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Voci e volti di Liguria
di Enzo Melillo
Introduzione
“Questa è una
storia da Settimanale!”. Quante volte l’avrò pensato, quante volte l’avrò
detto, negli ultimi anni? Ho perso il conto... Ma come devono essere, una storia
o una persona, per essere “da Settimanale”? E cosa racconta, ogni volta,
Il Settimanale?
In onda su Raitre per mezz’ora tutti i sabati alle 12,25, da ottobre a maggio,
in contemporanea in venti edizioni diverse da ciascuna delle sedi regionali Rai,
questo programma, con i suoi servizi da circa cinque minuti, offre un panorama
di quello che caratterizza il territorio della regione e i suoi abitanti, sul
piano delle tradizioni, della cultura, dell’economia e del mondo del lavoro.
Una produzione tipica locale, sia essa artistica, artigianale o gastronomica, un
paese dall’atmosfera inimitabile o con un passato importante, un mestiere che
sta scomparendo, una mostra di grande interesse, un personaggio con i suoi
aneddoti, una vicenda dai risvolti umani o professionali particolarmente
significativi... Tutto questo è Il Settimanale.
Questa trasmissione è diventata ormai un appuntamento piuttosto atteso, dal
pubblico televisivo. Fra le varie edizioni regionali, in particolare, Il
Settimanale della Liguria, risulta regolarmente ai primi posti nella
graduatoria degli indici di ascolto. Segno di un gradimento che negli anni è
cresciuto.
Ho lavorato intensamente per cinque edizioni consecutive a questo programma.
L’ultimo mio contratto legato al Settimanale è quello dall’ottobre 2006
al maggio 2007.
Il 19 giugno 2007 sono stato assunto nella sede Rai della Liguria con il
contratto biennale che prelude a quello indeterminato. Ora mi occupo soprattutto
del tg regionale, della sua conduzione e dei servizi. E continuo a lavorare
comunque per Il Settimanale, anche se non con la frequenza di prima.
Dal gennaio 2003 al maggio 2008 ho realizzato 175 servizi per questa
trasmissione. Ciò ha significato, soprattutto dall’inizio del secondo anno alla
metà del quinto, una media di due servizi per ciascun numero, oltre a tutti
quelli curati per i telegiornali.
Di conseguenza, ogni settimana dovevo ingegnarmi a proporre due argomenti che
fossero meritevoli di servizi per il sabato successivo: almeno il settanta per
cento di quelli di cui mi sono occupato, infatti, sono nati da mie proposte.
A questo proposito, ringrazio tutte le persone che mi hanno fornito spunti
preziosi, in particolare Enrica Guidotti, giornalista e cara amica.
A far sentire meno la fatica di un lavoro così impegnativo, c’era l’opportunità
di allargare i miei orizzonti, di conoscere gente e realtà nuove, e soprattutto
il piacere di dedicarmi a qualcosa per cui mi sento portato: la divulgazione.
Un giorno mi sono detto: “Potrei ricavare un libro dalle storie più
significative trattate per Il Settimanale... Perché no?”. E ho cominciato
a selezionare quelle che, a mio parere, non solo meritavano di essere conosciute
ulteriormente, ma si rivelavano adatte a essere divulgate anche con un mezzo
diverso da quello televisivo.
A stimolarmi a scrivere questo libro è stata soprattutto la storia che ha dato
vita al primo capitolo: quella di un capitano dell’esercito italiano che insieme
ad altri deportati è riuscito a costruire una radio ricevente in un campo di
concentramento. Questo apparecchio, come vedrete, diede loro una speranza e li
aiutò a sopravvivere. Una vicenda straordinaria, un inno alla capacità di non
darsi mai per vinti, di guardare al futuro nonostante tutto...
Lo stesso spirito che anima il personaggio che chiude il libro, quella deliziosa
“ragazza” di 109 anni che ho intervistato nella sua casa di Genova, arzilla e
con la battuta pronta, nonostante una vita tutt’altro che facile...
In mezzo a queste due storie, quelle di famiglie piene di vita e di gente che ha
cambiato vita, di ragazzi che inseguono un sogno, di altri che lo hanno
coronato, di persone che fanno qualcosa di veramente importante per gli altri,
senza per questo sentirsi speciali, di realtà che raccontano il passato e di
altre proiettate nel futuro, con apparecchi ad alta tecnologia... Ma anche la
scoperta di ingegnosi marchingegni di una volta dal nome un po’...
particolare...
In tutto, ho trascritto quarantasei servizi, trasformandoli ognuno in un
capitolo, adattandone ovviamente il linguaggio in modo da renderlo adatto alla
carta stampata.
Tutto questo per chi vuole e soprattutto può coltivare il piacere della lettura.
Ho voluto pensare, però, anche ai non vedenti e agli ipo-vedenti, perché sono
molto sensibile al problema della cecità. L’uomo che mi ha fatto da padrino al
Battesimo, Tonino, ora sessantenne, ha perso la vista all’età di 25 anni: da
ragazzo l’ho accompagnato spesso, nei suoi spostamenti, e tante volte ho avuto
modo di leggergli dei testi, molti dei quali scritti da lui stesso.
Inoltre, alcuni dei miei più cari amici, come Stefano, Cinzia e Arturo, sono non
vedenti e ipo-vedenti.
Per questo ho voluto registrare anche la versione audio del mio libro, nella
certezza di offrire un supporto importante a chi, purtroppo, non è in condizioni
di leggere.
A questo proposito, ringrazio sentitamente la mia casa editrice, la Fratelli
Frilli. Da tempo attenta alle esigenze dei ciechi, ancora una volta si è
dimostrata sensibile, accettando subito la mia richiesta di rendere fruibile
anche a loro questo libro.
Il cd con la versione audio è stato messo a disposizione del Libro Parlato
Lions, che lo concede in prestito attraverso la sua audio-biblioteca nata
nel 1975: una realtà che ora conta circa 7000 libri registrati su audiocassette
e su cd in formato Mp3.
La registrazione di Voci e volti di Liguria è inoltre scaricabile
gratuitamente da Internet dagli utenti non vedenti, ipo-vedenti e dislessici
iscritti, sempre a titolo gratuito, al Libro Parlato Lions (www.libroparlatolions.it)
e dotati della necessaria password.
A proposito della versione audio, ho coinvolto anche mia moglie Margherita: ha
interpretato le donne che ho intervistato, e bene, grazie anche alle sue
esperienze teatrali a livello amatoriale.
Non dimentico, comunque, che i servizi da cui ho tratto i capitoli del libro
sono nati in televisione. E allora, permettetemi di ringraziare il direttore
della Testata giornalistica regionale, Angela Buttiglione, che da Roma ha voluto
lanciare il programma; per quanto riguarda la sede Rai di Genova, per il
coordinamento, grazie al caporedattore, Sergio Farinelli, anche per avere
scritto la prefazione di questo libro, e ai vice capiredattori, a coloro che
hanno girato le immagini e agli specializzati di ripresa, ai tecnici di
montaggio, alla segreteria di redazione, a chi ha curato la ricerca delle
immagini di repertorio in archivio.
Un ringraziamento anche all’ex caporedattore della Rai di Genova, Carlo Cerrato,
dal febbraio 2007 responsabile della redazione di Torino. Era la tarda mattinata
del 5 gennaio 2003, quando mi telefonò sul cellulare, annunciandomi: “Fra pochi
giorni parte Il Settimanale: ti metto sotto contratto!”. Ero in compagnia
di un amico, Dario, di corporatura grande come il suo cuore. Era il primo con
cui potessi esultare per la notizia: per poco non lo stritolai, con il mio
abbraccio... Immediatamente dopo, telefonai a mia moglie per condividere subito
con lei la gioia di un cambiamento che voleva dire molto, per la nostra
famiglia.
La chiamata per Il Settimanale, in quel momento, significava un contratto
a termine da gennaio a giugno: ben più lungo, quindi, di quelli di un mese o due
per sostituzioni estive con i quali ero stato assunto a tempo determinato dalla
Rai a partire dal 2001, mentre lavoravo come free-lance per il resto dell’anno.
Un contratto di durata più prolungata, proprio in quel periodo, era una
benedizione particolare, un segno benevolo del Cielo: mia moglie, infatti, era
incinta di nostra figlia Laura, che sarebbe nata a maggio.
Da lì in poi, oltre che per le sostituzioni estive nei telegiornali (da luglio a
settembre) avrei lavorato in Rai per Il Settimanale (da ottobre a
maggio), vale a dire nove mesi abbondanti su dodici: in attesa del tanto
agognato contratto a tempo indeterminato, un’ottima alternativa.
Nostra figlia ci stava portando bene ancora prima di nascere. E Il
Settimanale ha portato bene a lei: quando è nata, suo padre, che dal giugno
2007 non è più un precario, lavorava alla Rai...
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