazionale fino al 1950, e poi nuovamente dal 1969 al 1987, mentre
l’organo ufficiale del partito sarà il già noto e diffuso periodico “Rivolta
ideale” di Giovanni Tonelli.
L’intento principale del periodico era quello di conciliare gli italiani in una
forma di aggregazione che andasse al di là dei partiti politici, ma soprattutto
di promuovere una collaborazione tra tutte le classi sociali al fine di
sviluppare un sentimento d’amore nei confronti della patria (7).
Furono affidati incarichi di organizzazione in tutta Italia a persone che
divennero in seguito i primi parlamentari: Tullio Abelli (Piemonte), Goffredo
Olivani (Liguria), Danilo Ravenni (Toscana), Achille Cruciani, Manlio Sargenti
(nella RSI capo di gabinetto del ministro dell’Economia corporativa), Ernesto
Massi (rappresentante italiano nel 1951 all’Internazionale neofascista di Malmö
in Svezia), l’avvocato Alberto Redenti (Milano), Nicola Galdo e Gianni Roberti
(Campania), Giuseppe Maselli-Campagna (Puglia) e Nino Tripodi (Calabria).
La prima riunione del Comitato Centrale a giugno affidò il Fronte giovanile a
Roberto Mieville (venne nominato all’unanimità Segretario nazionale del
Raggruppamento studenti e lavoratori) e gettò le basi per creare organizzazioni
universitarie, femminili, sindacali e reducistiche. L’anno che seguì, la nascita
del primo partito neofascista, fu anche il primo della campagna di tesseramento
per il neonato Movimento sociale italiano, che raggiunse la quota di 29.893
iscritti (8). Il primo atto politico del MSI fu “l’appello agli italiani”, in
cui venivano chiamati a raccolta i cittadini, al di là delle diverse origini e
particolari appartenenze politiche, uniti però dall’intenzione di servire la
patria, perché secondo i missini il popolo italiano doveva tornare protagonista
nella storia, come lo è sempre stato.
All’atto della fondazione del MSI, Romualdi, Almirante e altri esponenti di
spicco, nonché fondatori, lasciarono il FAR, la cui leadership passò nelle mani
di Cesco Giulio Baghino (futuro deputato del MSI e presidente dell’Associazione
nazionale combattenti della RSI, nonché giornalista e direttore del “Secolo
d’Italia”), combattente pluridecorato e braccio destro di Romualdi, che
garantirà continuità all’organizzazione clandestina pur militando egli stesso
nel partito, arrivando a ricoprirne, dopo molti anni, anche la carica di
Presidente onorario del partito fino allo scioglimento nel 1995.
Il FAR sarà poi definitivamente sciolto in seguito agli arresti eccellenti di
Pino Rauti, Julius Evola, Fausto Gianfranceschi, Clemente Graziani (membro della
giunta nazionale del movimento giovanile del MSI), Amedeo Bassi (servizio estero
del MSI), Edigio Sterpa (eletto nelle politiche del 2001 con Forza Italia), ed
altri che coniugavano la militanza nei FAR con quella nel neonato MSI. Il
Procuratore generale, che assolse quasi tutti, condannando solo alcuni di loro a
pene carcerarie molto lievi, al termine della requisitoria sostenne che i
giovani imputati erano mossi dall’amor di patria e dalla speranza in un migliore
avvenire per l’Italia, incitandoli ad agire anche in futuro con la stessa
purezza d’animo e d’intenti.
Intanto nel neonato MSI era confluito il MIUS, Movimento italiano di unità
sociale, fondato da Almirante ed altri neofascisti nel novembre del 1946; ed il
Partito democratico fascista fondato nel 1945 dal futuro deputato missino
Domenico Leccisi (eletto nel 1953), la cui insegna era un fascio senza scure. Il
Partito democratico fascista dava alle stampe “Lotta Fascista”, che tra le
riviste diffuse in quel periodo poteva essere considerata la migliore, sia per
il formato da quotidiano che dal punto di vista tipografico, realizzata in
maniera altamente professionale (9). Il movimento di Leccisi, inoltre, si era
reso protagonista di un gesto eclatante, la notte tra il 27 e il 28 aprile del
1946, quando nell’anniversario della morte di Benito Mussolini ne avevano
trafugato la salma dal cimitero del Musocco, nel milanese. La scelta di
confluire nel MSI fu infine compiuta anche dalle schegge del SAM, le Squadre
d’azione mussoliniane, dal MRI, il Movimento rivoluzionario italiano e dal VON,
i Vendicatori dell’ordine nazionale.
A distanza di un anno e mezzo dalla liberazione del Nord Italia nacque quindi un
partito, capace di riunire nuovamente chi era stato fascista in passato ed
ancora desiderava esserlo, raccogliendo l’eredità del regime nella sua ultima
versione, quella della Repubblica Sociale Italiana.
Questa scelta portò ad una precisa identificazione politico-sociale,
riconducibile al deciso richiamo ai principi socializzatori, anticapitalisti e
antiborghesi della Carta di Verona; il manifesto programmatico elaborato nel
1944 durante il I Congresso fascista repubblicano, che rappresentava l’anima più
profonda del fascismo inteso come movimento popolare, la “quintessenza” del
“fascismo movimento” (10).
A questa linea si contrapponeva all’interno del partito la tendenza al
cosiddetto “fascismo-regime”, caratterizzata dall’impostazione borghese,
clericale, moderata e conservatrice, praticamente identica a quella del
ventennio mussoliniano.
Queste anime contrastanti sintetizzavano la conflittualità tra le due correnti
missine: da un lato i cosiddetti “socializzatori”, ossia i principali reduci
della Repubblica di Salò e del fascismo repubblichino, dall’altro i “corporativisti”,
ossia coloro che non avevano accettato la disfatta del 23 luglio del 1943 ed
erano favorevoli all’alleanza con i monarchici e gli ambienti più conservatori e
tradizionalisti del mondo cattolico (11).
Per certi aspetti questa contrapposizione interna al partito rifletteva la
divisione geografica delle due correnti, con i nostalgici del regime concentrati
soprattutto nell’Italia meridionale, rappresentati da Arturo Michelini, Augusto
de Marsanich, Nino Tripodi e Pino Romualdi, ed i sociali della RSI al Nord,
rappresentati da Giorgio Almirante, Giorgio Bacchi, Ernesto Massi e,
soprattutto, Stanis Ruinas.
Le divergenze dottrinali e programmatiche venivano superate però grazie alla
presenza di punti d’incontro incentrati sul forte autoritarismo e statalismo cui
si miscelava una pesante carica nazionalista. Il partito poté avvalersi anche
della collaborazione di vari gruppi eversivi di vecchia e nuova formazione che,
continuando ad operare nella clandestinità secondo l’esempio dei FAR, saranno
fiancheggiati da membri del partito stesso, contando su aiuti e coperture
importanti.
Tra le formazioni sovversive operanti nell’immediato dopoguerra, si distinse
particolarmente la AIL, Armata italiana della libertà, fondata nel 1947 e
composta da mercenari monarchici e fascisti, che riceveva aiuti, connivenze e
spesso legittimazione dai servizi segreti USA. L’AIL fu fondata dal colonnello
Ettore Musco, già capo di Stato maggiore alla data dell’armistizio.
Di non minore importanza era il Fronte antibolscevico, un vero e proprio gruppo
clandestino armato e ideato dal generale Giuseppe Pieche, creato nel 1948 e
composto oltre che da fascisti, anche da monarchici ed ufficiali di polizia;
anch’esso poteva contare su finanziamenti da parte degli USA e dell’Intelligence
service statunitense. Il generale Pieche, futuro piduista, era stato a capo dei
servizi segreti del regime di Mussolini e nel dopoguerra, nonostante la sua
chiara fama di fascista, aveva conservato la carica di generale dei carabinieri,
della quale aveva approfittato per inserire nelle forze armate ex squadristi
fascisti. Gli aderenti al Fronte antibolscevico possedevano false tessere del
Partito comunista italiano e di quello socialista; nel caso in cui socialisti e
comunisti avessero vinto le elezioni, i membri di questa organizzazione
avrebbero avuto il compito di realizzare una serie di attentati contro sedi
della Democrazia cristiana e di altri partiti, lasciandosi in seguito catturare
per incolpare le sinistre (12).
Il 1° gennaio del 1948, anno della prima tornata elettorale, entrò in vigore la
Costituzione italiana, frutto dell’Assemblea costituente proclamatasi
democratica e antifascista; in particolare, con la XII disposizione transitoria
(attuata solo con la Legge n. 645 del 1952 ricordata anche come legge Scelba) la
Costituzione prevedeva l’assoluto divieto alla riorganizzazione sotto qualsiasi
forma del disciolto Partito fascista, oltre a limitazioni al diritto al voto per
i responsabili del regime di Mussolini. La disposizione transitoria riprendeva
il decreto luogoteneziale del 24 aprile che vietava le attività volte alla
ricostruzione del dissolto Partito nazionale fascista, tramutato in legge il
dicembre 1947, dove trovò espressione giuridica il termine “neofascismo”.
Malgrado l’esplicito divieto costituzionale il neofascista MSI alle elezioni del
18 aprile 1948 riuscì a presentarsi in tutte le circoscrizioni, svolgendo la
propria campagna elettorale pressoché incontrastato nel sud del paese, mentre
nel settentrione, dove l’antifascismo era maggiormente radicato, si svolsero
manifestazioni di protesta. Mentre nell’Italia settentrionale si era combattuta
per due anni la guerra di liberazione contro la Repubblica Sociale Italiana ed i
tedeschi, in parte del centro e nel meridione l’immagine del fascismo non veniva
percepita con lo stesso volto sanguinario e violento come nel resto d’Italia. Al
contrario, il fascismo ha rappresentato, agli occhi di ampi strati della
popolazione meridionale, un elemento di rottura rispetto al notabilato liberale,
oltre che di innovazione a causa dell’impatto, soprattutto simbolico, delle
grandi opere pubbliche e per il senso di integrazione sociale prodotto dalle
organizzazioni di creazione del consenso e di mobilitazione (13).
Il primo risultato elettorale fu però inferiore alle attese: nonostante il
crollo del Fronte dell’uomo qualunque di Giannini, i missini ottennero appena il
2,8% dei suffragi alla Camera, con sei parlamentari eletti (Giorgio Almirante,
Luigi Filosa, Roberto Mieville, Arturo Michelini, Gianni Roberti e Guido Russo
Perez) e lo 0,7% al Senato che fruttò un solo senatore l’avvocato irpino Enea
Franza. Due terzi dei voti furono raccolti al Sud, dove il partito poteva
contare sull’appoggio della forte destra nobiliare. Proprio nel meridione furono
infatti eletti tutti e sei i deputati, che si collocarono nello scranno destro
di Montecitorio.
Già dalle precedenti amministrative parziali, nel 1947, il MSI poteva contare su
un consigliere provinciale a Caserta e tre eletti nel consiglio comunale a Roma,
dove aveva raccolto il 4% dei consensi contribuendo in maniera determinante
all’elezione di un sindaco non comunista.
Le elezioni politiche erano state precedute dalla ristrutturazione delle forze
di polizia, nelle quali furono inglobati anche una sessantina di prefetti
dell’occupazione nazifascista ed ex agenti della polizia coloniale dell’Africa
italiana, quasi tutti ex-squadristi (14); tale riorganizzazione fu seguita dal
reintegro nei propri posti di lavoro di molti dipendenti pubblici epurati in
precedenza perché compromessi con il regime fascista. Gli unici veti furono
posti agli ex partigiani, esclusi dall’esercito e dalle aziende di stato, ad
eccezione degli ex DC, assunti da Enrico Mattei nell’ENI (15).
Al I Congresso nazionale, tenutosi il 26 e 27 giugno a Napoli, Almirante fu
confermato segretario e venne definita la linea programmatica ed ideologica del
MSI. Essa oscillava fra una riproposta pura e semplice del sistema politico del
regime e una democrazia tecnica simile al qualunquismo, praticamente un sistema
bicamerale con una camera eletta dal popolo ed una formata da tecnici scelti per
chiara fama, in sintesi un sistema autoritario più o meno camuffato (16). Punto
centrale del congresso fu la mozione corporativa di Augusto De Marsanich – “non
restaurare e non rinnegare...” – la quale prevedeva la creazione dello Stato
nazionale del lavoro: nazionale e non nazionalista, sociale e non socialista,
proponendo in questo modo la terza via tra capitalismo liberale e marxismo, una
sintesi tra nazione e socialità. Augusto De Marsanich era stato decorato al
valore come combattente nella Prima Guerra Mondiale, poi si era distinto nelle
organizzazioni sindacali fasciste tanto che Mussolini lo aveva chiamato a far
pare della sua squadra di governo come sottosegretario alle comunicazioni. In
seguito gli aveva affidato il delicato compito di rappresentare l’Italia presso
la Società delle nazioni.
All’indomani del congresso il MSI aumentò decisamente le sue uscite pubbliche,
tenendo numerosi comizi a Gorizia contro la cessione delle terre italiane alla
Jugoslavia di Tito.
Note
1 Tedeschi M., I Fascisti dopo Mussolini, Edizioni Arnia, Roma, 1950.
2 Ibidem.
3 Almirante G., Autobiografia di un fucilatore, Il Borghese, Milano,
1974.
4 Stragi di Stato, ipertesto a cura di Stefano Sansavini
dell’associazione Strano network, realizzato con la collaborazione del Centro
siciliano di documentazione Giuseppe Impastato e di Gianni Cerchia.
5 Ibidem.
6 Tedeschi M., I Fascisti dopo Mussolini, cit.
7 Cingolani G., La destra in armi: neofascisti italiani tra ribellismo ed
eversione, Editori Riuniti, Roma, 1996.
8 I Fascisti, dossier de “la Repubblica”, a cura di Francesca Alliata
Bronner e Antonio di Pierro, 1989.
9 Tedeschi M., I Fascisti dopo Mussolini, cit.
10 Ignazi P., Postfascisti? dal Movimento sociale Italiano ad Alleanza
nazionale, Il Mulino, Bologna, 1994.
11 Ibidem.
12 Stragi di Stato, cit.
13 Ignazi P., Postfascisti?, cit.
14 Bocca G., Il filo nero, Mondadori, Milano 1995.
15 Ibidem.
16 Cingolani G., La destra in armi, cit.
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