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Il
vigile Rollo
di Claudio Balostro
Uno
Chiamasi ponte la struttura architettonica
che consente ad una via di comunicazione
di superare un corso d’acqua,
una gola, una via preesistente.
Una domenica del maggio del 1972, in una mattina di sole e di tranquillità, il
vigile Rollo trovò una pistola nel tronco cavo del vecchio olmo, in piazza
Nuova.
Per un breve momento il paese fu come attraversato da un brivido. A una
settimana dalle elezioni, con l’assassinio dell’orefice appena avvenuto a Novi
Ligure, sembrava che la grande cronaca dovesse passare per quei luoghi anonimi.
Si parlò persino di terroristi, e le misere elezioni amministrative del paese
sembrarono improvvisamente dover assumere un’importanza straordinaria.
Il giorno dopo si scoprì il cadavere di Sgroi, e la sua morte strana e forse
scandalosa divenne immediatamente il centro dei pensieri e dei discorsi di
tutti.
Poi i Carabinieri esclusero qualunque legame con i gruppi armati, si accertò che
la pistola non aveva sparato da tempo e che non era collegata con nessuno dei
fatti di sangue recenti.
Infine si conobbero i risultati delle elezioni. Le sinistre avevano ottenuto,
dopo trent’anni, il maggior numero di voti. Ma in consiglio comunale, per il
conteggio degli eletti, si era avuto tra i due schieramenti un pareggio
perfetto, con lo stesso numero di seggi e nessuna prospettiva; un altro buon
argomento per i capannelli nel viale dei Tigli. Tornava la paradossale normalità
di sempre.
Di quella pistola rimaneva un trafiletto di dieci righe sulla pagina locale de
“La Stampa” (avevano scritto Gollo. Il vigile Gollo) e una serie di
denunce, dichiarazioni e testimonianze che erano state correttamente e
burocraticamente compilate, firmate, controfirmate ed archiviate.
Rollo non era convinto. Non riusciva a credere che tutto fosse così semplice,
così insignificante. Gliel’aveva detto, a Salsano, che qualcosa non quadrava. Ma
per il maresciallo si trattava semplicemente di qualcuno che aveva voluto
disfarsi di una vecchia arma che non serviva più. Certo, nessun tranquillo
cittadino tiene in casa una pistola con la matricola limata, si trattava
probabilmente di qualche balordo di passaggio, ma niente di più.
Rollo odiava le armi, gli davano un’ impressione di freddo e di crudele, ma in
questo caso si era informato. La Beretta 950 era uno degli ultimi modelli, una
buona arma, e, a quanto pareva, in ottime condizioni. “Rollo” gli aveva detto
Salsano, “una pistola senza pallottole e che non ha sparato da almeno un anno
non può essere servita a commettere alcun delitto. Capisco che potrai sentirti
deluso per la minima importanza della tua scoperta, ma questa è la realtà”.
Scherzava? Rollo non ne era certo. “E poi, e sia detto da amico, preoccupati di
quello che sai fare. Fai il vigile”.
E questo aveva chiuso il loro dialogo. Ora, se c’era una cosa che Rollo non
avrebbe mai voluto fare era proprio il poliziotto, o il carabiniere. Già
indossare la divisa azzurrina da vigile gli faceva un certo effetto, e aveva
faticato un po’ nei primi tempi ad abituarsi all’idea.
Il vigile Rollo. Fare il vigile non era precisamente l’obbiettivo della sua
vita. Aveva sempre sognato di fare l’ingegnere. Ma non quelli che costruiscono
le case. Lui avrebbe progettato ponti. A navate, a colonne, sospesi, su torrenti
o su grandi fiumi, quelli che poi si vedono nelle cartoline o sugli atlanti
geografici. Ingegner Rollo, progettista di ponti. Fin da bambino era affascinato
dal vecchio ponte del paese, un’antica costruzione medievale a quattro archi
disuguali, eretto interamente con grandi pietre squadrate, eppure così aereo e
leggero che pareva impossibile potesse sopportare i pesanti carri trainati dalle
grosse coppie di buoi.
Aveva passato interi pomeriggi a camminare su e giù per quel ponte, a stupirsi
della sua leggerezza, della sua serena indifferenza al sole e al gelo, alla
siccità come alle piene improvvise. Fin da allora pensava che nessuno avrebbe
mai potuto fare un altro ponte come quello, essendo esso una specie di miracolo
irripetibile. Tuttavia sentiva che quella doveva essere la sua strada: costruire
altri ponti, riempire il mondo di ponti, cercando ogni volta di ricreare, se non
nella materia almeno nell’idea, quel modello platonico.
Per sopportare il presente si finisce spesso per considerare assurde le
legittime passate aspirazioni. Rollo non aveva avuto la possibilità di
continuare gli studi, e ora gli parevano sinceramente ridicoli e infantili quei
sogni di ingegneria e di ponti.
Ma una cosa era certa. Si era trovato a fare il vigile per caso, un lavoro come
un altro. Salsano non aveva capito niente di lui. Niente, e si conoscevano da
tanti anni. Avrebbe voluto non aver mai trovato quella pistola, o almeno che
tutto fosse già chiarito e sepolto. Ma non sopportava quel dubbio, quell’inconclusione,
quel non voler vedere i problemi. Tutte le convinzioni del maresciallo cedevano
di fronte a un banale esame logico.
Perché disfarsi improvvisamente di una pistola che non ha sparato? E anche
volendo, perché non gettarla in una forra su nella collina, o nel torrente, nei
punti dove l’acqua è più alta? O in un angolo solitario e sicuro della campagna?
Perché proprio in paese?
E poi quella storia del balordo di passaggio. Tutti i ragazzini del paese
avevano giocato a nascondere oggetti nel tronco del vecchio olmo. Era una specie
di segreto condiviso da tutti, ma pur sempre un segreto. Perché, caro Salsano,
guardandolo esternamente il vecchio olmo non sembra affatto un albero cavo.
No, qui non c’era nessun balordo di passaggio. Questa era una storia di paese.
E poi la strana morte di Sgroi, a duecento metri dalla piazza, proprio la notte
precedente. In questo paese non succede nulla per anni, e poi improvvisamente
due fatti strani, apparentemente slegati tra di loro. “È il caso” aveva detto
Salsano. “È come fare una cinquina al lotto. Sai quante probabilità ci sono di
fare una cinquina giocata su una sola ruota?”. Rollo non lo sapeva. Una su
mille? Una su diecimila? “Hai esattamente una probabilità su
quarantatremilioninovecentoquarantanovemiladuecentosessantotto”. Rollo gli aveva
chiesto se conosceva qualcuno che davvero giocasse una cinquina secca. Salsano
aveva estratto uno scontrino dal portafoglio. Giocava la stessa cinquina sulla
stessa ruota da trentacinque anni. Potrebbe non uscire mai, diceva; ma potrebbe
anche uscire sabato. Questo è il caso.
Rollo si rendeva conto che se tutti gli accadimenti fossero soggetti alle leggi
della probabilità, il mondo universo sarebbe una costruzione banale e
prevedibile. Ma non credeva ad un caso in questa occasione, non lo credeva
affatto, nonostante le cinquine di Salsano.
Inforcò la bicicletta di servizio, mezzo di locomozione messo a disposizione dal
Comune per il corpo dei Vigili Urbani del paese (uno solo, lui, Rollo) e
cigolando tranquillamente si avviò verso quello che nel cartello sulla statale
veniva pomposamente chiamato centro città, dove doveva notificare
qualcosa a qualcuno, con ritiro di firma autografa del titolare (qualcuno) o di
chi legalmente autorizzato a ricevere la notifica, nel caso specifico la di lui
moglie che Rollo sapeva, verso quell’ora, intenta a dare aria a lenzuola e
coperte della camera da letto, prima di andare a far spesa nei negozi del
sopraddetto centro città.
Arrancò con un certo sforzo sulla salita; valutò se alzarsi sui pedali, come una
certa propensione estetico-emotiva alla leggerezza del grimpeur gli
suggeriva, o rimanere prudentemente seduto, come una pinguedine ormai dilagante
(come condizione generale) ed un affanno crescente (come valutazione momentanea)
gli raccomandavano. Negli ultimi dieci metri, dopo essersi guardato intorno,
scese dal sellino con rassegnata umiliazione. Vent’anni prima, volava su quella
rampa con una vecchia bici a pedale fisso.
Oltrepassò Porta Ponente. Sotto l’arco, la strada spianava nuovamente e
continuava piegando tra le case fino al versante opposto, dove Porta Levante si
apriva sul paesaggio sfumato della pianura. Il paese aveva solo queste due
porte, e per secoli era rimasto confinato tra questi due limiti, i cui nomi
medioevali e un po’ aulici erano miracolosamente sopravvissuti alle storpiature
e alle familiarizzazioni dei borgaioli.
Le ruote della bicicletta sobbalzavano sull’acciottolato. Su queste pietre
levigate dai secoli erano passati le calighe dei legionari, i piedi nudi degli
schiavi galli o traci, gli zoccoli dei piccoli cavalli degli unni o dei visigoti,
i sandali dei benedettini del monastero, le zampe ferrate dello stallone
andaluso di Carlo V, i pesanti stivali della fanteria di Bonaparte. Ed anche le
misere scarpe di generazioni di contadini e di popolani. A Rollo piaceva che il
paese avesse una storia così lontana, nella quale si entrava senza sforzo,
semplicemente pedalando in mezzo alle case e alle leggende.
Sgroi era stato trovato morto, completamente nudo, nel salone della sua villa.
Il corpo era stato rinvenuto dalla donna di servizio, il mattino del lunedì, ma
secondo il parere del medico il decesso risaliva ad almeno 24-36 ore prima.
Trentasei ore, faceva la notte che precedeva il ritrovamento di quella maledetta
pistola.
Nessuna ferita, tanto meno di arma da fuoco, nessuna ecchimosi. A prima vista
una morte per cause naturali. In casa nessun segno di lotta, nessun furto,
niente fuori posto.
Eh, no. Non era affatto tutto in ordine. Su questo Salsano aveva dovuto dargli
ragione. Quando era stato dato l’allarme, Rollo si trovava per caso vicino alla
villa ed era stato uno dei primi ad entrare nel salone. Ricordava la scena nei
minimi particolari, come fosse un film che poteva a piacere rimandare avanti o
indietro nella sua mente, e del quale poteva fermare le immagini o ingrandire i
particolari. Non era affatto tutto normale.
Il corpo di Sgroi giaceva supino sul tappeto del salone, raggomitolato in una
posizione innaturale, come una persona scossa da un tremito che tolga il fiato.
I vestiti erano stati buttati alla rinfusa accanto al divano. Era evidente che
l’uomo non si trovava nudo per un caso qualsiasi (una doccia, la necessità di
cambiarsi d’abito) ma che si era spogliato, apparentemente in gran fretta,
proprio nel salone. Era un particolare che aveva eccitato oltre ogni dire la
fantasia del paese. Ne erano scaturite una lunga serie di ipotesi, alcune assai
ragionevoli, molte improbabili, qualcuna così evidentemente impossibile che
smascherava la stessa oscura perversione di chi l’aveva generata.
Il caso più semplice, quello cui credevano i più, era che Sgroi avesse avuto
quella sera, come avrebbe detto Salsano, un incontro galante, e che nel corso di
quell’incontro si fosse sentito male. Dopotutto aveva una certa età, e non
sarebbe stato il primo a finire così miseramente, o gloriosamente, a seconda dei
punti di vista. Questo avrebbe spiegato facilmente anche il fatto dell’acqua e
del bicchiere. Intorno al viso di Sgroi, Rollo lo ricordava assai bene, c’era
sul tappeto una macchia chiara, come d’acqua lasciata lentamente asciugare. E
sul tavolino un bicchiere che conteneva apparentemente un fondo di semplice
acqua. La donna misteriosa, spaventata, avrebbe potuto usare l’acqua per bagnare
il volto dell’uomo sofferente, non osando chiedere aiuto per paura di uno
scandalo, o di essere comunque coinvolta in un fatto tanto grave.
Salsano aveva indagato con cautela nel mondo delle professioniste, ma la
faccenda era così delicata e così nota che non riuscì ad ottenere nessuna
informazione. Era comunque possibile che Sgroi avesse deciso di passare una
serata con una compagnia non troppo impegnativa.
In conclusione, tutti davano per scontato che si trattasse di una morte per
cause naturali avvenuta in circostanze un po’ speciali, e quello che si cercava
era una povera disgraziata capitata, per dovere professionale o per una segreta
passione, in un guaio più grosso di lei, e dal quale sarebbe uscita con l’accusa
di omissione di soccorso, o qualcosa del genere. Tutto sembrava rispondere ad
una certa logica, e il paese intero si era scatenato alle ricerca del nome
dell’amante misteriosa.
Rollo non era convinto. Non riusciva a persuadersi che Sgroi avesse incontrato
una donna quella sera. E non per un problema di moralità o, diciamo così, di
stile. E poi, non c’è come la moralità e lo stile che si dimenticano in certe
situazioni private. No, era una questione di sensazioni.
Non c’era, in quel salone, niente dell’atmosfera, della situazione di un
incontro amoroso, per quanto particolare e magari mercenario.
Pensava Rollo che qualsiasi incontro erotico, per quanto banale, rappresenti
tuttavia un momento memorabile nella vita di un uomo, e venga pertanto vissuto
con un coinvolgimento assai raro nelle comuni faccende dell’esistenza, tale da
renderlo un avvenimento speciale in sé. Perciò in questa situazione ognuno cerca
in qualche modo di rendere la realtà il più possibile simile alla fantasia; il
casuale e l’ordinario il più possibile conformi ad una certa idea astratta di
compiutezza e di perfezione dell’attimo. Per la poca ma significativa esperienza
che Rollo poteva considerare di sé medesimo, era un atteggiamento inconscio e
inevitabile, che poteva concretizzarsi in meticolosi, ansiosi e febbrili
preparativi come in semplici piccoli gesti. Ma tuttavia quell’aria si doveva pur
sentire.
Tutto questo Salsano non aveva neppure provato a capirlo. Mancava qualcosa?
C’era qualcosa di troppo? Sì e no, niente di fondamentale, niente che potesse
dare una certezza. Era tutto troppo freddo, troppo in ordine e nello stesso
tempo troppo lasciato al caso. Era come se Sgroi si fosse trovato lì per
combinazione, per fare una qualunque altra cosa. Eppure era morto lì. Nudo come
un verme.
La moglie di qualcuno era in casa. Appoggiate al davanzale della finestra,
lenzuola bianche ricamate svolazzavano alla brezza tiepida.
Rollo aveva notificato quel che c’era da notificare ed era stato invitato a
prendere un caffè. La signora aveva evidentemente l’abitudine di concedersi una
piccola pausa tra i lavori domestici. Dalla cucina giungevano la musica della
radio e un aroma inconfondibile. Rollo, con cortesia, rifiutò; si sentiva un po’
in imbarazzo, e gli pareva inoltre di intromettersi in un momento particolare,
un piccolo rito di ristoro e di libertà. Gli sembrava di vederla, la moglie di
qualcuno, che si sedeva al tavolo con un sospiro di stanchezza, di noia e di
soddisfazione, e mescolava a lungo lo zucchero nella tazzina, allungando gli
attimi dell’attesa e canticchiando col cucchiaino sulle labbra, mentre la testa
da sola le andava su mille cose disparate, dalla carne per il pranzo alla
camicia da stirare, dalle ultime vacanze a vecchi ricordi piacevoli e
struggenti, fino a ritrovarsi davanti a qualche antica domanda senza risposta.
Allora smetteva di rimescolare la tazzina, alzava il volume della radio,
ascoltava la musica e lasciava che il caldo dolce del caffè gli scivolasse giù
giù nella gola.
Aveva rifiutato, Rollo, e aveva fatto bene. Ma gli era rimasta la voglia del
caffè, di quell’aroma nero e bollente. Pedalò deciso verso il Bar dello Sport.
In pianura aveva ancora una bella pedalata sciolta e potente; se solo in Comune
avessero pensato di comprare una bicicletta con il cambio. Rollo si sentiva di
spingere agevolmente un cinquantaduepertredici. In salita magari no, ma in
pianura avrebbe potuto non sfigurare insieme a quei gregarioni nordici di Merckx.
Bella storia, noi a portarlo in carrozza fino ai piedi della salita,
centocinquanta chilometri a cinquanta all’ora, senza mai tirare il fiato. E poi
tocca a lui. Però, quando parte, parte. Come direbbe Giannibrera, cappello.
Con questi pensieri proiettati nella mente, Rollo aumentava progressivamente
intensità e frequenza delle pedalate, tanto che si trovò in un attimo in piazza
Nuova, stabilendo en passant il record locale del chilometro lanciato per
vigili in uniforme e bici senza cambio, primato assolutamente teorico ma
destinato comunque a durare per molti anni.
Non sapeva neppure lui perché aveva guardato dentro il vecchio olmo, quella
domenica mattina. Aveva detto a tutti che era stato un caso, ma la cosa in
realtà era diversa. Era come se avesse saputo che c’era qualcosa lì dentro,
qualcosa di importante e di triste, di cui aveva avvertito nitidamente la
presenza.
Aveva pensato che fosse una nostalgia dei suoi vecchi giochi d’infanzia, e si
era arrampicato con una certa gioiosa riluttanza sui primi rami dell’olmo. Aveva
guardato, inutilmente, nell’anfratto. Non c’era nulla da fare, sapeva bene che
era necessario calarsi per intero nel vuoto dell’albero.
Per quanto si ricordava, il tronco cavo era ampio, comodo, una vera caverna da
favola dei fratelli Grimm, dove si poteva stare comodamente seduti. Era
diventato inspiegabilmente, con il passare degli anni, un bugigattolo stretto e
infernale. Rollo aveva visto chiaramente sul fondo quell’anonima busta di
plastica bianca, e un qualcosa di scuro e sottile spuntare dai bordi. Ma quella
trappola lignea rinchiudeva così millimetricamente il suo corpo tutt’altro che
adolescenziale, che non gli restava neppure lo spazio per piegarsi nel recupero.
Con un calcio era riuscito ad avvicinare l’oggetto, che aveva dato un rumore
metallico, e uscendo per metà dall’involucro aveva preso nella penombra il vago
aspetto d’una mezza pistola.
Nonostante quella specie di iniziale premonizione, Rollo si era con pragmatico
ottimismo convinto che non si trattasse che d’un giocattolo dimenticato, ma
aveva voluto comunque, per puntiglio, recuperarlo. Aveva piegato le ginocchia, e
rimanendo parallelo alle pareti del tronco, aveva allungato il più possibile le
braccia, mentre sentiva il giro vita che forzava sempre di più tra gli arborei
spuntoni nodosi. Quando, penosamente, le sue dita erano riuscite a raggiungere
l’oggetto agognato, Rollo aveva avuto la netta, precisa sensazione, d’essersi
incastrato perfettamente ed eternamente nell’interno del vecchio olmo. Non c’era
più alcun movimento che gli fosse possibile fare, tranne un affannoso respiro.
Era stato preso da un comprensibile panico claustrofobico, amplificato dal
pensiero oltraggioso di dover proprio lui, il vigile, chiedere aiuto a
squarciagola al primo passante. Una storia di cui il paese intero avrebbe riso
fino all’età della sua pensione, e oltre. Questa terrificante ipotesi gli aveva
ridato l’energia della disperazione. Dimentico dell’oggetto appena recuperato
s’era slanciato brutalmente verso l’alto, sgretolando diversi centimetri della
parete del tronco e strappando in più punti la divisa (quella buona, della
domenica), mentre il giocattolo che teneva tra le dita veniva sbatacchiato di
qua e di là con violenza. Solo quando si era trovato fuori, con i piedi saldi
sull’asfalto della piazza e un bel po’ di spazio libero intorno, aveva osservato
meglio il balocco.
Le sue gambe erano diventate d’una immediata e incontrollabile lassità, quando
s’era reso conto che si trattava d’una pistola vera e perfettamente conservata,
e aveva ripensato a come l’aveva maneggiata durante il recupero. Non aveva avuto
il coraggio di guardare se c’era il colpo in canna, ed era rimasto con l’idea
inquietante di essere vivo per miracolo finché Salsano non gli aveva confermato
e riconfermato che la Beretta era funzionante ma assolutamente scarica.
La piazza era deserta, luminosa e assolata come quella mattina. Rollo girò
lentamente tutt’intorno all’albero, per vedere se risentisse quella specie di
richiamo, ma tutto rimase silenzioso e normale, l’olmo rimase un vecchio olmo, e
l’aria tranquilla come sempre. Meglio così, pensò; per quanto mi riguarda, se
anche ci fosse una mitragliatrice, adesso potrebbe pure rimanere lì.
Meglio così, in fondo meglio così. Se non era niente, se era un ferrovecchio
buttato via da un manovale della mala di passaggio in paese, se non significava
niente, se non c’entrava col fatto di Sgroi. Eppure, non riusciva a immaginare
un foresto gettare una cosa qualunque nel vecchio olmo. Era un gesto, un segreto
che si imparava da piccoli e che non si dimenticava, qualcosa che poteva
distinguere la gente di lì, quelli che avevano giocato coi pantaloni corti nei
vicoli e nei prati attorno a piazza Nuova. Meglio così, se non era una storia
del paese.
Entrò nel viale deserto, dove i tigli fioriti formavano una galleria profumata e
ombrosa. Rollo lasciò che la bici corresse da sé e respirò a pieni polmoni
quell’aroma dolce d’inizio estate, mentre in tutto il suo essere si accalcavano
come lampi di memoria, evocati con tutta la loro corporeità, i giochi
dell’infanzia, le lunghe vuote serate dell’adolescenza, i baci e il desiderio
delle notti della giovinezza, le passeggiate pensose della maturità; tutto nel
tempo inerte tra una pedalata e l’altra, come una madeleinette odorosa di
ricordi malinconici e gioiosi. Rollo trovava a fatica parole per dire cose
difficili, ma pensava se non era questo l’essere veramente di un posto, quello
di averci la vita riflessa in un solo profumo.
Sulla destra, la cancellata dipinta di bianco chiudeva il parco antico di Villa
Erica, la casa di Sgroi, la dimora della più ricca e forse più antica famiglia
del paese. Il parco ben curato e sempre deserto, e la casa riservata solo a
pochi amici sicuri.
Nell’angolo, immobile, lo sguardo fisso come una vedetta, Rollo vide la figura
straordinaria e famigliare di Lioneliofante.
Lioneliofante era il matto del paese. Vagava per le strade del borgo e per le
colline, riparandosi come poteva, mangiando di quel che trovava senza chiedere e
senza elemosinare, con un suo personale principio di libertà e dignità. Tutti in
paese lo consideravano un personaggio folcloristico ed innocuo, tutti lo
conoscevano, lo salutavano, gli dicevano qualche parola, per quanto fosse assai
difficile entrare nel suo universo mentale. Andava in giro gridando frasi
bizzarre, nelle quali si mescolavano parole di senso compiuto, citazioni latine,
termini del dialetto, nessi sintattici improbabili, frammenti di un linguaggio
del tutto incomprensibile e barlumi di profonde verità, il tutto intercalato dal
consueto refrain: “Il lione… il liofante… il serpente a sonagli!”.
Lioneliofante, quando ancora viveva nel mondo di tutti e ancora lo chiamavano
Sauro, era stato una delle più feroci camicie nere della zona. Era scampato al
disa-stro della Repubblica di Salò e in qualche modo era tornato in paese.
All’indomani del 25 aprile qualcuno aveva pensato di dover pareggiare dei conti.
L’avevano preso, minacciato di fucilazione e poi pestato con violenza. Doveva
essere una lezione, ma quel momento aveva segnato per sempre la sua mente.
Il lione era Dante, comunista e condannato dal tribunale speciale, evaso e
fuggito in montagna, comandante partigiano. Aveva avuto un braccio trapassato da
una raffica di mitra, aveva rischiato l’assideramento nel rastrellamento
dell’inverno del ’44. Il 25 aprile del 1945, con i capi delle divisioni
impegnati a guidare la discesa verso le città, Dante aveva ricevuto la resa del
presidio tedesco dell’intera valle. Si erano incontrati in una trattoria, sul
labile confine del momento, e avevano siglato l’intesa su un foglio di quaderno
a quadretti. Dante aveva firmato per l’esercito di liberazione con il solo nome
di battaglia. Firmato: Ultimo. Neppure per un attimo gli era passato il
pensiero che stava facendo un pezzo di storia.
Nessuno poté mai più spiegarglielo, ma Lioneliofante doveva a lui quel barlume
di vita che gli rimaneva. Dante era contrario alle rappresaglie, e solo per la
sua autorità quella fucilazione era stata solo una finzione; e portò poi in sé
una pena profonda per quella follia, fino a quando la morte aveva dissolto nel
fiume dell’inesistenza il senno e la pazzia, il prima e il dopo, il torto e le
ragioni.
Il liofante era Gianni dei Rocchi, detto Ercole, un uomo grande e robusto, con
una forza addosso come ce n’erano stati pochi nella valle. Rollo l’aveva visto
ancora poco tempo prima, e non era più un ragazzino, alzare di peso l’ottoecinquanta
per evitare la noia di una manovra. Ercole aveva avuto un fratello, un ragazzo
di diciotto anni, ammazzato dai neri agli Abèghi. Aveva ascoltato i discorsi di
Dante, quando questi gli ripeteva che uccidere altra gente non gli avrebbe
restituito il fratello, aveva ascoltato ed era d’accordo; neppure era, come
indole, un tipo violento o crudele, ma certo, se del caso, aveva le mani
pesanti. Non parlò mai più di quella sera, ma dentro di sé considerava
l’accaduto un segno del destino, un verdetto deciso dall’alto, da qualcuno che
assomigliava a quel dio che lui bestemmiava feroce.
Il serpente a sonagli era un commilitone di Sauro che dai fascisti era passato
ai partigiani quando ormai tutto sembrava deciso. Ed anche in seguito era
riuscito sempre a mantenersi in bilico tra i campi diversi, per scegliere poi
ogni volta, puntualmente, quello del vincitore. Aveva fatto carriera e non
tornava quasi più in paese. Aveva sepolto quell’agguato, come aveva sepolto
molte cose del suo passato, e avrebbe negato stupito se qualcuno glielo avesse
ricordato. Lui, semplicemente, non c’era.
Prima di essere una camicia nera, Lioneliofante era stato folle d’amore per una
ragazza del paese vicino; e prima ancora un bravo seminarista, e un ragazzino
gracile senza molte prospettive; ma prima di tutto era stato bambino in una
delle famiglie più povere del paese. E questo era stato l’inizio che aveva
segnato il prosieguo e forse anche la fine.
Pensava Rollo se questo partire disgraziato non fosse già un concreto destino,
legato non alle stelle o al valore d’un uomo, ma al semplice avere o non avere
le scarpe e i soldi per i libri. Gli prendeva tristezza a pensare a quanti
ragazzi così potevano esserci ancora in giro per il mondo, e credeva che niente
poteva essere giusto e pulito finché qualcuno si giocava già dall’infanzia la
propria felicità.
Lioneliofante si staccò dalla cancellata della villa e con un gesto enfatico si
portò in mezzo al viale, con il braccio destro teso e l’indice puntato verso
Rollo.
“Cosmogenico ubbidiscepolo, va’ pensiero sull’ali stonate, che conta è solo
l’impero. E l’impero è tutto in mezzo alle gambe. L’ha detto anche il domineddio
d’un signore: crescete e fornicatevi. Domanda: dov’è questo signore? A domanda
risponde: in tà ciassa du pàise. Fornicatevi, prima che pergiungano le bestie,
che pergiunga il lione, che pergiunga il liofante, che pergiunga il serpente a
sonagli. Maggiore!”.
Rollo si fermò. Lioneliofante gratificava di gradi militari chiunque avesse una
divisa, dal postino al capostazione. Rollo era stato per molto tempo capitano,
ma per qualche imperscrutabile ragione era stato ultimamente promosso sul campo.
“Maggiore, tutti schierati ai posti di perdizione. Uomini e bestie, in uno
sgroviglio. Dia ordini per il mangiamento. C’è mica bisogno per tutti però. Chi
è vivo mangia, chi è morto è mangiato. Sgroi è morto, maggiore. È stato l’uomo
bianco, uno in meno nell’appello del rancio. Chi ha preso la sciabola e le
mostrine? Chi ha visto l’uomo bianco? Io l’ho visto, maggiore, nell’entramento
della villa. È solo il tempo che non gira rovescio, non è mica una mola mulita
mulita, di più una ruota di mulino, gira nel senso dell’acqua, dal monte al
piano, in un continuo. Chi gira la corrente del fiume ha capito domanda e
risposta. Agli ordini, maggiore”.
Rollo era abituato agli sproloqui del pazzo, ma qualcosa in quel discorso
l’aveva colpito.
“Sauro, chi è questo uomo bianco? Dove l’hai visto di preciso? Cosa faceva?”.
“Tacere, maggiore. L’innimico ti ascolta, il sottile, l’innominabile. I pozzi
sono avvelenati, i muri rotolano e le pistole spuntano dagli alberi”. E così
dicendo, Lioneliofante si voltò, e si incamminò di buon passo sullo stretto
sentiero che costeggiando la recinzione di Villa Erica si inerpicava per la
collina.
Rollo stette a guardarlo un attimo, resistendo all’impulso di chiamarlo per
fargli altre domande. Lo conosceva bene e sapeva che avrebbe detto solo quello
che la sua mente devastata gli suggeriva seguendo sentieri di pensiero e di
sentimenti assolutamente imprevedibili, e nei quali era impossibile entrare. La
domanda più innocente lo metteva in ansia e per difendersi nascondeva
accuratamente le sue verità, anche le più banali. Era necessario aspettare quel
flusso confuso e incontrollabile di parole attraverso il quale comunicava le sue
idee, le sue gioie e le sue angosce.
Rollo riprese a pedalare nel fresco gradevole del viale e passò davanti a Villa
Erica, che appariva al fondo del giardino con tutte le imposte chiuse e un’aria
triste di casa abbandonata dopo le vacanze. Nessuno, neppure nel parco o nella
rimessa dietro la casa.
I funerali erano stati semplici ma con molta gente, molte persone importanti ed
un grande imbarazzo che aleggiava nei discorsi e nei bisbigli. Sgroi era
qualcuno nella zona, e c’erano gli industriali, i ricchi professionisti, qualche
politico con più d’un debito da restituire, debito che sarebbe forse stato
sepolto per sempre con il defunto nella grande cappella di marmo nero della
famiglia. C’era anche molta gente del paese, la maggior parte per un senso di
dovere o semplicemente per curiosare. Pochissimi mossi da un sentimento di
pietà. Ecco quello che a Rollo era parso strano in quei funerali: mancava il
dolore. Quello vero, non l’atteggiamento compunto che finge un grande dolore
dignitosamente trattenuto. Quello che ognuno esprime o nasconde a modo suo, in
un suo intimo percorso di sofferenza, ma che una specie di sensibilità animale
ci consente di percepire e di condividere immediatamente. Ecco, quel dolore
mancava ai funerali di Sgroi.
Ripensandoci ora che Sgroi era morto, Rollo s’accorse che non lo conosceva
affatto. Certo, lo aveva visto molte volte, era entrato nella sua casa per
consegnargli documenti o certificati elettorali, avevano parlato del più e del
meno, ma non poteva dire di conoscerlo.
Non gli era mai stato particolarmente simpatico. Aveva un’aria di infastidita
superiorità e un po’ sfuggente, come non volesse mai affrontare un vero
discorso. Non gli era simpatico, ma non riusciva ad esprimere un giudizio su di
lui. Gli pareva la classica persona ricca e con un certo potere, ma con un
carattere normale e una vita normale. Inoltre, e nonostante il mestiere che
faceva, Rollo non sapeva nulla di quello che succedeva in paese. Era un vigile
atipico, visto che in un piccolo centro il vigile urbano è un po’ il depositario
di tutti i movimenti, di tutti i cambiamenti, di molti segreti. Ma Rollo aveva
la capacità di non vedere e di non sentire nulla, e uno straordinario talento
nel dimenticare le notizie inutili che la gente gli riferiva. Così non avrebbe
saputo dire di Sgroi nulla che non fosse evidente nel suo nome, nel suo stato
civile e nella sua residenza.
Sgroi non s’era sposato, non aveva avuto figli. Il suo parente più prossimo era
il figlio d’un cugino, che viveva a Milano. Rollo lo aveva osservato a lungo il
giorno delle esequie, e gli era parso di vedergli negli occhi una eccitazione e
un’emozione originati più che altro dalla cupidigia. Da un giorno all’altro si
era trovato padrone di un patrimonio enorme. Se vogliamo, pensava Rollo, un
movente più che sufficiente per un delitto. Conosceva quell’uomo, da ragazzo
veniva spesso a villeggiare in paese e Rollo lo ricordava magro, biondo,
spocchioso, con la paura delle bisce e di perdersi nei boschi sulle colline,
proprietario di biciclette sempre nuove e moderne. Un tipo piuttosto antipatico.
Ma chi poteva dire che quel ragazzino viziato crescendo fosse diventato un uomo
capace di uccidere per denaro? Essere contenti di una morte non significa essere
in grado di provocarla.
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