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Veleni al Lingotto
di Massimo Tallone
Le prime pagine del libro
1
Un
lavoro, finalmente.
Il primo, da quando ho lasciato la polizia.
Strano lavoro. Ma lo ho accettato ugualmente, anche se non era proprio così che
avevo immaginato la mia nuova attività. Ricerche di archivio va bene, ma
questa...
E sia. Vada come vada. Sono quattrini.
Dunque, riepilogo della faccenda.
Sono le sei del pomeriggio e sento cigolare i cardini della porta d’ingresso. La
porta è aperta. Qualcuno sta entrando. Ho deciso di ricevere i clienti facendo
trovare loro la porta socchiusa. Ho staccato il campanello e ho appeso al pomolo
della porta una targa con la scritta avanti. Io lo odio, il campanello. Suonano
e si sentono per questo pieni di diritti. Esigono che tu vada ad aprire, e in
fretta anche. C’è qualche cosa di intimidatorio nel campanello, di invasivo, di
vessatorio. La porta aperta, invece, rende titubanti, cauti. La si spinge con
riguardo, nel timore di essere scambiati per ladri, poi si penetra
nell’abitazione con deferenza, accompagnati dalla sensazione di essere vagamente
di troppo, inopportuni. E si diventa gentili. E io voglio clienti gentili.
Dunque, sono le sei, ed ecco il primo cliente. La porta cigola.
Il cigolio si arresta e segue uno strepito.
“Ehi, signor Ribò, signor Ribò”.
È una donna. E bramisce. E sta scuotendo la porta.
La mia teoria sul campanello e sulla gentilezza sta andando a puttane fin dal
suo esordio.
Non rispondo. Me ne sto seduto al tavolo, fingendo di prendere appunti. Mi hanno
detto che bisogna sembrare pieni di impegni, per essere credibili.
“Signor Ribò”, ripete la voce, con il tono di chi si sente in pericolo. Questa
volta decido di scollarmi dalla scrivania. Ma non ho il tempo di posare la biro
che un lungo e minaccioso scricchiolio mi sega i timpani. Mi metto in guardia,
poggio le mani sui bordi del tavolo ed ecco che un fragore di legno spezzato,
simile al gracchio improvviso di un corvo, si abbatte sulla casa.
Scatto in piedi, aggiro la scrivania, mentre la voce riprende, alta, stridente.
“Signor Ribò, signor Ribò...”.
Piombo in ingresso come un sasso nell’acqua e cozzo contro una donna, o meglio,
affondo in una donna.
“Signor Ribò”, fa lei, cercandomi fra le sue tette e spostandomi in avanti a due
mani, come se fossi una scala di alluminio da appoggiare a un muro, “signor Ribò,
il suo campanello non funziona, lo sa?”.
Non le rispondo. Osservo la porta di ingresso. Dico porta, ma voglio intendere
uno di quegli usci a due battenti di cui uno soltanto, quello munito di
maniglia, viene di solito usato per entrare e uscire dall’appartamento, mentre
il secondo rimane fisso, sprangato. Bene, quel secondo battente, quello fisso, è
spalancato e sbilenco, e scardinato. E in corrispondenza dei punti di fermo
mostra spiedini acuminati di legno bianco, simili a denti di barracuda.
“Signor Ribò, il suo campanello non funziona”, continua a ripetere la donna, “io
ho provato a suonare, ma niente, allora sono entrata, ma sono rimasta incastrata
nella porta, e quando ho dato uno strattone...”.
“Ho capito, ho capito”, sospiro, “non si preoccupi. Vada pure avanti, la prima
porta a sinistra. La raggiungo subito”.
Niente male come inizio, mi dico mentre tento di ridare alla porta il suo
originario aspetto. Stacco la targa. Riattivo il campanello e chiudo. È tutta
sghemba, ma chiude.
Ed eccomi dalla signora.
Si è fusa con una sedia e attende. Prendo posto di là dal tavolo e la guardo.
Il doppio mento, che non è più grande di un pallone da football, le tremola
sullo sterno come un’ostrica e anticipa la gigantesca tumescenza del seno,
riprodotta subito sotto, ma in scala maggiore, dal rigonfiamento della pancia.
Non so perché, ma faccio fatica a immaginare le natiche, di costei.
È vestita di blu. Tailleur estivo di seta. Ce n’è per guarnire un veliero.
Capelli tinti di bluastro.
“Prego”, intimo secco.
E quella attacca a parlare. Si chiama Ernestina Della Valle. È presidente del
Comitato di Beneficenza dello Spirito Santo e della Madonna della Povertà
Riuniti. Quando dice la parola povertà le si liquefanno gli occhi. Il
Comitato è sovvenzionato da una banca, la più importante di Torino, dice lei.
Con quei soldi, uniti ai quattrini raccolti in chiesa, il Comitato, a sentire
lei, dà una mano alle famiglie più bisognose, agli indigenti, ai poveri. Ma il
problema è trovare i poveri, signor Ribò, dice, i veri poveri. Bisogna evitare
che farabutti senza scrupoli mettano le mani sui baiocchi e sui beni destinati a
chi soffre veramente, spacciandosi per vittime del disagio. E allora è stato
elaborato un sistema di ricerca e di selezione dei casi umani, un programma
semplice e raffinato.
Ma preferisco lasciare continuare lei.
“Insomma”, prosegue, massaggiandosi la pappagorgia, “il Comitato cerca di
individuare, attraverso i parroci, una persona di fiducia. Perché vede, i casi
di reale bisogno li può conoscere soltanto una persona del quartiere, mica noi
del Comitato. E come potremmo? E allora abbiamo pensato al fiduciario. Il
fiduciario, per noi, è una persona già attiva nella vita del quartiere, una
persona sensibile ai problemi sociali, non so se rendo l’idea. La rendo? Sì?
Bene. A un bel momento il fiduciario segnalatoci dal parroco viene convocato
alla sede del Comitato. Vuole fare il fiduciario, signor Tal dei Tali?, gli
diciamo noi del Comitato. Se accetta lo si incarica di segnalare i casi di grave
disagio, lo si invita a indicare le famiglie in cui la droga, la violenza, la
malattia, l’ignoranza, la disoccupazione, o quel che vuole lei, hanno prodotto
situazioni di vita insostenibili per alcuni o per tutti i loro membri. A quel
punto subentra nuovamente il Comitato e fornisce alla famiglia gli aiuti
necessari, sulla base di una scheda preparata dal fiduciario. Un tempo,
all’inizio del nostro lavoro, ah beata ingenuità, gli aiuti consistevano
unicamente in somme di denaro: un nostro incaricato, o il fiduciario stesso,
consegnava direttamente i soldi alle famiglie. Può immaginare, signor Ribò. Quei
quattrini finivano nel giro di pochi minuti in droga, alcol, giochi d’azzardo o
spese inutili, lasciando le cose come stavano. Ora abbiamo cambiato metodo. Il
Comitato consegna alle famiglie indigenti soltanto beni materiali come le scorte
di pasta, o le scarpe per l’inverno, o le medicine, e fornisce i servizi di
sussistenza, quali il pagamento delle bollette, le rate del riscaldamento, le
infermiere notturne nei casi di gravi malattie e così via”.
Prende fiato, finalmente, e questa volta attacca a lavorarsi il budino a due
mani. Io non ho ancora capito cosa vuole da me, la benefattrice, ma paziento. È
la mia prima cliente.
“Posso fumare?”, chiede garbatamente.
Assento con la testa. Ernestina estrae dalla borsa un bocchino nero, vi infila
una Nazionale senza filtro e accende. Cristo, commento fra me, c’è ancora chi
trova le Nazionali senza, dunque. Roba che non si vede da più di trent’anni...
Come farà? Potenza del Vaticano, penso.
Non servirà a niente, ma ho deciso di prendere nota di tutto.
“Ma lo sa, signor Ribò, che c’è davvero una bella vista, da qui?” riprende lei,
tenendo gli occhi sul colonnato della Gran Madre e sul Monte dei Cappuccini, lì
davanti.
Non rispondo. Appoggio i gomiti al tavolo e protendo il busto in avanti. La
guardo. E aspetto.
“Ma veniamo al dunque, non voglio abusare del suo tempo, signor Ribò”.
Taccio. Con il pollice e l’indice della mano destra do una lisciatina alle
estremità dei baffi.
“Lei conosce il quartiere del Lingotto, signor Ribò?”.
“Sì, certo”.
“Dunque, lei saprà che quella zona, tra via Nizza e gli ospedali, è ancora fra
le più esposte della città, sotto l’aspetto del disagio, nonostante le nuove
strutture, sa, Eataly, il centro commerciale del Lingotto... Ma resta una zona
ibrida... Non le dico nulla di nuovo. Bene, in quel quartiere abbiamo avuto come
fiduciario del Comitato, fino al mese scorso, una persona che non ho difficoltà
a definire d’eccezione: la signora Manassero”.
Pausa.
Probabilmente vuole che le chieda che è successo, il mese scorso, alla signora
Manassero. Vuole vedermi interessato, il bolide. Ma io mi concedo il lusso di
cominciare ad averne i coglioni pieni di tutta questa storia da boy-scout. E ho
anche il sospetto che abbia sbagliato ufficio.
Mi guarda e tace.
Cavalco la sua pausa, mi levo in piedi e butto lì:
“Mia cara signora Della Valle, mi perdoni la digressione, ma potrebbe dirmi chi
le ha dato il mio nome?”.
“Mio figlio, signor Ribò”, risponde tranquilla, frullandosi il gozzo con due
dita.
“Suo figlio? Mi pare di non conoscere nessun Della Valle...”.
“Oh, certo che no. Lei non conosce mio figlio, signor Ribò. E poi Della Valle è
il mio nome, il nome che uso per le mie attività. Mio figlio porta il nome di
mio marito, come è ovvio. No, lei non conosce mio figlio, no. È solo che mio
figlio ha cambiato casa da poco e nel nuovo appartamento ha voluto dedicare una
parete a un trompe-l’oeil, sa quei dipinti che...”.
“So, so”.
“Ecco, mio figlio ha trovato un artista, un tipo un po’ bislacco, a quanto pare,
ma che lavora benissimo, ed è stato lui, l’artista...”.
“Basta così, signora, ho capito, ho capito”.
Mi viene da ridere. Quel linguacciuto del Cardo... Quattro ceci in bocca non se
li sa tenere. Ha parlato di me al figlio di Ernestina, lui ne ha parlato alla
madre, ed eccomela qui di fronte.
“Sa cosa diceva di lei, quel pittore? Che lei è la persona più in gamba che lui
conosca. Che se lui avesse mai avuto un qualsiasi problema, un guaio, un casino,
un ciocco, come dicono i ragazzi, si sarebbe rivolto a lei. Ha detto anche che
lei ha lavorato nella polizia, tempo fa...”.
“Ha detto anche questo?”.
“Oh, sì. Forse che non è vero?”.
“Per essere vero è vero. Ma lavoravo alla Scientifica. Prelievi e analisi di
impronte... Non è come essere ispettori, mi creda, signora Della Valle”.
“La polizia è sempre la polizia. Quel che conta è l’aria che uno respira, non le
mansioni che svolge. È l’ambiente che fa la persona, è l’ambiente che dà la
forma mentis, signor Ribò. Le semplici mansioni, facili o difficili che
siano, si imparano con un po’ di applicazione, con un po’ di esperienza. Ma la
capacità di cogliere un aspetto marginale, un dettaglio rivelatore, in qualsiasi
campo signor Ribò, in qualsiasi campo, ti viene soltanto se sei vissuto in quel
clima, se hai annusato le malizie di quel giro”.
“Le ricordo, signora Della Valle, che io non sono un detective. Faccio ricerche
di archivio, rintraccio pratiche sepolte nelle muffe della burocrazia, cose di
questo genere. Mi sembra che lei invece stia accennando... Se è di un detective
privato che lei ha bisogno, signora Della Valle, io posso darle un paio di
nomi...”.
“Oh, no, no, no, signor Ribò, niente detective... detective privato... Ma senti
che roba... Non pensavo neanche che esistessero, quelle robe lì, a Torino. No,
no, non tiriamo fuori parole... parole da telefilm. Io ho bisogno del suo aiuto
in una faccenda che probabilmente esiste soltanto nella mia testa. Mio figlio ha
saputo che lei è una persona affidabile, e ho deciso di fare due chiacchiere con
lei. Niente di più... Niente di più...”.
“Se è solo per fare due chiacchiere...” salto su, vedendo volare via i
bigliettoni che mi ero figurato al suo arrivo.
“Non si preoccupi, pagherò tutto il tempo che le rubo, signor Ribò. Lei è
davvero ostico come dicono, sa?”.
“Dicono così?”, grugnisco andando alla finestra.
“Mio figlio sostiene che il signor Cardo la considera il migliore degli uomini,
ma anche il più torvo... non so se ha usato questo aggettivo... in parole
povere, il pittore dice che lei è al tempo stesso leale e velenoso. Sì, è più o
meno questo il concetto. Si può contare su di lei, ma in quanto a confidenza...
Sbaglio?”.
E ride.
Io non rido. Se il Cardo mi ha fatto questa pubblicità, è inutile tentare di
darmi una vernice nuova. Al contrario, questo mi rende tutto più facile.
Comincia a rodermi il culo, la pia donna, con i suoi casi umani. Stop. Chiudo il
barattolo della melassa. Punto dritto alla tibia, e mordo.
“La mia tariffa è di duecento euro al giorno, cui vanno aggiunte le spese,
spostamenti, inevitabili mance ai subalterni, bolli. Rilascio regolare fattura.
Il colloquio iniziale invece è gratis. Quindi mi esponga il problema, signora
Della Valle, e vediamo se è di mia competenza. Dunque, che è successo, il mese
scorso, alla famosa signora Manassero?”.
“Perfetto, perfetto, signor Ribò. Ha già capito tutto, vede? È proprio quello,
il punto. Che cosa è successo alla signora Manassero? È proprio la domanda che
intendevo farle, dopo avere esposto i fatti. Ma prima mi permetta di dire che
intendo pagarle anche il primo colloquio, che è poi questo, come fosse una
giornata, e ho deciso di pagarle anche le spese di riparazione per la porta...”.
“Lasci stare...” sussurro, ammansito dalla prospettiva di vedere la grana.
“Non insista, ho fatto un danno e ci pongo rimedio, è il mio stile”.
“Non si preoccupi, il Comitato potrà spendere meglio quei soldi”, recito.
“Il Comitato? Ah, ma allora non ci siamo capiti, signor Ribò. Qui il Comitato
non c’entra, non c’entra. È una cosa mia privata, privatissima, questa. Lo
faccio per la signora Manassero. Sono soldi miei, quelli che le consegnerò, nel
caso in cui lei decida di accettare. Guardi, guardi qui”, e sbilanciandosi sul
lato destro afferra la borsa che aveva poggiato a terra, ci caccia una mano
dentro e mi sbandiera sotto il naso un assegno bello e compilato.
Afferro il rettangolo verdazzurro e sbircio la cifra.
Alzo gli occhi sulla signora Della Valle.
Mi fissa seria, decisa.
Guardo nuovamente l’assegno. Non muovo un muscolo. Sollevo le palpebre.
“Mi dica tutto della signora Manassero, signora Della Valle”.
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