Ventotene
 
di Alberto Jacometti


Prefazione

di Umberto Terracini

A Ventotene un ex quale io sono ha sempre desiderio, direi bisogno di ritornarci. Troppo tempo della mia vita vi ho consumato; e in quali condizioni, perché non me ne sia rimasto dentro un perenne richiamo, compenetrato di melanconia e di ira, che erano poi i due sentimenti ai quali si abbeverava in quelle stagioni senza fine, sempre uguali da un anno all’altro, la mia lunga ma fiduciosa attesa. Di fronte, a pochi chilometri, oltre lo stretto braccio di mare, vedevo pietrigno sull’alto scoglio di Santo Stefano l’ergastolo che era stato la prima tappa del mio periplo carcerario. Ma solo adesso, confinato a Ventotene, potevo vederne le mura esterne – circolari, altissime, bianche – che invano avevo cercato di immaginarmi quando, sotto chiavi, chiavistelli e inferriate, vi fantasticavo, come fanno tutti i detenuti, di rocambolesche acrobatiche evasioni. D’altronde anche i contorni della piccola isola confinaria, con i suoi anfratti e le spiaggette a ridosso delle rupi calcaree a precipizio, non li potei conoscere che dopo, a liberazione avvenuta, quando vi feci un primo viaggio di scoperta, trovandola diversissima da come l’avevo immaginata allorché vi soggiornavo sotto la proibizione, comune a tutti i miei compagni di pena, di varcare gli angusti limiti della Colonia. E voglio anzi dire che, a convincermi a quel primo viaggio libero a Ventotene, fu appunto più la curiosità di vedervi ciò che non vi aveva mai visto che non il desiderio di rivedere quanto di essa mi era già noto. Troppo noto, ahimé! – il Castello e i Granili, già dormitori dei coatti e poi nostri, i baraccamenti in tufo costruiti dai confinati quando divennero tanto numerosi da non potere essere stivati tutti quanti nei vecchi locali, la Caserma della Polizia, la Palazzina della Direzione, le garitte e gli sbarramenti a reticolato in cima alle poche straduzze concesse al nostro stanco passeggiare. Che cosa avrebbe infatti potuto dirmi questo squallido paesaggio deserto dei mille e mille che nel mio ricordo gli avevano dato vita i perseguitati dal fascismo cacciati qui da ogni parte d’Italia e parlanti i loro vari dialetti nel richiamo fisionomico dei loro luoghi di origine? Sarebbe stato come vedere uno scenario di teatro nel quale, dinanzi agli spettatori non si muovono ne parlano le dramatis personae. Proprio per questo prima di tornare ancora a Ventotene attesi che la nostra Associazione, l’ANPiA, vi organizzasse i suoi periodici viaggi collettivi, come avvenne recentemente, che vi ci recammo in più di 400, ex confinati e ex detenuti, partendo da formia e toccando di passaggio l’altra maggiore isola confinaria, Ponza. E ad ogni viaggio quanto argento di più nei capelli, quante più rughe nel viso e reumatismi negli arti e nelle spalle fatte più curve! Ma dentro, nei cuori, sempre la fierezza di quando, uno per uno o in catena, vi eravamo stati tradotti ai tempi del fascismo trionfante.
Ma a Ventotene possiamo andarci anche senza salire sul piroscafo di lìnea che collega l’Arcipelago pontino al Continente; e precisamente leggendo il libro nel quale Alberto Jacometti raccolse i ricordi del suo soggiorno colà come confinato subito dopo avere deposto le armi di Partigiano, quasi temendo che il tempo, sbiadendoli e addirittura cancellandoli, gli rubasse un bene che voleva gelosamente conservare. L’impostazione dell’opera, la ripartizione della materia, la prosa semplice e scorrevole e il tono d’intimità di numerose pagine fanno infatti pensare che egli scrivesse inizialmente solo per sé fogli da custodire per essere riletti in ore di raccoglimento così da farsi rivivere attorno le vicende sofferte e confrontare ciò che aveva sentito allora, quando per brutale imposizione era obbligato ad una esistenza tanto diversa da quella ch’egli avrebbe prescelto, con ciò che ora provava, rifatto libero con tutta Italia grazie anche al suo generoso contributo, di sacrifici e di lotta.
Tanto maggiormente dobbiamo dunque essere grati a Alberto Jacometti per averlo invece dato alle stampe il suo libro il quale ci aiuta a trarre dall’oblio nomi, a vedere lampeggiare visi, a ricostruire episodi di un mondo del quale quasi stupiamo di avere fatto parte e di cui tuttavia vivemmo la realtà assurda eppure così profondamente umana. E salutandone la seconda edizione ci auguriamo che vada per le mani non soltanto dei superstiti degli ex, ma di tanti e tanti che, non avendolo conosciuto quel mondo, non comprendono che nulla di troppo si farà mai per impedire che esso riaffiori nel corso futuro della nostra storia.


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