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L'ultimo enigma di
Aprosio,
il Ventimiglia
di Andrea Becca
1.
Avignone, ottobre 1644: esecuzione di Pallavicino
La scure cade sul ceppo. La folla
trattiene il respiro. Il rumore di un’ostia spezzata. La testa rotola sul
tavolaccio del palco. È finita. Il boia ha fatto un buon lavoro.
In questi ultimi istanti di vita non c’è più il dolore, non c’è più la paura.
L’inquisitore, lentamente, si avvicina al mio corpo esangue. Sorride. Per
spregio mi getta qualcosa sul viso: sono le pagine del mio manoscritto.
La sua vendetta si è compiuta.
Vorrei dirvi che sono morto con dignità guardandolo negli occhi. Vorrei dirvi
che non sono sceso a compromessi né con lui, né con nessun altro. Vorrei dirvi
che ho creduto nei miei ideali più che nella mia stessa vita.
Mentirei.
La realtà è che ho supplicato, implorato e pianto. Avrei fatto di tutto per
vivere, avrei accettato qualsiasi condizione, qualsiasi costo. Ho ritrattato ciò
che avevo scritto e detto contro il papato, i Barberini e la fede cattolica. Ho
chiesto l’aiuto di amici e nemici.
Ho sperato fino all’ultimo istante in un atto di clemenza del pontefice, nella
sua grazia. Un gesto che non è stato concesso. Così quando i carnefici sono
entrati nella cella, hanno dovuto legarmi per portarmi al patibolo. La folla di
Avignone rideva nel vedere i miei inutili sforzi per sfuggire al mio destino.
Potete biasimarmi? Potete capirmi? Ho solo ventotto anni e tanta voglia di
vivere, di amare e di scrivere.
Invece sono stato tradito da una persona che consideravo mite e buona. Una
persona che mi ha convinto a lasciare Venezia – dove ero al sicuro – per
consegnarmi al tribunale dell’Inquisizione francese. Ha fornito ai miei giudici
le prove per la mia condanna e ha saputo alterare i miei scritti per renderli
ancor più compromettenti.
Un individuo di una lucidità omicida devastante.
Mi sconvolge pensare che è ancora là nel capoluogo veneto con un piano preciso:
quello di far uccidere – o uccidere con le sue mani – tutti i miei compagni,
scrittori e liberi pensatori. Adesso il suo disegno mi appare chiaro. Il suo
scopo è sempre stato quello di distruggere la nostra Accademia degli Incogniti.
Siamo stati degli ingenui a sottovalutare il pericolo. Dal canto mio ho cercato
di avvertirli come potevo. Quel traditore deve essere fermato. Spero solo che il
messaggio che ho inviato venga letto e capito. In questo modo la spia sarà
smascherata. Ne va della vita di tutti gli accademici.
Per me è troppo tardi.
In questa discesa nella notte, per fortuna, non sono solo. Mi accompagnano le
pagine del mio ultimo lavoro. Mai la sua copertina mi era sembrata così bella e
il mio nome tanto sonoro. Il corriero svaligiato scritto da Ferrante
Pallavicino.
Il libro che mi ha ucciso. Il libro scritto con un inchiostro speciale: il mio
sangue.
2.
Ventimiglia, ottobre 2007: biblioteca aprosiana
Finestre sigillate, porte sprangate.
Serrature fuori uso. Ottimo lavoro.
Buio. Nel silenzio della notte ascoltavo il rumore inutile di un interruttore
elettrico. Tic, tac. La luce non funzionava. L’ampia biblioteca di Ventimiglia
adesso era la mia prigione.
Avrei dovuto essere preoccupato, invece sapevo che sarebbe successo.
«Bene reverendo Aprosio, ci sei riuscito. Sono qui ad ascoltarti. Cosa ti sei
messo in testa?
Cos’è questo: uno scherzo da preti? Una convention dell’Aldilà? Spiegami. Da
quanto tempo ti nascondi tra questi libri ammuffiti? Cosa mi devo aspettare: uno
zombie, un vampiro? Vuoi, per favore, farti vedere?».
Non avevo paura. Nessuna paura. Allora perché stavo urlando come una zitella
isterica?
Nell’oscurità, il movimento repentino di un saio mi fece sobbalzare.
Era già qui. Sentivo il suo respiro affannoso e il suo nervosismo mi dava
l’unica soddisfazione possibile in questa situazione assurda: era spaventato
anche lui.
Lo sentivo muoversi nel buio. Le mani stavano torturando qualcosa, forse un
rosario, forse un’ultima lettera.
«Dovresti saperlo Egidi.» disse rompendo il silenzio Aprosio «Lo spirito di un
autore non è mai troppo lontano dalle sue opere. Del resto, questo capiterà
anche a te un giorno». Frate del malaugurio. L’indice e il mignolo scattarono in
un paio di corna contro quella profezia funesta.
No, il mio caro Angelico non sarebbe riuscito a farmi tremare. Anche se ora mi
teneva in suo potere, chiuso nel suo regno, tra i suoi amati libri, per me era
solo un fantasma da operetta. Non sarebbe riuscito a farmi tacere.
«Si può sapere cosa sta succedendo in questa biblioteca?» dissi nel modo più
disinvolto possibile.
«Diciamo solo che in questa notte del tutto straordinaria» rispose il frate «ti
viene concessa un’opportunità fuori dal comune: quella di scrivere un’inchiesta
“fuori dal comune”, appunto».
«Fuori dal comune, fuori dal comune. Diciamo piuttosto che è il Comune che ti
sbatte fuori!» e c’è chi dice che non so fare giochi di parole.
«Di cosa stai parlando?» rispose con uno scatto il vecchio bibliofilo «Questa
biblioteca è un gioiello che risplende nel firmamento della cultura».
«Questa biblioteca non rende un centesimo! Anzi è una continua fonte di spesa.
Ecco la verità» parole sante e contabilizzate.
«Per questa ragione» continuai «l’attuale amministrazione sta pensando bene di
realizzare un grande megastore moderno. Certo meno affascinante. Di sicuro più
redditizio. Hai presente i supermercati con tutti quei bei neon, le commesse e
tante casse piene di dobloni?».
«Non può essere vero» il frate sembrava sconcertato. Detesto gli ectoplasmi
disinformati.
«Aprosio svegliati. Oggi i libri sono “out”, non se li fila nessuno. La
televisione, Internet i dvd: quelli sono il massimo».
«Allora cosa ci fai qui tu?» mi chiese lo spirito a bruciapelo. Bella domanda,
pensai.
«Lo vedi questo bel cartellino marrone?» dissi estraendo il mio lussuoso
tesserino «Sono un giornalista e mi pagano per scovare splendide cause perse».
«Non capisco».
«Hai davanti a te la retrovia della stupidità, il cavaliere delle ragioni della
nostalgia, un uomo nel giusto senza i giusti mezzi. Insomma un imbecille» so
adularmi se voglio, non c’è dubbio.
«Ti sottovaluti. Tu puoi fare molto.» mi incalzò il frate sorprendendomi «Devi
raccontare la mia storia e farla conoscere. La mia pace e la mia esistenza
dipendono anche dalla tua penna».
Curioso. Il frate sembrava implorare un aiuto umano, più che minacciare
dall’oltretomba.
«Mi sarebbe piaciuto, Aprosio. Lo dico sul serio.» risposi «È per questo che
sono qui anche stanotte. Certo non sono un grande studioso del tuo secolo, ma mi
sono letto un po’ di libri sulla tua storia, ho letto qualche pagina dei tuoi
testi. Con questi dati avrei dovuto scrivere un’inchiesta per esaltare il tuo
nome. Già immaginavo i titoli: Il frate che ha sfidato il buio della ragione! Il
lume nella notte della cultura! Il faro della cultura del Ponente Ligure!».
«Si può scrivere di meglio, a ben vedere» disse il fantasma divertito.
«Già, lo pensavo anch’io.» risposi serio «Tutto sommato, nell’epoca della caccia
alle streghe sei riuscito a creare la prima biblioteca pubblica della Liguria.
Sei riuscito a far conoscere il nome della tua cittadina, Ventimiglia, agli
eruditi di tutti i regni italiani. Però…».
«Però?».
«Però scopro che sei un traditore, probabilmente un assassino.» dissi con rabbia
«Comunque non una figura molto edificante, per dirla chiaramente».
«Cosa dici? Cosa dici? Sei pazzo.» Adesso ad urlare era lui «Non ho commesso
niente di simile. Come sei arrivato ad una conclusione tanto assurda?».
«Calma, calma, non parlo a vanvera.» odio gli ectoplasmi eccitati «Del resto
cosa fai qui oggi? Non dovresti essere bello tranquillo già da secoli? Almeno
quattro secoli. Cosa ti rode tanto? Quale colpa ti costringe a vivere in questo
modo? Sempre che questa si possa chiamare vita, dopo tutto».
«Silenzio uomo senza Dio, senza fede. Silenzio, uomo senz’anima».
«Avanti Aprosio, non ti scaldare. Non giriamoci intorno. Vogliamo parlare dei
tuoi tradimenti? Forse, dei tuoi delitti?».
«Di cosa sono accusato?».
«Ho gli indizi – le prove – che rivelano come tu sia stato un “infiltrato”
dell’Inquisizione tra gli intellettuali della tua epoca. So per certo che grazie
alle tue informazioni molti filosofi e scrittori libertini rifugiati in Venezia
nella metà del seicento furono perseguitati, arrestati e uccisi. Tra questi
sembra persino un tuo amico, Ferrante Pallavicino».
«È falso. Sono calunnie, menzogne.» Aprosio non riusciva a stare fermo «Fammi
spiegare. Cerca di capire».
La sua figura imponente si presentava come un’ombra spaventosa, mano a mano che
i miei occhi si abituavano all’oscurità. Purtroppo per lui – per il fantasma,
voglio dire – sono un uomo che da tempo non desidera più nulla. La sensazione
del fallimento aveva ampiamente superato quella dell’orgoglio. In questa notte
assurda eravamo solo due ombre in una realtà impazzita. Lui tenuto in piedi da
chissà quali ricordi lontani, io dal mio sordo cupo cinismo.
«Chi ti dice, Aprosio, che la tua storia interesserà a qualcuno? La tua è, tutto
sommato, una vicenda anonima, la vita di uno dei tanti bibliotecari».
«Ti sbagli» disse cercando di interrompermi.
«Tanti, troppi bibliotecari.» continuai imperterrito «Tutti bravi a pulire i
vostri libri dalla polvere, chiusi in magnifiche torri d’avorio. Da là, passate
il tempo a giudicare chi – per ceto o per sfortuna – non fa parte della vostra
casta. Pensaci, Aprosio. Sei stato uno come molti. Cosa ti fa credere di avere
una qualche importanza per la gente di oggi?».
Touché. Adesso il saio mi sembrava sgonfiarsi e perdere dimensione. Il
frate si era afflosciato su una sedia. Molto bene, un fantasma fragile. Non
rimaneva che incalzare.
«Desideri la pace Aprosio? Vedrai che domattina l’avrai la tua pace. L’avrai
quando ti avrò ben ben convinto che non esisti oggi, come non sei esistito nel
tuo tempo. Probabilmente sei stato solo una macchietta misera in un panorama
culturale provinciale e squallido».
Il fantasma alzò un braccio in segno di resa, come per proteggersi. Poverino.
Come avrei voluto provare una qualsiasi emozione, un po’ di pietà per lui.
Purtroppo, però, i sentimenti sono un lusso che noi ombre non ci potevamo
concedere.
«Non li ho uccisi io. Non ho tradito Ferrante Pallavicino, né gli altri
accademici. Non sono stato io a spingerli alla morte denunciandoli alla Santa
Inquisizione».
«Per quale ragione dovrei crederti? Quale importanza ha una vicenda come la tua,
sepolta nel 1600?».
«Non so cosa abbia senso. So solo che sei uno scrittore e che – una volta –
amavi la tua terra e le sue storie. Ti chiedo di scrivere anche questa».
«Perché? Dimmi perché dovrei».
«Forse anche tu – come me – hai solo un filo che ti tiene legato a questa vita:
i libri» il frate mi sorprese ancora.
«Sciocchezze. Sono solo ammassi di carta che non rendono nulla» dissi sentendo
un leggero dolore intercostale. Classico sintomo da Pinocchio.
«Sì, sono ammassi di carta, è vero. Però sono anche storie, sogni, studi,
desideri che ci attraggono in maniera irresistibile. Sono progetti. Sono amici
che sanno aspettarci. Sono parole che diventano parte di noi.» disse Aprosio
«Sono sicuro che anche tu non puoi sopportare che vengano venduti, dispersi,
gettati in qualche magazzino-discarica».
Adesso ero io senza fiato. In quella notte nera che era la mia vita e la mia
carriera, questo era un argomento che riusciva a muovere qualcosa in me. Il
vecchio Aprosio aveva saputo toccare un punto dolente.
Allora perché non dargli questa soddisfazione? Perché non ascoltarlo?
Tutto sommato aveva ragione lui: era meglio andare fino in fondo, mettere in
luce ciò che rimaneva della sua storia. Forse avrei capito qualcosa anche della
mia. Chissà. Forse avrebbe potuto essere il momento buono per mettere un punto
definitivo e chiudere i conti con il passato per tutti e due.
Mettiamola così: una seduta psicoanalitica con l’aldilà.
Che ironia: una seduta totalmente assurda soprattutto per me che non avevo mai
creduto né in Freud, né in Dio.
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