Ventotene
 
di Alberto Jacometti


I primi capitoli


Il sapore della libertà

La festa dei suoni. Un momento fa il mattino pareva formare un blocco compatto, un blocco di cristallo che minuti, trascurabili strumenti, tentavano di scalfire; ed ecco che i rumori si staccano l’uno dall’altro, assumono una loro personalità. Sono note. Sono colori. Sono la stoffa stessa del giorno. Più che staccarsi, nascono l’uno dall’altro; quasi l’uno dalla decomposizione dell’altro; si moltiplicano si rincorrono. Dal prato, qui dietro, ora sciorinato come un unico tappeto ronzante, è germinato un vibrare di elitre che di subito si ramifica in due, tre, quattro vibrazioni. Si direbbe che una famiglia di gnomi si sia messa a contare i suoi zecchini. O che una banda di sartorelle nane abbia messo in moto le sue microscopiche macchine da cucire. Dal pergolato di vite qui sopra, un passero apre e chiude un paio di forbici; e ciò indispettisce due rondini appese al cornicione della casa colonica; protestano con veemenza. Ma la loro protesta non è che un pretesto perché subito si mettono a bisticciare fra di loro. Dio, come sono pettegole! Un piccione che dormicchiava sulla gronda del tetto si stanca; alza il capo, gonfia il gozzo e incomincia a tubare facendo un’interminabile serie di inchini. Lo spirito di emulazione dei canarini entra in gioco. Un pulcino, tutto bianco, con sulla testina una seghettina scarlatta, corre via come una freccia, gettando un grido acuto che lo segue come una incrinatura; dalla stalla risponde un giovane muggir di vitello. Il grido di un ragazzo fa pensare a un aquilone lanciato nel cielo. Le oche, le oche! con la loro corona di paperi. Ora ci si mettono le strade, con uno schiantare di ruote, ci si mettono i cani, i buoi nei campi, le lavandaie al fossato, la massaia che chiama il pollame a raccolta, i falciatori che martellano le falci, una falciatrice con il suo ta-ta-ta di innocua mitragliatrice.
Il mattino si sfalda. Cade a spicchi. Si diversifica, si affoltisce, compone una libera, molteplice e pur grandiosa sinfonia.
E questo è il primo vero sapore della libertà. È come se in una camera buia penetrassero improvvise cento occhiate di sole. Prima di ogni altra angheria, c’era, a Ventotene, l’angheria della natura. Ci si figuri una prigione messa a disposizione di un tiranno crudele da un Dio ringhioso e vendicativo. Le nude mura, il mare. Quel mare piatto, vuoto, infinito, che vi circonda come un anello insuperabile, catenaccio di una robustezza a tutta prova, sentinella mai sonnecchiante. La bocca da lupo, lo squallore del paesaggio. Dalla città confinaria non si vede un albero. La punta Eolo, che le sta dirimpetto, è forse la parte più brulla dell’isola. La segregazione, l’assenza quasi completa di rumori. Quello del mare diventa presto un fondo di silenzio. Uccelli si direbbe (tranne quelli di passaggio in primavera e pochi gabbiani, così pochi che non mi è mai avvenuto di contarne più di tre o quattro) che non ce ne siano. Se ci sono, sanno nascondersi. E tacciono. Le galline son fuori, lontano. Non ci sono piccioni, né anitre, né oche. Le mucche vivono chissà dove. Non ci sono cavalli. C’era un asino: non ragliava. Un grillo che canti di notte è una rarità. Le cicale ci sono, ma sono al di là dei limiti del confino, la maggior parte di noi non le ha mai udite.
La gran voce di Ventotene è il vento. Le voci minori, le strilla dei ragazzi. Non sono fatte per conciliare l’animo con la natura.
La festa dei suoni è il primo sapore della libertà. L’altro è la festa del verde. Il verde greve, denso, turgido di questa valle pada na nei colmi giorni di estate, in cui si sente il montare possente e la freschezza dell’acqua. Solo chi ha assistito laggiù al secchire dell’erba, al denudarsi del tufo, al progredire della feroce rogna canicolare alla cui fame non sfugge che il fico d’India, l’agave e la canna, può comprendere che cosa rappresenti un prato, un campo di mais, una vigna dai verdi intatti festoni, e che differenza ci sia tra l’acqua, l’acqua dolce, l’acqua di fonte che irriga la terra, la fruga e disseta, e quel catino infocato, liscio, fumante del Tirreno in agosto. Vien voglia di rotolarsi nel fieno, di toccare, mordere e succhiare, di sprofondare le braccia nel trifoglio, di sentirsi vellicare il petto dalle pelose foglie dei pomodori, di addentare ogni frutto, di stendersi e dormire su un giaciglio vegetale fermentante di profumo.
Mi diceva un compagno mentre si arrivava a Gaeta: «Sai che cosa mi stupisce di più? Il vedere degli alberi veri, degli alberi fronzuti pieni di foglie». Da allora gli occhi non hanno più cessato di stupirsi. Corrono ai colori, alle forme, con l’irrequietezza di giovani uccelli. Si riempiono. Verificano. Verificano se la realtà combacia con il sogno. Bene; la realtà è più bella del sogno, più piena, viva, ricca.
Ho sognato boschi e colline; ma chi mi avrebbe detto, dieci giorni fa, che mi sarei seduto a una tavola rotonda di pietra, sotto una pergola di vigna donde enormi grappoli penzoli mi sfiorano il capo? Chi avrebbe saputo descrivermi il modo di invaiare dell’uva? La rosea delicatezza del chicco saldo? E queste cose, queste semplici cose mi commuovono come un susseguirsi di drammi.
Ora che la gabbia si è aperta la vita tutta mi sta davanti. Vergine. Io posso abbracciarla. Io posso conquistarla. Di dove incomincerò? Non importa. Entrerò in lei, mi rotolerò con lei, lotteremo; per il momento essa è una grande promessa. Mi tenta e per tentarmi mi s’offre. Sotto il suo abito magnifico trema il mistero inaccessibile.
Mi alzo e respiro profondamente. Non vi siete mai accorti che il sogno è privo di profumi? Bisognerà rieducare l’olfatto. Per il momento, un odor misto di terra bagnata (è piovuto questa notte), di menta, di letame, di fiori dai nomi sconosciuti, di frutti maturi, di pane (c’è un forno privato qui presso), mi inebria.
Poi, stasera aspetterò la luna. È tonda o quasi. Già un po’ logorata a ponente. Viene su tardi, come un gran globo rossastro da un filare di pioppi. Montando si rimpicciolisce e si schiara. Diventa di una trasparenza verdina, poi tutta specchiante. In queste notti di coprifuoco passeggia solo per le vie del cielo come la bionda Isabeau per le strade del suo favoloso reame. Io sarò Folco il temerario. L’aspetterò e quando avrà dispiegato su tutta la piana – di qui fino ai confini dell’orizzonte – il suo velo d’argento soffuso d’azzurro e gli orti sembreranno fumare e i campi si trasformeranno in puri paesaggi di luci e di ombre, mi incamminerò sulla strada. È da anni che porto nel sangue questo desiderio insoddisfatto. Con il passare delle stagioni è diventato ossessionante. Devo dirvelo? Di notte, furtivamente, mi arrampicavo sulla scaletta a pioli e mi afferravo all’inferriata. Un compagno che si svegliava mi domandava stupito: «Che cosa fai, lassù, vuoi scappare?». No, avrei voluto soltanto andar fuori, non fosse che un’ora, non fosse che cinque minuti, a passeggiare al lume di luna. Era l’impossibile. Stanotte ci andrò. Chi me lo impedisse, sarei capace, penso, di ucciderlo. È sempre la solita storia. Si può sopportare tranquillamente vent’anni di prigionia, ma un giorno di più, un giorno non computato, appiccicato agli altri settemilatrecento per isbaglio o per malvagità, può trasformare un uomo in una belva furiosa.


Presentazione di Ventotene

Chi viene dal continente incontra prima S. Stefano, poi Ventotene, a meno di un miglio di distanza. S. Stefano è uno scoglio coronato da un reclusorio. Non c’è altro o meglio le poche abitazioni che ci sono dipendono tutte dal reclusorio. Centocinquant’anni di esistenza durante i quali ha ospitato nelle sue celle, insieme con assassini e furfanti, quegli esseri pazzi, irrequieti, santi che si chiamano gli assertori della libertà. Incominciò a mandarveli Ferdinando I all’indomani del ’99; Mussolini trovò ciò molto pratico: ve ne spedì a decine.
Parecchio più in là c’è Ponza, visibile da Ventotene soltanto nelle giornate più chiare. Ciè incominciò a farmi ridere il giorno stesso della mia traduzione laggiù. Ah, i poeti! Vi ricordate il buon Mercantini?

Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare
… … … …
all’isola di Ponza s’è fermata
è stata un poco e poi s’è ritornata
s’è ritornata ed è venuta a terra…

Direste che la barca sia lì, a qualche centinaio di metri e Ponza visibilissima dalla costa. Invece vi dista – dal Faro delle Capre (Circeo) – una buona trentina di chilometri e da Sapri più di duecento. Da Gaeta il piroscafo impiega, per andarci, cinque ore. Del resto può darsi che la spigolatrice fosse munita di un ottimo cannocchiale. Non aveva visto che:

era una barca che andava a vapore
e issava una bandiera tricolore?

Ventotene, come tutte le Pontine, è d’origine interamente vulcanica: un grosso blocco di tufo eruttato da i chissà che vulcano in chissà che epoca; più che un blocco, una striscia che si allunga da nord-est verso sud-ovest con due grosse pieghe, l’una a metà, l’altra alla estremità meridionale dell’isola. Ai suoi piedi, dove il mare incessantemente lingueggia, la roccia vulcanica è rimasta intatta, incorrosa. Vi si vedono i mammelloni a forma e a color di rognone come se avessero appena finito di raffreddarsi. Sulla piega del centro si erge il semaforo. Ha un po’ meno di un chilometro e mezzo di superficie, e se si presta fede agli studiosi, faceva, un tempo, corpo con S. Stefano; il che vuol dire che i due isolotti attuali non altro sarebbero che due frammenti di un’isola molto maggiore, inghiottita un giorno dal mare. Il mare ha di questi capricci.
C’è molta gente che s’augura che il suo appetito si risvegli almeno una volta ancora, forte abbastanza per fare un unico boccone di questi due dimenticati ritagli. Si chiamava, l’isola madre, Pandataria o Vandataria, da cui, secondo i filologi, per corruzione, il nome attuale. Ma il popolino gli trova un’altra spiegazione fornitagli dal suo dialetto napoletano: Ventotene, l’isola che «tiene» il vento, la ventosa insomma. E il popolino ha ragione, almeno in questo, che fra le tante possibili corruzioni di Vandataria ha prevalso quella che sola aveva un senso. Chi ha voglia di scrollare le spalle, passi l’inverno a Ventotene.
Ch’essa fosse un luogo di soggiorno ideale per i reprobi, i non conformisti, la matta genia di coloro che trovano che tutto non va per il meglio e che il padrone, qualunque egli sia, ha ogni interesse a togliersi dai piedi, lo scoprì, pare, Augusto. Le origini confinarie di Ventotene non potrebbero essere, di fatto, più illustri se la lista dei relegati s’apre con il nome di Giulia, figlia di Cesare. Seguono altre donne imperiali fra cui Agrippina, madre di Caligola.
Il Settembrini, che a S. Stefano ha passato una decina di anni, mette qui la dimora di Giulia. Deve sbagliarsi. Esistono sulla punta Eolo a Ventotene, le rovine di due enormi costruzioni romane: l’una più indietro e minore con un piccolo mosaico intatto e una stele ancora dritta (è di qui che fu tolta la colonna del monumento ai caduti), l’altra prospiciente il mare e maggiore. Vi doveva arrivare con una serie di scalee di cui rimangono le tracce. Una frana la spezzò in due (o spezzò in due le sue rovine?). Stavolta il mare si riempì lo stomaco di colonne e di marmi e di vasi, se è vero che di vasi arricchirono le loro dimore i pescatori del luogo e di marmi una sua villa un possidente di Gaeta. Questi i racconti delle comari. Ma è vero – perché fu visto – che se ne trassero busti e materiale da costruzione. Nessuno che si sappia pensò mai di fare degli scavi – e sarebbe la cosa più facile del mondo. Ci arzigogolarono una o due volte i confini – che non poterono del resto far nulla – i quali se è vero, come si pensa, che qui ebbe stanza nel suo esilio Giulia, avevano, oltre che ragioni di curiosità e di studio, ragioni di invidia.
Non sono d’altronde questi i soli ricordi romani dell’isola. Lo scrivente rinvenne per caso altre vestigia a metà strada circa tra il villaggio e il semaforo. Sono lì piantate nella terra come le radici di un dente caduto. Dal cortile scavato a pozzo nel suolo, si scorge una parete ad alveoli e si penetra nelle cantine vastissime. Hanno la forma di un’«H» in cui le sbarre trasversali fossero tre (una scala con tre pioli). Lo spessore dei muri le fece ritenere dagli autoctoni il rifugio ideale, sì che vi trovarono ricovero, nelle notti d’allarme, fino a cinquecento persone, vale a dire un terzo dell’intera popolazione dell’isola. Anche qui la fantasia popolare si sbizzarrisce e parla di favolosi tesori nascosti.
Durante il Medio Evo Ventotene e S. Stefano furono, a quanto pare, abbandonate. Vi crebbero boschi e divennero ripari di pirati. Fu il primo Borbone a ricondurle alla civiltà, ridando loro la storica loro missione: sullo scoglio costruì l’ergastolo, a Ventotene spedì una catena di forzati liberati, con l’incarico di nettarla dalla boscaglia e di fondarvi una stirpe. I due compiti furono assolti da costoro in modo eccellente: di alberi, tranne qualche gelso, pochissimi olivi e le robinie rachitiche di Piazza Castello, non ne esistono più e quanto alla stirpe, le particolarità somatiche di buona parte della popolazione e la sua prolificità testimoniano del buon volere e del vigore dagli antichi forzati speso e infuso nel compimento della seconda mansione.
Chi viene dal mare si trova di fronte a un paesaggio desolato. Tranne in primavera, quando le ginestre sono fiorite, l’intera isola si direbbe incolta e spelata. Sulla punta bassa il villaggio di Ventotene si rannicchia intorno alla mole vistosa del suo castello. Case rosse, gialle e bianche, assolutamente prive di tetti, aggrappate le una alle altre, gli danno l’aspetto di un villaggio arabo. Tale impressione permane quando, con l’aiuto di barchette a remi, si è messo il piede a terra. Le straducce tortuose del basso, le grotte scavate nel tufo, i corridoi, le scale, gli interni bui e profondi, accentuano anzi la rassomiglianza. Più in su il villaggio è disposto su quattro vie a due a due parallele, via dei Granili e Muraglione da sud a nord, Calanave e degli Olivi da ovest a est, che formano, per così dire, il lato sinistro e inferiore di una cornice. Piazza Castello ne occupa l’angolo. La città confinaria chiude a modo suo il lato settentrionale. Verso ponente lo spazio è vuoto: via degli Olivi e via Calanave si addentrano profondamente nell’isola. Ci s’addentrano come due trincee fra alti muri a secco costruiti con blocchi di tufo. Ed ecco si scopre che l’isola è coltivata ed egregiamente coltivata. Se non che le culture a forza di muretti e di siepi di fichi d’India sono sottratte alla vista di chi viene dal mare. Precauzione? Può darsi. Dal mare veniva il predone. Vi si trovano le tre piante più resistenti all’asprezza del clima: fave lenticchie e orzo. Vi si trova la vigna. A Ventotene, non essendoci né cavalli né buoi né muli né asini né vacche da lavoro, non c’è un aratro. La vanga serve per lo scasso; la terra si lavora a forza di zappa. È una terra soffice, leggera, estremamente fertile.


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