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Violazione di domicilio
di Bruno Vallepiano
Prologo
Mi sembrava di essere
dentro ad un libro giallo della peggior specie, la testa mi faceva un male cane,
il sangue mi chiudeva un occhio, colando dal sopracciglio, l’ematoma al naso
lanciava fitte di dolore. Mi prese per la barba, strattonandola violentemente e
inginocchiandosi su di me, che ero ormai inerme, mi costrinse ad aprire la bocca
e mi infilò la canna della pistola tra i denti.
Aspettavo di vedermi passare davanti il famoso film della vita, con tutti i
momenti più salienti in buon risalto, invece niente: buio. Riuscivo solo a
pensare al gusto di sangue che sentivo all’interno delle guance ed al freddo del
ferro che mi urtava le gengive. La lingua sfiorò la canna, che aveva un sapore
amaro.
– Coglione – mi disse, e premette il grilletto.
I
Quattordici giorni prima – (28 gennaio)
Quando uscii dalla
biblioteca trovai cinque chiamate senza risposta sul mio nokia.
Due erano del mio commercialista: Eliminare? Ok. Premere ok per confermare.
Ok.
Una era di Mary, la segretaria della scuola: Eliminare? Ok. Premere ok per
confermare. Ok.
Una era della tipa che ho conosciuto al Caimano Felice qualche tempo fa,
Cecilia. Avanti. Una era di Paolo. Richiamare? Ok. Cornetta
verde.
– Risponde la segreteria telefonica. Lasciate un messaggio e vi richiamo quando
rientro. Se avete il mio numero di cellulare potete provare li. Biiiip.
Cerco Paolocell. Cornetta verde.
– Tim, telecomitaliamobile, informazione gratuita. L’utente da lei chiamato non
è al momento raggiungibile. La preghiamo di riprovare più tardi.
Chissà perché Paolo mi aveva cercato? Con lui, o ci incontriamo per caso e nei
posti più impensabili, oppure mi cerca quando ha qualche buon foglio per me.
Buon foglio, per noi, significa qualche documento interessante. Io sono un
appassionato di storia locale, ed in questo mi compenso con Paolo perché io sono
pigro. Al massimo posso fare ricerca negli archivi dei comuni o nelle
biblioteche, o all’archivio di stato, o all’archivio della curia. Ma sono tutti
luoghi dove si può pianificare ogni cosa. I documenti sono tutti li, ci sono la
sedia, il tavolo e la fotocopiatrice.
Paolo invece è un topo di mercatini. Lui gira ogni piazza dove si concentrino
rottami, legni tarlati e porcherie simili. Ed è proprio lì che trova cose
affascinanti come vecchie cartoline, antichi documenti trafugati nel passato da
funzionari comunali intenzionati ad arrotondare, libri introvabili.
A lui queste cose non interessano, però ha una spiccata propensione a cercare le
cose più interessanti per me e lo fa per amicizia. Le compra e me le porta.
Questa cosa mi gratifica molto, e mi fa capire che lui è un vero amico, anche se
non ci soffochiamo di vicinanza.
Mi incuriosisce questa chiamata. Chissà cosa c’è sotto?
Qualche tempo fa, stavo facendo una ricerca sulle origini della certosa che si
trova a Valcasotto. Travolto dall’interesse per quella storia antica di mille
anni, sviscerai le biblioteche e gli archivi cercando ogni traccia, anche la più
fievole, che potesse riportarmi alle origini di quell’importante edificio
religioso nato poco dopo l’anno mille, e sull’onda di questo entusiasmo, una
volta tanto in barba alla mia pigrizia, mi trovai a St. Pierre Chartreuse, sulle
montagne che circondano Grenoble, per continuare la mia analisi nei luoghi dove
ebbe origine l’ordine religioso dei certosini.
Era primavera, ed alloggiavo in un piccolo Logis de France, a pochi chilometri
dalla Certosa-madre dove facevano una Bouillabesse stratosferica. Ero l’unico
pensionante ed avevo la veranda tutta per me. Così mi piazzavo coi miei libri ed
i miei appunti a studiare, guardando verso le immense pinete che ricoprono il
massiccio della Chartreuse, alternando il razionale studio delle vecchie carte
con i voli di fantasia che mi invitavano a carpire il segreto di quelle immense
lande dove tutto pare conciliare la meditazione ed il rispetto del silenzio.
Avevo i soldi contati per restare quindici giorni, ed ero ormai alla fine. Stavo
economizzando all’osso per cercare di prolungare ancora per un giorno o due.
L’ultimo giorno che stavo a St. Pierre era una domenica; mi ero alzato presto ed
ero uscito dall’albergo con un prezioso libricino sul quale mi stavo
concentrando. Per averlo in prestito avevo lasciato in pegno la carta
d’identità, la visa ed il tesserino dell’ordine dei giornalisti, tanto per far
capire quanto fosse importante. E non era bastata la lettera di presentazione
del mio conoscente che lavora presso l’assessorato alla cultura della regione
Piemonte e neppure la mia faccia migliore, contornata per l’occasione da giacca
e cravatta, che ai francesi fa sempre un bell’effetto. Loro che sono abituati a
portare camicie a fiori, pantaloni a righe, giacche a quadretti.
Quella domenica ero sceso giù verso Grenoble, per qualche chilometro, fino al
ponte St. Bruno, dove si respira un clima di assoluto abbandono e di solitudine
che aiuta la concentrazione.
Passano poche auto per quella strada, quelle di chi fa una gita domenicale da
Grenoble verso Chambery ed il triste lago di Bourget.
L’unica distrazione mi veniva proprio da quelle rare macchine. Mi trovavo
inevitabilmente a guardare le persone che stavano a bordo e le targhe.
Ad un tratto spunta una Diane Citroen, cosa non inusuale in quel luogo. La cosa
inusuale era la targa: CN 50 eccetera.
Mi precipitai in mezzo alla strada, quasi mi facevo investire. Erano Paolo e Clo,
coi bambini. Lui era andato ad una fiera di macchinari per cave e ne aveva
approfittato per passare due giorni in libertà con la sua famiglia.
In un attimo furono tutti fuori. Baci ed abbracci e “come mai sei qui” e “come
mai sei là” e pranzammo insieme nel mio Logis e pagarono loro. Un pranzo
guadagnato.
Quella volta fu solo una delle tante che io e Paolo ci incontrammo nei posti più
impensati.
Così, per questi motivi trovavo inspiegabile la chiamata di Paolo. Non è da lui.
Ebbi un presentimento. Allora decisi immediatamente di andarlo a trovare, ma
mentre cercavo le chiavi dell’auto squillò di nuovo il telefono.
– Sto venendo da te – gli dissi, vedendo che era lui a chiamarmi
– Come mai? Sai già tutto?
– Cosa dovrei sapere? Ho solo un presentimento...
– Ho bisogno del tuo acume poliziesco… e delle tue conoscenze.
– Senti, senti…
– È successa una cosa che ha degli aspetti poco chiari. Poi c’è di mezzo un
morto…
– Ho letto sul giornale di quel vecchio. Quello era tuo amico…
– È di lui che si tratta...
– La cronaca diceva che è stato trovato morto, ma non avanzava sospetti diversi.
Sentii un sospiro.
– Non è così…
– Arrivo.
Chiusi la comunicazione e salii in macchina. Il telefono risquillò.
Era Cecilia, la tipa del Caimano Felice. Posai il telefono sul sedile e
lo lasciai squillare finché la foga amorosa di costei terminò, lasciando che
nell’abitacolo tornasse il silenzio.
Io, oltre ad insegnare per guadagnarmi la pagnotta, e fare ricerche sulla storia
locale per gratificare le velleità del mio io, indago per divertimento.
Mi infilai in questo tipo di vicende qualche anno fa, quasi mio malgrado. C’era
stato un omicidio in un paese ad una ventina di chilometri da qui. Proprio poche
sere prima del delitto avevo presentato in questo paese un mio libro che
trattava di certe vicende dell’epoca feudale relative a quel luogo che fu in
passato un importante snodo nella circolazione delle merci tra la pianura
piemontese e la costa ligure. L’importanza strategica suscitò nei signori di
quel periodo, per lungo tempo, grandi appetiti economici legati al pagamento dei
pedaggi. Sia per quanto riguardava i commerci fatti secondo la legge, sia per la
riscossione delle tangenti da parte dei contrabbandieri che si garantivano in
questo modo l’impunità nel passaggio della frontiera, che in quel momento
storico divideva il regno sabaudo dalla repubblica di Genova.
Venni chiamato per una consulenza dal capitano dei carabinieri che sovrintendeva
alle indagini, Mino Bertinot, un valdostano di circa quarant’anni che, dopo aver
acquisito in giro qualche informazione, mi ritenne la persona più idonea per
aiutarlo nel districare una matassa investigativa, legata più al passato che al
presente.
Io accolsi malvolentieri l’invito per una mia naturale avversione a tutte le
divise. Mi telefonò il brigadiere lasciando un messaggio in segreteria in cui mi
spiegava sommariamente la cosa e mi invitava a mettermi in contatto con la
stazione CC.
Dapprima pensai di inventare una balla, architettando improvvisi ed inderogabili
impegni in provveditorato, ma alla fine mi convinsi, più che per senso civico,
allettato dall’idea che la mia conoscenza della storia locale potesse essere di
qualche aiuto in quella vicenda.
Andai in caserma senza preavvisi, e chiesi al piantone di poter parlare col
capitano, pensando che se mi avessero fatto delle storie avrei sempre potuto
dire che io ero andato a cercarli, ma loro non mi avevano fatto entrare,
eccetera eccetera.
Invece, appena dissi chi ero, il piantone dopo aver guardato dallo spioncino
sferragliò sulla serratura e mi fece entrare.
– La accompagno subito – mi disse, lasciandomi di stucco – il capitano la sta
aspettando.
Meravigliato per aver saltato d’un sol balzo ogni formalità, salii la scala
seguendo il piantone e mi trovai di fronte ad un sorriso aperto che, d’istinto,
mi fece simpatia. Non l’avevo mai incontrato prima, questo Bertinot, ma ero
prevenuto in senso assoluto verso le uniformi, in modo particolare nei confronti
di quelle più decorate.
Bertinot, quasi fosse a conoscenza di questi miei gusti, mi ricevette vestito
con un paio di jeans rossi. Sotto il golf, aperto sul davanti, appariva una
maglietta col disegno di una grande foglia di marijuana che mi stupì.
– Sono contento di incontrarla – mi disse.
Secondo me faceva la lampada, oppure andava a sciare con una certa frequenza
perché la pelle del suo viso e delle sue mani era molto abbronzata.
Risposi con una stretta di mano molto vigorosa, che lui sostenne con altrettanta
intensità.
– Ho letto il suo libro relativo al brigantaggio nel periodo napoleonico. Molto
interessante – disse, continuando a stupirmi.
Aveva già segnato due punti a suo favore.
Mi ritrovai a pensare, però, che forse quest’ultima affermazione poteva anche
essere un bluff. Bastava leggere la prefazione del libro per sostenere anche un
paio di battute sul contenuto del volume, ma venni smentito subito, perché
Bertinot mi disse:
– Questa non è l’occasione, ma qualche volta mi piacerebbe parlare un po’ con
lei di questo fenomeno. Mi hanno colpito molto i fatti di Savigliano di cui lei
parla, secondo me esistono delle discrete assonanze con avvenimenti di attualità
nei comportamenti dei cittadini.
– Credo che abbia ragione – dissi – quando lei vorrà, potremo parlarne.
La sua affermazione corrispondeva esattamente a quello che avevo pensato io
stesso durante la ricerca, senza osare scriverlo, perché questo andava troppo in
là nel campo delle congetture, rispetto ai doveri di uno storico.
Mi fece cenno di precederlo in un ufficio, rivolse lo stesso gesto al
maresciallo, il vero padrone di casa che, al contrario del suo superiore era
tirato a lucido come un soldatino di piombo.
Entrammo tutti e tre nell’ufficio e Bertinot chiese al maresciallo di
illustrarmi la vicenda. Costui era un ragazzo veneto molto giovane. Era bruno,
capelli corti e ricci ed era visibilmente impacciato di fronte al capitano;
cominciò, infatti, una spiegazione che pareva la lettura di un verbale redatto
per finire fra le scartoffie dell’archivio della Benemerita.
Bertinot intervenne, con tatto, senza ferire l’orgoglio del suo subalterno.
Inserì qualche particolare, completando la spiegazione del maresciallo il quale,
poco alla volta si sciolse, cominciando a parlare come una persona normale.
Apprezzai la sensibilità e la capacità psicologica di Bertinot, cosa che ebbi
modo di valutare positivamente durante lo svolgimento del caso.
Compresi immediatamente cos’aveva portato Bertinot a cercarmi. Il morto era un
maestro elementare che alla mia conferenza era seduto in prima fila.
Qualcuno aveva fornito ai carabinieri una copia del filmato della serata, perché
rappresentava l’ultima comparsa in pubblico della vittima, ed era documentata da
una videocassetta di due ore che riprendeva più volte la platea.
Il maestro Bosetti era stato inquadrato in più occasioni. Lo si vedeva intento a
prendere appunti su un blocchetto rigido, con una matita gialla e nera.
Quelle erano le ultime immagini che lo riprendevano vivo.
Lo avevano ritrovato sulla porta di casa sua, una villetta un po’ isolata dalle
altre in fondo al viale che porta alle terme, con un coltello piantato nel cuore
e stropicciata in bocca pagina 211 del mio libro.
La causa indiretta di quell’omicidio, quindi, era stata la mia ricerca sul
periodo feudale. Infatti grazie a questa un antico discendente della famiglia
Turrini, che fino al 1744 era stata la famiglia più benestante di Gariola,
scoprì con certezza che il maestro Bosetti era l’ultimo discendente del conte
Cornero, colui che con un colpo di mano aveva ridotto in miseria la famiglia
Depromi, appropriandosi di tutti i beni che appartenevano a quest’ultima,
mandando gran parte dei componenti della famiglia in esilio nel vercellese anche
con la complicità del vescovo d’Asti e degli altri potenti di quell’epoca, cui
il conte Cornero leccava doviziosamente il culo.
Solo Attilio Depromi, che era un bambino di dodici anni, restò in paese. Prese
il nome della famiglia adottiva, la famiglia Turrini, ma quando crebbe si
accentuò in lui un desiderio di riscossa che tramandò di generazione in
generazione grazie ad un interessante documento nel quale espresse per iscritto,
facendo controfirmare numerosi testimoni, le angherie subite dalla propria
famiglia. Questo documento, ritrovato da Paolo sul mercatino delle pulci di
Cherasco ed acquistato per centoventimila lire, finì sulla mia scrivania a
stimolare la ben nota ed insanabile curiosità. Da questo manoscritto, infatti,
io presi spunto per ricostruire le vicende feudali contenute nel mio ultimo
libro.
La malaugurata vicenda, scoperta da Genio Turrini, pure lui presente alla mia
conferenza, portò l’uomo a compiere quel gesto sconsiderato, per saldare il
conto di una vicenda vecchia duecentocinquant’anni.
Genio fu dichiarato malato di mente, ma questo in paese già in tanti avevano
immaginato che potesse accadere, ed io mi sentii colpevole, seppure
involontario, della morte del maestro Bosetti, un uomo mite e gentile,
responsabile solo di essere l’ultimo discendente del conte Cornero dal quale non
aveva ereditato né ricchezze né, tanto meno, l’indole arrogante e combattiva.
La mia consulenza servì per comprendere come Genio Turrini avesse potuto
risalire alla propria appartenenza alla famiglia Depromi, cosa che io avevo
scoperto durante la ricerca ma non avevo reso esplicitamente nota per garbo
verso chi era attualmente vivente.
Tuttavia mi venne un dubbio. Come poteva essere malato di mente uno che si
divorava un tomo da 350 pagine e riusciva a dedurre certezze tali da condurlo ad
uccidere un suo compaesano?
Questa deduzione aveva insinuato qualche dubbio anche nella testa di Bertinot,
il quale cominciò a ragionare con me sulla vicenda ogni sera, a casa mia,
scolando bottiglie di Nebbiolo e rosicchiando formaggio Raschera d’alpeggio.
Alla fine dei ragionamenti, andando in giro a fare domande e raccogliendo frasi
qui ed indiscrezioni là, risalimmo ad una antica relazione che il maestro
Bosetti aveva avuto con la moglie di Turrini.
Messo alle strette Turrini confessò. Nonostante fosse ormai vedovo, e fossero
passati parecchi anni da quella vecchia storia, lui non aveva mai dimenticato né
tanto meno perdonato. La sua lucida determinazione lo aveva portato ad
architettare il delitto, con l’intenzione fin da principio di far invocare per
sé l’infermità di mente ed affrontare esiti meno pesanti.
Alla domanda di Bertinot, sul perché non avesse tentato di compiere l’omicidio
senza farsi beccare, Genio aveva detto che la gente doveva, comunque, sapere che
era stato lui a colpire quel suo antico avversario in amore.
Il giudice incaricato si affidò placidamente alle deduzioni di Bertinot, il
quale sostenne molto diligentemente le mie conclusioni.
Da allora ho avuto sempre una specie di accredito a collaborare con lui, come
confidente privilegiato.
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