Vasca da letto
 
di Ione Vernazza
 

Le prime pagine del libro

La stanza da bagno è abbastanza spaziosa, una finestra a vasistas permette l’areazione sufficiente, il lavabo è profondo e robusto, sostenuto da quattro colonnine angolari; appoggiando i piedi al bordo della vasca ci si può anche sedere sul lato portaoggetti; in quel locale non manca davvero niente.
Quanto alla vasca, Elettra raramente ne ha viste di così comode, ben conformate anatomicamente: poche ore prima l’aveva riempita e ci si era immersa per un brevissimo idromassaggio di prova, i bocchettoni magari non erano il massimo, si trattava di una vasca d’albergo, ma come letto era più che sufficiente.
La donna è sdraiata sugli accappatoi, ha sistemato per benino i suoi due piccoli guanciali dietro la schiena, pigiati ed allungati fino a sorreggere la testa, e giace immobile con le gambe divaricate e i calcagni premuti sugli angoli per non scivolare, tenendo le braccia appoggiate sulle mensole apposite lungo i lati della vasca.
Forzatamente non le resta che contemplare la finestra, ritagliata in alto sul muro di fronte a lei, illuminata dalla luce fioca ma perenne della plafoniera di cortesia del corridoio, cerca di respirare calma, lentamente, senza agitarsi, non circola molta aria ed è troppo caldo, meglio spogliarsi completamente, come se dovesse fare il bagno, e cercare di prendere sonno.
La porta è chiusa ma si sente egualmente il rumore del ritmico e convinto russare di Tranquillo, che dorme pacifico il sonno del giusto: è in vacanza, ha ben mangiato e ancor meglio bevuto, è stanco dopo la giornata assolata e ventosa, logicamente si posiziona supino perché si rilassa di più. Così la stanza si riempie dei suoi ingovernabili vocalizzi; oramai Elettra non riesce più a sopportarlo, non è la prima volta che si rifugia silenziosamente nel bagno, che, quasi sempre, fortunatamente, è dotato di vasca.
Alcuni ospiti dell’albergo stanno ancora rientrando alla spicciolata, e siccome il bagno antistante la camera è posizionato d’angolo rispetto alle scale di cotto, la donna non può fare a meno di sentire lo sbattere dei tacchi sull’impiantito e perfino lo sfrigolio della sabbia sotto le suole, mentre la gente, neanche a farlo apposta, prima di ritirarsi nelle rispettive camere, si attarda ciarliera proprio sotto la luce di cortesia attaccata vicinissima alla finestrella, scambiandosi le ultime risatine e combinando il programma per l’indomani.
La donna si sente particolarmente fuori luogo e smisuratamente infelice di trovarsi lì. Per un attimo pensa se il muro diventasse trasparente e tutti la vedessero, in quella strana posizione, in quello strambo letto improvvisato. Prova ad immaginare le facce sbalordite, gli uomini che d’istinto, senza neppure guardarle la faccia, allungherebbero golosi lo sguardo fra le gambe aperte, le donne imbarazzate e forse comunque subito nemiche. Lì per lì le viene quasi da ridere, ma poi il disagio riprende subito il sopravvento e la memoria automaticamente ripercorre impietosa la carrellata di tutte le vasche da letto che la sua vita con Tranquillo le aveva fornito l’occasione di frequentare.
Una delle più comode le era capitata a Bordighera; lei e Tranquillo tornavano da una gita in Provenza che Elettra sospirava da una vita, non è che poi ci volesse una giornata per arrivare a casa loro, però lui si sentiva stanco, e quelle tre ore in più di macchina sembravano un ostacolo insormontabile. Lei si era offerta di guidare ma lui si era limitato a scrollare la testa, chiaro che se avesse guidato lei, al buio, di notte, distratta e lenta com’era, la tensione lo avrebbe ridotto ad un cencio.
Decisamente, anche se, come al solito, si finiva con lo spendere più di quanto lui ragionevolmente avesse previsto, era meglio fermarsi: “Tatina, dai retta a papà, io domani devo lavorare sodo, mangiamo qualcosina e poi dritti a nanna. Domattina ci alziamo presto belli riposati, io ti scarico a casa con tutti quei tuoi pacchetti e la solita montagna di valigie e così comincio la settimana in pari. Adesso accosto qui, è inutile stare a tirchiare sul prezzo della camera, non ho voglia di fare altri giri, tu scendi e chiedi se c’è posto, è un buon albergo, quando lavoravo in questa zona mi ci ero fermato parecchie volte. Se ti sbrighi facciamo ancora in tempo ad andarcene in una pizzeria qui vicino, che è la fine del mondo”.
Elettra tace, non le va di fermarsi per strada e nemmeno di mangiare la pizza, però sa per esperienza che è meglio non contraddirlo, se per caso la prendesse male, finirebbe col rovinarle il bel ricordo di quei pochi giorni di svago e perfino la gioia di aver trovato degli oggetti davvero carini, soprattutto le stoffe, con i deliziosi disegnini pieni di fantasia e di colore.
C’è soltanto una camera libera, giusto per una notte, all’ultimo piano, con vista sul mare; peccato che sia così tardi, qua e là si intravvede soltanto qualche puntino di luce delle barche da pesca lontane sull’acqua, lo sciacquìo delle onde produce un rumore lento e ritmato sicuramente propizio al sonno.
Elettra sarebbe ben contenta di starsene almeno per un poco seduta sul balcone in santa pace, ma lo stomaco di Tranquillo brontola minacciosamente, meglio uscire subito a mangiarsi la decantata pizza piuttosto che sorbirsi qualche commento acidulo.
La donna si precipita in bagno per rinfrescarsi un attimo, ed istintivamente getta un’occhiata indagatrice all’ambiente; questa volta ci sono vasca e doccia, e la vasca è collocata in un bugigattolo separato dal resto dei sanitari.
È veramente una combinazione eccezionale per un albergo, si vede chiaramente che il bagno è stato rifatto da poco, è bello allegro, con piastrelle coloratissime e sanitari in tinta, di un’assurda imitazione dell’azzurro del cielo. Per di più dirimpetto alla vasca c’è una stretta porta finestra che permette di accedere al balcone in comune con la camera da letto.
Tranquillo la incalza: “Allora, ciccina, non sei ancora pronta? Mica devi starti a far bella, non ti conosce nessuno, guarda che se perdiamo il primo turno, magari dobbiamo pure aspettare in piedi… e poi devo fare pipì anch’io… i panni per la notte li prepari dopo, su da brava!”.
Poco dopo Tranquillo precede quasi di corsa la moglie verso l’ascensore, in un attimo si ritrovano in strada, in mezzo alla gente ripulita e odorosa di creme, vogliosa di godersi la serata di vacanza. Elettra si sente un’estranea, davvero un po’ troppo sgualcita, menomale che la pizzeria è vicinissima, ci sono ancora tanti tavoli liberi. Tranquillo si lascia cadere sulla prima seggiola che capita e fa cenno ad Elettra di raggiungerlo.
Il ragazzo che sta apparecchiando il tavolo vicino si accosta immediatamente: “Scusate, ma tutti i tavolini in prima fila sono già prenotati, se volete potete accomodarvi all’interno… ma perché mi guarda in quel modo, non ho detto niente di strano!”. “Senti un po’, io non ti sto guardando in nessun modo; so soltanto che qui non c’è quasi nessuno e che non c’è nessun cartellino con scritto prenotato, quindi, siccome io non sono scemo, cerca di non rompere che io ho fretta! E pure fame se permetti, passami la lista che mi sbrigo ad ordinare, così ci leviamo dai piedi alla svelta prima che arrivino i clienti di riguardo!”.
Il ragazzo si bilancia per benino sui due piedi, si butta uno strofinaccio sulla spalla, incrocia le braccia, scuote la testa, e, sempre sorridente, ricomincia imperterrito: “Mi dispiace, ma lei da qui si deve spostare, non possiamo fare eccezioni per nessuno, la prenotazione per noi è sacra…”.
Si gira per rientrare, ma Tranquillo si è alzato in piedi di botto e gli si para davanti piantandogli con decisione una manata sulla spalla: “Vedi di non rompere troppo i cosiddetti, capito? Io da qui non mi sposto manco morto, ho tutto il diritto di restare, e non ti sognare di interrompermi! Io urlo fin che mi pare, portaci due pizze alla marinara, e due birre medie e piàntela lì…”.
Tutto impettito, con gli angoli della bocca incurvati all’ingiù, Tranquillo si riaccosta al tavolino conteso, biascicando ad alta voce un inconfondibile “Vaff...”, poi, sbuffando, si ributta pesantemente sulla seggiola che scricchiola desolata, mentre fra Elettra e il ragazzo un rapidissimo incrociarsi di sguardi eloquenti riporta la situazione ai livelli di guardia.
Tranquillo continua a sbuffare e il ragazzo lo squadra con un’occhiata stracolma di compatimento, poi si allontana, con calma, ammiccando composto ai pochi presenti, ancora un filino interdetti e forse delusi di essersi persi un bel diversivo. Un omone alto con un coloratissimo grembiulone a righine si affaccia quasi subito sul limitare della porta delle cucine; dopo aver scambiato due parole col ragazzo si accontenta di fulminare con lo sguardo l’importuno e di scrollare la testa, poi ritorna al lavoro brontolando pacato.
Elettra sprofonderebbe volentieri chissà dove, però nel suo intimo finisce col tirare un respiro di sollievo, meno male che anche per questa volta si è evitata la rissa, e poi, nonostante il dispiacere, le è venuta un po’ di fame; non le resta che sperare che il cameriere sputi soltanto sulla pizza del marito, che si è messo a guardarla tutto sorridente: “Su da brava, mo’ baasta, non fare quella faccia, quando bisogna dare una lezione a qualcuno io non mi tiro mai indietro, vedrai che quel cacasotto ci porta la pizza prima che agli altri, così ci sbrighiamo e magari ti porto a mangiare un vero gelato, stanno freschi questi che io mi fermi qui dentro più del necessario, per me sono pazzi da legare, si vede che hanno cambiato gestione!… Incompetenti!”.
Elettra lo ascolta rassegnata, contempla il noto gesticolare e le smorfie abituali di quel viso arcinoto e le viene voglia di cancellarlo per un attimo, di starsene da sola con i suoi pensieri, che poi si concentrano tutti in una sola domanda: ma chi è costui, cosa vuole da me?
Subito dopo si sente immediatamente sprofondare in antichi sensi di colpa, indubbiamente lui sa sempre quello che fa, in fondo se non ci fosse lui, a ben guardare, lei, che nella vita quotidiana non ha mai saputo tenere i piedi per terra, non sarebbe assolutamente in grado di cavarsela da sola: non sa come ci si comporta con gli altri, non ha il senso dell’economia e neppure del lavoro, che viene sempre prima di ogni cosa, come lo squillo del telefono.
Mentre osserva le labbra sottili del marito che continua a sputare sentenze, il pensiero della donna si sofferma sullo strano rapporto che Tranquillo intrattiene con gli avvisi sonori: basta che qualcuno senza preavviso suoni in orari anche più che canonici alla porta di casa che lui si blocca all’istante. Qualsiasi cosa stia facendo la bocca gli si incurva con gli angoli ancor più all’ingiù, la fronte si increspa in un mare di rughe, le narici si dilatano a fiutare il pericolo: “Ma chi diavolo viene a rompere le balle a quest’ora?… E fammi passare... orco giudazzo! E adesso pure il telefono ci si mette! Noo, cara signora, sia cortese, le pare il caso di disturbare la gente perbene a quest’ora? Cose da pazzi! Questi non hanno proprio un cacchio di niente da fare!”. E se per caso, mentre guida, si è dimenticato l’auricolare, incurante dei pericoli, afferra l’amatissimo cellulare: “Lo sai che sono sempre reperibile! Sìì, proontoo, mi diicaa, saalve caro, mmm... mmm... mmm... ma sia gentile, no, mi pare evidente che oggi non posso venire… mmm... mmm... mmm... e ccerto che ho capito… mi faccia parlare e mi ascolti bene! Le istruzioni per implementare l’operazione è da una vita che ve le ripeto, adesso vedete di sbrigarvela, se non combinate troppi casini la baracca è solida e sta in piedi anche da sola… la solita storia! Veda di farmi chiamare subito da quel deficiente del suo collega… guardi che la mia capacità di assorbimento sta per terminare, in tutti i sensi, è ora che impariate a camminare con le vostre gambe!”.
E intanto Tranquillo affronta impavido il traffico, governando magistralmente il volante con una mano sola; soprattutto in autostrada Elettra si sente stringere lo stomaco dalla paura, qualsiasi rimostranza viene snobbata con aria di sufficienza. La macchina rallenta all’improvviso, ignora le piazzuole, arranca sulla corsia di sorpasso, imbocca le gallerie semibuie affiancando impaurita indifferenti rimorchi con le gomme sospese, fino a che, finalmente, cade la linea.
Il più delle volte Tranquillo, con un ampio e plateale gesto della mano, butta sdegnato l’apparecchio sul cruscotto, e la moglie di rimando lo butterebbe volentieri fuori dal finestrino. Però poi, diligente, già contenta dello scampato pericolo, siccome il cavetto come al solito si è nascosto in ufficio, sotto l’attenta sorveglianza del boss, si accinge a far da tramite fra le voci al telefono e le orecchie dell’ansiosa metà, che non può perdere tempo a fermarsi, ma deve necessariamente essere sempre informata di tutto, se no il mondo, in sua assenza... “Ehi, ma te ne sei andata in oca? Mica parlavo così difficile, adesso sbrigati finché è bella calda, hai visto che quel picio l’ha portata alla svelta e senza sbatterla sul tavolo, lo stavo disintegrando con gli occhi, gentaccia!”.
Tranquillo scuote la testa e si mette a trangugiare beato grossi pezzi fumanti di pizza, poi riempie i bicchieri e procede compreso a masticare a bocca aperta, la moglie mangia svogliata pensando agli sputi, lui rotea all’insù gli occhi azzurrognoli: “Ma cos’è che continui a pensare?… pensa a mangiare invece, certo che tu a tavola sei proprio una disperazione, o pensi o parli troppo, così agli altri gli rovini l’appetito; dai su, dammi un po’ di soddisfazione, con tutti i soldi che costa una pizza oggigiorno! Non vale davvero la pena di portarti fuori a mangiare! Se facessi la brava… te l’avevo detto che dopo avremmo mangiato il gelato!”.
Il locale si sta riempiendo di gente e nessuno bada più a loro due, Elettra guarda il marito, reprime un moto di stizza, si limita ad agitare le ginocchia sotto il tavolo, smette di giochicchiare con le posate, taglia la pizza a metà, in lunghe fette sottili, e si mette ad ingoiarle con metodo. A pensarci, una volta le era costata molta più fatica, a casa di amici del marito, ingollare un lunghissimo capello nero attorcigliato ai porcini del risotto, guai a mettere in imbarazzo la padrona di casa, moglie di un amico importante!
Tranquillo pare soddisfatto, risucchia l’ultimo sorso di birra, nell’empito di un indiscreto ruttino quasi si morde l’indice sinistro infilato furtivamente in bocca a ripulirsi da un fastidioso residuo, scrolla la testa, afferra uno stuzzicadenti e si para la mano davanti a quella occupata a frugare fra i denti. Si rigira sulla seggiola, terminata l’operazione si piega di lato a cercare i quattrini dentro l’antiquato compagno borsello parcheggiato per terra, ed infine si rivolge alla moglie: “Intanto che tu finisci io vado a pagare; chiaro che a quelli non gli lascio nemmeno un centesimo di mancia, ti aspetto fuori, cerca di non dimenticare niente in giro, se no poi qui ci torni tu a scocciare!”.
Si alza e si dirige verso il bancone antistante la cucina, per fortuna la cassiera è arrivata da poco e sbircia l’ordine senza fare commenti, il cameriere non si vede più, Elettra pianta nel piatto la pizza allo sputo e raggiunge il marito intento a contare le monete del resto, lo prende con decisione sottobraccio e lo trascina fuori, per strada, non che per caso gli saltasse in testa di andarsene in bagno, poteva trovarci qualcuno e attaccare ancora briga: “Senti Quillo, adesso ce ne andiamo a mangiare il gelato, mi raccomando non voglio altri incidenti!”.
“Ossignuùr, ecco qua la formalistica, tu proprio hai una fifa boia del giudizio degli altri, eh? Ti do un consiglio, fregatene di quel che può dire la gente, quel che conta è riuscire a farsi gli affaracci propri, dà retta a uno che le spalle ce le ha grosse!”.
Elettra pensa che ogni tanto Quillo esagera un po’, secondo lei è proprio tale quale la sua mamma, una che se non saluti subito la sorella preferita, anche se non l’hai nemmeno vista, immediatamente ti rimbrotta, acida: “Elettra, saluta la zia!”; e poi lei, se non le va di parlarti, con l’assenso del figlio, sta senza farsi sentire per mesi e per anni, soprattutto se fiuta puzza di guai, perché di guai esistono solo i suoi, quelli degli altri sono soltanto dispetti inventati apposta per farle venire il magone, quindi meglio starsene fuori, anzi offendersi se solo si osa fargliene cenno.
Se provi, in un momento di bonaccia, ad accennarle che magari potrebbe modificare almeno in parte il suo indisponente comportamento, la brava donna si trincera dietro un glaciale “Io sono fatta così”, e non è ammessa la replica.
Da degno figliolo, Tranquillo, rispetto a lei, riesce ad essere ancora più incisivo: quando si erge a giudice la voce diventa stentorea, le spalle vagamente a pera assumono contorni più marziali, le braccia si discostano dal tronco perfettamente sincrone, gli avambracci leggermente piegati e i palmi delle mani sono aperti verso il cielo, a cercare conferma della propria asserzione. Spesso il tutto viene corroborato dalle palle degli occhi rovesciate anch’esse all’insù, dal movimento a pendolo del collo e dalla considerazione finale dedicata a tutti coloro che non si redimono all’istante: “Aaahhh… disperaziùn!”.
Neanche a farlo apposta, Elettra, smarrito il braccio del marito e tutta immersa nei suoi pensieri, tutt’a un tratto si sente apostrofare: “Tatina, ma che disperazione che sei, stasera hai proprio la testa fra le nuvole: prima, chissà perché, tanta fretta di scappare via e di arrivare qui, e adesso non stai neanche a guardare dove metti i piedi, ora un po’ rischi di finire sotto una macchina!... E sta un po’ più attenta insomma, non se ne può più!… E poi scostati che mi pesi... eeh... ah beeene, bella risposta, sentimi, allora a far la fila per sceglierti il gelato ci vai tu, che io mi son belle che rotto i coglioni di passare la vita a servirti! Calmati un corno! Dattela tu una calmata che sarebbe ora, anzi, già che ci sei, svegliati un po’ fuori!”.
Elettra si è davvero stancata, stasera Quillo sembra deciso a dar fondo alla lista; visibilmente scossa sibila a mezza voce salaci paroline in romanesco lombardizzato, pianta in asso il marito nel bel mezzo del marciapiede, e si mette a ripercorrere la strada verso l’albergo inseguita dalla voce sarcastica di Tranquillo: “Eh brava, dai dai, su, linguaccia!
Ti do un consiglio, impara a tenere quella boccaccia chiusa e ad andare d’accordo con la gente, ma guarda te che razza di carogna mi devo trovare fra i piedi! Ma stattene al tuo posto, che non saresti neanche buona di cavarti le cacche dal sedere se non ci fossi io, brutta stronza! E dai, fermati, cretina! Ma cosa credi di fare, ma a chi vuoi spaccare i marroni? Ma sììì, ma trovatene un altroo… ma guardala lì la signora come corre, ma dove pensi di andaare? le chiavi della stanza ce le ho io, anche i soldi, e non mi scassare le balle!”.
La strada è piena di gente, qualcuno si volta a guardare stupito, i più fingono di non vedere, Elettra ha il viso contratto dalla rabbia, le lacrime le velano gli occhi, cammina sempre più svelta, perfino sudata, ad un crocicchio si ferma per attraversare; guarda di lato e con la coda dell’occhio coglie l’immagine del marito che si è fermato pure lui una decina di metri più in là, bloccato da una signora in cerca di un’informazione.
Lo vede sbracciarsi a destra e a sinistra, ridicolo e burino come pochi, per indicare la strada usa il busto come neppure sanno fare i vigili urbani più collaudati nel bel mezzo di piazza Duomo a Milano. Il pollice teso all’indietro sull’arto rotante rischia di conficcarsi negli occhi degli ignari passanti, l’indice puntato di colpo a indicare la direzione definitiva minaccia sberloni con tanto di sgraffio, la cervicale con inizio di artrosi impedisce alla testa la completa visione del campo! Per cui, a missione compiuta, Quillone si passa la sinistra dietro il collo, in un lento massaggio ristoratore, mentre i denti con le gengive scoperte mordono l’aria in una smorfia di acuto dolore.
Nonostante tutto, a vederlo conciato in quel modo, l’ironia ancora una volta riprende il sopravvento. Lo sdegno di Elettra si placa pian piano, il fiero disgusto allenta la presa, la fitta nel cuore ritira la punta, la donna riprende, a fatica, il controllo, respira profondo, si scuote la chioma, si arena indecisa, davanti alle strisce… si mette a guardarlo che avanza, broncioso, la fronte spaziosa chinata in avanti, la zucca pelata che luccica, chiara, con quattro pelucchi di rado contorno… aspetta che arrivi e che dica: “Ma dai! Non riesco a capire che cosa ci è preso... è meglio far finta che non sia successo... saremo un po’ stanchi… andiamo a dormire!”.
E infatti Tranquillo si avvicina con aria noncurante, si raschia la gola, tossicchia, alza il viso: “Aah... sei qui!... Beh, menomale che ti è passata la furia, vorrei proprio sapere cosa ti piglia, quando fai così sei davvero ingovernabile, io non ti ho fatto niente, devi imparare ad avere più rispetto per gli altri; per me sei matta!… Beh, se è finita possiamo anche tornare indietro e farci il gelato, magari con due passi ti calmi di più!”. Elettra questa volta non si precipita a ribattere, tanto è sempre la solita storia, ma almeno per la forma… “Va bene, però, anche se sei convinto di aver ragione, adesso tu ti scusi, perché se no io resto agitata; sì, sì, lo so benissimo che tu non capisci in cosa hai sbagliato, anzi, senz’altro è tutta colpa mia, ma tu un pochino devi recitare, del genere penso stronza ma dico cara, va bene?
Anzi, già che ci sei, dimmi anche qualcosa di gentile…”. “Pure? e che cavolo dovrei dirti? Lo sai che io non sono portato a fare discorsi... eh ma allora vuoi ricominciare a spaccare i cosiddetti e rovinare tutto, come al solito… dillo subito così la finiamo lì!”.
Tranquillo accenna a girarsi, si guarda intorno con aria impaziente, la moglie inghiottisce amaro, altro che compatimenti e scuse in endecasillabi, quello lì è lontano mille miglia dall’idea di andarle un po’ incontro, non gliene potrebbe importare di meno, e alla fine, dopo queste discussioni, l’unica che poi la notte non ci dorme sopra è soltanto lei! Meglio riprovarci: “Se mi chiedi scusa stiamo fuori, però preferisco andare da un’altra parte, magari sulla spiaggia, in riva al mare…”.
Quillo le agita l’indice davanti agli occhi, minaccioso: “Questa sì che è bella! Non vedo di cosa dovrei chiederti scusa! Te lo ripeto, tu degli altri non hai la minima considerazione, siccome vivi d’aria e mangeresti solo parole, non te ne frega niente se invece io, da persona normale, ho un buon rapporto con il cibo! Non c’è proprio soddisfazione a portarti in giro, comunque fai come ti pare, io a prender freddo non ci vengo, andiamo in camera, così dormo e grazie al cielo domani si ricomincia a lavorare, starti lontano non può che farmi bene! Oltretutto mi hai fatto buttare un sacco di soldi in cose assolutamente inutili, io avrei preferito starmene seduto in santa pace, invece di doverti inseguire a pagare i conti, a mangiar poco o niente perché poi c’era anche da stare in piedi per andare a sorbirsi la chiesa di non so cosa, la mostra di non so chi; solo per tornare a casa e potersi vantare di aver visto proprio tutto! E adesso cosa fai? Non ti metterai mica a piagnucolare!… È proprio vero che pur di fare il comodo tuo ammazzeresti anche il padreterno!… Senti, io ti precedo, ti lascio la porta aperta, comincio a prepararmi, fai un po’ quello che ti pare, non svegliarmi che domani mi aspetta una giornataccia!… Sììì… dimmiii… Ah nooo… e dovrei anche essere ‘gentile’…
Adesso basta! Ciaaooo! Io vado, ’notteee!”.
E si allontana impettito con il borsello tipo valigia spenzoloni dalla spalla, senza mai voltarsi indietro a guardare la moglie trasformata in una statua di sale, allibita, con i lacrimoni silenziosi che finiscono di sciogliere il misero residuo di mascara alle ciglia, e la gola serrata dai singhiozzi inespressi.
Rapida, la donna estrae dalla borsa in disordine un paio di occhialoni fotocromatici, si incammina lentamente in mezzo al marciapiede senza badare troppo ai curiosi, quasi subito sbuca in una stradina secondaria, si siede su un muretto di sassi rasente ad una casa fingendo di aspettare qualcuno, e cerca di calmarsi, pian piano… È andata così, come tante altre volte. Tranquillo non è del tutto cattivo, certo è molto irascibile, senz’altro è per colpa del lavoro che fa, con tutto quel viaggiare tutti i santi giorni: in fondo, come dice sua mamma, ha delle buone ragioni, indubbiamente anche lei qualche volta è un filino nervosa! Mah, di brutte situazioni ce ne sono anche di peggiori della loro, la prossima volta di sicuro andrà meglio, deve per forza andare meglio, lei così si prenderà un esaurimento, non ce la fa più a sopportarlo, qualche volta è addirittura arrivata a pensare che se lui scomparisse...
Elettra si sente in colpa, proprio una stupida, soltanto capace di attaccarsi alle piccole cose senza badare all’essenziale: come dice Tranquillo l’importante è che le cose funzionino, che ci siano soldi in cascina e di non dover spendere per la salute, il resto sono tutte fregnacce da bamberottola, la vita è dura e gli uomini sono fatti così, bisogna saperli prendere… Invece… Lei scopa poco e non è nemmeno una gran cuoca!
Nella vita, la donna vincente è la procace ragazza del reggiseno, che mette in mostra il davanzale dicendo: “Io non so cucinare, e allora?”; lei però non ce la farebbe a resistere sempre strizzata in quelle coppe infernali, fra l’altro non è che abbia chissacché da strizzarci dentro, e poi, per che cosa, se dopo non si conclude sarebbe anche peggio, un motivo in più per vederlo arrabbiato. D’altra parte, lei, se non sente prima le paroline giuste e non c’è l’atmosfera adatta a fare anche quello, non solo non prova assolutamente niente, ma ci rimane anche peggio!
Certo, ha ragione lui, quando dice che lei è una donna troppo complicata, col male di vivere addosso, che non sa godersi le cose buone della vita, però… se solo Quillo fosse un pochino più gentile, recitasse un po’ di più a fare la persona educata, le desse un po’ di peso; invece niente, il grand’uomo va avanti senza requie, vola basso e spara pesante, tanto che lei negli ultimi tempi ha preso ad imitarlo, qualche volta gli risponde per le rime e se lui urla strilla anche lei, bella roba per una che dovrebbe essere la regina della casa! Se va avanti così prima o poi va a finire che lui se ne va; ogni tanto in effetti nei momenti più brutti glielo ha anche già detto: “Te lo ripeto per l’ennesima volta, va a trovartene un altro da torturare! Con me hai finito di spaccare l’anima! Eh già, perché avevi quattro soldi, cosa credi, di potermi comandare a bacchetta?… Ma io sparisco e ti attacchi al tram, bestiaccia, imparerai a tirare la fine del mese come tutti, che tanto i tuoi soldi se va avanti così si riducono a zero, ma già, tu poco ci manca che non sai neanche cos’è la denuncia delle tasse; se non ci fossi io, altro che medicine omeopatiche! Vorrei proprio vedere come riusciresti a sbarcare il lunario, piaga come sei! Ne hai sempre una, sei capace solo di lamentarti e non fai un cavolo tutto il giorno, nella vita non hai mai combinato niente! Ma va’ a cagare, brutta figlia di buona donna!”.


Torna indietro