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Viaggio nei
Caruggi
Edicole votive, pietre e portali
di Riccardo Navone
Presentazione
La nostra città è bellissima e ricca di
leggende.
Storie incredibili, allegre e dolorose, che ci osservano dalle mura del
Barbarossa, dai trompe-l'oeil dei palazzi nobiliari, dai merli delle torri e dei
campanili, dalle cariatidi dei portali, dalle targhe dei vicoli e delle piazze.
Le leggende non si fermano mai, ne nascono sempre di nuove e quelle vecchie sono
destinate ad arricchirsi di nuovi particolari. Fanno lo slalom nella nostra
vita, cambiano repentinamente direzione, si smentiscono, creano nuove leggende.
La storia si comporta nello stesso modo. La memoria riaffiora da un buco nel
selciato, in una cantina, scrostando un muro in cucina, e ci narra la sua storia
che credevamo ormai perduta.
Troppo spesso ci capita di non sapere cosa stiamo guardando, di non capire cosa
ci raccontano i muri che sfioriamo tutti i giorni, quando andiamo al lavoro o a
fare la spesa.
Così mi è venuta voglia di scrivere questo volumetto, per invitare tutti noi,
cittadini e turisti, ad alzare il naso e guardare con più interesse ciò che ci
circonda.
La speranza è quella che si cominci a considerare la nostra città antica come
un'opera d'arte nella sua globalità e non solo un territorio per la transumanza
di abitanti distratti e turisti occasionali.
I media – le istituzioni – ci parlano di una città d'arte che ha i suoi motori
trainanti nei grandi musei, nei palazzi della Strada Nuova, nelle mostre di
palazzo Ducale, nell'Acquario.
Un atteggiamento miope, che non tiene conto di cosa c'è intorno, sopra, sotto,
ai lati e dentro.
C'era e c'è la città che ha dato origine a tutto questo.
Ci sono i suoi muri sbreccati, le sue facce, le erbette schiacciate nelle torte,
i suoni basculanti della sua calata.
La bella via Garibaldi non esisterebbe senza il ventre gorgogliante dei caruggi
dove tutto è nascosto dietro l'angolo, tanto in cima che non si vede, nel
portone di un palazzo fatiscente.
Il malcostume di gerarchizzare l'arte ha portato storicamente solo a disastri,
degrado e oblio.
Sarebbe veramente orrenda una città senza odori e rumori, distillata come un
liquorino per zitelle, linda e per bene, finta come un resort turistico, con gli
orologi a cucù al posto di San Giorgio.
Questa è una città che non deve diventare di cartapesta.
Tutta votata al turismo usa e getta.
I turisti che amo sono quelli che amano la mia città. Che la scoprono fuori dai
depliant turistici. Che tornano a casa e ne parlano agli amici. Che sono curiosi
e ficcanaso, quelli con l'espressione un po' così.
Non mi piace chi ha paura di avventurarsi nei pericolosi vicoli, anche se è
genovese. Che non sopporta lo stretto, che spende una manciata di euro
all'Acquario e poi scappa. Il turista che viene a Genova come andrebbe a
Gardaland, allo zoo o al centro commerciale di Busalla, spinto dalla forza
inarrestabile della pubblicità.
Una città bellissima – dicevo – ma trattata malissimo.
Il Piano di Ricostruzione, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stato un selvaggio
inno alla speculazione. Palazzi orrendi a Caricamento, il delirante grattacielo
della CARIGE, il palazzo della Questura a Matteotti, quello di Campetto e cento
altri. E ancora demolizioni dissennate che si sono protratte fino agli anni
Settanta, Ottanta e Novanta. Ruderi e macerie tenute bene in vista per quaranta
e cinquant'anni e poi sostituiti da costruzioni vergognose e spesso inutili,
frutto della mancanza totale di programmazione nel riordino del Centro Storico.
Le banche che occupano con decine di vetrine – piene di niente – interi palazzi
storici e intere piazze, (22 vetrine solo a Banchi).
Sarebbe stato meglio concedergli i primi piani di questi palazzi e lasciare le
botteghe al commercio, almeno nel centro storico.
Le banche sono anche proprietarie di interi edifici storici tenuti completamente
vuoti, come il palazzo Lercari-Spinola in via Orefici al 7, che verrà
ristrutturato con tanti appartamentini venduti a peso d'oro a qualcuno che non
li abiterà.
Intere vie – come San Luca – dove penzolano fili e cavi marci da tutte le
finestre e portali. Ponteggi che occupano interi vicoli da 20 anni e più.
Affitti esorbitanti, come se fossimo a Portofino o Manhattan, col risultato di
svuotare il centro.
In strada ci deve essere la vita. Locali e botteghe, gente che traffica, che
mangia e beve, che si incontra, parla, compra e vende e chiacchera di belinate e
di affari e si riposa davanti a un buon caffè. Nelle case ci devono abitare le
persone, in modo dignitoso, non solo e sempre più uffici e appartamenti
affittati a studenti e migranti a prezzi delinquenziali. Nel quartiere ci devono
essere i servizi essenziali che funzionano davvero e non per finta. Ci deve
essere pulizia e illuminazione, scuole e strutture per i bambini.
Ma questo è un sogno, una utopia dei nostri tempi.
Genova, la sua città antica, è una cosa unica, nel senso letterale della parola.
È unica al mondo ed è un unicum.
Non esistono il bel palazzo e il brutto vicolo. Tutto vive di riflesso del suo
vicino.
La città antica è un grande museo a cielo aperto dove lo Strozzi e Rubens,
Niccolò e Perasso sono nelle pietre di Campo Pisano e nelle crêuze che scendono
dal Peralto, nei vicoli dove sono in attesa quelle signorine e negli accidenti
per il lastricato troppo mosso.
La città antica è una città nella città, abitata da una umanità ormai rara, che
qui lavora e bighellona, dove tutti si conoscono, dove si contratta il prezzo
delle acciughe e si guarda il cielo nel coltello che ha aperto lo squarcio fra
due palazzi.
È viva e vitale, non degradata. Il degrado è dove l'umanità non si riconosce
più. È nei quartieri senza centro di gravità, dove le moderne caverne di cemento
armato ospitano i sacerdoti della parabolica.
La città antica è un grande centro commerciale, che si riempie e si svuota come
il soffio della storia. Tutti i giorni dall'alba al tramonto, nelle notti di
macaja, nei gotti di vinello da Pesce in attesa che apra la prima panetteria per
un tocco di fugassa. Dove si può comprare tutto il mondo nello spazio di
cinquanta metri.
Una guida o un catalogo, per genovesi e foresti che parla di queste piccole
cose.
Ci racconta di una Genova poco conosciuta, bistrattata e saccheggiata, non solo
dai soliti ignoti, ma anche dai soliti notissimi.
Genova è una città da raccontare e vorrei che lo facessero i suoi abitanti,
orgogliosi di viverci.
Nel compilare questo lavoro ho preferito non suggerire troppi percorsi obbligati
ma spezzettare i capitoli delle schede per vie o piccole zone circoscritte
intorno ad un nucleo facilmente riconoscibile anche da chi frequenta
occasionalmente la città antica.
In questo modo tutti possono comporre, liberamente, il percorso che più gli
aggrada.
Non ho voluto parlare di affreschi e quadrerie conservati nei sontuosi palazzi
trasformati in banche e uffici, salvo qualche rarissima eccezione. Non parlo di
cosa c'è dentro i musei e le chiese più famose che sono la città fin troppo
celebrata.
Ho privilegiato uno sguardo sbilenco, fuori dai canoni della speculazione
turistica, rivolto a quella Genova minore che in troppo pochi conosciamo. Una
operazione di diffusione del virus della curiosità minimalista.
Mi piace pensare ad un cittadino, un turista, che gironzola senza meta alla
ricerca del suo luogo del cuore, di uno scorcio che lo emozioni.
Non tutte le opere che suggerisco di visitare sono poste in strada. Alcune sono
negli androni, nei cavedi o cortilletti, nei vani scale di palazzi nobiliari o
semplici abitazioni popolari, in negozi e ristoranti. Sono piccole edicole,
fontanelle, grotteschi e azulejos, lapidi, colonne e capitelli, stucchi e
manufatti di ogni genere. Difficilmente sono descritti nelle guide turistiche,
anche perché non sono in molti a conoscerne l'esistenza. Per poterli ammirare è
necessario un po’ di coraggio, faccia tosta e la fortuna di incontrare degli
inquilini disponibili. Non è poi tanto difficile, provate. I citofoni sono fatti
per questo.
Sicuramente troverete errori e dimenticanze, spero non troppo gravi. Ho
riscontrato che molte sviste sono presenti anche nella non vastissima
letteratura sull'argomento. Errori che si sono trascinati per inerzia da una
pubblicazione all'altra. Dove ho potuto ho apportato le correzioni necessarie
nella speranza di non aggiungere alle sviste di altri autori anche le mie.
Tutta la città antica è patrimonio dell'umanità.
Per farla rinascere bisogna conoscerla e rispettarla.
Riccardo Navone
Sconvolgimenti urbanistici e patrimonio
artistico
La storia urbanistica della nostra città è
assai complessa e non è questa la sede per approfondire l'argomento in modo
esaustivo. Basterà accennare che la naturale conformazione di un territorio così
difficile da sfruttare ha determinato nei secoli veri e propri sconvolgimenti
urbanistici. Vicoli scomparsi, logge chiuse, chiese e fortificazioni demolite, e
al loro posto grattacieli e strade nuove, palazzoni orrendi, gallerie e un
progressivo allontanamento del fronte mare dalle case.
Quello di considerare il nostro centro storico come un manufatto medievale è un
luogo comune da sfatare. Genova antica è un miscuglio dove emergono sicuramente
elementi risalenti al medioevo ma inglobati e confusi all'interno di tracce ben
più consistenti a partire dal Cinquecento fino ai giorni nostri. Non si tratta
solo di intonaco sui palazzi ma di cambiamenti nella struttura cittadina, di
strade e caruggi modificati se non scomparsi del tutto, di intere colline
sbancate. Probabilmente un genovese del 1400 come del Settecento o
dell'Ottocento, che venisse proiettato nel futuro ai giorni nostri, non
riconoscerebbe i luoghi, i palazzi, le piazze della città antica. Non
riconoscerebbe nemmeno la topografia del centro storico.
A differenza di altre città, Genova si è espansa non solo verso l'esterno delle
periferie ma – in modo significativo – verso il proprio interno, concentrando lì
i maggiori sforzi.
Tentativi di razionalizzazione della viabilità, speculazioni dissennate,
bombardamenti, demolizioni e ricostruzioni – spesso demenziali – hanno
contribuito alla forma della città che conosciamo oggi. In questo processo – che
continua tutt'ora – la città ha perso molto della sua storia, molte opere
d'arte, chiese, magnifici edifici e interi quartieri.
Osservando attentamente la mappa del 1785 in appendice si possono individuare
facilmente le più importanti modifiche urbanistiche a partire dal Settecento,
dopo il grande intervento delle Strade Nuove, che non risolsero il problema
della viabilità.
Via Garibaldi (Via Aurea) venne tracciata nel 1551. Seguirono via Balbi
(1613-1655) e la Via Nuovissima (via Cairoli) conclusa sul finire del
Settecento. L'invenzione delle Strade Nuove sconvolse l'intero assetto della
città. La nobiltà abbandonò la ripa maris per trasferirsi progressivamente nei
nuovi palazzi più spaziosi e salubri.
Il governo cittadino proseguì con le grandi opere nell'intento di creare un
raccordo verso il ponente e un attraversamento del centro cittadino verso il
levante.
Nel 1754 si demolirono i monasteri di San Paolo e di Santo Spirito per spianare
la piazza Acquaverde e tracciare la direttrice a ponente.
Nel 1840 iniziò la demolizione delle mura e della porta di San Tomaso. La
Stazione Principe venne inaugurata nel 1854. Il ponte che oggi conduce alla
Stazione Marittima era a quei tempi un promontorio dove sorgeva la chiesa
romanica di San Tomaso.
L'architetto Carlo Barabino (1768-1835) fu incaricato di risolvere i problemi di
viabilità verso il levante.
Il progetto era quello di dare un senso al nuovo centro cittadino che si era
spostato dal fronte mare verso l'interno, l'attuale piazza De Ferrari.
Si iniziò con gli sbancamenti per il tracciato della via XXV Aprile (in origine
Via Carlo Felice). I lavori, avviati nel 1825, comprendevano anche
l'edificazione del teatro Carlo Felice che venne inaugurato nel 1828. Per
edificare il teatro si dovette demolire la chiesa di San Domenico.
Altre demolizioni per l'apertura di via Roma e la costruzione della Galleria
Mazzini. Qui i lavori iniziarono nel 1873 e comportarono lo spianamento del
colle di Piccapietra e la distruzione di molti edifici religiosi. I conventi di
San Sebastiano e di San Giuseppe e la chiesa delle Convertite con l'ospizio. Gli
oratori di San Giacomo delle Fucine, di Santo Stefano, San Germano, San
Bartolomeo e Sant'Andrea scomparvero per sempre.
La sistemazione del fronte mare venne affrontata a più riprese con altre
importanti opere. La via Carlo Alberto (oggi via Gramsci) venne inaugurata nel
1835 (vedi i paragrafi sulle Mura delle Grazie a pag. 77 e quello sul fronte
mare da pag. 384).
I lavori per la realizzazione di via XX Settembre iniziarono nel 1890 e durarono
fino al 1914. Contemporaneamente si procedette alla sistemazione di piazza De
Ferrari con la demolizione del colle di Sant'Andrea. Nello stesso periodo la
città si espanse a monte seguendo il tracciato della nuova circonvallazione che
seguiva parzialmente il percorso dell'antico acquedotto e collegava le crêuze e
i monasteri a mezza costa. In questo modo si offriva una variante alla viabilità
del centro urbano congestionato dal traffico portuale.
Per l'edificazione dei grattacieli di piazza Dante si demolì l'intero quartiere
di Ponticello. I lavori di sbancamento iniziarono nel 1936. Furono abbattute le
case addossate a Porta Soprana fino a tutte quelle che erano tangenti alle vie
Fieschi e XX Settembre. Le moderne torri furono terminate nel 1941.
Nonostante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che hanno martoriato
la città e cancellato per sempre tante testimonianze artistiche, i grattacieli
furono miracolosamente risparmiati.
Altri lavori fondamentali che hanno modificato profondamente l'assetto urbano di
Genova sono quelli relativi all'area di San Lorenzo e del fronte mare.
Via San Lorenzo venne letteralmente inventata a partire dal 1839. Si demolirono
molti edifici per spianare la piazza antistante la Cattedrale. Altre facciate di
palazzi nobiliari vennero smontate e arretrate di parecchi metri. I lavori di
apertura di questa direttrice verso il porto comportarono altre demolizioni per
l'apertura di via Turati e di piazza Cavour. Di questi lavori parlo più
diffusamente alle pagine 389, 410 e 414.
Dopo queste grandi opere sono arrivate le distruzioni della Seconda Guerra
Mondiale a sconvolgere nuovamente la storia. Intere fette della città spazzate
via, palazzi chiese e monumenti rasi al suolo. Madre di Dio e Piccapietra sono
solo nei ricordi degli anziani e nelle cartoline storiche.
Si ricominciò di nuovo con altre grandi opere per ricostruire la città.
Il periodo della ricostruzione, dal grande piano degli anni Cinquanta e
Sessanta, fino ai nuovi quartieri centrali degli anni Settanta, Ottanta e
Novanta del Novecento non si è ancora concluso.
Ricostruzione e speculazione, degrado e risanamento sono i temi comuni dei
nostri giorni.
Molte zone della città antica sono state parzialmente risanate dopo più di
cinquant'anni di criminale abbandono da parte delle istituzioni e delle lobbies
di speculatori che si sono arricchite sul degrado e che continueranno a lucrare
per molti decenni ancora.
Tutti questi fattori hanno contribuito alla dispersione del patrimonio artistico
della città.
Non si tratta solo di banali furti di edicole votive come vuole il mugugno
popolare.
Al lavoro dei predoni dobbiamo sommare anche le vendite, legittime e sottobanco,
a musei e cittadini di altre nazioni.
Molti portali genovesi si trovano in Inghilterra al Victoria & Albert Museum,
altri sono negli Sati Uniti al Seattle Art Museum e all'University of Kansas. Ne
troviamo a Parigi al Musée Jacquemart-André, dispersi in molte città spagnole e
in Austria.
Ricordiamoci che Genova è stata occupata nei secoli da tutti gli eserciti
europei (Inglesi, Francesi, Spagnoli, Austriaci e Savoia), e ognuno di questi si
è portato a casa qualche ricordo.
Un processo di spoliazione che si riferisce agli arredi sacri di chiese e
conventi, preziose tele, documenti cartacei, portali marmorei, lapidi e fregi,
capitelli e interi monumenti.
D'altronde anche i genovesi durante le loro scorrerie hanno rubato di tutto. Ai
tempi della Repubblica ogni viaggio delle galee era l'occasione per portare a
casa un souvenir. Dalla Palestina a Costantinopoli ci sono arrivati capitelli e
fregi di palazzi. Le testine in pietra sul portico di Palazzo San Giorgio, i
leoni di San Marco in piazza Giustiniani e al Molo, l'arca dei martiri Mauro e
Eleuterio nel chiostro di San Matteo, il sacro catino e le ceneri del Battista.
Da non dimenticare le catene del porto di Pisa che sono state appese per secoli
sulle porte di molte chiese del centro storico e sulle mura di Porta Soprana.
L'arredo urbano storico
Nel 1865 un censimento catalogava le edicole votive per sestiere. A questo primo
lavoro si sono sommati in tempi più recenti altri studi più approfonditi e
documentati.
Si possono calcolare 72 edicole votive nel sestiere di San Teodoro, 131 a Prè,
107 alla Maddalena, 218 a Portoria, 111 a San Vincenzo, 210 nel sestiere del
Molo, il più antico della città che comprende il colle di Castello. Un totale di
849 edicole votive nei sestieri della città. A queste dobbiamo aggiungere tutte
quelle nei borghi fuori le mura, lungo le crêuze, sui ponticelli, nei conventi e
nei chiostri, negli interni dei palazzi, quelle spontanee. Possiamo
tranquillamente affermare che erano un migliaio e più.
La diffusione delle edicole inizia intorno al XII secolo con l'affermarsi del
culto della Madonna. Trova la sua massima espansione nel XVI e XVII secolo.
Ricordiamo che nel 1637, la Madonna venne incoronata "Regina di Genova", evento
che rafforzò questa tradizione fino a tutto il Settecento con i monumentali
tabernacoli in stucco di gusto barocco.
Ogni strada, ogni palazzo, aveva la sua edicola a protezione della casa. Un
fenomeno sociale che coinvolse le Compagne e le corporazioni. Gli artigiani o
mercanti, in genere residenti intorno ad un vicolo o piazzetta consortile,
edificavano la loro edicola a protezione della categoria o del casato. Possiamo
ancora vedere la Madonna dei beccai ai Macelli di Soziglia, quella di Pellegro
Piola dedicata agli orefici, quella dei portantini in San Bernardo, dei facchini
del grano a Banchi, e tantissime altre.
Il porto ne era pieno fino all'Ottocento. C'erano madonnette fatte edificare dai
pescatori e dai caravana, dai pescivendoli e dai marittimi, dai camalli del
grano a quelli del legno. Statue della Madonna erano poste sopra ogni porta
della città, sui palazzi pubblici, sulle mura e sui forti, sui magazzini del
porto.
Le madonnette erano adorne di fiori e di ex-voto, spesso in metalli pregiati.
Ognuna aveva il suo incaricato che provvedeva alla pulizia e a mantenere sempre
accese le lampade e i ceri. Un modo molto creativo e assolutamente gratis (per
la Repubblica) di assicurarsi l'illuminazione pubblica.
Le edicole venivano erette per semplice devozione, per celebrare particolari
occasioni – gioiose e funeste – per ricordare un miracolo, per scongiurare una
epidemia o proteggersi da incendi, furti e varie calamità. Nei cortiletti erano
costruite come piccoli altari o cappelle dove l'intera famiglia con la servitù
poteva ritrovarsi per pregare. Negli interni degli appartamenti della nobiltà
era frequente trovare dei pregadio, piccole cappelle private chiuse da una porta
come un armadio a muro dove poteva essere celebrata una messa esclusiva per
infermi e misantropi.
A partire dalla metà del XV secolo l'economia della città si va modificando
profondamente. Genova si trasforma progressivamente da città di mercanti a città
di finanzieri.
Il Banco di San Giorgio, fondato nel 1407, si consolida divenendo il vero
governo della Repubblica.
La città si espande fuori le mura, si costruiscono sontuose ville sulle colline
di Carignano e Castelletto, verso la foce del Bisagno, sul promontorio di San
Benigno e nelle riviere. Occorrono nuove mura per difenderla e ampliamenti nel
porto per fare fronte all'espandersi dei traffici.
Gli spazi sono tutti stretti fra il mare e gli Appennini, con poche aree in
piano. La città si verticalizza ancora di più e ogni metro quadro diventa
vitale. I vani a piano terra servono per nuovi usi.
Le logge vengono chiuse, si trasformano in scagni, botteghe e anche alloggi. Gli
ingressi dei palazzi vengono spostati da sotto le logge al fronte degli edifici.
È in questo contesto che nascono i portali genovesi con l'effigie di San
Giorgio, le Adorazioni dei Magi, la Madonna Assunta, i Trionfi. Un segno per
dare un degno accesso alle case delle famiglie nobiliari e di quelle che
vogliono affermare la propria importanza economica e sociale. Portali in marmo
per le case dei più facoltosi e in pietra di promontorio per quelle più modeste.
Le case dei comuni mortali sono spesso escluse da questo gioco. Ripiegano su
piccoli cuori marmorei con il trigramma di Cristo o il monogramma di Maria, su
fregi in rilievo su pietra di promontorio e ardesia, su lapidi e incisioni sugli
stipiti.
Il declino dei portali tipicamente genovesi ha inizio intorno al 1530, quando le
grandi trasformazioni urbanistiche stravolgono nuovamente l'assetto urbano. Si
ristrutturano e ampliano le mura trecentesche. Si realizzano in tutto il centro
storico dei micro-interventi per migliorare la qualità delle residenze nobiliari
e in parte anche la viabilità. Nella seconda metà del Cinquecento viene
tracciata la Strada Nuova che offrirà alla nobiltà cittadina un nuovo quartiere
residenziale di prestigio fuori dal traffico della ripa. Vengono edificati i
sontuosi palazzi del rinascimento cittadino nell'odierna via Garibaldi. Nasce un
nuovo concetto edilizio che prevede grandi residenze cittadine con atri
colonnati e scaloni monumentali, giardini pensili, terrazze panoramiche. Le
sovrapporte con San Giorgio e il drago sono sostituite da imponenti portali
marmorei con colonne e cariatidi, timpani ornati da statue, ricche decorazioni a
stucco e affreschi su tutti i prospetti.
Il prestigio delle grandi famiglie si afferma con questo adeguamento ai canoni
dell'architettura rinascimentale come avviene un po' in tutte le più importanti
città.
Questo processo di rinnovamento cittadino procede ininterrottamente per tutto il
Seicento e Settecento. Parallelamente si impone la moda del collezionismo d'arte
e dell'affresco dei saloni di ricevimento e delle stanze private delle dimore
nobiliari. A Genova accorrono artisti da tutta Italia e da tutta Europa per
soddisfare i sofisticati mercanti genovesi nel loro desiderio di celebrarsi
attraverso l'immagine della propria casa o villa. L'interesse per l'arredo
urbano si sposta progressivamente negli interni delle case. Questa moda
dispendiosa decadrà lentamente fino a scomparire nell'Ottocento per essere
sostituita da altri investimenti e altre mode.
Nel 1851 viene inaugurato ufficialmente il primo lotto del cimitero di Staglieno.
I lavori di completamento si protrarranno per tutta la seconda metà del secolo
seguendo sostanzialmente l'originario progetto di Carlo Barabino che era
deceduto nel 1835.
Il lusso si sposta un'altra volta. Dagli esterni dei palazzi agli interni e ora
nel più interno possibile. La tomba monumentale di famiglia. Ancora una volta
accorrono artisti e scultori da tutta Italia e dall'estero. Il cimitero di
Staglieno diventa una attrazione europea e un esempio da esportare.
Con questo scatto evolutivo muore definitivamente il concetto di arredo e decoro
urbano, passando da fattore sociale rivolto palesemente allo sguardo del
pubblico ad atto privato rivolto sempre all'esterno ma in modo surrettizio.
Quasi che il lusso fosse diventato una cosa da nascondere e da vivere in
privato, vergognandosene un po', nello sforzo di farsi perdonare rivolgendosi
direttamente al padreterno.
Da questo momento l'arredo urbano passa da privilegio dei privati a monopolio
delle amministrazioni pubbliche, che si occupano prevalentemente di dettare
regole edilizie, di costruire mercati in ferro e lampioni, panchine, cancellate
e vespasiani.
È finito un mondo e ne comincia un altro.
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