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L'uomo delle 16.30
di Fabio Garzero
le prime pagine del libro
Igor Sestri... scrittore
Ricordo quel giorno meraviglioso come se
gli ultimi due anni non fossero passati.
Avevo scelto i miei jeans migliori, una camicia bianca e la giacca del vestito
con il quale avrei dovuto sposarmi qualche anno prima. Barba fatta, ma capelli
arruffati ad arte, scarpe da ginnastica e orologio delle grandi occasioni, un
Omega tanto bello da sembrare vero. Avevo cercato, riuscendoci a mio avviso, di
trasmettere un’immagine di me piuttosto contraddittoria, intrigante e al tempo
stesso non troppo lontana dalla realtà.
Ripensandoci, riesco ancora a percorrere il breve tratto che mi separava dal
palco. Sento ancora il mio nome e il titolo del mio primo libro pronunciato con
una certa enfasi dal sindaco di Genova. Salgo i quattro scalini di legno, le
vecchie tavole del palco, le strette di mano, il premio nelle mie mani…
l’applauso.
Ricordo che le luci m’impedivano di vedere la sala. Tenevo gli occhi bassi e
lasciavo che lo sguardo scivolasse furtivo a sinistra, dove nella penombra,
scorgevo un bel paio di gambe e due splendidi tacchi a spillo.
Ho detto poche parole quella sera, tentando invano di ripetere il discorso che
avevo provato e riprovato in autostrada mentre arrivavo a Genova.
Sorridevo con fatica, mentre gli occhi si adattavano lentamente alle luci del
palco e un vecchio poeta locale decantava le mie lodi.
Una telecamera di Rai Tre arrivò al nostro fianco. Indugiai a lungo sul prezioso
riconoscimento, mentre il cameraman, a mia insaputa, stringeva sul volto in un
intenso primo piano.
Strinsi ancora molte mani e mi prestai, piuttosto impacciato, alle foto di rito.
Prima di tornare in sala con l’investitura di giovane talento e scrittore dal
futuro radioso, indicai con il trofeo gli amici che mi avevano seguito in quella
breve avventura e sorridente buttai un’ultima occhiata a quelle due gambe
meravigliose che si accavallavano come per magia al mio passaggio.
Immaginai in quei brevi istanti, come da quella sera il mio rapporto con le
donne sarebbe inevitabilmente cambiato. Il fascino dello scrittore, il desiderio
prettamente femminile d’ispirarne le opere, e i miei 35 anni, età che si
abbinava meravigliosamente a qualsiasi creatura femminile, avrebbero fatto di me
un animale braccato, il desiderio fatto uomo, un’esperienza sessuale alla quale
sarebbe stato doloroso e ingiusto rinunciare.
Prima di uscire dal teatro, rilasciai una breve intervista a Rai Tre.
La rividi poi molte volte in videocassetta trovandola quasi perfetta, dovetti
rammaricarmi soltanto della rasatura impeccabile; un filo di barba incolta
avrebbe contribuito ancor di più all’immagine che volevo trasmettere di me.
Nei giorni successivi partecipai a diverse presentazioni del mio libro in
librerie e sale consiliari. Feci centinaia di dediche, tanti autografi, molti
chilometri e qualche soldo.
Durante una di queste serate, ricordo che un ragazzo occhialuto e allampanato mi
avvicinò con un registratore. Lavorava per una piccola radio privata, di quelle
dal nome forzatamente anglosassone; non l’avevo mai sentita nominare e mai mi
capitò successivamente d’imbattermi nelle sue frequenze. Mi chiese qualcosa sul
libro e poi mi sparò quella profetica serie di domande che ancor oggi echeggia
sinistra nelle mie orecchie come un presagio di sventura.
“Non pensi che sarà difficile rimettersi al computer con tutte le aspettative
che ha creato questa tua prima opera?… Ci puoi già anticipare qualcosa sul tuo
prossimo libro?… Non temi ‘il blocco dello scrittore’?”.
Allora tergiversai e sorrisi. Rimanendo sul vago, dissi che volevo godermi quel
bel momento prima di rimettermi a scrivere e sorvolai ad arte sulle altre
domande. Una frase fatta, molto calcistica, ideale per un’intervista di Totti.
Adesso, a due anni di distanza, penso che avrei dovuto stendere quel cretino con
una testata, strappargli una ciocca di capelli e cuocerla insieme al cuore di un
gallo e qualche coda di serpe; preziosa pozione in grado di allontanare il
malocchio che quel reporter da due soldi mi aveva appoggiato alla spalla.
Dal giorno di quell’intervista, come detto, sono passati due anni… due lunghi
anni.
Quando accarezzo la copertina del libro, mi sembra impossibile che quel nome
sopra il titolo sia proprio il mio.
“Igor Sestri, indiscutibilmente un nome da scrittore!” aveva detto il mio
editore il giorno in cui ci siamo conosciuti. Oggi è il nome di uno qualunque,
più adatto ad una ditta di pulizie che alla copertina di un libro. Un
perdigiorno come tanti, uno che come tanti sarà costretto a lottare come una
bestia per arrivare a fine mese… molte volte senza riuscirci. Sono lontani i
giorni di gloria, altro che giovane scrittore di talento dal futuro radioso.
In questo limpido settembre, passo gran parte del tempo a fissare come un pesce
rosso il monitor del computer, sperando di veder comparire come per magia
l’inizio del mio nuovo lavoro.
Venti minuti di nulla e sono davanti alla tv. L’intento è di fondere il
telecomando, l’illusione, che una frase della Laurito, una battuta di Alvaro
Vitali o un’ovvietà di Costanzo, mi accendano la lampadina.
La consapevolezza di non aver più nulla da raccontare e quindi da scrivere, mi
si è parata davanti con tutto il suo carico di sciagure in un giorno d’agosto.
Era passato quasi un anno dalla pubblicazione di Con gli occhi di un bambino
e il mio editore aveva cominciato una sorta di pressing asfissiante degno di un
centrocampista inglese. Gli dissi, mentendo spudoratamente, che avevo iniziato a
scrivere da un paio di mesi e che presto gli avrei inviato le bozze dei primi
due capitoli.
Era giunto dunque il momento di mettersi al lavoro.
Un paio d’ore dopo, scavavo nella mente alla ricerca di un’idea, mentre
trasportato dalle mie gambe incerte, vagavo come uno zombie sulla spiaggia di
Varazze. Raccoglievo ceppi di legno che il mare aveva spinto sull’arenile,
tenevo il più bello e lo portavo a casa come ricordavo era solito fare un
personaggio creato dalla meravigliosa penna di Hemingway in Isole nella
corrente.
Quindi in preda a una sorta di raptus, correvo a saccheggiare i forniti scaffali
della biblioteca comunale. Avevo bisogno di uno spunto, una luce, una spinta,
qualsiasi cosa mi potesse mettere nella giusta direzione.
I chilometri sulla battigia divennero decine, i ceppi finirono nel caminetto
della vicina e la caccia letteraria durò oltre un mese e risultò
infruttuosa…maledettamente infruttuosa.
Lentamente, presi coscienza delle mie difficoltà e a Natale di quell’anno,
quattro mesi dopo la stupida promessa fatta al mio editore, mi ritrovai davanti
a un muro insormontabile e alla consapevolezza del mio fallimento.
Come se non bastasse, a tutto ciò si aggiunse l’annoso problema del ‘pensiero
natalizio’.
Avevo astutamente deciso di regalare le ultime copie del mio libro ad alcuni
parenti alla lontana, ma dinanzi ad ognuno di loro, fui costretto ad arrampicate
vergognose su specchi e quant’altro pur di sviarli dal mio blocco dello
scrittore.
Creai con ognuno di loro una sorta di suspance immaginaria, giustificando il mio
silenzio con una trama ricca di colpi di scena, personaggi sorprendenti e
persino qualche spunto di vita reale e famigliare. Li lasciavo ansiosi e
soddisfatti, mentre io precipitavo in uno stato di profonda amarezza e stress da
prestazione.
Ero di fronte al nulla, al vuoto, all’abisso. La mia mente era la parte
superiore di una clessidra, il tennis italiano dopo Panatta, lo sci azzurro dopo
Tomba… Non era niente!
Fu in quei giorni che decisi di trasferirmi.
Lasciai la casa dei miei genitori, con vista sulla scuola elementare e sul
negozio di frutta e verdura dei miei zii, etichettandolo come inadatto e poco
stimolante per il mio talento artistico, e chiesi sfacciatamente il nostro
vecchio appartamento di famiglia.
Isolato, nell’entroterra di Varazze, senza comfort, una striminzita vista mare,
e soprattutto, senza riscaldamento.
Era stata nella notte dei tempi la casa dei miei nonni, per poi divenire il
nostro unico possedimento, ma cosa ancor più importante, si trattava del nostro
rifugio famigliare, l’isola felice quando in estate i turisti assalivano il
paese, o nei fine settimana, quando i miei decidevano improvvisamente di
meritarsi qualche ora di svago e una passeggiata nei boschi alla ricerca di
pigne e folletti.
Adoravo quella piccola casetta, adoravo il suo profumo, lo scoppiettio della
legna nel caminetto, il lavandino in marmo della cucina, il lettone morbido che
dividevo con i miei genitori e quella rompiballe di mia sorella.
Speravo di trovare fra quelle mura l’ispirazione perduta, la fantasia che da
bambino mi portava a galoppare fra gli alberi, mi faceva domare le rapide del
torrente in piena e mi permetteva di salvare la figlia dei nostri vicini da una
banda di contrabbandieri senza scrupoli.
Adesso, la casetta nel bosco è la mia prigione, la finestra dalla quale sognavo
ad occhi aperti non è altro che la luce della mia cella, la figlia dei miei
vicini una racchia spaventosa che metterei io stesso nelle mani dei
contrabbandieri.
Sono allo sbando, alla deriva… sono faccia a faccia con il mio fallimento.
Non ho un lavoro, quello di consulente assicurativo era più che altro una
copertura per vivere gli ultimi anni di serenità, prima d’un vero impiego.
Non ho una fidanzata, anche se le donne, numericamente, non sono mai state un
problema.
Ma soprattutto, ad un passo dal mio trentacinquesimo anno d’età, non ho un
futuro… in particolare, non ho un futuro da romanziere.
Ed eccomi dunque, Igor Sestri, balzato prepotentemente alle cronache locali come
futuro scrittore e altrettanto velocemente sbalzato nella polvere, alle prese
con vecchi sogni, incubi quanto mai attuali, ed un’altra, pesantissima e inutile
giornata tipo.
Monitor, televisione, video musicali, bloc-notes, videocassetta con un western
di Sergio Leone, una passeggiata, ancora il monitor, qualche vecchio cd, un
piatto di pasta, quattro passi, un buon libro, un altro misero tentativo su
carta, un giro in bici, poi ancora la tv, ancora il monitor, ancora la musica,
poi un porno, poi altra pastasciutta… con il porno, altri tentativi e poi a
letto, quasi sempre da solo, spesso alle prese con sogni inquietanti popolati da
mostri a tre teste, sciagure ferroviarie e personaggi dei miei filmacci
preferiti che mi inseguono e mi deridono.
Così si trascinava la mia vita fino a quel martedì mattina, quando inconsapevole
d’imboccare una via degna d’un romanzo di Ken Follett, presi la macchina e scesi
a Varazze per le abituali scommesse sul calcio internazionale, un doveroso
passaggio dai miei e un vitale prelievo al bancomat.
Nonostante sia un tranquillo martedì di metà settembre, trovare parcheggio a
Varazze senza prestarsi al furto legalizzato dei parcheggi a pagamento, è
praticamente impossibile. Le auto sembrano in grado di coprire l’intera rete
stradale, dando la sensazione di occupare ogni angolo, incrocio, rotatoria.
È una sorta di equilibrio naturale perfetto. In quel momento, se solo una di
loro fosse uscita da un parcheggio, quel meraviglioso intersecarsi di lamiere e
smog, si sarebbe probabilmente inceppato fino a tarda notte.
Con questi strani pensieri in testa, partecipo in stato di trance al mortale
balletto intorno alle solite zone, dove i parcheggi si tramandano di padre in
figlio e la gente è pronta ad uccidere per uno di questi. Quindi scivolo verso
le vie interne, in zona ‘grattacielo’, un palazzone di una quindicina di piani
che in un paese come il mio ha potuto fregiarsi di un simile soprannome per
molti anni. Dopo una decina di minuti di vana ricerca e versato un paio di litri
di sangue e sudore, decido di abbandonare l’auto in diagonale, ad un palmo dai
bidoni della spazzatura, in flagrante divieto di sosta e possibile rimozione
forzata.
Stanco e sfigurato dal caldo, mi concedo un succo di frutta con ghiaccio al bar
Invidia, prima di concentrarmi sui vari campionati europei di calcio e regalare
alla Snai i soliti 20 euro.
Sorseggio il mio succo e sfoglio distrattamente la “Gazzetta”, quando una voce
gentile mi riporta alla realtà.
“Mi concede un’intervista in esclusiva signor best-seller?”.
“Sulla mia infanzia?” rispondo abbozzando un sorriso.
Giuditta invece ride di gusto, la sua radio locale è stata una delle prime a
intervistarmi nei giorni di gloria e probabilmente la più costante nel proporre
il mio lavoro. Gran parte del merito delle centinaia di copie vendute in
provincia di Savona nei primi giorni di pubblicazione è della sua radio;
mostrarmi distaccato dinanzi al suo interesse mi fa sentire una merda.
“Ma quale infanzia… passato, presente e futuro, ecco cosa mi serve! La gente di
questo paese sonnolento muore dalla voglia di stringere fra le mani il tuo nuovo
libro… dammi un’anticipazione, concedimi lo scoop!”.
Rassegnato, vengo trasportato di peso negli studi radiofonici di radio Skylab,
ingegnosamente collocati all’interno dell’Invidia. Tra un tavolino e un
divanetto, ripasso le solite frasi idiote sulla trama ad alta tensione, i
personaggi misteriosi e l’assoluto riserbo nel quale ho promesso di lasciare il
mio lavoro fino all’ultima riga.
Mi rendo perfettamente conto, sedendomi davanti alla consolle, di avere
un’espressione spenta e rassegnata, ma probabilmente, Giuditta la imputa ad una
multa per divieto di sosta o alla visione inattesa di un personaggio del
panorama politico destrorso.
Mi travolge con una raffica di possibili domande, io allargo le braccia
impotente e rimango inerme in attesa del fuoco incrociato.
Vedo il mio volto riflesso sul lucido ripiano al fianco dei vecchi trentatré
giri. La rassegnazione ha spento la luce che i miei occhi sapevano emanare fino
ad un paio d’anni fa, sembro più vecchio, stanco e malconcio. La verità? Non ho
più voglia di mentire, di fingere, di recitare la parte del romanziere scontroso
ed enigmatico.
L’idea di ripetere la recita a memoria mi fa venir la nausea.
La trasmissione ha inizio con leggero ritardo e Giuditta se ne scusa con i
radioascoltatori, promettendogli una gradita sorpresa.
Mi presenta con un’enfasi eccessiva, parla del mio primo libro definendolo un
successo a livello nazionale, ricorda le nostre precedenti interviste e la
presentazione del libro trasmessa in diretta e poi…
“Parlaci di quei giorni, di quando vedevi nascere il tuo successo pagina dopo
pagina… e quanto è cambiato oggi il tuo modo di lavorare rispetto ad allora?”.
Resto in silenzio per una manciata di secondi, sento su di me gli occhi di
Giuditta e immagino l’attesa per le mie parole di centinaia di amici, parenti,
conoscenti e quant’altro. Decido di buttarmi, di lasciarmi finalmente andare.
Rispondo a cuore aperto, per la prima volta dopo tanto tempo e ascolto insieme
ai radioascoltatori di Skylab, chi è davvero, oggi come oggi, Igor Sestri.
Parlo piano, fissando il vuoto. Lascio che sia il cuore a raccontare quei giorni
meravigliosi e questi di assoluta malinconia.
“Mi piaceva scrivere seduto sugli scogli, guardando il mare e Genova in
lontananza. Mi piaceva chiudere gli occhi, entrare nel personaggio, riaprirli e
vedere scorrere le immagini del mio racconto sulla linea dell’orizzonte. Cercavo
di catturare quei fotogrammi immaginari e farli miei, cercavo di marchiarli a
fuoco nella mente e poi di metterli su carta. Qualche volta mi svegliavo di
notte con una frase o un nuovo personaggio da descrivere. Altre volte, parlando
con un amico, venivo colpito da una sua espressione o un modo di dire, prendevo
nota e inserivo il tutto nel racconto, nottetempo, in modo quasi furtivo. In
quei giorni dovevo leggere e rileggere tutto da capo, non ero mai soddisfatto,
modificavo, tagliavo aggiungevo… il cantiere era sempre aperto!”.
Mentre ne parlo, ripenso a quelle sensazioni e mi rendo conto per la prima
volta, di quanto sono stato fortunato. “Vivevo una vita parallela a quella
reale, riuscivo ad immedesimarmi a tal punto nei miei personaggi, da non trovare
più soddisfazione nella mia vita d’ogni giorno; era meraviglioso e straziante al
tempo stesso. Pensavo a quando avrei scritto la parola ‘fine’, e quindi al loro
addio, all’abbandono delle loro esistenze. Mi pareva impossibile che il bambino,
‘cucciolo’ come lo chiamava il maresciallo, non avrebbe mai più fatto parte
della mia vita ed io della sua. Scrivendo la parola ‘fine’ ho perso degli amici,
dei compagni di viaggio e d’avventura… da quando ho scritto quella maledetta
parola, la mia vita non è più stata la stessa”.
Giuditta rimane un attimo in silenzio, mi guarda con attenzione cercando di
mettere a fuoco quel che ha sentito. Le domande che aveva previsto sono già
dimenticate. È sveglia, cavalca subito l’onda.
“I personaggi del tuo nuovo libro non sono riusciti a colmare questo vuoto?”.
Non ho un attimo d’esitazione, imbocco la nuova via, ignaro di dove questa mi
condurrà. Forse parlarne mi aiuterà ad esorcizzare la paura.
“Non ci sono personaggi in grado di colmare questo vuoto, perché non c’è nessun
nuovo libro… e quindi nessun nuovo personaggio”.
Lascio la mia dichiarazione shock volteggiare sospesa nello studio. Proseguo a
braccio, senza sapere dove le mie parole mi porteranno.
“In questi due anni ho perso la capacità di sognare, di viaggiare con la mente e
con la fantasia. Mi sento vuoto, arido, sterile. Non so più sorridere, né tanto
meno ridere di una battuta, ho smarrito il gusto per l’avventura e temo d’aver
smarrito anche la voglia di vivere. E questo mi ha messo addosso una paura
fottuta”.
Faccio una pausa, respiro lentamente guardando per terra. Giuditta non
interviene ed io continuo a guardarmi dentro, forse per la prima volta in tutta
la mia vita.
“Non riesco a prendere una penna in mano da mesi, ma questo è il minore dei
mali. Non riesco più a vedere attraverso le cose, a cogliere i segnali
meravigliosi della natura, delle persone. Parlare non mi piace più, ascoltare
ancora meno. In questi ultimi mesi non ho imparato nulla. Assorbo passivamente
immagini televisive che definire spazzatura è un complimento; leggo molto, ma
per quanto mi sforzi di scegliere solo grandi scrittori, non riesco a trarre
dalla loro bravura nessuno stimolo per tornare a scrivere. Le mie giornate
scivolano via una dopo l’altra, insignificanti, tristi… inutili. Il tempo che
passa è scandito dalle rate della macchina da pagare, dalle bollette di quei
parassiti del gas e della luce e dalle giornate del campionato di calcio. Questo
è Igor Sestri oggi come oggi… nient’altro”.
Rifletto su quanto ho affermato e sorrido pensando a me stesso e come concludere
il discorso. “L’uomo che sono diventato non mi piace, anzi, mi fa schifo… ma in
particolare, quest’uomo non ha nulla da dire, da raccontare… e non è più in
grado di scrivere un libro, questo è certo!”.
Non sento cosa dice Giuditta ai radioascoltatori, torno in me con le prime note
di una canzone di Eminem.
“Ti avevo chiesto uno scoop, non una bomba di questo genere…” mi dice
guardandomi con gli occhi spalancati “ma ti rendi conto?… Potevi accennarmi
qualcosa, potevamo metterci d’accordo, arrivarci diversamente, potevamo…”.
Sono in piedi, basta parlare. Ho bisogno di un po’ d’aria, di quattro passi e di
tornarmene nella mia cella.
Mi prende per un braccio mentre sto per uscire: “Non puoi lasciarmi così…
facciamo ancora un passaggio”.
“No Giuditta, non saprei più cosa dire… credo d’aver detto anche troppo… tu cosa
ne pensi?”.
“Accidenti!… Promettimi almeno che tornerai domani. Gli ascoltatori avranno un
sacco di domande da farti… promettimelo”.
“D’accordo. Domani alla stessa ora”.
Lascio lo studio sulle ultime note di Eminem, con il cuore sollevato dal peso
d’un macigno, ma sfinito. È come se mi fossi smontato e rimontato, vivisezionato
e analizzato. Ancora non riesco a credere d’aver detto a tutti quelle cose.
Mentre passeggio per le vie del paese, ho l’impressione che le persone mi
guardino e commentino alle mie spalle quanto hanno appena ascoltato. Se conosco
bene Varazze, le voci sulle mie difficoltà marceranno spedite, prendendo pieghe
e toni diversi a seconda delle necessità. Ma arrivo persino a comprendere i miei
concittadini; la crisi in cui versa questo paese è talmente profonda, che
parlare l’uno dell’altro è una delle poche cose che resta da fare ai suoi
abitanti.
Sono così fiacco, che nemmeno la scontata multa per divieto di sosta e intralcio
alla circolazione riesce a scuotermi. L’appallottolo e la butto nei vicini
bidoni, tra qualche mese, quando mi arriverà generosamente maggiorata, forse
riuscirà a farmi incazzare.
Con dieci minuti di pilota automatico sono a casa. Cinque minuti dopo, inizia il
balletto di telefonate tipico della mia famiglia.
Mia mamma è la più lesta a prendere la linea.
“Come mai non sei passato?”.
“Scusa non ho fatto in tempo ad avvisarti… vengo domani”.
“Ci tenevo così tanto, ho fatto l’arrosto con le patate”.
“Lo mangerò domani”.
“Ma sei magro… cosa fai lassù solo come un eremita, tra un paio di mesi farà un
freddo cane, non hai il riscaldamento… e poi sei troppo magro…”.
“Ne parliamo domani”.
“Come vuoi, ma promettimi che mangerai qualcosa”.
“Mangerò qualcosa”. Non sarà facile, ma questo lo tengo per me.
“A domani allora”.
“A domani!”.
Sento che dovrei staccare tutto, riponendo con cura il telefono in un armadio…
ma non mi danno il tempo per farlo.
Tocca a mio padre.
“Tua sorella mi ha detto che hai rilasciato un’intervista in televisione, è vero
che hai dichiarato che non vuoi più scrivere e che ti fai schifo?”.
“Ero alla radio, e non ho detto che non voglio, ma che non ci riesco… è molto
diverso”.
“E che ti fai schifo?… Lo hai detto?”.
“Credo di sì… non ne sono sicuro”.
“Non sai nemmeno cos’hai detto?”.
“Ricordo il discorso in generale, ma non i particolari”.
“La mamma si preoccuperà a morte”.
“La mamma l’ho appena sentita e non mi è sembrata preoccupata”.
“Lo sarà quando tua sorella la metterà al corrente delle novità”.
“Benissimo, resto in attesa degli eventi… a domani”.
Riesco a togliermi le scarpe e ho di nuovo in mano la cornetta.
Ancora mia madre.
“Igor, gioia mia, ho saputo dell’intervista”.
“Mia sorella immagino”.
“È molto preoccupata, e lo sono anch’io… ha detto che ti sei dato del fallito…
alla radio, lo avranno sentito tutti, anche gli zii”.
“E chi se ne frega… Ne parliamo domani e cerca di fermare mia sorella, vorrei
starmene tranquillo per qualche ora… Grazie!”.
Stacco il telefono e sprofondo nella tranquillità tanto agognata… Non ho idea di
quel che mi aspetterà l’indomani.
Come promesso torno alle undici di mattina a radio Skylab.
Prima di andare in onda, Giuditta mi mostra le e-mail arrivate nelle ultime ore.
I testi si assomigliano tutti: solidarietà per il periodo nero, disponibilità
per la realizzazione a quattro mani di una storia di sicuro successo, auguri di
pronta guarigione e complimenti a Giuditta per la trasmissione.
Accetto controvoglia di rispondere in diretta a qualche radioascoltatore.
Il primo è un ragazzo che conosco di vista, la domanda è la stessa alla quale ho
risposto in passato più di tremila volte.
“Ho un racconto nel cassetto da un paio d’anni… cosa mi consigli di fare?”.
Rispondo molto educatamente perché ricordo perfettamente d’aver avuto in testa
la stessa domanda non molti anni prima. Cito un paio di siti internet dove
cercare le case editrici che pubblicano autori esordienti, lo metto in guardia
dai contratti vergognosi che alcune di loro propongono e gli consiglio di
cercare chi l’editore lo fa per amore e non per soldi.
Il secondo ascoltatore invece mi consiglia di cambiare aria per ritrovare
l’ispirazione.
“…L’India sarebbe l’ideale, oppure la Giamaica, Cuba no, il fatto che abbia
funzionato con Hemingway non vuol dire un accidente… dovresti provare a levarti
da Varazze, viaggiare è la soluzione, anche il Tibet potrebbe andar bene, sono
sicuro che torneresti con un best-seller!”.
Ringrazio per il consiglio.
Il terzo è un bagnino, fotografo, pittore e contapalle dei gloriosi anni
sessanta. A sentir lui potrebbe raccontarmi tante di quelle storie da lui
vissute in prima persona, da scrivere un’enciclopedia… sarà il primo di una
lunga serie, ma ancora non posso saperlo.
Ringrazio con finta riconoscenza e Giuditta, intuito il mio disagio, mi salva
con l’ultimo successo di Vasco Rossi.
La trasmissione volge velocemente al termine, io mi limito a salutare e
ringraziare chi ha scritto o telefonato, verrò informato di eventuali altre
domande, dubbi… in realtà non vedo l’ora di andarmene e credo che non tornerò a
parlare di me davanti a questo microfono per i prossimi dieci anni.
Quando lascio Giuditta al suo lavoro, non riesco a decifrare la sua enigmatica
espressione: una sintesi di gratitudine, pena, simpatia e convinzione d’aver
involontariamente ospitato un relitto umano.
Le mando un bacio con due dita e lei lo ricambia con lo stesso sorriso che si
concede a un cucciolo morente o un bambino all’ospedale.
Devo andare a trovare mia madre, spiegare la situazione a mio padre, trovare una
versione plausibile per i miei zii e affrontare quel vulcano di mia sorella.
Forse quest’ultima difficile sfida, mi spinge, ahimè, verso l’ennesimo caffè,
questa volta al bar Mistral… fra le fauci del mio famelico destino.
È sicuramente una sfortunata coincidenza, ma ogni qual volta metto piede al
Mistral, vengo avvolto da una nube di discorsi idioti che mi fa drizzare i
capelli sulla testa.
Si passa serenamente dalle nuove tasse, alle case di proprietà del compagno
Bertinotti, ai processi a carico del Berlusca che lui ha personalmente annullato
cancellando il reato con una nuova legge, al processo della Marchi e poi a
quello della stronza di Cogne; il tutto passando attraverso Moggi, l’Inter che
sa vincere soltanto adesso che la Juve è in B, Galliani e la sua fallimentare
campagna acquisti e il vergognoso prezzo del pane.
In pratica infilo la testa in un sacco immaginario e mi catapulto al banco.
Gian, il barman, sempre impeccabilmente vestito, mi accoglie con un cenno di
saluto e un’espressione anestetizzata dai discorsi che si intrecciano nella sua
testa. Immagino debba esser dura, tutto il giorno rinchiuso fra queste quattro
mura e per giunta in compagnia di simili scienziati.
Ordino un caffè e un goccio d’acqua gassata
“Ho saputo delle tue difficoltà”, mi dice posando la tazzina sul banco, “vedrai
che ti arriverà una nuova idea quando meno te lo aspetti”.
Le notizie a Varazze volano veloci come il vento… ma credo di averlo già detto.
“Grazie del pensiero, ma se vado avanti così avrò i capelli bianchi quando
pubblicherò il secondo libro… a proposito, tu il primo l’avevi letto?”.
“Ricordo d’averlo iniziato ma non d’averlo finito”.
Tipico di Gian.
“Meglio così, non sei fra quelli che fremono nell’attesa del secondo, ammesso
che poi questi miei fan esistano davvero”.
“Esistono eccome… non sai qui dentro quante volte ho sentito parlare del tuo
libro…” entrambi guardiamo per un attimo gli avventori del bar. Non c’è da stare
allegri.
“…Anche persone normali” si sente in dovere di puntualizzare a bassa voce.
“Adesso come adesso”, dico assaggiando l’ottimo caffè “non sarei in grado di
scrivere una cartolina d’auguri a mia mamma… presto di me non sentirai più
parlare. Mi vedrai nei pomeriggi assolati in lungomare Europa, mentre cerco di
vendere qualche copia del mio unico libro ai pensionati che guardano volare i
gabbiani”.
“Che brutta immagine!”.
“Brutta, ma probabile… molto probabile”.
“Potresti farti aiutare…”.
Scappa Igor, lascia un euro per il caffè e scappa senza più voltarti… invece
resto e accendo la miccia.
“Scusa, ma in che modo?”.
“C’è un sacco di gente in giro che ha una storia da raccontare ma non è in grado
di scriverla, io qui dentro ne sento a centinaia. Vi incontrate, loro raccontano
e tu scrivi, se funziona, mettete i due nomi sulla copertina, oppure gli
riconosci una percentuale sulle vendite, la soluzione si trova, e tu torni sulla
breccia”.
Ci risiamo. Con la mente ritorno in un attimo all’ultima telefonata ricevuta a
radio Skylab. A ripensarci l’idea non è poi così male, ma resta difficilmente
praticabile.
Ingenuamente penso a come sviare Gian da questa soluzione, ignaro d’esserci già
dentro fino al collo.
Ho finito il caffè e mi restano due dita d’acqua. Le sento scendere nel mio
stomaco contratto proprio mentre arriva Luciano, assiduo cliente del bar Mistral.
Uomo dall’aria distinta e dai modi fini e raffinati. Sempre in compagnia d’un
cagnetto che ricorda un peluche, sinistrorso come piace a me, eternamente in
lotta con il governo, amante del bello e della buona cucina come ama ricordare a
tutti quasi quotidianamente e, soprattutto, grande oratore.
Mi saluta, mi sorride e riceve da Gian un cenno d’assenso che non sfugge alla
mia coda dell’occhio.
“Gian ti ha anticipato qualcosa?” mi chiede.
“Non saprei…”. Sono del gatto.
“Ho una storia da raccontarti, un sicuro successo…”.
Interpreta la mia espressione rassegnata e stanca come una sorta di via libera.
Respira profondamente, rivive quei giorni in un attimo, cerca le giuste parole e
il punto da cui cominciare. “…Il muro, Berlino est, io giovane fotografo, un
amico catturato mentre cerca di passare in occidente, storie di prigione e
torture, la cortina di ferro… e c’è anche una lei, bellissima, indimenticabile…
Questo in estrema sintesi naturalmente, ma credimi, c’è tutto per una storia
meravigliosa… e soprattutto è una storia vera, vera dalla prima all’ultima
riga”.
Dir subito di no, mi farebbe passare per lo scrittore presuntuoso che snobba i
poveri mortali incapaci di scrivere una storia leggibile. Mostrarmi troppo
interessato, mi renderebbe un facile bersaglio da qui alla fine dei miei giorni.
Prendo tempo, ormai è diventato il mio hobby preferito.
“Ci penserò, promesso… l’idea non mi dispiace e la storia sembra avvincente… ma
io non sono sicuro di saper scrivere qualcosa che non ho sognato, vissuto,
immaginato. La fantasia, le mie fantasie, sono una componente fondamentale del
mio modo di lavorare… Comunque ci penserò, davvero, ci penserò e ti farò
sapere”.
Esco accennando un saluto e immaginando i commenti penosi alle mie spalle.
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