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Ventotene
di Umberto Terracini A Ventotene un ex quale io sono ha sempre
desiderio, direi bisogno di ritornarci. Troppo tempo della mia vita vi ho
consumato; e in quali condizioni, perché non me ne sia rimasto dentro un perenne
richiamo, compenetrato di melanconia e di ira, che erano poi i due sentimenti ai
quali si abbeverava in quelle stagioni senza fine, sempre uguali da un anno
all’altro, la mia lunga ma fiduciosa attesa. Di fronte, a pochi chilometri,
oltre lo stretto braccio di mare, vedevo pietrigno sull’alto scoglio di Santo
Stefano l’ergastolo che era stato la prima tappa del mio periplo carcerario. Ma
solo adesso, confinato a Ventotene, potevo vederne le mura esterne – circolari,
altissime, bianche – che invano avevo cercato di immaginarmi quando, sotto
chiavi, chiavistelli e inferriate, vi fantasticavo, come fanno tutti i detenuti,
di rocambolesche acrobatiche evasioni. D’altronde anche i contorni della piccola
isola confinaria, con i suoi anfratti e le spiaggette a ridosso delle rupi
calcaree a precipizio, non li potei conoscere che dopo, a liberazione avvenuta,
quando vi feci un primo viaggio di scoperta, trovandola diversissima da come
l’avevo immaginata allorché vi soggiornavo sotto la proibizione, comune a tutti
i miei compagni di pena, di varcare gli angusti limiti della Colonia. E voglio
anzi dire che, a convincermi a quel primo viaggio libero a Ventotene, fu appunto
più la curiosità di vedervi ciò che non vi aveva mai visto che non il desiderio
di rivedere quanto di essa mi era già noto. Troppo noto, ahimé! – il Castello e
i Granili, già dormitori dei coatti e poi nostri, i baraccamenti in tufo
costruiti dai confinati quando divennero tanto numerosi da non potere essere
stivati tutti quanti nei vecchi locali, la Caserma della Polizia, la Palazzina
della Direzione, le garitte e gli sbarramenti a reticolato in cima alle poche
straduzze concesse al nostro stanco passeggiare. Che cosa avrebbe infatti potuto
dirmi questo squallido paesaggio deserto dei mille e mille che nel mio ricordo
gli avevano dato vita i perseguitati dal fascismo cacciati qui da ogni parte
d’Italia e parlanti i loro vari dialetti nel richiamo fisionomico dei loro
luoghi di origine? Sarebbe stato come vedere uno scenario di teatro nel quale,
dinanzi agli spettatori non si muovono ne parlano le dramatis personae.
Proprio per questo prima di tornare ancora a Ventotene attesi che la nostra
Associazione, l’ANPiA, vi organizzasse i suoi periodici viaggi collettivi, come
avvenne recentemente, che vi ci recammo in più di 400, ex confinati e ex
detenuti, partendo da formia e toccando di passaggio l’altra maggiore isola
confinaria, Ponza. E ad ogni viaggio quanto argento di più nei capelli, quante
più rughe nel viso e reumatismi negli arti e nelle spalle fatte più curve! Ma
dentro, nei cuori, sempre la fierezza di quando, uno per uno o in catena, vi
eravamo stati tradotti ai tempi del fascismo trionfante. |