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Trittico del tempo
Un mistero sulle antiche tracce
di Pellegro Piola e Dino Campana
di Michele Branchi
Prefazione
di Giorgio Spina
La paura è atavica pulsione esistenziale,
forte come l’odio o come l’amore: paura della realtà che incombe e sovrasta i
limiti della condizione umana; paura del mondo insondabile che si cela alle
facoltà percettive o si sottrae alla loro portata fisica e spirituale. Fu la
paura a destare la religiosità (Primus in orbe deos fecit timor), fu la
paura a innescare sin dai tempi più remoti il processo sensoriale e psicologico
del mistero: processo in cui agiscono forze contrastive, diametralmente
antitetiche, giacché quanto maggiore è la carica del mistero tanto più
avvincente ne è il fascinoso richiamo. È il richiamo dell’ignoto che fece
scattare in ogni tempo la molla dell’avventura, dal viaggio degli Argonauti alla
ricerca del Vello d’Oro, narrata da Apollonio Rodio, alle epopee immortalate
delle esplorazioni geografiche, tra deserti, giungle e banchise, oggi con la
prora rivolta allo spazio: è il richiamo dell’ignoto che spinse l’uomo a sondare
le incommensurabili regioni dell’invisibile, dell’occulto, del soprannaturale.
Le letterature da sempre hanno dato testimonianza scritta dell’attrattiva per le
più disparate fenomeniche dell’imperscrutabile individuando nel suo malioso
sublime un momento eterno dello spirito umano: sublime apollineo e sublime
orripilante che si eguagliano come poli opposti, secondo la concezione del greco
Longino riesumata dai preromantici. L’inspiegabilità del soprannaturale alimentò
la poesia e la narrativa sin dalla classicità (si pensi alle Metamorfosi
di Ovidio, all’Asino d’oro di Apuleio) fino a creare veri e propri generi
letterari con il “revival” del gotico nel tardo Settecento. Alla paura
allettante, irresistibile del mistero puntò come reazione emotiva, evasiva,
trasgressiva alla monotonia razionalistica un tipo di letteratura, il romanzo
nero o gotico, deliziando di terrore epidermico generazioni di lettori
assuefatti a un’atmosfera di stagnante quotidianità. Epater le bourgeois,
si diceva allora: e la borghesia si appagava di stupore grazie a un armamentario
di sicuro effetto. Era l’epoca dei fantasmi e dei vampiri, dei misteriosi
delitti consumati nei castelli e nei conventi, nei sotterranei e nei cimiteri.
La casistica, in Inghilterra come in Germania, con le sue ripercussioni in
Francia e nel nostro Paese è sterminata; ci porterebbe lontano. Ben più conta
seguirne l’evoluzione e per farlo occorre por mente al fatto che l’Ottocento ne
raccolse a piene mani il retaggio: nella fase iniziale, ossia nei primi decenni
del Romanticismo, il baricentro della leva gotica, del “tale of terror”, si
spostò dalle truculente e ormai scontate visioni di spettri e di scheletri
incatenati a un terrore più sottile, metafisico, di patti diabolici, di angosce
interiori, di persecuzioni occulte. I Vathek, i Melmoth, i Caleb Williams, le
insidie invisibili, ectoplasmatiche di un Ch. Brockden Brown prelusero a una
successiva letteratura, rispondente a gusti più sofisticati e a speculazioni più
avvincenti nei campi del soprannaturale. Tant’è che, in clima vittoriano, mentre
da una parte dal filone originario diasporava la “detective story” (o “romanzo
giallo”) grazie all’ultimo romanzo di Dickens, alla Pietra di Luna di
Wilkie Collins e a Conan Doyle dall’altra si aprivano le porte a una narrativa
sul soprannaturale perfettamente opposta per linee e metodologie in quanto la
divaricazione comportava per la prima un procedimento razionale (e il
“detective” del romanzo poliziesco mira a risolvere l’enigma scartando i falsi
indizi, giustapponendo le tessere dell’intricato mosaico con metodi razionali
scientifici dunque); per la seconda comportava un procedimento inverso,
irrazionale di codificata indeterminatezza. Laddove, con Sheridan Le Fanu, per
esempio, il delinearsi del “detective dell’occulto” che opera nelle sfere
impalpabili di una fenomenica estranea alle leggi fisiche.
Ne furono maestri, tra la fine dell’Ottocento e i nostri giorni narratori
magistrali come Algernon Blackwood col suo John Silence e Arthur Mahcen, magico
evocatore di leggendari incantesimi gallesi e, come Charles Williams, di
inesplicabili dannazioni londinesi. Per non dire delle loro influenze sulle
lutulente teratologie americane di H.P. Lovecraft. Ecco la strada è aperta.
Decantata dai cascami di certo “orrifico” demodé, le letterature si volgono a
speculazioni emotive più congeniali allo spirito e alle istanze del mondo d’oggi
sensibile al fascino di ricette più elaborate dell’arcano. Si era un tempo
intrapresa con molto successo la strada del mistero archeologico. Sulla scia
degli interessi egiptologici accesi dallo Champollion con la decrittazione della
stele di Rosetta, il romanzo del mistero e del soprannaturale si popolò di
mummie faraoniche foriere di millenarie maledizioni. E certo cinema, anche. È
invece dei nostri anni l’affermarsi di un filone storico, una variante dalle
inesauribili risorse. Il mistero che si agguata sotto la polvere dei secoli è
fattore di fascinoso richiamo: per lo scenario storico riportato in piena luce e
per l’innesto della componente surreale. Già Walter Scott ne aveva sperimentato
ingegnosi dosaggi in molte pagine del suo romanzo storico dalla vena gotica,
riecheggiato da Balzac, dall’Ottocento italiano come da quello russo. Oggi i
reiterati tentativi in diverse letterature costituiscono un sorprendente
“revival”.
Tra le varie formule ecco presentarsi quella di Michele Branchi che, come prima
prova, in Trittico del tempo intesse un racconto del mistero sullo sfondo
di una Genova proiettata su tre dimensioni temporali. Sui punti fermi di realtà
storiche, ambientali e culturali indiscutibili, il narratore snoda, anzi
assiepa, una sequenza interminabile di episodi, fitti e incalzanti, tesi a
pendolare su di una premeditata intersezione di piani narrativi. Per un certo
tratto, infatti, il lettore è portato a credere di trovarsi di fronte a una
sorta di “detective story”: c’è una lettera dai contenuti indecifrabili e c’è
una poesia ermetica che si configura come un enigma a chiave, con singolari
somiglianze alle iscrizioni in certi racconti di M. Rhodes James. Un romanzo
giallo, un romanzo poliziesco, allora? Non proprio. Infatti la storia decolla
presto nelle sfere del soprannaturale e dell’onirico, si tuffa nella plumbea
caligine dell’occulto. Gli indizi, che sembrano mille trappole disseminate per
pistare e depistare, si dissolvono in un’atmosfera di indecifrabili e
inafferrabili connotazioni. Il protagonista, Lorenzo, critico e docente di
storia dell’arte, chiamato nella Genova natìa da ferale notizia, si trova
coinvolto in un succedersi di eventi che si dipanano nell’arco di un mese, un
triste mese di novembre. Doveva essere la visita di un giorno e sembra invece
una vita. Direste il protagonista trasformarsi in un “detective”, determinato
con ostinazione a risolvere il mistero degli scritti enigmatici, ma ecco
diventare davanti ai vostri occhi un “detective dell’occulto”, e, come tale,
vittima d’ogni sorta di imprevedibili vicende surreali, di un esasperante
fluttuare dal vero all’illusorio, all’allusivo. Nella sua camera d’albergo, a
Principe, divampa un incendio che si estende all’edificio, alla piazza, alla
stazione. Ma è un inspiegabile fenomeno onirico che si dissolve, come si
esaurivano in un’esplosione di scintille multicolori certe apparizioni nella
Gaskell e in Blackwood. Nella ben individuabile e individuata chiesa di S. Maria
di Castello si spande un’atmosfera ovattata d’indecifrabili sussurri. Il
richiamo letterario porta alle torve mura della medievale comunità monastica
concepita da Eco ne Il nome della rosa, alle stravolte architetture del
castello di Gormenghast in Mervyn Peake o, per andare un po’ più lontano, al
Fauno di marmo di Hawthorne, ancor più rispondente alla storia di un
misterioso delitto perpetrato in piazza Sarzano e di uno sventurato testimone.
Ma quale il tempo? Dal presente dell’io narrante, il trittico ci porta indietro,
al 1913 per agitare il fantasma di Dino Campana. Ma non basta; la pista si
addentra e si perde in un viaggio entronautico nell’occulto del tempo remoto per
approdare a un pittore e a un quadro del 1640. A un delitto del 1640, anche. E
là l’aggrovigliata matassa sembra alfine dipanata. Ma la nebbia si è davvero
dissolta?
Né manca la caligine esoterica delle sedute medianiche, con certe somiglianze al
clima da conventicole cospirative immaginato qui a Genova da Joseph Conrad in
Suspense. In altre parole, e per concludere, Trittico del tempo si
configura come un romanzo costruito in prolissità su di una successione
volutamente frastornante di ipotesi, tutte sospese in aria come punti
interrogativi fuori da un contesto, come note librate tra i righi del
pentagramma, come tempo fuori della clessidra.
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