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Una città in
gabbia
Un'indagine di Erica e Maffina
di Annamaria Fassio
Sapeva di non avere scampo, tuttavia
continuava ancora a trascinarsi carponi lasciando sull’asfalto una scia rossa e
vischiosa. Dalle sue labbra uscì uno strambo verso d’animale, qualcosa che
ricordava più un grugnito che un gemito. Moriva soffocata dal suo stesso sangue
e non poteva fare nulla se non constatare, con ottuso stupore, che la sua vita
stava terminando. Goccia dopo goccia. Forse era così che doveva finire, ma lei
non era ancora pronta. Non era servito a nulla scappare, nascondersi,
allontanarsi...
Non era servito a nulla.
Ora i suoi occhi appannati misero a fuoco una rientranza nel muro, una sorta di
pertugio la cui apertura aveva la consistenza frastagliata della notte. Oscura
ed amica occupava per intero il suo orizzonte visivo e, negli spasmi
dell’agonia, le sembrò sicura ed accogliente. Cercò di sollevarsi, per un attimo
le parve che questo fosse possibile, poi ricadde pesantemente sull’asfalto.
Era già morta quando le spararono.
1
– Ora sembriamo davvero sorelle – disse Nora sorridendo.
Anche la sconosciuta sorrise: un sorriso incerto che si tramutò in una piccola
smorfia patetica.
– Perché non mi dici come ti chiami?
– No. Il nome no. – E si allontanò dallo specchio, quasi avesse paura della sua
immagine. Gli abiti le stavano un po’ larghi, ma lei non aveva mai indossato
indumenti così fini e morbidi. Le piaceva soprattutto la camicetta di seta
grigia che le scivolava leggera sui fianchi. Comunque nemmeno gli abiti nuovi
erano riusciti a distrarla dalla sua pena.
Nora finì di pettinarsi, poi gettò il pettine nel beauty case. L’aveva
appoggiato sul bancone del lavandino e si era sporcato di bianco. Dentifricio,
probabilmente. Fece una smorfia. Questi Autogrill diventano sempre più
invivibili, pensò guardandosi allo specchio. Quello che vide le piacque molto,
come sempre: un fisico ancora snello, lunghi capelli ricci trattenuti da un
elastico, occhi grigi e nebbiosi, come certe mattine sul mare. Nora si lasciò
sfuggire un sorriso. – Hai fame? – chiese.
– Ho una figlia – disse all’improvviso Nora. Mise la freccia ed uscì nella
corsia del sorpasso. Qualcuno le lampeggiò, ma lei non ci fece caso. La notte
aveva steso i suoi colori di velluto sulla campagna e si era alzato il vento. –
Eh sì, una figlia di sedici anni che studia a Parigi. Ci sei mai stata?
L’altra fece segno di no.
– Fa l’Erasmus – continuò Nora imperterrita. –È molto carina e ribelle. Anch’io
alla sua età ero come lei, non così bella, però! Angelica ha dei colori
incredibili! L’incarnato della bionda e i capelli scuri come i miei e i tuoi.
La sconosciuta si toccò i capelli. – Quando arriviamo? – domandò con ansia.
– Siamo ancora lontane.
– Ma arriviamo, vero?
Nora fece una smorfia. – Certo che arriveremo. E che diamine!
– Non so perché ho deciso di fare questo passo – disse ad un certo punto Nora.
Più che altro parlava a se stessa perché la sconosciuta si era addormentata, la
bocca aperta, un filo madreperlaceo di saliva sul mento. – Però sono molto
contenta di essermene andata. Sai, non so quando ho deciso di lasciare tutto; ci
pensavo, certo, ma sempre stando ai margini del problema... Forse avevo paura,
che ne dici? Anche questa mattina, uscendo di casa, non ero del tutto sicura.
Ero molto agitata, molto tesa! Lasciare Riccardo e Angelica, sparire per sempre!
Ero davvero turbata! Il cuore mi dava certi balzi! Continuavo a guardare l’ora e
mi dicevo che ero ancora in tempo per tornare a casa, vestirmi elegante e
raggiungere Riccardo a teatro. Sai, ieri sono stata in banca e ho ritirato tutti
i miei risparmi, e poi ho preparato le valigie, ho messo dentro poca roba
comoda, faccio sempre in tempo a rifarmi il guardaroba, no?, e le ho portate in
macchina. Insomma, mi ero decisa. Finalmente pensavo con la mia testa, capisci?
– Nora s’interruppe per bere un lungo sorso d’acqua. – Ho sempre fatto tutto
quello che volevano gli altri: ho studiato lettere per compiacere mia madre, mi
sono sposata con Riccardo perché piaceva a papà, ho fatto Angelica perché non
sia mai che non avessi un figlio!
L’auto correva veloce nella notte lasciandosi dietro paesi sprofondati
nell’oscurità e posti di ristoro che rilucevano come alberi di Natale.
Al prossimo mi fermo, pensò Nora
– Oggi è il mio compleanno... Sono sicura che Riccardo non me lo perdonerà mai!
Un paio di ore fa l’ho anche chiamato, ma quando ho sentito la sua voce non me
la sono sentita di parlargli. Non avrei saputo cosa dirgli. – Nora scalò una
marcia e portò la macchina sulla corsia esterna. – Ora ci facciamo un bel caffè.
Che ne dici?
La sconosciuta aveva aperto gli occhi. – Dove siamo? – chiese con la voce
impastata di sonno.
Nora fece spallucce. – Da qualche parte vicino a La Spezia. Una bella tirata,
no?
Ma l’altra sembrava attratta solo dalle luci del bar che scintillavano nella
notte. Intorno a loro i tir formavano un labirinto scuro e oleoso entro il
quale, Nora ne era convinta, poteva accadere di tutto. Sorrise alla sconosciuta
e la prese sottobraccio. – Vieni – disse sorridendo. – Andiamo a farci questo
caffè.
Nora sorbiva lentamente il cappuccino e intanto pensava a quello che avrebbe
fatto nell’immediato. La stanchezza cominciava a farsi sentire, tuttavia non si
era sentita mai così bene come in quell’ora notturna, con il cielo pieno di
stelle e l’aroma del caffè sulle labbra. La sua compagna di viaggio era sparita
da una buona mezz’ora, lasciando sul tavolo una logora borsetta di perline. Di
un kitsch!, pensò Nora guardandola. Aveva incontrato la sconosciuta al casello
di Civitavecchia. Se ne stava rannicchiata in un angolo, indifferente alle
macchine che le sfrecciavano accanto. Indifferente e spaventata, aveva pensato
Nora. Perché si era fermata chiedendole se avesse bisogno di qualcosa? Forse si
era lasciata intenerire dal suo sguardo, o forse dal vestito: un abituccio a
fiori, troppo leggero per quel pomeriggio d’ottobre.
– Le serve aiuto? – aveva domandato.
La sconosciuta aveva alzato uno sguardo liquido e ambrato che l’aveva subito
conquistata.
Ora di lei rimaneva la borsa sformata e il sacchetto dei vecchi abiti dei quali,
nonostante la sporcizia e l’odore, non aveva voluto disfarsi. Servono, aveva
detto. Nora l’aveva praticamente rivestita: pantaloni, camicia di seta,
biancheria e un paio di mocassini avevano sostituito l’abito a fiori e le
orrende scarpe da ginnastica.
– Così starai al caldo – aveva esclamato Nora, che aveva visto in quel dono la
conferma della sua nuova esistenza. Il modo migliore per incominciare, aveva
pensato.
La sconosciuta aveva accettato gli abiti in silenzio e gli occhi erano rimasti
seri. Seri e spaventati.
Chissà chi è, si disse Nora. La sua mano si mosse lentamente verso la brutta
borsetta dove, ne era sicura, avrebbe scoperto il mistero. Nessuno gira senza
documenti. E che diamine!
Allontanarsi. Comprare il biglietto
allontanarsi. Prendere l’autobus. Allontanarsi. Non parlare con nessuno.
Allontanarsi.
Rumore di macchine, rumore di gente.
Uno: camminare senza sorridere a nessuno, due: salire sull’autobus. Poi timbrare
il biglietto.
Non parlare con nessuno. Allontanarsi.
2
L’aula 14 della Scuola di polizia di Begato ha una grande parete a vetri dalla
quale in certe mattine si riflettono, in un gioco di specchi, le case del
quartiere Val Torbella. Piccoli frammenti luminosi che rallegrano l’aula bianca
e senza storia, dove gli agenti lasciano messaggi sui tavoli di plastica, come
studenti qualsiasi.
Quella mattina il gioco delle luci era più intenso di altre volte e Antonio
Maffina, vicequestore della Squadra Mobile di Genova, l’osservò con interesse
per alcuni istanti, senza decidersi ad iniziare. Alto e magro, i capelli grigi
tagliati molto corti, un sobrio abito scuro ravviato da una cravatta chiara, non
sembrava affatto un poliziotto. Ma del resto nemmeno gli agenti che affollavano
l’aula lo sembravano: la maggior parte era in borghese, vestita come vanno
vestiti i giovani di tutto il mondo.
Quando Maffina parlò lo fece nel modo calmo e pacato che gli era abituale, ma i
suoi occhi tradivano una sorta di agitazione interiore, che nulla aveva a che
vedere con la lezione che stava per tenere. – Una mia cara amica – esordì
aprendo il quaderno degli appunti. – paragona spesso una indagine poliziesca
alla ricerca storica, perché è nel passato che ci sono tutti gli indizi per
capire quello che succede nel presente. – Fece una pausa e gli occhi misero a
fuoco qualcosa che solo lui poteva vedere. Il viso magro e scavato aveva una
espressione dura che cercò di mitigare con un sorriso. Infine si riscosse. – Mi
piacerebbe che anche voi cominciaste ad entrare in questo ordine di idee...
Nell’aula il brusio era cessato e gli agenti lo ascoltavano attenti.
– Bella lezione – disse l’ispettore Lo Pascio mettendo in moto l’Alfetta. –
Forse ha insistito troppo con il parallelo storico.
Maffina si domandò se le parole di Lo Pascio nascondessero un complimento o una
critica. Lo guardò polemico, infastidito dall’osservazione. L’ispettore aveva il
viso stanco, e Maffina pensò che non stesse bene. – Hai fatto tardi questa
notte, Lopà?
– Perché?
– Sei conciato da paura.
Lo Pascio ridacchiò. – Avevo un giro.
Maffina lo fissò di nuovo, questa volta con espressione più benevola, quasi
paterna. Lopà portava i capelli rasati secondo la moda in voga tra i poliziotti,
e indossava pantaloni larghi e ampi di foggia militare. Il vicequestore, che
amava i toni pacati, sobri, e comprava i vestiti in un negozio inglese in vico
del Fondaco, scrollò la testa e represse un sorriso. – Dovresti venire dal mio
sarto, Lopà. Magari lui ti dà un’aggiustatina, eh?
– Alle ragazze piace come mi vesto.
Maffina si chiese se si riferisse ad Erica con la quale aveva avuto una breve
storia un anno prima. – Buon per loro – disse con aria fintamente indifferente.
Lo Pascio portò la macchina a ridosso della garitta e si mise diligentemente in
coda. – Fra un po’ di qui non passerà più nessuno – osservò indicando
l’andirivieni di camionette. – Mi hanno detto che hanno requisito tutti i
parcheggi sotterranei per sistemare le vetture in arrivo. Sarà vero?
Maffina si strinse nelle spalle. – Si dicono tante cose...
– Sì, ma lei ci crede?
– Lopà, non lo so. A me non dicono mai niente. – Si pentì subito della sua
ammissione, ma Lopà sembrò non farci caso e continuò a cianciare di posteggi e
di auto blindate.
Davanti a loro, oltre la strada e la garitta, si stagliava tozza e massiccia
come un monolite tribale la Torre, il grattacielo in cui abitava il commissario
capo Erica Franzoni.
Erica Franzoni lesse con una ruga di cipiglio il nuovo ordine di servizio,
siglato Lucio Marciano. Scosse la testa e rilesse una terza volta. La prosa di
Marciano, tenente colonnello dei Servizi speciali, era scarna ed essenziale,
quasi minimalista. Non così il contenuto, però. Per tutta la durata del G8,
scriveva Marciano, il commissario capo Franzoni e Antonio Maffina (Marciano
aveva omesso di specificare la qualifica di quest’ultimo) avrebbero dovuto
“rimanere a disposizione in questura” ed “eventualmente” coordinare
“l’emergenza”.
Erica fu tentata di strappare il foglio in mille pezzi e rimandarlo al mittente.
– Merda – disse a voce bassa. – Ma che merda!
– Rogne? – chiese l’agente semplice Ida Merenghini affondando i denti in una
mela, la sua merenda di mezza mattina come amava definirla.
– Soliti casini burocratici – rispose Erica senza sbilanciarsi. Era una bella
ragazza alta e sottile, dal viso serio e importante. Grandi occhi, bocca larga,
zigomi marcati. Quella mattina indossava un paio di jeans grigi e una maglietta
in tinta; allacciata intorno ai fianchi, come di consueto, la giacca a vento con
il logo della polizia. I capelli erano trattenuti da un mollettone giallo;
alcune ciocche le cadevano sul viso e lei, come sempre, prese a sciogliersi la
crocchia, ad attorcigliarla e fermarla alla base della nuca. Era commissario
capo da più di un anno, Ida, invece, non era riuscita ancora a passare il
concorso e continuava a rimanere agente semplice. Erano diventate amiche quasi
per caso; le univa una brutta storia che avevano vissuto insieme quando un
avvocato aveva, all’improvviso, sterminato tutta la sua famiglia. Talvolta Erica
pensava che quella sera ventosa di marzo di un anno prima aveva davvero cambiato
la sua vita. Subito dopo un caso molto importante l’aveva tenuta inchiodata al
lavoro per tutta l’estate, e quando infine aveva arrestato l’assassino si era
trovata, da un momento all’altro, al centro dell’attenzione non sempre benevola
dei colleghi. Forse era per questo motivo che aveva accettato l’amicizia di Ida;
la ragazza non le faceva mai domande imbarazzanti e, soprattutto, non era
pettegola come buona parte delle sue colleghe. Qualità che Erica apprezzava
molto.
– Alle undici c’è quell’udienza in tribunale – le ricordò Ida.
Erica annuì con aria distratta. L’ordine di servizio le pesava tra le mani e lei
cercò senza troppo successo di far finta di nulla. Non nell’immediato, almeno.
Lo Pascio tornò sull’argomento G8 quando si trovarono bloccati in mezzo al
traffico. Inchiodò la macchina a mezzo centimetro da un tir e abbassò il
finestrino. – E perché non sa niente? Del G8, intendo.
Maffina borbottò qualcosa d’incomprensibile.
– Non le va di parlarne, eh?
– No, se proprio non sono costretto.
– Io non la costringo di certo – disse Lo Pascio. Non sembrava offeso, piuttosto
imbarazzato per aver toccato un argomento sgradito al suo superiore. Accennò ad
un sorriso di scusa e tornò a concentrarsi sulla strada dove tir, autobus e
macchine si contendevano il poco spazio a disposizione. Predatori nella savana,
pensò Maffina con una smorfia. La metafora gli piacque e si lasciò sfuggire un
sorriso. In quel momento arrivò la segnalazione.
– Inserisci la sirena – suggerì Maffina. – E andiamo a dare un’occhiata.
Lo Pascio ubbidì e portò la macchina nella corsia di destra, dove si aprivano
gli accessi al porto.
Oltrepassarono lo scalo dei traghetti e s’infilarono in una zona che Maffina non
conosceva assolutamente: un labirinto di container, di binari, di costruzioni
lunghe e basse, di piloni che sembravano sorreggere il nulla.
Infine furono sul molo. Sul posto, c’erano già i colleghi della polizia
portuale: due agenti semplici e un commissario che Maffina conosceva di vista. –
Ho avvertito il medico legale e il gip – disse quest’ultimo. – Dovrebbero essere
qui a momenti.
– Chi è stato a trovarlo?
Il commissario additò degli operai raggruppati in un angolo. Allungavano il
collo e parlavano a voce alta. Maffina spedì Lo Pascio da loro e cercò di
mettersi in contatto con Erica.
Erica uscì dal tribunale alle due del pomeriggio. Il tempo era nuovamente
cambiato e l’aria sapeva di pioggia. In via Vernazza la folla abituale del
lunedì. Non fosse stato per il numero spropositato di poliziotti sarebbe parsa
una giornata normale. Ma non era così e anche l’aria che si respirava era
diversa; nonostante i continui comunicati stampa rassicuranti, la tensione si
percepiva in modo tangibile. Poliziotti e no global sembravano ignorarsi a
vicenda, ma Erica intuiva che la tregua era solo apparente e del tutto
momentanea.
Entrò in un bar e ordinò una cioccolata calda guardando curiosa un gruppo di
giovani tedesche abbigliate come si usava negli anni Settanta: gonne lunghe sino
ai piedi, sabot, nastri tra i capelli. Tra lei e le ragazze non ci saranno state
più di dieci anni di differenza. Pensò melodrammatica: una generazione!
Addentando la brioche, sorbendo la cioccolata, guardando la sua immagine
riflessa nel grande vetro brunito.
– Avevi il cellulare spento? – chiese polemico Maffina detergendosi la fronte
con un fazzoletto immacolato.
Ancora affannata per la corsa, Erica si appoggiò al cofano dell’Alfetta. – Ero
in tribunale – si scusò ansimando vistosamente. – La Merenghini non gliel’ha
detto?
– Non ho trovato nemmeno lei. Dove hai lasciato la macchina?
– Laggiù, all’inizio del molo. Non sapevo se qui si poteva fare manovra e
così... – non completò la frase e si accese una sigaretta. – Mi dia i dettagli.
Chi è stato a trovare lo scheletro?
– Gli operai del cantiere.
– Quando è arrivata la segnalazione?
– Circa due ore fa.
– E Lopà?
– Sta raccogliendo le testimonianze con Archibugi.
Archibugi era il gip. Erica aveva lavorato con lui qualche volta e lo trovava
abbastanza simpatico. Sospirò. – Mi spiace – disse. Alle sue spalle il mare
riluceva compatto e un gabbiano scese in picchiata sfiorando l’acqua con le sue
ali bianche.
Il viso mummificato, raggelato in una espressione di stupore, era contornato da
rade ciocche di capelli ramati. Erica si stupì che il colore fosse ancora così
vivo e luminoso.
– A volte capita – disse il medico legale con aria indifferente. Seduto sui
talloni, fissava quello che rimaneva dello scheletro. – Doveva essere una
persona giovane.
Erica si chinò accanto a lui. – Guardi qua – disse indicando alcuni brandelli di
stoffa inconsistenti come nebbia. – Sembra un abito estivo...
Il medico non si scompose. – Il tocco femminile. E comunque adesso che me lo fa
notare... Per quello che ne so dovrebbe essere successo a giugno, giugno del ’42
mi sembra – fece gioviale. Aggiunse che non era molto ferrato in storia. Guardò
gli scavi dubbioso. – Dobbiamo circoscrivere la zona. Non sia mai che ce ne
sfugga qualcun altro.
– Ma il posto è stato bonificato o no?
Il medico annuì. – Più di una volta, ma la galleria era molto lunga ed era
considerata un rifugio sicuro, mi spiego? È per questa ragione che quei
poveretti hanno fatto la fine dei topi. – Scrollò la testa e riprese a fissare
lo scheletro le cui ossa avevano la ferrosa consistenza della terra che lo
ricopriva.
Seduto su una bitta Maffina guardava la grossa nave bianca ormeggiata due moli
più in là. Di lì a poco sarebbe partita per mari lontani...
Il ritrovamento dello scheletro gli aveva procurato una sorta di paralisi
mentale perché, nonostante tutti gli anni passati a giocare con la morte, non si
era ancora abituato al suo devastante potere.
Pensò: sto invecchiando.
Si accese una sigaretta.
Pensò di nuovo: e forse sto sprecando la mia vita.
Sapeva di esagerare; nonostante gli anni avessero scavato il suo viso e
ingrigito i capelli, era sempre un bell’uomo, alto e asciutto come quando aveva
trent’anni e viveva a Torino con la sua ex moglie. Nel ricordo spesso Aurora si
sovrapponeva ad Erica, e allora Maffina si chiedeva se il desiderio che provava
per quest’ultima non nascondesse la voglia di catturare la giovinezza e
fermarla, almeno per pochi istanti, prima che la Grande Nemica (così chiamava la
morte) decidesse per lui. Alle sue spalle, intanto, i resti venivano caricate
sul furgone delle imprese funebri comunali. Maffina si alzò con un senso di
disagio, guardandosi intorno spaesato. Nessuno sembrava far caso a lui, come se
in quel momento fosse del tutto trasparente.
Il bar in fondo al molo, un locale piccolo e dimesso, stava vivendo il suo
momento di gloria perché Archibugi l’aveva momentaneamente requisito per
coordinare le operazioni. Odore di caffè, di grappa e di segatura. Qualcuno
aveva unito tutti i tavolini disponibili, formando un piano d’appoggio sul quale
era dispiegata una cartina della zona.
Archibugi aveva un’aria scettica. – Mi spiegate a cosa serve? – disse indicando
la mappa. – È passato mezzo secolo!
– Ma gli accessi ai moli, dottore, se permette...
Archibugi si tolse un invisibile granello di polvere dalla giacca. Era un bell’uomo
di circa quarant’anni. In giro si sussurrava che fosse gay, ma forse erano solo
malignità. Quel giorno indossava un abito chiaro e una camicia scura che gli
conferiva un’aria vagamente da gangster. Sembrava uscito da un film degli anni
Quaranta, non fosse stato per i capelli che portava abbastanza lunghi e
ondulati. – Se permette, commissario, non me ne frega un accidente dei suoi
accessi ai moli, tanto lo sappiamo benissimo come può essere successo – disse, e
poi si rivolse a Maffina che se ne stava in disparte, apparentemente estraneo al
battibecco. – Lei, vicequestore, che ne pensa?
– Penso che abbia ragione, naturalmente.
Archibugi annuì compiaciuto – E che hanno detto gli operai? – chiese poi
rivolgendosi a Lo Pascio.
– Gli operai lavorano per una piccola ditta che ha preso in appalto la
manutenzione di questo tratto di molo. Iniziano a mezzogiorno e finiscono
intorno alle sei di sera. Oggi dovevano sgombrare l’area per via del G8, sembra
che questa zona sia inserita all’interno di un percorso panoramico. L’hanno
trovato così...
– Sarà un problema risalire ai parenti. Posto che ce ne sia qualcuno in vita,
naturalmente – disse Archibugi con un’alzata di spalle.
Si aprì la porta ed entrò una donna sulla quarantina, alta, bionda, vestita di
nero. Un filo di perle al collo, e una giacca di lino buttata negligentemente
sulle spalle. I suoi occhi, privi di qualsiasi espressione benevola, si posarono
sul gruppo di poliziotti. – Sono la dottoressa Fanciulli, del prie.
– E sarebbe? – chiese Maffina.
– Pubbliche Relazioni e Immagine Esterna. Del G8, naturalmente. Lei è il
vicequestore Maffina? – e gli rivolse un sorriso algido e lunare.
– Come sarebbe poca pubblicità? – domandò Maffina.
– Sarebbe che non vogliamo interferenze negative. Sarebbe un disastro in questo
momento. Lei capirà, spero – disse la Fanciulli.
Maffina represse un gesto di rabbia. – Non possiamo certo bloccare gli scavi.
– Non dico questo, certo che no. – Di nuovo affiorò il sorriso sbiadito e
freddo. – Parlo di tamtam con i giornali, di rilevamenti esagerati e inutili. –
La donna indicò la finestra oltre la quale si stendeva la linea grigia del molo
e in fondo la massa colorata dei container. – Le transenne non sono necessarie,
e nemmeno tutto quel nastro rosso e bianco. Questo intendo. – Si alzò di scatto.
– Le do tempo sino a domani. Poi le transenne devono sparire. Intesi?
– Ma...
– Vicequestore si immagina l’effetto che possono fare alle delegazioni
straniere? Cerchi di collaborare. Non le sto chiedendo molto, mi sembra.
Lasciarono il bar che l’aria si era fatta violetta e il porto era tutto uno
sfavillio di luci. La nave bianca era salpata e Maffina guardò con rimpianto il
molo deserto. In città lo chiamavano “il molo degli emigranti” perché proprio da
lì i contadini dell’entroterra genovese partivano per le Americhe, come si
diceva all’inizio del secolo. File cenciose di poveri cristi vestiti di nero,
che parlavano il dialetto stretto e aspro dei monti dove la terra era avara, e
coltivarla una fatica che ti rompeva la schiena. Forse era per questo motivo che
i genovesi erano tolleranti con gli extracomunitari. Abbastanza tolleranti, si
corresse subito Maffina. Davanti a lui Erica e Lopà questionavano vivacemente su
chi doveva accompagnare chi, e come, e con quale macchina. Un tormentone al
quale lui era ormai abituato, ma che lo faceva sempre sorridere. – Mi arrangio
da solo – disse facendo un cenno di saluto con la mano. Camminare gli era sempre
piaciuto e quella sera arrivare in questura fu particolarmente gradevole. Il
tramonto sembrava non finire mai e il mare era un incendio rosso e porpora. In
piazzale Kennedy il Genoa Social Forum stava organizzando un sit-in e la voce di
Joan Baez riempiva l’aria.
Il tenente colonnello Marciano entrò nell’ufficio di Maffina senza bussare. Non
salutò, limitandosi a lanciargli uno sguardo glaciale. – Mi parli dell’incidente
– esordì. – Un fatto veramente increscioso.
Marciano era tarchiato, non troppo alto, completamente calvo, salvo una striscia
di capelli, morbidi e sottili come lanuria, intorno alla testa. Mani larghe e
tozze, pancia prominente. Nonostante l’aspetto da caricatura era un autentico
duro, un militare che si era fatto le ossa sul campo e che ora era di stanza a
Genova in veste di supervisore del G8.
Maffina si strinse nelle spalle. – Cosa vuole sapere?
– Tutto.
– C’è ben poco da dire, tenente colonnello. Quella zona del molo si trova
proprio a ridosso di quello che rimane della collina di San Benigno. Pensiamo
debba trattarsi di una delle vittime del bombardamento aereo del ’42.
– Conosco la storia, vicequestore. – Marciano fece una smorfia. – Mi hanno detto
che lo scheletro è stato ritrovato abbastanza vicino alla Lanterna.
– Più o meno.
– Come sarebbe?
– Sarebbe che il percorso per raggiungere la Lanterna è più a monte, mi spiego?
– Maffina sapeva dove voleva arrivare Marciano. Come la Fanciulli, anche lui
probabilmente temeva interferenze esterne.
– Un percorso panoramico – disse il tenente colonnello con una punta di
fastidio. – I tecnici mi hanno detto che hanno costruito un praticabile di legno
a pelo del mare molto suggestivo e...
Maffina l’interruppe. – Si rilassi, colonnello. La Lanterna è al sicuro e così
il praticabile.
– Mi sta forse prendendo in giro?
– No. Sto solo dicendo che il sito del ritrovamento è parecchio più a valle e
che non dovrebbe interferire con eventuali visite guidate.
– Un episodio increscioso – ripeté Marciano; sembrava non conoscesse altra
parola che spiegasse il suo stato d’animo.
Maffina si accese una sigaretta incurante dello sguardo di Marciano, poi prese
una cartelletta azzurra. Trovò subito quello che cercava. Quando parlò il suo
sguardo si inchiodò sugli occhi di Marciano. – Tenente colonnello, ho qui il suo
nuovo ordine di servizio – disse mostrando un foglio spillato ad altri fogli. –
Cosa significa?
– Esattamente quello che c’è scritto.
Maffina sospirò. – Coordinare la Volante mi sembra riduttivo tenente col...
Marciano l’interruppe con un gesto della mano. – Non c’è niente di riduttivo nel
lavoro di un poliziotto. Lei dovrebbe saperlo. Si attenga all’ordine senza porsi
troppe domande, vicequestore. Nell’esercito si usa così.
Da quando era stato promosso vicequestore, Maffina passava sempre ad Erica quei
casi che, in un modo o nell’altro, potevano aiutarla nella sua carriera.
Carriera veloce: a trent’anni commissario capo, nessun insuccesso, nessun caso
irrisolto. Maffina vegliava su di lei come un padre affettuoso, o un amante
geloso. I pettegolezzi intorno a loro due, entrambi di sinistra, entrambi fuori
da ogni schema, fiorivano come papaveri a maggio. Alimentati dalle mitologie
della questura, si gonfiavano rigogliosi, mostrandosi forti e protervi per
alcuni giorni, e poi appassivano miseramente. Loro due facevano finta di niente
e continuavano a comportarsi come avevano sempre fatto: Erica dando del lei a
Maffina, e Maffina andando in Val Torbella per il caffè serale. Due chiacchiere,
alcune risate (troppo poche!, pensava spesso Maffina), un bacio fintamente
distratto sulla guancia prima di lasciarsi. A volte lui si chiedeva se entrambi
non fossero troppo repressi, per lasciare, finalmente, che le cose andassero
come, forse, dovevano andare.
Una notte Maffina aveva sognato che stava facendo l’amore con Erica; un sogno
irto di presagi, funestato da simbologie mortuarie: treni, improvvise partenze,
telefoni che squillavano a vuoto e la sabbia che scivolava inesorabile dalla
clessidra... Dopo quel sogno, banale nella sua folgorante chiarezza, Maffina si
era preso una vacanza di alcuni giorni e aveva raggiunto Annalisa a Torino. Era
inverno e la città sonnecchiava sotto la brina e la nebbia. Avevano visto il
Falstaff al Regio e Ronconi al Carignano; avevano passeggiato lungo il Po, fatto
l’amore di pomeriggio come piaceva ad Annalisa, risistemato lo studio della
villetta di via Dante dove Annalisa abitava da sempre. Maffina non aveva mai
parlato del sogno ad Erica e lei non gli aveva chiesto nulla della vacanza. La
vita li aveva risucchiati e loro non si erano opposti...
Certe scelte si pagano, pensava talvolta Maffina. Lo pensò anche quella sera,
mentre il taxi risaliva verso la Val Torbella, e questo pensiero non era affatto
consolatorio, ma piuttosto la prova lampante dell’impossibilità di affrontare il
problema in termini precisi e chiari. Scese dal taxi di malumore e lo era anche
quando Erica venne ad aprirgli. La trovò in pieno trasloco, infilata, come
d’abitudine, in una maglia informe che lasciava scoperte le lunghe gambe
abbronzate. Maffina notò che era scalza.
– Forse ho fatto male a venire – disse, guardando preoccupato il soggiorno dove
si ammassavano libri e mensole.
Lei scrollò le spalle, indifferente. – La nuova libreria – disse come se facesse
le presentazioni. – Me l’hanno consegnata mezz’ora fa. – Nonostante avesse
parlato con asprezza, si capiva che era contenta. – Fra un’ora è tutto sistemato
– continuò impugnando un cacciavite.
In realtà impiegarono tre ore a montare la libreria e a sistemare i libri. Erica
aveva acceso lo stereo, rock duro che Maffina non conosceva assolutamente, e
aveva stappato una bottiglia di vino bianco. La notte si appoggiava sui vetri,
dolce e morbida come una carezza, e una lunga fila di automezzi blindati
risaliva lentamente il quartiere.
Che avesse ragione Lo Pascio?
– Esistono posteggi sotterranei in zona? – chiese Maffina.
Erica non lo sapeva.
Rimasero a lungo a guardare, mentre la coda di jeep si assottigliava piano
piano, sino a scomparire del tutto.
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