Uomini e donne di Fabrizio De André
Conversazioni ai margini
 
di Alfredo Franchini
 

dal libro

L'anarchia, il sardismo, Marx e Cicciolina

In una domenica del maggio ’82, due mesi prima di ripartire per una lunga tournée, Fabrizio aderì al movimento “Sardinna e libertade”. Il modulo d’adesione circolò tra tutti i presenti all’assemblea che si tenne nella biblioteca Satta di Nuoro, e Fabrizio firmò. “In quanto anarchico”, disse, “non posso che essere favorevole alla nascita di un movimento libertario”. Quel giorno c’erano i rappresentanti di vari movimenti anticolonialisti (Su populu sardu, Sa Repubblica sarda, Sardigna emigrada, Ajò), ma fu anche l’ultima riunione cui partecipò Fabrizio.
La sua ansia di giustizia – che lui preferiva definire “incazzatura” – lo portava a ricercare tutti i tentativi di costruire un’aggregazione di contropotere. “Questi movimenti”, diceva, “sono portatori della coscienza che può rompere il condizionamento sociale. Do per scontato che la vera definitiva e completa liberazione sia possibile solo a una condizione: l’appropriazione del capitale, dei mezzi di produzione e di comunicazione sociale da parte dei lavoratori. Se i membri di Sardinna e libertade vogliono formare un autentico movimento di liberazione popolare, allora sono con loro. Ma è chiaro che la realtà e i fatti vanno verificati”. E la verifica, evidentemente, non fu positiva. Amava citare Malatesta, Stirner, Bakunin, Kropotkin dei quali aveva letto tutto. Parlava a ruota libera della polemica tra comunisti autoritari e libertari, dello scontro Marx-Bakunin, delle persecuzioni dei bolscevichi in Russia dopo il 1917. Racconti che alternava alle storie di anarchici perfettamente sconosciuti come uno scrittore sardo o persone conosciute nelle trattorie di Genova.
Da anarchico, per molti anni, aveva rifiutato la scheda elettorale. Poi quando la situazione politica stava precipitando, (Pasolini auspicava il processo al Palazzo), nel ’75 valutò l’opportunità di votare per il Pci. La definì “un’autodifesa” perché “è meglio tirare avanti con una socialdemocrazia aspettando tempi migliori”.
In Sardegna fu conquistato da Mario Melis quando questi mandò a quel paese un paio di ministri. E quando Ciriaco De Mita definì il leader sardista “un mezzo terrorista” non ebbe più dubbi e alle regionali diede il suo voto al Psd’Az.
Ma una volta gli capitò persino di votare a Tempio per un suo amico agricoltore candidatosi con la vecchia Dc. Fabrizio era convinto che il suo amico, un vero esperto, sarebbe stato un ottimo assessore all’agricoltura; non fu eletto. Riteneva e ritiene che i piccoli e i grandi giochi di potere siano innaturali e che la Regione Sardegna dovesse godere della massima autonomia, perché adesso, al contrario di quanto si potrebbe pensare di una Regione a Statuto speciale, non dispone di grandi poteri : “Ma occorre che sia il popolo a modificare le cose. La Sardegna, con una sua lingua, una sua storia, un suo territorio ha diritto a essere riconosciuta Nazione”. La questione sarda – era la tesi di De André – non si può risolvere con un semplice cambio della guardia al Palazzo.
Ma intanto cambiava per Fabrizio il concetto d’anarchia. Da Bakunin a Max Stirner. In precedenza aveva accettato le regole del collettivismo poi era diventato un anarchico individualista anche perché “ci vuole troppo tempo per trovare un gruppo di persone con cui vivere queste idee”. Ma non era certo cambiato il modo di vivere. Per lui c’era sempre l’associazione dei beni, “a parte qualche compromesso cui devi sottostare per non morire di fame. Da un certo punto di vista penso che sia conciliabile l’anarco-individualismo steineriano con quello che si può identificare con certe pratiche Zen o con il controllo della propria centratura e, quindi, anche con le tecniche di meditazione. L’uomo si conforta nella solitudine per il contatto che può trovare con tutte le voci interiori ed esterne, con tutte quelle voci che gli arrivano dal subconscio, da quell’Anima universale di plotiniana memoria. Credo sia meglio che l’uomo viva il più possibile da solo e che non faccia parte di nessuna organizzazione costituita, se non occasionalmente. Le organizzazioni sono la morte dell’uomo perché nascondono in sé i germi della violenza”.
Sostenitore accanito del decentramento, “sarei favorevole anche ai comitati di condominio”, diceva. Con il rimpianto per l’Italia dei Comuni, citava tra i suoi scrittori “politici” preferiti Henry Thoreau, un classico del pensiero libertario: “Il miglior governo è quello che non governa affatto”. E perciò, quando il Partito radicale decise di candidare Cicciolina, cioè quella ragazza ungherese che negli anni Settanta aveva iniziato la pratica del sesso via radio che l’avrebbe portata dritta dritta a Montecitorio, De André non gridò allo scandalo come fece mezza Italia: “Bene, così con lei in Parlamento, ciascuno potrà dire basta alle deleghe, mi amministro da solo”. Secondo quale principio? gli chiesi.
E lui: “Ciascuno si autodetermina nella misura in cui è conveniente per tutti”. La richiesta di autodeterminazione di un popolo – era la sua tesi – non porta necessariamente allo sgretolamento. “E poi lo sgretolamento di che cosa? Dello Stato? Ma lo Stato non è che l’involucro burocratico di una nazione, è l’organizzazione verticistica, con la divisione dei sudditi in classi sociali. C’è chi lo vorrebbe più grande come gli europeisti e chi lo vorrebbe più piccolo come i secessionisti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei di sentirmi partecipe di un grande privilegio: l’appartenenza alla razza umana. Per il resto, facciano pure loro. Certo uno Stato europeo mi fa paura come me la farebbe uno Stato padano, come ci ha fatto paura lo Stato italiano, basti pensare alle ultime due guerre. E d’altra parte una nazione europea esiste già e questi miei connazionali li frequento da decenni. In realtà anche con la gente padana ho consuetudini pluridecennali, anche se mi riesce difficile individuarla come un’entità nazionale. Comunque, facciano come credono, io mi riconosco in ogni mio simile, ricco o povero che sia perché l’opera di sgretolamento o la statalizzazione seguono esclusivamente il ritmo delle pulsioni economiche”.
Intanto il Psd’Az, che mai aveva saputo d’avere un elettore in De André, nel 1983 fece uscire la notizia che il cantautore sarebbe stato candidato nelle liste dei Quattro Mori. La notizia arrivò in redazione quando la prima pagina stava per essere licenziata; cercai di bloccarla perché la ritenevo, e come si vedrà in seguito a ragione, del tutto infondata. Proposi di verificarla. Ma era ormai notte fonda e il meccanismo s’era messo in moto; la notizia della “candidatura” di De André era arrivata da “fonte attendibile” e il giornale doveva pubblicarla. Il giorno successivo sentii Fabrizio al telefono: “Avrebbero almeno potuto interpellarmi, non c’è niente di vero”, disse furibondo. “Fammi un favore; chiama Mario Melis e digli che così non si fa”. Assicurai che avrei parlato con il leader sardista e aggiunsi che non ritenevo possibile che avesse “sparato” lui la storia della candidatura. “Ho troppa stima di Mario Melis per pensare una cosa del genere”, mi disse Fabrizio.
Qualche tempo dopo parlai della questione con Mario Melis che rimase mortificato dai nuovi metodi introdotti in casa sardista. Era solo l’inizio: qualche anno dopo nel Psd’Az si sarebbe consumato il suicidio (politico) di un’intera classe dirigente che rimase persino fuori dal dibattito sul Federalismo proprio mentre la Lega Nord cavalcava questo tema. “Mi dispiace sarebbe stato più giusto che la sfida del Federalismo l’avesse vinta il Psd’Az visto anche che è l’unico partito d’azione sopravvissuto”...
Da anarchico ha sempre individuato una priorità: abolire le classi sociali. E lui in questo c’è riuscito in pieno mentre si batteva per uno Stato migliore. “Quello che oggi t’impedisce di fare qualsiasi cosa”, come canta in Monti di Mola, (così anticamente era chiamata la Costa Smeralda), la metafora di un amore tra un pastore e un’asina bianca. Un amore grande che però non trova sbocco nel matrimonio. Quando tutto è pronto, infatti, il pastore e l’asina risulteranno dai documenti cugini di primo grado. “A che serve protestare quando nessun onesto figlio del popolo può raggiungere traguardi al di fuori dell’immaginario collettivo? Il potere troverà sempre dei cavilli”...
Un anarchico che alla fine del 1989 si trovò costretto “a difendere” persino Marx quando qualcuno citava la caduta del Muro di Berlino e sosteneva che il comunismo era morto. “È un insulto storico e culturale”, non si stancava di ripetere Fabrizio, “Marx è un filosofo e un economista. Dire che c’è stato il crollo del marxismo è un’idiozia totale tanto più che certe teorie, come il plusvalore, non sono state superate”.
Ma intanto i problemi della “quadratura del cerchio”, del benessere economico, la coesione sociale e la libertà politica diventano con il passare degli anni maggiori in tutto l’Occidente. Come sostiene Ralf Dahrendorf, le società del Duemila sono davanti a una sfida: combinare lo sviluppo con le libertà individuali è un po’ come quadrare il cerchio. La tesi di De André è che non si possa inseguire “lo spiritello” economico spuntato in Oriente (magari abbassando il costo del lavoro): “Significherebbe licenziare e basta”. Ma in Italia com’è la politica alle soglie del Duemila? Mentre dopo Tangentopoli, s’iniziavano a vedere le stelle ci si trova quasi stretti in una morsa: “La politica, in questo Occidente che ha scelto il capitalismo non solo come sistema economico ma anche come teorema filosofico e morale, non esiste più. Le decisioni vengono prese da chi muove i grandi capitali a scapito delle minoranze. Poi c’è Bossi che vorrebbe staccare dal Paese la parte più ricca per fare uno Stato a parte. Come se di uno non ce ne fosse abbastanza... E le istituzioni che, invece di realizzare il vero Federalismo, inventano le tasse regionali. Il risultato è che pagheremo di più”.
Insomma, diceva De André, viviamo questa fine di millennio in un periodo da Basso impero. E il nuovo millennio? “Sarà una società per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell’economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall’altra un’economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale”.
Per la sua proverbiale discrezione pochi hanno saputo del sostegno anche materiale che Fabrizio diede a giornali (alla rivista A e ancora a Re Nudo) oltre che ai movimenti anarchici.
Erano invece pubbliche le sue dichiarazioni di adesione: “Non so se in questa città ci sia un gruppo anarchico”, disse più volte dal palco durante alcuni concerti, “ma se ci fosse invito i suoi componenti a venirmi a trovare in camerino”.


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