|
Le uova de cuculo
Dalla Lanterna ai Nuraghi la terza indagine di Nelly Rosso
di Rosa Cerrato
Notte e pioggia
È buio e piove, a Genova. Un violento acquazzone estivo confonde la sua
furia con quella del mare in tempesta, che rumoreggia poco lontano. Gli spruzzi
della mareggiata arrivano fino in corso Italia, dove il vecchio ha appena
parcheggiato. Scende e chiude la portiera. Non si accorge quasi della pioggia
che lo investe e in pochi secondi lo bagna da capo a piedi. Si limita a tirare
su il collo della leggera giacca a vento chiara. Si guarda intorno, la strada è
deserta di passanti. Solo alcune auto lo sfiorano schizzando acqua. Si infila la
mano in tasca. Alla luce che lo illumina mentre passa sotto il lampione il viso
appare deformato da una smorfia. Odio puro. Stringe il manico del coltello, e
sorride.
Ti farò vedere io, povero imbecille. A me, volevi prendermi in trappola, come
un agnello da sacrificare a Pasqua. Adesso vedrai chi è Giacomo Pisu, anzi, non
vedrai niente, avrai solo tempo di sputare sangue e morire...
Concentrato nei suoi pensieri è arrivato all’altezza delle strisce pedonali che
portano a San Giuliano. Là, in fondo alla discesa, davanti alla chiesa è il
posto dell’appuntamento. Isolato, e per giunta viene come dio la manda.
Perfetto per quello che devo fare. È arrivato a metà dell’attraversamento,
gli occhi fissi al di là della strada, nel buio confuso dalla pioggia che cade a
scrosci. Quando sente il motore dell’auto avvicinarsi e si rende conto che
invece di rallentare sta accelerando, è troppo tardi. Un colpo sordo. Poi il
buio.
‘È andato tutto bene? È...’. ‘Morto. Sì, è crepato, ti ho detto che non c’era
da preoccuparsi. È andato tutto liscio, non piangere’. ‘Piango di gioia. Mi
sento già meglio, sai? Morto. È una sensazione... Come se per anni mi fosse
mancata l’aria e avessi sempre respirato giusto quel poco per non morire, e
adesso mi avessero dato ossigeno puro’. ‘Vedrai che respirerai sempre meglio.
Fidati. Siamo solo all’inizio. Adesso ho deciso di andare fino in fondo. Potrai
riempirti i polmoni a volontà, e avrai le vertigini per il troppo ossigeno, ti
girerà la testa, e sarà sempre più bello. L’hai meritato, e l’hanno meritato
anche loro’.
Sei mesi dopo
Da qualche tempo l’uomo ha una strana sensazione. Come se uno sguardo
seguisse i suoi movimenti. Appiccicato alla sua nuca, alla schiena. Ne è
irritato. Gli sembra una debolezza. Un segno di vecchiaia. Non sono mai stato
paranoico, però l’altro giorno avrei giurato che qualcuno mi seguisse. Non c’era
nessuno. È il processo che mi rende nervoso, prima ancora di cominciare? E poi,
Alice sta peggiorando, è fuori controllo, bisognerà provvedere. Giancarlo... Se
penso a come ero fiero il giorno che è nato e invece ho un nemico in casa...
Sospira. Stringe in mano le chiavi della macchina e per un istante si sporge per
guardare in fondo alle scale. Quanti piani gli restano. Tutti i giorni scende a
piedi per mantenersi in forma, fin giù in fondo, nel garage. La luce si spegne,
si riaccende. Quel cretino del portinaio non è neanche capace di sostituire
le lampadine. Già ieri c’erano problemi e sono dovuto scendere al buio. Cosa lo
paghiamo a fare, non si sa. Per fortuna non ho bisogno di vederci, posso farlo a
occhi chiusi, anche correndo... Cosa... No, no, ahhhhh... Il volo giù nella
tromba delle scale, e l’impatto della testa sul pavimento. Come di un melone
maturo che si spacca. La luce torna, e anche il silenzio.
‘Davvero l’hai fatto? Ma sei sicuro che sia...’. ‘Ho controllato. Se anche
non è morto, non sopravviverà. E se anche sopravvivesse, non ha visto niente.
Non ti preoccupare, è andato anche Anselmo. Anche a lui ho saldato il conto’.
‘Non riesco a crederci. È stato davvero così semplice?’. ‘Sì’.
I
“Ciao,
Nelly. Tutto bene?”. La voce di Sandra, al telefono, era quella di sempre,
eppure il commissario Nelly Rosso sentì un fremito di inquietudine.
“Diciamo così, cara. E tu, tutto ok?”. Un silenzio, una frazione di secondo
troppo lungo, quell’esitazione nella voce non tipica di Sandra quando riprese a
parlare...
“Avrei bisogno di vederti. A che ora esci dalla questura, stasera?”.
Nelly diede un’occhiata all’orologio da parete del suo ufficio, dal quadrante
ingiallito. Indicava le cinque. Nella stanza la luce al neon rendeva le pareti
verdine ancora più gelide. Fuori era già buio. Fine gennaio, la primavera era
ancora lontana. Sentì una violenta fitta di desiderio di sole e di luce, un
dolore fisico e spirituale. Una voglia di alzarsi e scappare da qualche parte,
lontano, magari con Sandra, o da sola, perché no, per molto, molto tempo.
“Dove sei, adesso?”.
“Al giornale”.
“Senti, se ti va bene tra una mezz’oretta ci vediamo al Caffè degli Specchi”.
“Benissimo. A tra poco”.
Nelly corrugò appena la fronte. Non vedeva Sandra, la sua amica giornalista del
“Secolo XIX”, da un paio di settimane. Da prima di Natale, addirittura. Si erano
incontrate di corsa, come troppo spesso accadeva, tra un impegno e l’altro, si
erano scambiate auguri e regali in un bar, e ognuna aveva ripreso la propria
strada. Sospirò. Ci vorrebbero un paio di vite, una è troppo poco. Una per il
lavoro, una per la famiglia, una per gli amici, una per l’amore... Diede
un’occhiata alla scrivania, meno intasata del solito di documenti. Da qualche
giorno calma piatta, per fortuna. Non si augurava niente di eccitante. Sapeva
bene cosa voleva dire, nel suo lavoro. L’ordinaria amministrazione era già
abbastanza pesante. Quando si lavorava alla Omicidi. Un’angolazione non proprio
rosea da cui guardare alla vita. Sospirò e chiuse il fascicolo che stava
studiando. Uno spacciatore trovato morto nel suo appartamento della città
vecchia. L’assassino, un ragazzo minorenne di ‘buona famiglia’. Decise che la
giornata di lavoro era finita. Si alzò, andò in bagno dove si diede una
pettinata e una passata veloce di lucidalabbra, tornò nell’ufficio, prese
dall’attaccapanni il parka nero, lo indossò e chiuse la cerniera, afferrò la
borsa – una sacca di notevoli dimensioni – e si sentì crescere dentro l’insolito
desiderio di fuga dalla sua realtà di ogni giorno.
“Io vado, Valeria. Chiamami se ci sono problemi”.
L’agente-segretaria Valeria alzò gli occhi dal computer e le rivolse il suo
tipico caldo sorriso, per lo più interpretato dalla fauna maschile che non la
conosceva ancora bene come sorriso da letto. Durante l’estate si era tagliata i
capelli castano chiaro cortissimi, ora le stavano ricrescendo. Anche in quella
stagione e a quell’ora sembrava fresca e riposata. Il buio alle cinque non
sembrava intaccare il suo buonumore. Beata te, io non mi sento proprio al mio
top. Mentre annuiva in risposta, Valeria registrò la tensione sul viso
largo, appena spruzzato di efelidi del commissario Rosso. La pelle trasparente,
le venuzze ai lati del naso. I capelli ricciuti e ramati cadevano come sempre in
disordine sulla fronte e scendevano fino alle spalle. Da qualche mese Nelly era
dimagrita, dall’estate in cui una serie di omicidi senza uguale, il caso Simba,
aveva sconvolto la città. Nell’autunno poi l’avventura con l’Interpol, che aveva
anch’essa lasciato il segno. La figura ne aveva guadagnato, il commissario aveva
perso almeno otto chili e sembrava più giovane. Slanciata, alta, meno massiccia
di prima. Solo qualche ruga in più tradiva lo stress da cui non si era ancora
ripresa.
“Vada tranquilla dottoressa, qui è tutto sotto controllo”.
Nelly infilò veloce le scale, salutò un paio di colleghi e di agenti e uscì
nell’aria fredda della sera. Non faceva molto freddo, in realtà, ma l’umidità lo
raddoppiava. Sollevò il cappuccio del parka bordato di falsa pelliccia e sorrise
tra sé al pensiero di incontrare Sandra. Chissà perché quella fretta? Un motivo
particolare? Magari si sbagliava e Sandra aveva semplicemente voglia di vederla,
di fare una bella chiacchierata. Ci doveva sempre essere un qualche motivo, tra
amiche, per prendere insieme un aperitivo? Di buon passo attraversò la galleria
che portava in centro, riducendo automaticamente al minimo la respirazione per
inalare meno veleni possibile. Il passo era elastico, e i chili di meno da
portare si notavano. La sua nuova linea rendeva Nelly fiera di sé. Si sentiva
più giovane e desiderabile. Anche i capelli più lunghi le piacevano. Sì.
Ecco: una spiaggia nei mari del sud, sole, un bel bikini nuovo e...
Sbucò all’altezza dei grattacieli, che per la verità non erano un granché se li
si confrontava con i loro omonimi a New York o a Dubai, o a Shangai, ma ormai si
sarebbero chiamati così per sempre, e si diresse alla Casa di Colombo. Anche
questa era di incerta provenienza, ma accettata dai turisti come tale. Salì
verso le mura del Barbarossa e piegò a destra dirigendosi verso piazza
Matteotti, quindi imboccò sulla sinistra quasi correndo – non le riusciva di
andare piano, da qualche tempo, sembrava sempre che qualcuno o qualcosa la
stessero inseguendo – salita Pollaiuoli. La vista delle luci del Caffè degli
Specchi e l’idea di incontrare Sandra le comunicavano allegria, e
un’ingiustificata inquietudine. Il Caffè degli Specchi rendeva onore al suo
nome. Le pareti erano ricoperte di specchi, l’arredamento aveva un che di
rococò, di leggero e voluttuoso, e uno se lo sarebbe aspettato, che so, a
Venezia, magari a Roma. A Genova le era sempre sembrato deliziosamente fuori
luogo. Quando ci metteva piede le sembrava di entrare in una zona
extraterritoriale. Poco ligure. Poco seria. Capricciosa. Boh. Sensazioni,
fantasie. Sandra non era nella prima parte del locale, quella quasi interamente
occupata dal bancone, né nella piccola sala a piano terra. Dovette salire al
livello superiore e la scoprì in fondo, appoggiata a una finestra che guardava
su salita Pollaiuoli. Immersa nei suoi pensieri non la sentì arrivare, e
sobbalzò appena quando Nelly spostò la sedia per sedersi davanti a lei.
“Ciao, Sa”.
“Ciao, Nelly”.
Prese tempo per osservare l’amica mentre si toglieva il parka. Sandra era
indecentemente abbronzata per la stagione e indossava un vestito di lana
sottile, rosso che più rosso non si può. Incurante dei rotolini di grasso alla
vita, dei seni insolenti. I capelli scuri, a media lunghezza, rivelavano la
frequente cura del parrucchiere. Un paio di catene d’oro al collo e ai polsi,
immancabili, ravvivavano l’insieme. Sulla spalliera della sedia era appoggiata
una giacca di visone selvaggio, alla faccia degli animalisti.
“Che bello vederti, cara. Hai proprio avuto una buona idea a chiamarmi. Stavo
facendo la muffa, in ufficio”.
“Davvero? Non c’era il Superpoliziotto a rallegrarti?”.
Sandra sorrideva birichina. Il Superpoliziotto nel suo gergo era Tano Esposito,
vicequestore, diretto superiore di Nelly. Il commissario fece una smorfia
socchiudendo a fessura gli occhi nocciola. Le labbra si sporsero in fuori come
quelle di una bambina corrucciata.
“Tano si fa gli affari suoi e io i miei quando non siamo in questura e non
lavoriamo a qualche caso insieme. Credo anche che abbia una nuova donna, a
Bologna, insomma, dove vuoi andare a parare con queste insinuazioni? Cosa
vorresti sapere, eh?”.
Sandra fece un sorriso furbo. “Se te lo scopi, finalmente. Dai, dimmi che te lo
sei finalmente fatto. È talmente carino!”.
“Sa, cosa dici? Sai benissimo che io sto con Carlo. Un rapporto collaudato. E
lui ti piace, se non sbaglio, lo trovi perfetto per la sottoscritta, e allora,
cosa...”. Reazione eccessiva. Eh, quando una ha la coda di paglia...
Nelly sorrise per addolcire l’effetto del tono di voce irritato. Sandra alzò le
mani in segno di resa per rabbonire l’amica.
“Ma dai, sai benissimo che per me il comandante è il massimo. È un uomo
delizioso, affidabile, perfetto per te, è vero. Ma non c’è mai, via! Mentre il
Superpoliziotto è sempre lì a disposizione. Una situazione ideale, volendo”.
Fin troppo. Sapessi... È così difficile dartela a bere, cara mia, ma non
posso parlarne con nessuno, nemmeno con te.
“Lo sai che sono una donna fedele”. Anche qui, sorriso e strizzatina d’occhio.
Sandra si strinse nelle spalle.
“Allora forse non sei la mia amica Nelly, quella che abitava con me
nell’appartamento dei peccati e sperimentava. Forse sei arrivata qui da un mondo
parallelo e anche se sembri lei sei tutta un’altra Nelly. Oppure non me la conti
giusta”.
Il cameriere, avvicinatosi per prendere le ordinazioni, salvò Nelly in corner.
Lei ordinò un Punt e Mes, Sandra un Negroni. Fuori intanto sembrava notte fonda,
i passanti saettavano veloci, tutti tesi a una qualche meta calda e riparata,
via dalla strada stretta e umida, sgradevolmente fredda. Il locale si stava
riempiendo degli abitatori dei vicoli, di studenti, di impiegati appena usciti
dagli uffici. Dei soliti tipi che si aggiravano sempre da quelle parti, ex
sessantottini dall’aria frustrata. Studenti dai venti ai trenta e aspiranti
artisti dai trentacinque ai quaranta-cinquanta. I ragazzi, e non solo loro,
ordinavano gli aperitivi, che arrivavano sui tavoli accompagnati da abbondanti
stuzzichini e così praticamente cenavano a costi contenuti. Esattamente come
Sandra e Nelly avevano intenzione di fare. Il commissario si guardò intorno
cercando, senza troppo successo, di ricacciare indietro i capelli riottosi.
Accidenti, basta nominare quei due dannati uomini per farmi arrossire come una
teenager, speriamo che Sandra cambi argomento. Non ci voglio pensare, a Carlo e
a Tano, tantomeno parlarne. Ma Nelly non aveva motivo di preoccuparsi per la
piega presa dalla conversazione. Era chiaro che Sandra aveva tutt’altro per la
testa che indagare sulla sua vita sentimentale, anche lei osservava silenziosa
gli altri avventori e sembrava preoccupata per qualcosa. Il cameriere tornò
posando davanti a loro, sul tavolino, una sinfonia di colori e due bicchieri che
dicevano “bevimi”. Le due amiche brindarono, e presero a divorare senza ritegno
focaccia, fricheu, pizzette, pezzi di frittate, olive e salatini. L’atmosfera si
era fatta densa di aspettativa, solo il ruminare concentrato prolungava l’attesa
di ciò che doveva venire. Sandra non era ancora pronta ad attaccare l’argomento
che le stava a cuore.
“Mau? Tutto bene a Milano?”.
Nelly quasi si strozzò con un fricheu troppo abbondante, tossì e le vennero le
lacrime agli occhi. Si guardò intorno un po’ vergognosa, ma nessuno dei presenti
sembrava aver notato la scenetta della golosità punita. Erano tutti estremamente
occupati con se stessi o con i loro compagni di tavolo, sul viso un’espressione
tesa e al tempo stesso ermetica che Nelly conosceva. Non era forse così che si
vedeva ogni mattina allo specchio? Testardamente impegnata in una lotta sempre
più accanita con se stessa e con la vita, in una Genova trasformata in trincea?
“Mio figlio sta abbastanza bene. La scuola di design gli piace, vuole
specializzarsi in fotografia. Forse. Credo sia felice di non dover stare a
Genova. Sai, la storia con Monica sembra davvero finita. Dico sembra perché con
quei due vai a sapere... Comunque ha trovato una stanzetta in un appartamento
con altri due studenti, a casa del diavolo ma a affitto contenuto, per Milano. A
Natale non è venuto a casa. Ci sono stata male, ma che farci? Lo capisco. Non è
pronto a tornare, ecco. Il mese prossimo forse vado su io a trovarlo”.
“E Monica?”.
Monica, la mia piccola strega. Così triste e disperata, dopo l’aborto. Così
cambiata.
“È a Londra. Frequenta lì una qualche superscuola. Anche lei non si è fatta
vedere né sentire”.
“Che peccato”.
Sandra sospirò. Si guardarono negli occhi e vi videro riflesse tante storie
finite male. Loro e altrui. Amore e dolore e speranza e fine, delusione e
solitudine. Nelly deglutì. Non è per questo che ti ho incontrata, Sa. Sono
già abbastanza depressa di mio. Fammi ridere, per favore.
“Ce ne vuole, per raggiungere un equilibrio. Che poi magari si perde di nuovo.
Non ci crederai, ma con Pippo sembra che funzioni”. Sandra possedeva doti
telepatiche da sempre, e aveva cambiato argomento..
“Mi fa piacere per te. È un tipo interessante. Pensate di andare a vivere
insieme?”.
“Neanche per sogno. Siamo contrari tutti e due alla convivenza. Non vogliamo,
come dire? Rompere l’incantesimo”.
Ipocrita. Che palle, Pippo. Ma cosa cavolo ci trovi, in quell’uomo? Certo che
non vuoi andarci a vivere insieme... Nelly vide seduto al loro tavolino, con
gli occhi della memoria, Pippo Del Vecchio, attuale compagno di Sandra. Cinque
anni più giovane di lei, di media statura, stempiato, occhialini da
intellettuale. Appena sovrappeso. Scrittore e giornalista di discreto successo.
Corrosivo e aggressivo, irritante. Non era il tipo di Nelly, ma se a Sandra
andava bene, buon per lei.
“Sandra, sono proprio contenta di stare un poco in tua compagnia. Ma ho
l’impressione che ci sia un buon motivo per questo tête-a-tête. O sbaglio?”.
Si era sporta un poco in avanti piegando il capo a un lato, e sorrideva. L’altra
spalancò per un secondo gli occhi, colta in contropiede, poi scoppiò in una
risata un po’ forzata. Sbuffò e si preparò a vuotare il sacco.
“Con voi poliziotti non si può prenderla alla larga, eh? Sempre pronti ad
indagare, a sospettare. Hai ragione. C’è un motivo preciso per il nostro
incontro di oggi. Una questione direi di famiglia, anche se un po’ alla
lontana”.
Si sistemò comoda sulla sedia, disponendosi a raccontare. Nelly la imitò,
rilassandosi contro la spalliera della sua.
“Devi sapere che mia madre è di origine sarda. Si chiama Pisu, i suoi venivano
da un paese dell’interno dalle parti di Tempio Pausania. Luras. Quindi qui a
Genova non ha molti parenti, solo un cugino un po’ più anziano di lei, sposato
con una donna del paese. Sono sempre stati in contatto, almeno finché lui non è
mancato, sei mesi fa. Mia madre adesso vive in una casa di riposo su al Righi,
come sai. Questo cugino, Giacomo, aveva quattro figli. Due maschi e due
femmine”.
Oh cristo, che palle. Nelly si sforzò di fare una faccia interessata, ma
si sentiva tediata a morte. Le storie di famiglia proprio non le andavano giù.
Il rifiuto era tale che aveva difficoltà a raccapezzarsi nelle parentele.
Nipoti, zii, cugini, uffa. Ma cosa le era saltato in mente, a Sandra, di solito
così tosta? Con i cugini le veniva? Si rese conto di stare per sbadigliare, e
soppresse a fatica lo stimolo con una buffa smorfia. Che non sfuggì all’amica.
“Abbi pazienza e non ti addormentare. Devo descrivere il contesto, poi vengo al
punto”. Speriamo bene.
“Ti dice niente il nome Alceo Pisu?”.
“Quell’Alceo Pisu? Il regista?”.
“Sì, lui è il terzo dei figli. Il primogenito è Anselmo, che fa...”.
“L’avvocato. Con successo. Lo conosco di vista, anche se non ho mai avuto a che
fare direttamente con lui. Ha avuto un incidente qualche giorno fa, è caduto
nella tromba delle scale di casa sua”.
“La seconda è Marilena. Forse la conosci come Pizzi”.
“Il chirurgo estetico? Piuttosto nota. Non ha una clinica privata per vip a Novi
Ligure?”.
“Lei. La quarta non la conosci di sicuro. Si chiama Maria Grazia e non ha mai
combinato un cazzo. È rimasta in famiglia e si occupa della madre, Lorenza, che
è invalida da qualche anno. Ictus, credo”.
La coltre di tedio si stava nuovamente distendendo su Nelly come uno strato di
densa nebbia grigia. Speriamo che si arrivi da qualche parte, e che la cosa
non sia a puntate.
“Ma è proprio per Anselmo, l’avvocato, che ti volevo parlare. È in coma dopo la
caduta, un miracolo che sia ancora vivo, purtroppo le speranze che si risvegli
sono pari a zero, a sentire il medici”.
“Stiamo facendo accertamenti su quel fatto. Se non sbaglio il portinaio ha avuto
il lampo di genio di chiamare subito la mobile, che così ha trovato una scena
intatta per poter stabilire cos’è accaduto. Se si è trattato di un incidente, o
magari di un suicidio. O magari di un delitto? Se ne occupa il collega Rivelli,
Paolo Rivelli”.
“Sì, lo so. Me l’ha detto Marilena, che ieri mi ha chiamata. Non ci si vedeva
dagli incontri famigliari di quando eravamo ragazze, anche se ci telefoniamo
sempre a Pasqua e a Natale. Era piuttosto nervosa. Sa che sono giornalista e che
conosco tutti, in città. Che mi occupo anche di cronaca nera. Voleva un parere,
sapere se conoscevo bene qualcuno in Questura”.
Dai, Sa, non farla così drammatica. Sputa. Prima che mi addormenti.
“Hanno ricevuto delle lettere minatorie, circa un mese fa. Queste sono
fotocopie”.
Sandra tirò fuori dalla borsa di coccodrillo marrone un rotolo di fogli e lo
aprì sul tavolino dopo aver lanciato un’occhiata sospettosa in giro. Intorno a
loro tutti parlavano, ridevano, litigavano, si facevano i fatti propri. A
nessuno fregava delle due quarantenni dall’aria di cospiratrici sedute a un
tavolo defilato. Nelly si era svegliata dal torpore. Osservò le lettere – le
classiche lettere minatorie composte con i caratteri di stampa ritagliati da
vari giornali. Sempre le stesse parole. Porci. La pagherete.
“Poco originale. Ripetitivo, non trovi?”.
“Già. Il nostro, o la nostra, difettano di fantasia. Quando le hanno ricevute,
un mese fa, come ti dicevo, i parenti hanno pensato a uno scherzo di cattivo
gusto. Le lettere sono arrivate a casa della cugina di mia madre, Lorenza. E a
tutti i figli ai rispettivi indirizzi”.
“Ma scusa, tuo cugino, è avvocato, no? Cosa ne ha detto?”.
Sandra strinse le labbra, inquieta, gli occhi, grandi e scuri, si fissarono in
quelli nocciola chiaro di Nelly.
“Ci ha fatto su una risata. E, in effetti, non è un granché come minaccia. Vaga.
Se ci fosse stato, che so, un proiettile nella busta, qualche accenno concreto,
magari...”.
Nelly si stava lentamente svegliando. Sentì un leggero formicolìo alle dita dei
piedi, ma era difficile dire se per la posizione rigida in cui era rimasta negli
ultimi minuti, troppo tesa. O se era quella strana sensazione che la pervadeva
quando gli avvenimenti la insospettivano senza una valida giustificazione.
“Che ne dici, Nelly? Pensi che possa esserci un legame, tra l’incidente e queste
lettere sfigate?”.
Boh. E che sono, un’indovina? Tamburellò sui fogli che ripetevano ottusi
la loro generica minaccia.
“Difficile dire. Sono arrivate a tutti i componenti della famiglia? Proprio a
tutti?”.
“Sì, ad Anselmo, Marilena, a Lorenza, la madre, che abita con Maria Grazia, e
anche ad Alceo. Dopo l’incidente, tre giorni fa, Marilena si è ricordata di
queste lettere e ha pensato che forse avrebbero dovuto prenderle sul serio.
Insomma, che potrebbe esserci qualcosa dietro alla disgrazia che è capitata ad
Anselmo”.
“Uhmmm...”. Nelly si grattò il mento perplessa. “Ma scusa, non se ne occupa già
il collega Rivelli? I tuoi parenti, questa Marilena, non gli hanno mostrato le
lettere, parlato dei loro dubbi? Se c’è qualcosa da scoprire, salterà fuori. Al
giorno d’oggi è ben difficile farla franca, con tutti i rilievi sofisticati che
si fanno”.
“Certamente, gli ha mostrato le lettere. Ma il tuo collega non vi ha attribuito
grande importanza, pare, e così Marilena ha pensato bene di rivolgersi alla
sottoscritta che ha pensato a te”.
Nelly storse la bocca. La cosa non le piaceva per niente.
“Non mi va di immischiarmi nelle indagini dei colleghi, Sa. Rivelli è in gamba
ed è anche una brava persona, e sinceramente lo capisco se non è stato
impressionato da queste lettere. Però posso farci una chiacchierata, con la
scusa che l’avvocato in questione è parente di una mia cara amica. Potrebbe
essere quello che sembra, un incidente. E quelle lettere lo sfogo di qualcuno
che ce l’ha con la famiglia o che non ci sta con la testa, ma che non è
pericoloso. Spesso si tratta di persone che vogliono solo spaventare e che
godono se ci riescono, ma che non vanno oltre minacce generiche. Alcuni passano
invece ai fatti, perseguitano, si appostano, telefonano, un vero e proprio
stalking, insomma, e c’è un’escalation. Non si è più fatto vivo dopo
l’incidente, il tipo, o la tipa?”.
“Non che io sappia. Marilena me l’avrebbe detto”.
“Hanno qualche sospetto i tuoi parenti? Dipendenti licenziati, innamorati
respinti, concorrenti incazzati?”.
Sandra si strinse nelle spalle.
“Che ti devo dire, cara mia, io non li frequentavo da parecchio e non ne so
niente. Marilena nega, dice che non le viene in mente proprio nessuno che
potrebbe avercela con lei, ma forse non ha abbastanza strizza da lasciarsi
andare. Per quel che si dice in giro, Alceo è un uomo insopportabile, anche se è
un regista di successo, e litiga con tutti, è famoso anche per il caratteraccio,
ma cosa c’entrerebbe Anselmo, in questo caso? E gli altri? Insomma, mi spiace di
venirti a rompere con questa storia che magari non porta da nessuna parte, ma ho
promesso a Marilena di occuparmene e conosco abbastanza bene Alice, la moglie di
Anselmo. Era con me al liceo. Hanno due figli, Serena e Giancarlo. Vedi tu cosa
puoi fare, mi fido della tua esperienza”.
Le strinse il braccio e le sorrise, prendendo lo scontrino di cassa che il
cameriere aveva lasciato sul tavolo con le ordinazioni. Nelly sogghignò.
“Sì, brava, offrimi almeno l’aperitivo, visto che mi rifili ’sta rogna”.
Fuori, al freddo umido si era aggiunta una pioggerellina gelida, irritante.
Ombre frettolose si passavano accanto senza guardarsi, a volte si urtavano, i
negozi del centro storico avevano già chiuso o stavano abbassando le serrande.
Salutata Sandra, il commissario tirò su il cappuccio del parka a coprirsi la
testa. I miei capelli diventano tutto un ricciolo con questa umidità,
accidenti! e si affrettò verso casa. Non era lontana, per fortuna. Si
ricordò che in frigo non aveva quasi niente da mangiare, scovò una
panetteria-pizzeria con serranda abbassata a metà e si introdusse nel locale,
guadagnadosi un’occhiata scocciata da parte della donna dietro al bancone, che
stava per chiudere. Un sorriso di scusa, ed eccola uscire trionfante con due
fette generose, una di pizza ai carciofi e una al salame. L’aperitivo non era
bastato, o il racconto e i sospetti di Sandra le avevano stimolato l’appetito.
Le venne l’acquolina in bocca pensando alla birra che aveva in frigo e alla
pizza nel pacchetto. Certo, due fette erano eccessive per una persona sola.
Non ci sono ancora abituata ad essere sola. Sbaglio sempre le quantità, come se
Mau mi aspettasse a casa con una fame da lupo. Beh, poco male. Se non le mangio
tutte e due, ne rimarrà per domani. Mentre si avvicinava a casa si sentì
crescere dentro una violenta avversione all’idea dell’appartamento vuoto che
l’aspettava. Almeno c’erano i gatti. Come sono ridotta. Quasi quasi me ne
vado al cinema oppure telefono a... Era intanto arrivata davanti al portone,
e immersa nella sua malinconia non scorse subito l’uomo fermo lì davanti e ci
andò a sbattere contro. Finì tra due braccia robuste, nel buio della piazzetta,
dato che la lampadina del lampione d’angolo era rotta da un paio di giorni. Le
braccia si chiusero su di lei, il cervello passò rapidissimo in rassegna le
possibilità, dal calcio nei coglioni alla ditata negli occhi – era senza pistola
– ma riconobbe in una frazione di secondo il profumo aspro del dopobarba di
Carlo. La gioia le chiuse la gola. Le fece dimenticare che stava riflettendo se
telefonare a un altro uomo e pregarlo di raggiungerla a casa, quella sera. La
gratitudine fu tale che le venne voglia di ballare. Di gridare. Farfugliò invece
con voce strozzata “Cazzo, sei tu. Che ci fai qui?” e rimase estasiata ad
ascoltare la sua risata di basso.
“Perché non sei salito? Piove”.
Lui rise di nuovo, soddisfatto della sorpresa riuscita.
“Sorprenderti va bene, farti venire un infarto a trovarmi in casa senza sapere
che ero arrivato mi sembrava rischioso. Che il commissario Rosso mi spari senza
intimare l’alt? Una semplice strategia di prudenza. Comunque sono qui da un paio
di minuti, se si metteva a piovere di brutto avrei rischiato e sarei salito”.
“Che bello che sei qui...”. Ecco, finalmente la voce le era uscita quasi normale
“Hai già mangiato?”.
“No. Che hai di buono? Oh no, pizza, ci scommetto” disse Carlo abbassando
sconsolato lo sguardo sul pacchettino che si era schiacciato tra lui e Nelly e
restava lì a testimoniare una serata di mesta solitudine.
“Vieni, ti porto a cena al Galeone”. L’aveva presa deciso per mano, ma incontrò
una resistenza ancora più decisa. Lei gli si strinse contro e a sua volta prese
a tirarlo verso il portone.
“Vieni su a casa. Voglio che stiamo insieme, da soli. Al diavolo la cena”.
Per fortuna era buio e non poté vedere l’espressione del viso di lui, divisa tra
il rimpianto per la saporita cena di pesce che già si era prefigurato – che
pesce cucinavano là, ragazzi! – e la soddisfazione per l’urgenza che faceva
tremare la voce di lei. Salirono tenendosi abbracciati e perciò sbattendo di qua
e di là nello stretto vano delle scale, ridacchiando e dicendo frasi smozzicate.
Che bello che bello che bello per fortuna sei venuto un miracolo in risposta
al mio richiamo – questa sera era una sera speciale, quel vuoto dentro mi
mangiava le viscere, se arrivavi tra un’ora forse non mi avresti trovata sola,
no non ci voglio neanche pensare.
“Tienimi stretta, Carlo”.
“Tranquilla, non ti lascio andare di sicuro”.
Torna indietro
|
|