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L'unghia di
Camillo
di Enzo Ferrea
La lettera
La lettera l’ho spedita... Maria la
riceverà e mi dirà come devo comportarmi...
Silvana diede un lungo sospiro. Aveva sonno, ma le dispiaceva chiudere gli
occhi. Era così bello starsene distesi al sole e guardare il mare! Da quel punto
del giardino il mare sembrava a due passi, si aveva l’illusione che bastasse
allungare un dito per toccarlo e invece era lontano... Potevo telefonarle... ma
è difficile dire certe cose per telefono. Come è calmo il mare... tutto quel
blu... non c’è neanche una vela...
Silvana si rannicchiò sulla sdraio; posato tra l’erba vide un fiore, lo
raccolse. Nel palmo della mano contò cinque petali, o forse erano quattro? Non
riusciva a concentrarsi, sentiva un piacevole torpore... Le idee in testa si
fecero confuse. Chiuse gli occhi e si assopì. Nel sogno rivide il mare, e in
mezzo al mare c’era qualcosa che galleggiava. Guardò meglio e riconobbe la
busta. Riuscì anche a leggere l’intestazione: per mia sorella maria.
È la mia lettera, pensò, sta viaggiando. La lettera seguiva il ritmo delle onde,
su e giù placidamente, come in una culla. In lontananza c’era uno scoglio;
attorno la superficie dell’acqua ribolliva, si aprivano squarci come profonde
ferite. Montagne schiumose si levavano alte per poi infrangersi contro il nero
lucente delle rocce. Ad ogni schianto si produceva un suono simile a grida
umane. La lettera prese quella direzione. – Torna indietro! – implorò Silvana. –
Non devi bagnarti! Ma viaggiava troppo veloce e non poteva sentirla.
Poi vide la prima sbavatura. La M di Maria divenne una macchia informe, quindi
fu la volta della a e in un istante tutto il blu dell’inchiostro si mischiò al
blu del mare; anche il francobollo si staccò e fu portato via, la busta rimase
completamente bianca. Silvana diede uno strillo. La lettera aveva ormai
raggiunto lo scoglio, un cavallone la prese in groppa e la scaraventò contro la
roccia. L’acqua stava impregnando la carta, scollava i bordi, entrava dentro la
busta... Tutta quell’acqua Silvana la sentì improvvisamente in gola: soffocava.
Il suo corpo si torse sulla sdraio, una mano si strinse a pugno, l’altra corse
al collo. Un gorgoglio e fu la fine.
– Etcì! – L’uomo scese dalla bicicletta. Guardò la casa ed il prato che doveva
attraversare per raggiungerla. Il prato, tra il verde, era giallo, rosso e
bianco. Polline, pensò disgustato. Passare tra quei fiori era per lui peggio che
camminare su un tappeto di spine. La sua allergia sarebbe peggiorata ed avrebbe
passato il resto del giorno con la tentazione di cavarsi gli occhi per grattarli
furiosamente. Tutto questo per una dannatissima lettera. – Etcì!
– Contò sette starnuti.
– Ciao – disse il bimbo sbucando da dietro un cespuglio.
Era un bambino paffuto con grandi occhi azzurri ed i capelli biondi, quasi
bianchi.
– Ciao Mimmo, cosa fai?
– Gioco – disse il bambino poco convinto. – E tu?
– Ho una lettera. Tua madre è in casa?
Il bambino fece di sì con la testa.
– Me la chiami?
Mimmo lo guardò con occhi imbambolati. L’uomo frugò nel borsone, ne cavò una
lettera e la mostrò al bambino. – Se tu chiami la tua mamma io le dò questa –
disse pazientemente. – Se scendo per il prato poi mi viene il raffreddore e sto
male.
– Perché?
– Perché l’erba mi fa starnutire.
Il bambino spalancò ancora di più gli occhi: – Perché?
L’uomo starnutì violentemente. – Vedi! – disse.
– Ah! – fece il bimbo convinto.
– Allora mi chiami la tua mamma?
Mimmo corrugò la fronte nello sforzo di pensare, poi indicò la busta.
– Vuoi portarla tu?
– Sì.
L’uomo si chinò all’altezza del bambino: – Posso fidarmi? – chiese guardandolo
negli occhi.
– Sì.
– Allora vai di filato a casa.
Mimmo corse via in mezzo all’erba. Non era del tutto sicuro sulle gambe, ma ci
stava mettendo dell’impegno. L’uomo aspettò di vederlo entrare in casa, poi con
un sospiro di sollievo inforcò la bicicletta. Mimmo fece la sua entrata
trionfale in cucina sventolando la lettera. Sua madre non c’era più. L’aveva
lasciata poco tempo prima inginocchiata a terra a lavare il pavimento. Lei gli
aveva detto: “Vai a giocare nel prato, ma non allontanarti troppo, voglio
vederti da questa finestra”. Mimmo era uscito controvoglia; a lui piaceva la
compagnia della madre, gli piaceva farle domande, seguirla quando andava a far
erba per i conigli o a mungere le mucche nella stalla, e ancor più quando in
cucina faceva la pasta e ne dava un pezzetto anche a lui. Da solo si annoiava.
Ora il postino gli aveva dato quella lettera da consegnare e sua madre non si
sarebbe arrabbiata di trovarselo di nuovo tra i piedi.
Mimmo incominciò a pensare dove potesse essere andata la madre quando, sul
tavolino davanti al televisore, vide qualcosa che non avrebbe dovuto
assolutamente esserci. Una gallina rossa, la più stupida e sporca di tutto il
pollaio, si era appollaiata sul mobile e la tovaglietta bianca che lo ricopriva
era macchiata di terra. Che una gallina osasse varcare la soglia della cucina e
camminare sul pavimento a piastrelle appena lavato era una cosa inaudita, che
poi andasse a posarsi davanti al televisore (a lui era proibito toccarlo) sulla
tovaglia preferita da sua madre, oltrepassava ogni limite. Mimmo ne fu
fieramente indignato. La lettera aveva perso ormai ogni interesse, la posò su
una pila di giornali accanto al caminetto, fissò la rossa con occhi terribili e
strillò con quanto fiato aveva: – Sciò! Sciò!
Maria rientrò in cucina con un fascio di giornali in mano. Per lei tutta quella
carta stampata erano soldi buttati via, ma suo marito prima di fare il
contadino, aveva studiato in seminario, e senza il suo quotidiano non poteva
affrontare la giornata. D’altra parte Maria era orgogliosa di aver sposato un
uomo istruito e poi i giornali venivano bene durante l’inverno per accendere la
stufa. In cucina c’era il finimondo.
Suo figlio, con il volto paonazzo, gridava parole incomprensibili. La rossa
svolazzava in aria starnazzando. Per terra erano finite due pentole, sul tavolo
una brocca con delle margherite si era rovesciata e l’acqua stava colando. Per
potersi mettere le mani alla testa, Maria posò il suo carico di giornali sugli
altri, accanto al caminetto. Più tardi, riordinata la cucina, li avrebbe
trasportati in solaio, in attesa dell’inverno. La lettera seguì la loro sorte.
Dormi, piccola Vera! Nessuno bussa alla tua finestra, è solo la pioggia che
batte contro i vetri! Non aver paura, gemiti e lamenti sono prodotti dal vento
che scuote le fronde degli alberi. Nascondi la testa sotto il guanciale, il
tuono ora è più forte, resisti! Se apri gli occhi sei perduta; il lampo col suo
forcone ti inseguirà, balzerai giù dal letto terrorizzata e a piedi nudi
correrai in quella stanza chiamando il papà e la mamma. Ricordi? Lì il vento
entra dalle vetrate spalancate, gonfia le tende come fantasmi infuriati. Insieme
al vento entra la pioggia, il rumore dei tuoni e il lampo maligno. La luce è
accesa nella stanza, non quella forte del lampadario, ma quella pallida della
lampada a forma di giglio. Tua sorella è accanto alla luce. Come te è in camicia
da notte, i capelli sparsi sulle spalle. Non ti ha sentito entrare, non ti
guarda; i suoi occhi sono fissi sui suoi piedi. Si è messa le pantofole lei, ed
è questo che guarda con occhi enormi. Le pantofole sono bianche, ma una ha la
punta rossa e c’è del rosso anche per terra, un laghetto, e poi sulle lenzuola
del grande letto, sul corpo dei tuoi genitori distesi in modo buffo, sulle loro
gambe, le braccia e più su... Hai paura piccola Vera? E allora distogli gli
occhi e, tu che puoi, urla.
Le mani di Vera si aggrapparono al colletto della camicia da notte. Un bottone
saltò. Vera aprì gli occhi, poi li richiuse cercando di inspirare aria. La gola
era contratta, il cuore batteva ad un ritmo troppo accelerato.
Calma, si disse. Si rizzò pesantemente a sedere poggiando la testa contro lo
schienale rigido del letto; accese la luce e guardò la sveglia sul comodino.
Segnava le quattro.
Le parve di udire lo scroscio della pioggia che andava scemando, ma non ne era
tanto sicura. Avrebbe voluto alzarsi, aprire la finestra per sincerarsene. Era
importante sapere se fuori pioveva perché altrimenti... Si sentiva talmente
intontita! Il sonnifero della sera prima faceva ancora il suo effetto. Ora
scendo, si ripromise. Raccolgo un attimo le forze...
Reclinò il capo, chiuse gli occhi e in quella posizione scomoda si riaddormentò.
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