Trittico del tempo
Un mistero sulle antiche tracce di Pellegro Piola e Dino Campana
 
di Michele Branchi


Le prime pagine

4 novembre 1980

La tela 60 x 80 di Flaminio Maffei attendeva il mio giudizio qualificante: una Madonna estremamente stilizzata, che ricordava il segno allungato di Modigliani.
Erano parecchi anni che esercitavo quotidianamente la professione di critico d’arte; la mia attività si divideva fra l’insegnamento e la preparazione di cataloghi per mostre.
La mia firma aveva raggiunto, nel marketing dell’arte, quella garanzia che il timbro D.O.C. rappresenta per i vini: vidimava l’artista affermato e spianava la strada all’aspirante. a quest’ultima schiera apparteneva Maffei; nient’altro che un discreto copista, ma che aveva la non trascurabile prerogativa d’essere figlio di “un gran capo” dell’economia. Pertanto, il discreto copista diventava il volenteroso pittore che ha fatto tesoro degli insegnamenti dei grandi.
Il mio lavoro fu interrotto dal suono del campanello.
– Buongiorno. Il professor Lorenzo Della Casa?
– Telegramma?
– Sì, firmi qui, per favore.
Subito pensai a mia figlia, che vive in Francia con la sua famiglia, e mi allarmai. Ma ad una rapida occhiata mi accorsi che il telegramma proveniva da Genova. Diedi la mancia al postino e chiusi la porta.
Con trepida curiosità scollai il foglietto e lessi:
“Lorenzino vieni presto stop non ho più tempo stop. Adalgisa”.

L’indirizzo del mittente era: salita a Santa Maria di Castello, Genova.
A quel nome sussultai, pur non riuscendo ad inquadrarlo nella memoria. Lo ripetei a voce alta, più volte, meccanicamente: “Adalgisa, Adalgisa...”; come se stessi frugando nel ripostiglio della mia coscienza. Ad un tratto scaturì dal nulla il volto che apparteneva a quel nome. Insieme al volto riemersero, affastellandosi, le immagini della mia infanzia.
“Incredibile, più di trent’anni mi separano da quel tempo. Adalgisa, la signora delle caramelle... quante volte mi ha accolto nella sua vecchia casa. Possibile che sia ancora viva, quanti anni avrà adesso? E come avrà fatto a ricordarsi di me, dopo tanto tempo... Allora mi sembrava già vecchia. Invece, a pensarsi bene, avrà avuto 40-45 anni. Era una signora alta, eretta, con la pelle color di cipria. Ricordo che portava i capelli raccolti alla nuca, sostenuti da un’invisibile retina. A dire il vero, i tratti del suo volto non mi giungono nitidi: quel che mi rimane impresso di lei è quel sorriso accennato ma eterno, dall’odore di viola, che mi rasserenava. E pensare che gli altri la consideravano una svanita. Era il mio piccolo segreto, l’Adalgisa. Ai miei non garbava che la frequentassi; dicevano che vaneggiava, che mi riempiva la testa di parole senza senso. Ma era l’unica che mi trattasse come un uomo; con la voce trasognata mi recitava poesie lunghissime, dai suoni melodiosi, che io seguivo senza mai annoiarmi, quasi racchiudessero arcani misteri”.
Che cosa questa donna rappresentasse per me, neanche adesso riesco a spiegare: era la madre, la guida e altri simboli ancora, oppure era la mia città che si era incarnata in essa?
La Genova dove io ero nato, colma di quel fascino discreto e chiuso che non tocca lo sguardo distratto e frettoloso di chi s’allontana offeso dalla sua diffidenza; ma che rapisce chiunque sfiori le maglie dei suoi labirintici vicoli, freschi d’estate e riparati d’inverno. Genova è come l’Adalgisa; quando si scopre, scioglie la sua diffidenza e si apre materna ad accogliere nelle sue viscere i figli che cercano la pace dei propri pensieri.
Ormai ero diventato milanese. Un milanese scomodo a se stesso, con le radici affondate in una stagione antica, che il richiamo all’Adalgisa aveva rinverdito. Abitai per un po’ in quei ricordi, come nell’atavica casa che dischiude le sue porte al pellegrino che ritorna. Il sapido alternarsi di sensazioni, si frastagliò di interrogativi: “come sarà ora Genova? conserverà ancora intatti i quartieri dove sono nato? So che molto è andato distrutto, che sono sorti nuovi centri commerciali”.
È strano. nonostante la mia professione mi induca spesso a viaggiare per il mondo, in tutti questi anni mi è capitato di passare da Genova soltanto poche volte, e sempre con l’atteggiamento distaccato e frettoloso del commesso viaggiatore. Forse il mio era il comportamento di chi ha il timore d’infrangere il sacrario inviolato del passato e sa di rimanerne deluso. Mi pareva, in fondo, che ogni vincolo si fosse dissolto con la morte dei miei genitori. Me ne avvedevo, ora, con l’arrivo di quel telegramma.
Purtroppo, gli impegni e gli appuntamenti di lavoro incalzavano; ma, d’altronde, non avrei potuto ignorare il richiamo di quella lontana amica, che per la prima volta, dopo trent’anni, desiderava incontrarmi, e per la quale potevo anche sacrificare un giorno della mia stimata professione.
Il viaggio a ritroso della memoria mi fece smarrire la cognizione del tempo. La pendola del mio studio batteva già le nove. Così decisi di rimandare la partenza al mattino dopo. Mangiai un boccone e me ne andai a letto.
Quella notte fu agitata da sogni confusi e tormentati.
Ricordo che mi trovavo nella bottega di commestibili di mio padre, in via Madre di Dio. Sfilavano sotto i miei occhi sacchi di fagioli, di farina, di polenta; ognuno di essi conteneva la propria paletta di ferro, affondata fino a metà.
Mia madre tagliava con continui fendenti la focaccia gocciolante d’olio, disseminandola per il negozio. Fra i clienti v’erano mescolate facce note di colleghi e di pittori, che mi invocavano. Tutt’attorno si affollavano quadri, che alcuni miei studenti ammiravano con il viso di amici d’infanzia, succhiando avidamente bastoncini di liquirizia. Un lampadario dondolava scampanellando. I clienti continuavano a chiamarmi:
“Lorenzino, Lorenzino, dov’è Lorenzino? Deve autenticare questo dipinto”.
Mio padre allargava con insistenza le braccia, rassegnato.
“Mi dispiace, signori. Lorenzino non c’è, è andato da quella pazza dell’Adalgisa, ha già preso il treno...” diceva, inframmezzando parole in italiano con altre in dialetto.
Io stavo dipingendo l’Adalgisa, che mi sorrideva con uno sguardo indefinito, mentre le ripetevo:
“Finalmente sono grande, posso sposarti adesso”.
E lei:
“Non ho più tempo, Lorenzino, fa presto...”.


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