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La trappola Introduzione Storie di fatti e misfatti, recriminazioni infinite e tristezze intime, senso angoscioso di solitudine, rabbia ed ira compresse, voglia di verità per rimettere sui giusti binari il bilancio di un’esperienza professionale che rischia di bruciarti prima l’autostima, poi la vita: La trappola è il racconto delle vicissitudini degli ultimi amministratori dell’Ordine Mauriziano, Emilia Clara Bergoglio e Gian Paolo Zanetta, rimossi nell’ottobre del 2002 dai ruoli rispettivamente di presidente e direttore generale, mentre l’ente (proprietario di cinque ospedali in Piemonte) annaspava sotto il peso di un deficit stimato in 300 milioni di euro. Una profonda ferita finanziaria, determinata in massima parte dalle inadempienze della Regione che aveva pagato meno di quanto concordato le prestazioni sanitarie erogate dalle strutture ospedaliere del Mauriziano, secondo Bergoglio e Zanetta. Un contenzioso che il Quirinale e il ministero dell’Interno, deputati al controllo dell’Ordine, risolvevano perentoriamente il 14 ottobre con la nomina di un commissario straordinario governativo, il prefetto di prima classe Anna Maria D’Ascenzo. Da quel momento, Clara Emilia Bergoglio e Gian Paolo Zanetta diventavano due ex. Le ragioni del declino (e scomparsa) dell’Ordine sono state affrontate con il collega Lorenzo Gigli ne Il caso Mauriziano, pubblicato nel marzo del 2004. Era stata proprio la benevola atmosfera suscitata dal pamphlet a farmi immaginare un ritorno sull’argomento. Si trattava di decidere la nuova forma. Vista nel suo insieme, tutta la storia presentava una doppia, singolare assenza: la testimonianza di coloro che – sia per lo Stato che per la Regione Piemonte – erano ritenuti responsabili del disastro amministrativo, appunto Bergoglio e Zanetta. La soluzione più naturale sarebbe stata quella di ascoltarli, se non si fosse frapposto da tempo un “piccolo” ostacolo: i miei due potenziali protagonisti si erano defilati dalla scena pubblica e mantenevano, per usare un frase facile ma efficace, un comportamento di “basso profilo”. Il che lasciava indovinare o presagire il desiderio di rimanere nell’anonimato fino a quando le acque non si fossero del tutto calmate. Una pia illusione, quella del ritorno alla normalità, come avremmo avuto modo di sperimentare insieme. Ma che cos’era accaduto dalla fine del 2002 al 2004 nelle vicende dell’Ordine? Tutto e il contrario di tutto. Su Bergoglio e Zanetta erano piovuti a pioggia (una sorta di legge del contrappasso per due ex democristiani) commenti e giudizi perentori dell’organo commissariale. In questo caso, si trattava di autentiche parole demolitrici sulla gestione della plurisecolare istituzione. Critiche a senso unico, prive di contradditorio, finalizzate a sedimentarsi nell’opinione pubblica come prove di sicura colpevolezza degli ex amministratori del Mauriziano. E i due, nei mesi successivi al commissariamento, avevano contribuito a dare credibilità all’accanimento mediatico dei commissari con un incomprensibile silenzio-assenso che aveva tenuto a distanza di sicurezza (forse troppa, ma in politica l’unità di misura è molto relativa) anche coloro che avrebbero potuto correre in loro soccorso. Una tattica suicida, inconsciamente rifiutata dal solo Zanetta che aveva reagito con alcune interviste degne di attenzione quanto a rimorchio degli avvenimenti e difettose del necessario spirito battagliero per contrastare gli avversari sui veri punti spinosi della crisi (politica e personale) tra ente e Regione Piemonte. Così, frastornati dal rumore delle accuse, emarginati dai centri di potere politico, i due ex erano diventati comodi bersagli su cui scaricare qualunque tipo di responsabilità ingombrante e indecente per spiegare il “buco” finanziario dell’Ordine. Ma, proprio per tutte queste ragioni, il momento mi sembrava maturo per ridurre sul piano personale lo scarto che nella storia recente del Mauriziano e dei suoi ultimi (ex) amministratori si era prodotto tra realtà (anche scomoda) e pura invenzione. Inoltre, le successive traversie dell’ente, le cessioni a costo zero dei suoi ospedali periferici (Lanzo Torinese e Valenza Po) e le riduzioni di personale promettevano una valanga di incognite e scarse certezze. Se non quella di una malinconica frammentazione (se non disintegrazione) delle ricchezze patrimoniali, professionali e morali dell’Ordine. I solidi e puntuali resoconti dei colleghi de “La Stampa” e “la Repubblica” sollevavano periodicamente un altro grosso problema: il destino dell’Umberto I di Torino, l’ospedale-simbolo dell’Ordine Mauriziano, che soltanto nel 2002 era stato giudicato il secondo nosocomio d’Italia. Le cronache tratteggiavano un serio quadro d’allarme: creditori arrabbiati, esodo permanente di infermieri professionali, insoddisfazione dei sindacati, lagnanze dei medici. Eppure, l’organo commissariale privilegiava nelle sue sortite pubbliche – anziché la doverosa attenzione sui dati negativi di gestione – la promessa di immaginifici e salvifici bilanci (un po’ come le armi segrete di nazista memoria) che avrebbero rovesciato l’andamento congiunturale. Il tempo avrebbe fatto giustizia di queste affermazioni, dimostrando quanto si trattasse di puri espedienti dialettici, che poco o niente avevano a che fare con l’ordinaria ragioneria contabile, unico e serio metro di misura per le aziende, anche sanitarie. Con queste premesse, a metà luglio 2004 confidavo di incuriosire Gian Paolo Zanetta, che avevo conosciuto durante la stesura de Il caso Mauriziano, attorno al progetto di un libro-intervista. Fantasticavo un’accoglienza calorosa. Sbagliavo: “Mi dispiace, ma vogliono licenziarmi. Mi pare di aver pagato abbastanza per questa storia!”, fu la risposta, che liquidava ogni ipotesi di replica. Non “pago” del primo no incassato, passavo a sondare la disponibilità di Clara Emilia Bergoglio, persona a me totalmente sconosciuta. Ma la ex presidente del Mauriziano era in vacanza. Avrei potuto misurarne la disponibilità solo qualche settimana più tardi. Invece, la campana del secondo round sarebbe suonata solo un mese dopo, incontrando nuovamente Zanetta per un aggiornamento de Il caso Mauriziano. In quella circostanza, ritornai con ritrovato vigore sulla validità dell’instant-book come strumento divulgativo e di conoscenza che mi aveva dato modo insieme con Gigli di far emergere la complessità della storia. Sostenevo, in bilico tra entusiasmo e demagogia, quanto anche una frazione infinitesimale di quella trama avesse contribuito a instillare il dubbio in centinaia di persone sulle autentiche responsabilità del crac finanziario dell’Ordine. Nei giorni successivi, ormai consapevole di dover combattere a viso aperto una battaglia per la sua stessa sopravvivenza professionale, Zanetta accettava di raccontare la sua storia. All’inizio di settembre, Bergoglio accettava a sua volta. Ma il 17 settembre, un venerdì, scoprivo quanto l’accordo fosse emotivamente fragile e, soprattutto, toccavo con mano quanto la gestione del libro sarebbe stata tormentata, come altri eventi mi avrebbero successivamente confermato. Che cos’era accaduto? Quel giorno Torino ospitava un personaggio eccellente, il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, ex democristiano, anzi un uomo della sinistra democristiana ai tempi di Aldo Moro. Il titolare del Viminale era salito al Nord con il preciso impegno di affrontare il “nodo Mauriziano”, incontrando le istituzioni locali, dal presidente della giunta regionale del Piemonte Enzo Ghigo, al presidente della Provincia Antonio Saitta, al sindaco di Torino Sergio Chiamparino e al suo vice Marco Calgaro. Bergoglio e Zanetta (insieme ad altri personaggi vicini all’Ordine Mauriziano) speravano in una ferma presa di posizione degli esponenti del centro-sinistra nel sostenere le ragioni del precedente consiglio di amministrazione. Grande, invece, era stata la loro delusione nell’apprendere l’indomani dalle cronache che nei saloni della Prefettura in piazza Castello l’incontro aveva avuto un esito imprevisto: sorrisi, dichiarazioni distensive, piena soddisfazione tra i convenuti. Da più parti si stentava a interpretare quella che a molti appariva come un’autentica capitolazione del Comune e della Provincia di Torino, e rinunciatario veniva giudicato l’atteggiamento di Chiamparino e Saitta. Non era però difficile ipotizzare quali bandiere avesse sventolato Pisanu per proporsi come il grande pacificatore e straordinario insabbiatore (nel caso del Mauriziano, convincendo i suoi interlocutori a rinunciare alla ricerca di colpe e responsabilità), e su come avesse potuto convincere il centro-sinistra alla “desistenza”: un occhio di attenzione alle Olimpiadi invernali del 2006, il grande evento per Torino e il Piemonte. Uno scambio impari, come avrebbero rivelato avvenimenti successivi: nell’inverno del 2005, prendendo spunto anche qui da un deficit di bilancio, il governo Berlusconi avrebbe trasferito i pieni poteri del Toroc (la struttura organizzativa dei giochi olimpici) dagli amministratori locali al sottosegretario con delega allo Sport Mario Pescante, l’ex presidente del Coni resuscitato con la maglietta della Casa delle Libertà dopo essere stato travolto sul finire del 1998 dallo scandalo del laboratorio antidoping dell’Acqua Acetosa di Roma, in seguito all’inchiesta del procuratore aggiunto presso la Pretura di Torino Raffaele Guariniello. Eppure il ministro dell’Interno Pisanu, dopo il biennio di commissariamento che aveva umiliato l’Ordine tra impegni e assicurazioni d’ogni tipo, non aveva nulla da offrire se non il passaggio a titolo gratuito degli ospedali mauriziani sotto le insegne della Regione Piemonte. Allora, qual’era l’affare per lo Stato che si spogliava delle sue ricchezze? Con Bergoglio e Zanetta moralmente a terra, l’intervista segnava il passo. Ma la vera tempesta doveva ancora arrivare. L’8 ottobre del 2004 la Procura della Corte dei Conti, che aveva citato in giudizio i due chiedono loro la restituzione di 35 milioni di euro, pari agli interessi passivi per i mutui e i debiti contratti, otteneva il sequestro cautelativo dei beni. La scoperta per entrambi era stato traumatica. A Bergoglio bloccavano l’incasso di un assegno. Non contenta, la stessa cassiera le chiedeva di restituire una somma di denaro prelevata ventiquattr’ore prima! Lo stesso giorno, ma in una banca diversa, Zanetta effettuava un’operazione con il bancomat. Il tempo di digitare le prime due cifre della somma richiesta, che sul display appariva irridente la scritta “codice 26”, l’avviso di congelamento del suo conto personale. Stessa sorte subivano i depositi bancari condivisi con la madre e la moglie. Prossimo ai 56 anni, esautorato del ruolo e licenziato dopo 27 anni di servizio, l’ex “faraone del Mauriziano”, come l’aveva etichettato un giornale, era letteralmente “ammanettato” economicamente. Con questi presupposti, la nostra compagnia era prossima allo scioglimento. Traditi sul piano politico, tramortiti dalla Procura della Corte dei Conti, spettatori passivi del decreto sul Mauriziano, portato a dicembre all’esame del Parlamento per la sua conversione in legge, la ex presidente e l’ex direttore generale del Mauriziano alternavano propositi di riscossa a momenti di rinuncia, d’abbandono. L’intervista diventava così lo specchio del loro stato d’animo, anche se a fine gennaio 2005 si poteva definire conclusa. Eravamo pronti alla pubblicazione ed ero personalmente consapevole che il libro sarebbe “sceso in campo” nel bel mezzo delle amministrative regionali nello scontro che opponeva Enzo Ghigo a Mercedes Bresso, la ex presidente della provincia di Torino, l’asso nella manica di un centro-sinistra piemontese stanco di perdere. Consideravo l’iniziativa un titolo di merito. Dalla mia visuale, ritenevo che l’uscita pubblica dei due ex amministratori sarebbe stata letta e interpretata come una prova di coraggio fisico e intellettuale, di una ritrovata capacità di rischiare, mentre tutti i sondaggi pre-elettorali premiavano ancora il presidente uscente da dieci anni al comando della Regione. Un’altra delle mie illusioni. Avrei scoperto che i miei “compagni di viaggio” avevano deciso di soprassedere all’uscita del libro, ognuno con una personalissima ragione, razionale, legittima, piena di buon senso: “il giudizio contrario degli avvocati”, “l’udienza della Corte dei Conti”, “l’arrivo di tempi migliori”. In realtà, Bergoglio e Zanetta, due ex potenti, avevano semplicemente paura. Quella paura a volte benefica, a volte no, che costringe al mimetismo per difendersi da forze soverchianti. Il mio non è un giudizio morale, sarebbe ingiusto e ingeneroso. Non li biasimo, anche se all’epoca non ne ho condiviso le posizioni. Oggi, a distanza di mesi, ripensando a quegli avvenimenti con maggiore distacco, m’interrogo se davvero ho guardato con la doverosa attenzione, serenità d’animo e garbo alle loro paure. Se, all’opposto, non vi sia stato da parte mia un surplus di superbia (da attribuirsi all’antica, quanto mai sepolta “diversità” di militante di base del Pci) verso due ex democristiani. Dico questo con estrema convinzione, perché c’è ancora da domandarsi se i timori di Bergoglio e Zanetta, persone esperte e navigate, non rivelassero in toto i sentimenti non verbalizzati (fino in fondo) di milioni di cittadini preoccupati dal degrado democratico in cui era precipitato il nostro Paese. Quella stagione non è ancora finita, però è stata parzialmente bloccata dai risultati elettorali delle amministrative del marzo 2005, favorevoli all’Unione di centro-sinistra. Un consuntivo elettorale che ha ridato voce a quei settori trasversali contrari al nuovo innamoramento dominante in Italia: l’idea del partito unico. L’ennesima iattura, dopo i già gravi guai procurati dal sistema maggioritario (non dal bipolarismo). Mentre, nei cittadini che avvertono i pericoli di una deriva politica, cresce la domanda non di ingegneristiche soluzioni a tavolino ma di ciò che storicamente siamo più deficitari: il senso dello Stato. Quel senso dello Stato in cui Bergoglio e Zanetta hanno continuato a credere, nonostante le delusioni, e che li ha spinti infine, tra timori più o meno dissimulati, a ritrovarci. Ed è per questa ragione che mi è sembrato opportuno ricostruire il percorso su cui abbiamo camminato insieme per tanti mesi, talvolta inciampando su ostacoli concreti e caratteriali, ma cercando di mantenere integra la stima personale. Tra lo scorso febbraio e lo scorso luglio, quando insieme abbiamo deciso di rimettere mano al testo, sono accaduti fatti nuovi, alcuni imprevisti, tutti importanti. Primo: il centro-sinistra sull’onda lunga nazionale ha sfrattato il signor Enzo Ghigo dalla Regione Piemonte; per la Casa delle Libertà si è trattato di un grave rovescio perché totalmente inaspettato. Mercedes Bresso, insieme con il nuovo assessore alla Sanità Mario Valpreda, sta cercando di rimettere ordine nei conti della salute pubblica che presentano un deficit di oltre un miliardo di euro. Ma non per questo si è autorizzati ad addebitare tutte le responsabilità sull’ex governatore e i suoi collaboratori: il diritto alla salute ha un costo sociale elevato. Peccato che i precedenti amministratori regionali non l’abbiano compreso in tempo utile per il Mauriziano. I cittadini tutti hanno diritto a conoscere però i capitoli di spesa di quel miliardo di euro per capire come quei soldi sono stati spesi, se nell’interesse del bene pubblico o a favore di interessi privati, e in quale misura, e se in modo giustificato. Secondo: il 28 giugno 2005 il giudice Gian Luca Innocenti del Tribunale ordinario di Torino (sezione esecuzioni immobiliari), chiamato a giudicare una causa promossa da alcuni creditori verso la Fondazione Ordine Mauriziano, costituita con Decreto Legge 19 novembre 2004 n. 277 convertito con Legge 21 gennaio 2005 n. 4, ha rinviato gli atti alla Corte Costituzionale dichiarando “rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 comma 1 lett. b della legge per violazione dell’art. 3 commi 1 e 2 della Costituzione”. Inoltre, ha disposto che l’ordinanza venga notificata al Presidente del Consiglio dei ministri, nonché comunicata al Presidente del Senato e al Presidente della Camera dei deputati. Per il ministro dell’Interno Pisanu, uno dei padri della legge con la quale si è dato il segnale di via libera allo smantellamento dell’Ordine, è uno smacco. Lo è anche per quei parlamentari del centro-destra che sono intervenuti a sostegno nel dibattito parlamentare con un aperto livore e frasi infiammate verso la ex presidente Clara Emilia Bergoglio. Un modus operandi che, evidentemente, li ha distratti da un’attenta analisi dei risvolti costituzionali della legge, che il magistrato non ha rinunciato a rimarcare. Ha scritto, infatti, il dottor Gian Luca Innocenti: “[Il dettato della disposizione è] quanto mai oscuro ed involuto [e tale da sollevare] numerosi dubbi interpretativi sulla individuazione della sua esatta portata precettiva”. Che cosa accadrebbe se la Corte Costituzionale dovesse bocciare la legge con cui il governo Berlusconi ha sepolto il plurisecolare Ordine Mauriziano? Le pagine che seguono sono il racconto di un mega progetto che parte da lontano, per dare all’antico Ordine cavalleresco un appeal di qualità nel settore della salute pubblica. Un’avventura filtrata da implicazioni storiche, politiche ed economiche, che Emilia Clara Bergoglio e Gian Paolo Zanetta hanno svelato con pudore. Come lo stesso titolo evidenzia, infatti, ogni snodo della vita privata e professionale di un individuo, con le scelte che implica, si confronta con la possibilità di fare i conti con una “trappola”. Trappola inevitabile e dalla duplice natura. Se da un lato, nella pratica professionale, si tratta di valutare via via stimoli concreti, nuove configurazioni politiche, opportunità di proseguire o di virare dai percorsi prestabiliti, nel contempo non si può evitare il confronto con la propria storia emozionale interna – nei suoi aspetti consapevoli e non – che ne delinea la lettura e contribuisce alle scelte future. E nell’intervista, Gian Paolo Zanetta e Clara Emilia Bergoglio, in modo generoso, pur con tutti i cambiamenti d’umore descritti, ripercorrono passaggi nodali della “trappola mauriziana”. Non era né facile, né semplice, per il loro abito mentale e per i sentimenti contraddittori e contrastanti con i quali – cosa che spesso si tralascia di dire – hanno attraversato l’intera vicenda. In proposito, sarebbe utile perlustrare quegli aspetti introspettivi che ritroviamo nell’intervista, accanto ai fattori socio-politici di un’azienda sanitaria, microcosmo atipico e non valutabile con gli abituali parametri e gli strumenti d’indagine riservati al mondo industriale e del terziario. Altro tema. Il parallelismo è ardito ma è d’obbligo per Torino, che è vissuta identificandosi nella grande impresa. La città sta vivendo una progressiva perdita d’identità nel ricambio della sua classe dirigente, che non ha eguale riscontro nel Paese. Fatte le debite proporzioni, andrebbero analizzati i punti di contatto e le correlazioni tra l’esproprio subito dall’Ordine Mauriziano e la crisi della Fiat e del suo indotto, e gli spostamenti, mutamenti e cambiamenti di peso specifico avvenuti di recente nella geografia del potere. L’uso del termine “esproprio” non è casuale. La recente legge votata dal Parlamento per il risanamento dell’ente lo ha devitalizzato nelle sostanze (nel senso letterale del termine), contraddicendo la legge speciale del 5 novembre 1962, n. 1596, approvata nel rispetto della Costituzione, che affidava l’Ordine Mauriziano sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e la vigilanza al ministero dell’Interno e a quello dell’Economia. Ora, con il decreto-legge del 19 novembre 2004, n. 277, convertito in legge dal Parlamento allo scadere dei 60 giorni canonici, è la Regione Piemonte a disciplinarne, nel rispetto della Costituzione, la natura giuridica e l’inserimento nell’ordinamento sanitario della regione. Ma, in questo modo, un governo ha dilatato a proprio piacimento le procedure legislative, volute ed approvate dall’Assemblea costituente. Nulla vieta, beninteso, di modificare la nostra Costituzione. Tuttavia, se il legislatore ha voluto che la modifica di una norma costituzionale passasse solo ed esclusivamente attraverso il Parlamento, ci sarà pure una ragione. Dunque, come si possono trasferire con una legge dello Stato funzioni e poteri di pertinenza esclusiva del Presidente della Repubblica – secondo il dettato costituzionale della famosa XIV Disposizione transitoria – alla Regione Piemonte? E ancora: se quest’ultima sarà chiamata a deliberare in materia, non si correrà il rischio di inquinare le fonti, che costituiscono l’essenza della gerarchia giuridica? Fonti dalle quali, elemento non trascurabile, il legislatore trae ispirazione per graduare il valore delle norme che tutelano le libertà istituzionali del cittadino. Vorrei aggiungere un’altra considerazione sulla legge votata in Parlamento. I margini di manovra che lo Stato ha trasferito all’ente Regione sono discrezionali. La precedente amministrazione ha provveduto a nominare un nuovo direttore generale per il controllo degli ospedali prima diretti dall’istituto commissariale. Di fatto, l’amministrazione regionale avrà mano libera sull’enorme ricchezza dell’Umberto I di Torino e dell’Oncologico di Candiolo, che storicamente non le appartiene. Ma se i debiti provocati dal buco degli ospedali medesimi verranno saldati attingendo alla vendita degli immobili e dei terreni della costituenda Fondazione Ordine Mauriziano, ancora sotto l’egida del commissario straordinario, come si configura l’assorbimento del patrimonio scientifico e strumentale? La giurisprudenza è ricca di pronunciamenti, dal Tar al Consiglio di Stato e alla Corte Costituzionale, che riconfermano, in ossequio alla Costituzione, l’unitarietà dell’ente, dei suoi fini, del patrimonio. Ora, se questo è il profilo giuridico concordemente accettato, chi garantirà dall’uso indebito delle risorse dell’Ordine? Nota conclusiva. Se la vendita dei gioielli di famiglia era l’unica strada per azzerare i debiti, chi meglio e più rapidamente del vecchio consiglio d’amministrazione sarebbe stato in grado di percorrerla? Lo Stato, tra l’altro, ne avrebbe beneficiato, risparmiando sugli stipendi dei commissari. E La trappola non sarebbe scattata anche per le nostre tasche.
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