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Tre trifole per
Rebaudengo
Un'indagine ad Alassio
di Cristina Rava
Prologo
Alassio sembrava una luminaria natalizia
stesa davanti al mare, a riflettersi sull’acqua immobile, quasi lacustre. Era
lontana, lontanissima, nello spazio e nel tempo. Lì il tempo non c’era, solo la
notte con il suo silenzio, un silenzio che dominava lo spazio, l’ombra e la
penombra. E la luna era un pendolo di peltro immobile, appeso sopra il mondo,
sulle foglie di latta dei limoni, sulle rose grigie, sulle lame nere della
cancellata arrugginita.
In mezzo al giardino una riproduzione in marmo dell’Attis di Donatello
sovrastava una fontana morta. La luce del plenilunio colava chiara sulla ghiaia
del viale, a formare pozze pallide sotto l’intrico alto dei rami. Sul fondale,
una scalinata polverosa portava all’ombra di una loggia, sovrastata da un
timpano che proclamava la sua solennità. Al piano superiore stava una fila di
finestre chiuse con le persiane scrostate. Chissà se mai, in un passato
difficile, s’erano aperte al vento abbagliante che arrivava dal mare, pieno di
aromi e di sogni… Non sembrava una casa dove le risate fossero corse da una
stanza all’altra, come fremiti d’aria fresca a muovere la calura estiva. Era
difficile immaginare che qualcuno avesse apparecchiato in giardino una tavola
con la tovaglia di lino immacolato, rigido di ricami, e che odore di aglio
dorato e pomodori avesse invaso la cucina. Chissà se un raggio di sole aveva mai
brillato sulla condensa formata dal vino bianco ghiacciato, nelle caraffe
panciute. Le rose ormai eran rovi ed i gerani erano intrichi selvatici,
sarebbero stati un buon rifugio per giocare a nascondino: quell’inerzia malsana
non evocava però il ricordo di corse e strilli di bambini, era come se tutto
fosse stato così da sempre, come se fosse nato così, era una conchiglia erosa
dal tempo, immemore del mare.
Eppure una finestra aveva le persiane aperte e dietro le tende pesanti si poteva
vedere la luce dorata di un lampadario. Era al piano terra, accanto al portone
d’ingresso invisibile nel buio della loggia. Quindi la conchiglia aveva il suo
mollusco, che dietro i vetri chiusi percorreva le sue ore ed i suoi giorni,
abituato alla muraglia di silenzio che lo isolava dal mondo. Oltre quella
barriera la vita ricominciava, i grilli erano un coro intenso e vivace, le
lucciole danzavano al ritmo dei loro lumini amorosi e lentamente, man mano che
ci si allontanava, affioravano voci di gente, musiche che accompagnavano le cene
sulle verande dei ristoranti, suoni di strada, e qualcosa arrivava perfino dall’Aurelia
laggiù, dal groviglio di fanali bianchi e rossi delle auto che andavano e
venivano come processioni di formiche, regolate da codici misteriosi.
E davanti a quell’anfiteatro magnifico di splendore notturno stava il mare,
preso da una sonnolenza benevola, quasi senza onde.
Forse il primo colpo sarebbe potuto sembrare il ciocco di un petardo molto
potente o di un fuoco d’artificio difettoso, scoppiato senza far luce, ma gli
altri tre in rapidissima successione non potevano essere altro che colpi di
pistola. Dopo una pausa prolungata il quinto.
Arrivavano dalla conchiglia. Il tempo passava senza che succedesse altro, ma
forse qualche rumore dalla strada si poteva sentire: cassetti che cadevano,
armadi che venivano svuotati, sedie che intralciavano il passo, porte che
sbattevano, senza una voce. Dopo tanto silenzio, ora che si udiva qualcosa, era
intimamente legato alla morte.
Qualcuno spalancò la porta, impossibile vedergli la faccia nascosta da una
matassa di ricci scuri. Corse sulla ghiaia, aprì il cancello che cigolò come
d’obbligo e si diresse, sempre correndo verso valle. Si vedeva che non era una
persona abituata a quell’esercizio, scivolava sulle suole di cuoio e mulinava
con le braccia per tenersi in equilibrio. Si sporse dal muretto per scrutare la
strada, dal basso apparvero i fari di un mezzo che doveva essere grosso, un
camion o qualcosa di simile che si stava avvicinando. Il tizio diede un’occhiata
anche verso monte, ma lì, se fosse arrivato qualcuno sarebbe stato più difficile
accorgersene, perché la via era nascosta dal fogliame. Decise di riprendere la
sua corsa, forse valutando che sarebbe riuscito ad arrivare in tempo in qualche
punto del percorso, prima di essere illuminato dai fanali del camion, ammesso
che fosse diretto lassù. Finalmente arrivò a quella che doveva essere la sua
destinazione: una stradina laterale dal fondo erboso che sembrava perdersi nella
campagna. Pochi metri dopo l’inizio, nascosta dall’ombra di un gigantesco
ippocastano, c’era un’auto. Il fuggiasco aveva scelto bene il luogo dove
nasconderla, perché risultava pressoché invisibile a chi avesse percorso la
principale, e poi era ancora distante dal centro del paese. Era una vettura
sportiva, piatta come una sogliola, il rosso smorzato dal buio. L’uomo aprì la
portiera, si sedette e diede contatto.
Armando aveva attrezzato il suo camion nuovo da tre giorni e non lo aveva più
spostato dal cantiere, ma era venerdì, l’indomani sarebbe stato giorno di riposo
e aveva preferito portarselo a casa, meglio nel cortile della cascina che non
sulla piazzola dell’Aurelia, accanto alla palazzina in ristrutturazione,
specialmente durante il fine settimana, con tutto il casino di turisti che
sarebbe arrivato di lì a poche ore.
Guidava a velocità moderata, non soltanto perché la strada di casa era piena di
curve e stretta come un budello, ma proprio perché non aveva fretta. Era sereno,
quell’ultimo lavoro lo metteva al riparo dai debiti e forse lo avrebbe spinto ad
assumere un altro muratore e questo era bene, voleva dire che la sua piccola
impresa edile stava andando avanti. Sapeva che avrebbe trovato sua moglie
spaparanzata sul dondolo nel minuscolo giardino, già sentiva le sue parole,
sempre le stesse da qualche tempo: “Oh Armando, che caldo, ho le caviglie che
non me le sento più. Speriamo che arrivi presto il momento!”. Lui l’abbracciava
e lei si lasciava abbracciare, poi armeggiando un po’ si tirava su dal dondolo e
l’accompagnava in cucina, dove lui apriva una lattina di birra e cominciavano a
raccontarsi la loro giornata. Quella sera aveva mangiato una pizza con i
ragazzi, giù vicino al porto, ma quando le aveva telefonato lei non aveva
brontolato, forse ne aveva approfittato per riposare mezz’ora di più. Certo che
adesso il peso del bambino si faceva sentire. Ad agosto avrebbe partorito; anche
lui era impaziente e nello stesso tempo pieno di una paura che i corsi pre-parto
non avevano dissolto.
Perso nei suoi pensieri, ma non distratto dalla guida, compì l’ultima curva che
lo separava dal bivio che portava alla manciata di case dove abitava,
esattamente un istante prima che la Ferrari esplodesse. Il suo cervello registrò
ogni evento, prevedendo l’istante successivo, come se avesse già visto centinaia
di volte quella scena, e forse era vero, forse l’aveva davvero vista, nei
polizieschi americani. La distanza tra il suo mezzo ed il luogo dell’esplosione
fu sufficiente a garantire la sua incolumità e quella del camion, ma non quella
della sua mente. Rimase a fissare quel rogo le cui fiamme si attorcigliavano in
volute rabbiose, seguendo i refoli della brezza notturna. Non sentiva niente,
perché aveva guidato fin lassù con i finestrini completamente abbassati per
gustarsi i profumi della campagna notturna: questo aveva permesso all’onda
d’urto di continuare la sua corsa senza mandare in frantumi il parabrezza, ma le
sue orecchie erano fuori uso. Il motore ronfava ancora acceso, con un gesto
completamente inconsapevole aveva messo in folle e tirato il freno a mano, e se
ne stava lì, a guardare, incapace di fare altro, completamente ignaro delle due
auto che si erano accodate ed i cui occupanti erano scesi a guardare quel
macello: una portiera, che era volata via roteando, permetteva la vista
dell’interno dell’abitacolo, dove per brevi tratti appariva una vaga sagoma, un
mucchio di stracci ardenti, immerso nel fuoco, come se fosse stato dentro ad un
bruciatore. Anche l’ippocastano s’era incendiato, una torcia immensa che sparava
ceneri incandescenti verso il cielo. Nessuno a Moglio aveva mai visto
un’esplosione simile, nemmeno in tempo di guerra.
Questa però, è una storia vecchia.
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