Uomini e donne di Fabrizio De André
Conversazioni ai margini
 
di Alfredo Franchini
 

Introduzione

“Il problema non è che io gli volevo bene è che me ne voleva lui. Io posso continuare a volergliene ma lui non c’è più”. Era il 1985 quando Fabrizio De André pensava in questo modo al suo rapporto con il padre appena morto: “Ho perso uno schienale cui appoggiarmi”, ripeteva.
È proprio quello che è capitato a tutti noi quando il nostro amico fragile s’è “assentato”. Da quel giorno è cambiato tutto: ci siamo ritrovati un po’ più soli mentre il Potere è stato più tranquillo. Poeti, musicisti, giornalisti hanno scritto di lui cose bellissime e tutti hanno sostenuto di avere perduto un pezzo di sé. Poi tantissime persone, da una parte all’altra dell’Italia, hanno ritenuto spontaneamente di dovergli fare un omaggio sia pure postumo. E si moltiplicano le iniziative: ci sono scuole in cui i ragazzi hanno messo in piedi un concerto basato sulle canzoni di De André e pittori che hanno allestito mostre di quadri ispirati sempre alle sue opere.

Insomma:

“Anche se non ci sei più, continui ad essere
nel ricordo di quelli che ti hanno visto
in quelli che so io,
ai quali chiedo
un’entrata attraverso i loro occhi,
per potermi acquistare la tua presenza”.

Così recita la poesia di Manuel Altolaquirre che l’amico Alessandro Gennari, anch’egli morto poco meno di un anno dopo Fabrizio, aveva inserito in un’antologia. Furono davvero migliaia le persone che cercarono “un’entrata attraverso altri occhi per riacquistare la sua presenza” il 13 gennaio del 1999, il giorno del funerale, nella chiesa di Nostra Signora dell’Assunta a Genova.
La basilica cinquecentesca era stata scelta per la possibilità di ospitare un maggior numero di persone ma era anche un luogo simbolico perché domina la collina di Carignano e si trova a due passi dai carruggi.
Di fronte c’è il molo del Porto Antico dove Fabrizio aveva acquistato una casa e ora c’è una strada intitolata a lui. Quella mattina, a Genova, c’erano tutti: fuori della chiesa ragazzi che cantavano accompagnandosi con la chitarra vicino agli anarchici con le bandiere nere e la A cerchiata di rosso. Dentro la basilica ministri e politici di rango, (quelle autorità che detestava), cantanti famosi, balordi e prostitute; piangeva anche una barbona con tre gonne indossate una sopra l’altra per difendersi dal freddo. Tutti in chiesa, un luogo forse imbarazzante per la maggior parte di noi e per lo stesso Fabrizio. “Lui cercava cose grandi dove nessuno andava a scavare e dove gli altri erano pronti a giudicare”, disse il teologo Antonio Balletto durante l’omelia. “Era pronto a capire, a cercare i valori ma anche a colpire le cose che non andavano bene”. Ci ha insegnato l’alfabeto dell’amore, sostenne il sacerdote, “tocca a noi continuare ad impararlo”. E infine auspicò “più che cieli sereni mari belli giacché Fabrizio amava la dimensione e l’orizzonte del mare”. Da quel giorno s’è creato un meccanismo delicato di commemorazioni poetiche e riservate che si affiancano a decine e decine di siti Internet allestiti da “orfani” che vogliono solo comunicare ad altri “orfani” che cosa ha rappresentato Fabrizio per loro. Tutti tengono conto del proprio dolore ma lo fanno con molta riservatezza, compresi i signori della poesia, da Mario Luzi ad Alvaro Mutis, che si sono inchinati di fronte ad un uomo che non ha mai avuto la pretesa di insegnare nulla e che quindi, senza volerlo, è stato un maestro per tutti.
Questo libro fu pubblicato, nella prima edizione, nel febbraio del 1997, poco prima che fosse dato alle stampe il bellissimo saggio “Accordi eretici” con l’introduzione del poeta Mario Luzi e quando Fabrizio stava varando la nuova tournée. Il mio scopo era di fermare molti ricordi e realizzare un ritratto, peraltro dichiaratamente di parte, ricostruendo a posteriori le tante “lezioni” di politica, economia, lingua e letteratura ricevute da Fabrizio. Alle conversazioni fa da sfondo il clima culturale e politico degli anni Settanta-Ottanta; in mezzo ci sono le opere di De André che, attraverso la magica fusione tra musica ed endecasillabi, hanno fatto conoscere la sopraffazione dei forti, le miserie umane, la solitudine, la guerra, la morte. Il filo conduttore della storia è rappresentato dai concerti: dalla prima apparizione in pubblico nel 1975 alle successive tournée del ’78-’79, dell’´81-’82, dell’84, del ’91-’92 e del ’97-’98. Gli feci vedere il libro con il timore che può avere uno scolaro davanti al maestro. Dopo averlo letto mi telefonò per ringraziarmi: “Mi hai fatto un bel regalo, nel leggerlo ho rimesso ordine alla mia vita” e così dicendo mi fece un omaggio indimenticabile.
A distanza di qualche anno mi è sembrato opportuno ritoccare il libro apportando un’opportuna revisione e un ampliamento dei racconti con episodi apparentemente marginali di un vero libertario da sempre convinto che la vita, fatta di sogni, passioni e slanci, non fosse poi così difficile da vivere, che sarebbe bastato non complicarla. Una convinzione che naturalmente si scontrava con il suo carattere. Con la gioia di vivere e il sentimento di morte che si portava dietro, Fabrizio finiva, infatti, per precludersi ogni felicità. Era ateo Fabrizio ma con un’enorme spiritualità: vedeva un’anima in tutto quello che c’era sotto i suoi occhi, in tutto ciò che toccava.
Come sosteneva Bacon “l’ateismo è più sulle labbra che nel cuore dell’uomo”. Sognava un mondo magari più arcaico in cui l’uomo fosse spogliato delle pulsioni economiche; aveva un senso altissimo dell’amicizia, la sua curiosità per i luoghi e per le persone erano una delle tante forme d’amore di cui era capace.
Odiava solo l’inciviltà e aveva dubbi e paura soltanto di ciò che non capiva. Con il passare degli anni s’era abbassata la soglia della conflittualità, da quella con il naturale al rapporto con gli altri e questo aveva fatto calare anche l’intensità dei litigi e il numero dei “belin” che usava come intercalare quando s’arrabbiava. Mentre aumentava il consenso attorno a sé aveva preferito isolarsi sempre consapevole che “ognuno di noi si porta dietro tutto il suo vissuto e tutti i suoi morti”.
La sua scomparsa, come ha scritto Michele Serra, ha donato ancora qualcosa a molti. Ha aggiunto qualche soffio d’amicizia, di comprensione e di memoria alle nostre parole: “E non ci ha solo inteneriti come sa fare la morte – ha scritto Serra – ci ha migliorati, come sa fare l’intelligenza”.
De André mancherà alla cultura italiana ma mancherà soprattutto a chi l’ha conosciuto sul piano umano perché sappiamo che tutto quello che abbiamo condiviso con lui è meno importante di quello che avremmo potuto fare e di quello che avrebbe potuto darci.


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